Sudtirolo troppo speciale

È da qualche giorno in libreria il nuovo libro di Ulrich Ladurner, giornalista e inviato del noto settimanale tedesco “Die Zeit” (“Südtiroler Zeitreisen. Erzählungen, Haymon 2012, pp. 277). Si tratta di un convincente ritratto della nostra provincia, svolto in otto racconti ben scritti e capaci di tendere un arco tra il passato e il futuro di questa terra.

Ladurner, nella prefazione al suo libro lei propone un paradosso: “Südtiroler Zeitreisen” non sarebbe un’opera sul Sudtirolo perché nel Sudtirolo, in realtà, si rispecchia il mondo intero. Ma questo non è forse vero a proposito di ogni luogo? Oppure dobbiamo veramente credere che il Sudtirolo sia un luogo privilegiato dal quale guardare il mondo?

Il Sudtirolo è un luogo dal quale è possibile guardare al mondo, o almeno all’Europa, perché nel passato la storia, la grande storia, ha impresso qui alcune delle sue tracce più profonde. Ma c’è anche un altro senso che mi sento di attribuire alla parola “privilegio”. So che questo potrà sembrare sorprendente, perché i sudtirolesi si vedono spesso e volentieri nel ruolo delle vittime. Se però paragoniamo i sudtirolesi ad altre minoranze etniche bisogna dire che essi sono stati molto fortunati.  Bravi, certo, ma anche fortunati. Vorrei insistere su un punto: anche se le vicende legate al Sudtirolo possono certamente rivelare un tratto peculiare, io penso che i sudtirolesi farebbero finalmente bene a smettere di considerarsi come qualcosa di speciale. Il Sudtirolo non è speciale. Questo continuare a ritenersi del tutto speciali è un segno di provincialismo. Il Sudtirolo fa parte del mondo e soltanto riuscendo a riconoscersi in una totalità più vasta potrebbe uscire da questo suo provincialismo.

Gli otto racconti che compongono l’ossatura del libro tracciano una storia che, a partire dal 1905, ricapitola il secolo trascorso e sbocca in un futuro non troppo lontano da noi (l’ultimo racconto arriva al 2025). È possibile sintetizzare le linee di tendenza fondamentali che hanno mosso lo sviluppo della società sudtirolese?  

Penso che in senso politico siano progressivamente emersi dei tratti sempre più negativi. Una forte tendenza “monarchica”, ma improntata a un opportunismo privo di morale. L’importante insomma è solo riuscire a portare a casa il risultato. Non importa come o grazie a chi. Si tratta di un modello politico che trovo devastante, perché la politica svolge sempre anche un ruolo pedagogico. Dal punto di vista economico, poi, la situazione mi ricorda quella dei defunti paesi del blocco comunista, con un ruolo sproporzionato della mano pubblica e un pernicioso intreccio tra politica e affari. Per quanto riguarda la società nel suo complesso, infine, abbiamo visto l’affermarsi di una logica tesa quasi esclusivamente alla moltiplicazione del profitto e del denaro, anche mediante il fenomeno della svendita della Heimat, una logica paradossalmente non disgiunta da un vittimismo di natura quasi metafisica.

L’ultimo racconto (“Kaltern, 2025”) si chiude con una cauta nota di fiducia nei tempi a venire (“Was auch immer geschah – die Zukunft konnte kommen”). È interessante comunque notare che nell’abbozzo del Sudtirolo futuro da lei tentato la cornice istituzionale rimane quella che conosciamo (il Sudtirolo continua a far parte dell’Italia, per esempio) anche se dal paesaggio etnico sbucano elementi innovativi (cinesi, indiani, musulmani) e sembrano scomparire gli italiani (l’unico “italiano” presente nel libro è il carabiniere del terzo racconto – “Kiens, 1965” – coinvolto nella fosca stagione degli attentati indipendentisti). Possibile che gli italiani siano diventati così irrilevanti al fine d’illustrare le specificità di questa terra?

Vorrei che non ci fossero dubbi al riguardo. Un Sudtirolo privo d’italiani non sarebbe più il Sudtirolo. Per quanto riguarda il libro ammetto di aver trascurato questo aspetto e di non essere riuscito a rappresentare la società italiana che vive qui in tutta la sua complessità. Riflettendoci mi rendo conto di aver anch’io ceduto ad una certa – chiamiamola così – cecità strutturale. Mi dispiace. Però anche in quello che ho scritto, almeno implicitamente, credo di essere riuscito ugualmente ad interpretare anche il possibile “sguardo italiano” sulle cose di questa terra.

Ci consenta di chiudere con un’ultima domanda un po’ scomoda. La composizione di questo libro è avvenuta grazie a un generoso finanziamento pubblico da parte della Provincia (100.000 euro) nella cornice delle iniziative per le celebrazioni hoferiane del 2009. Visto che “Südtiroler Zeitreisen” non è certo un esempio di letteratura al servizio del potere (esemplare, a questo proposito, l’invettiva contro Merano contenuta nel quarto racconto), è forse possibile dire che il ceto politico locale ha finalmente superato l’antico complesso del “Nestbeschmutzer” (chi denigra il luogo in cui è nato, ndr), oppure dobbiamo pensare che in certi casi i soldi vengono spesi, per così dire, a scatola chiusa?  

Non ho nessun problema a rispondere. È stato fatto un concorso, con modalità trasparenti, e io sono riuscito a vincerlo proponendo un progetto (intitolato “Südtirol: Kulturelle Visionen 2025”) che poi è maturato nella pubblicazione di questo libro. Mi stupisco che qualcuno si stupisca. La Giunta provinciale era inoltre perfettamente a conoscenza sia dell’autore che della struttura del libro. Nessuna scatola chiusa, quindi. Ecco, magari in questo senso allora sì, forse stiamo superando lentamente il complesso del “Nestbeschmutzer”. Penso però che la polemica riguardi soprattutto la somma di denaro. Lo posso capire. Eppure anche in questo caso c’è assoluta trasparenza. Una volta ottenuto l’incarico ho fatto un’offerta e loro hanno accettato. Sono peraltro dell’avviso che un lavoro di questo tipo debba essere pagato bene. O sarebbe forse meglio che gli scrittori continuassero sempre a ricevere meno di quel che meritano?

Corriere dell’Alto Adige, 30 marzo 2012

Un passo avanti ragionando sulla direzione

Archiviati i due più importanti congressi politici di primavera – quello dei Freiheitlichen e della Svp – il dato saliente sembra questo: uno dei temi più caldi della prossima campagna elettorale provinciale sarà costituito dalla discussione sul Libero Stato del Sudtirolo (sognato dai primi) versus l’Autonomia integrale (caldeggiata dai secondi). Si trattasse solo di un’oziosa disquisizione accademica ci sarebbe nulla di male. Proporre però simili argomenti all’interno di un discorso che coinvolge la scelta e l’indirizzo di un nuovo governo può risvegliare quegli “spiriti animali” e quelle passioni identitarie che, nel nostro contesto, ci hanno sempre nuociuto.

La prima cosa da dire – almeno per tentare di riconquistare un piano razionalmente praticabile – è che ogni ipotesi di revisione profonda del nostro assetto istituzionale è una scommessa che non può essere fatta se non si comprendono bene i vantaggi e gli svantaggi che essa pone inevitabilmente sul tappeto. Ma provate a chiedere per esempio quali siano, questi vantaggi e svantaggi, a chi adesso suona il tamburo del cambiamento radicale. Otterrete risposte assai vaghe o, peggio, suscettibili di essere interpretate come un mero delirio di onnipotenza. Del resto, difficile trattenere chi già può molto dalla tentazione di qualsiasi azzardo. E per quanto riguarda gli “italiani” – dei quali a facili parole nessuno nega l’utilità di un apporto sinora guardato con imperturbabile sospetto – una soluzione è senza dubbio dietro l’angolo, no? Basta vaneggiare di una possibile trasformazione del “loro” ex Stato di appartenenza in “potenza tutrice” o magari di un ennesimo doppio o triplo passaporto al quale tutti sarebbero ovviamente felicissimi di dare l’assenso.

Negli ultimi tempi abbiamo ascoltato parecchie aberrazioni argomentative come sottofondo al canto di queste nuove e vecchissime sirene. Per esempio che l’autonomia non sia qualcosa di definitivo, ma soltanto una soluzione “transitoria”; oppure che, dopo molti anni di contrasti, è finalmente giunto il momento di una pacificazione duratura. Per non parlare di chi afferma che noi sappiamo fare comunque tutto meglio e allora vogliamo fare tutto da soli. Beata ingenuità! Neppure con un’Autonomia integrale o dando vita a uno Stato Libero sarebbero garantite la pace e l’efficienza eterne.

Nata invece da un faticoso compromesso, l’autonomia di cui adesso disponiamo è un meccanismo obbediente a equilibri delicati e comunque bisognoso di costante sorveglianza. Il che poi non deve certo impedirci di fare un passo oltre l’esistente. Bisognerebbe solo ponderare meglio la direzione nella quale ci vogliamo muovere.

Corriere dell’Alto Adige, 29 marzo 2012

 

27 e 28 marzo 1994

“Le elezioni politiche italiane del 1994 si tennero il 27 e 28 marzo. Si votò in due giornate per venire incontro alle richieste delle comunità ebraiche, che il 27 celebravano la loro Pasqua” (Wikipedia). Sembra incredibile ma c’è qualcuno – non dirò chi – che ha ricordato l’evento con queste esatte parole: “Oggi é [sic] il nostro 25 aprile, il 27 marzo del 1994 per la prima volta Silvio Berlusconi vinse le elezioni in Italia“. Da notare la sostituzione (sostituzione, neppure accostamento!) delle date in relazione a uno scempiato concetto di libertà: si dimentica volutamente il significato della “liberazione” del Paese dall’oppressione nazi-fascista e si allude a una “liberazione” che coincide con l’avvento di Berlusconi e della sua truppa di malfattori alla guida della nazione. Il pensiero corre immediatamente a quell’Ellecosta che, anche lui spregiando il significato del 25 aprile, proponeva di sostituirlo con l’8 settembre (data dell’entrata in Italia dell’esercito tedesco).

Per conoscere quali siano state le conseguenze di quella famosa “liberazione” basta misurare la distanza che separa le parole del guitto e pappone Emilio Fede dal paesaggio di rovine politiche, economiche e morali che ci sta attorno dopo diciotto anni da quel giorno fatidico. Non che la responsabilità sia tutta sua, ovviamente. Ma suo è e rimarrà il segno più nefasto.

Per non dimenticare (e quanti, invece, già lo stanno facendo) riporto alcune righe di una commemorazione più vicina alla verità dei fatti:

L’ancora poco conosciuto Joker s’affacciava da una nuvola turchina: promette vita comoda, allegra, sicura; manda all’Italia sommesse dichiarazioni d’amore; sorride enchanteur, artefatto dai capelli ai tacchi; spaventa teste deboli agitando fantasmi comunisti; ostenta pose pragmatiche; esibisce patenti cattoliche. Qualche precedente constava, il resto affiora dagli atti giudiziari. Lo pseudouomo nuovo s’era ingrassato nella vecchia politica, i cui rottami eredita: tessera P2 n. 1816; ombre mafiose segnano una carriera le cui matrici tiene ermeticamente nascoste; i soldi gli uscivano dalle orecchie; comprava favori ministeriali; monopolista pirata delle televisioni commerciali, vi pesca i voti che lo proiettano a Palazzo Chigi, col fine manifesto d’evitare rendiconti penali, e apre nuovi cicli d’affari. Non gli servono più costosi patroni: lo Stato diventa roba sua; traffica, blatera, governa, legifera in eversione permanente, furioso contro i relitti dell’antiquata civiltà giuridica. L’estero guarda allibito: vola l’epiteto “sinistro buffone”; nelle visite ufficiali spende gaffes, squallidi istrionismi, barzellette oscene. Non sale dall’inferno: lievitava nel tiepido brodo italiano, finché interviene la mutazione genetica; storie d’ordinario malaffare producono fenomeni monstre.

F. Cordero, L’opera italiana da due soldi. Regnava Berlusconi, Bollati Boringhieri 2012, pp. 119-120

Requiem per AT

Apprendo con tristezza della morte di Antonio Tabucchi. Sono affezionato a questo scrittore – pisano di nascita, ma lusitano d’adozione – perché nel 1994, mi trovavo a Bologna in un periodo molto importante per la mia vita, lessi alcune delle sue pagine che più mi restituiscono, ancora oggi, il sapore di quel tempo. Poi ho smesso di seguirlo, confesso, e mi pare anche che la qualità della sua scrittura sia andata calando (in questo senso l’impegno politico, il suo antiberlusconismo militante, non gli ha fatto bene, rendendolo solo una delle voci tra le tante, perlopiù inutili, che si sono scagliate invano contro quel tristo personaggio). Stasera vorrei comunque ricordarlo con un breve racconto – che poi è soprattutto una straordinaria lettera d’amore – contenuto nel libro “I volatili del Beato Angelico” (Sellerio, 1987). Addio, Antonio.

La notte, in queste latitudini, cala all’improvviso, con un crepuscolo effimero che dura un soffio, e poi è buio. Io devo vivere soltanto in questo breve spazio di tempo, e per il resto non esisto. O meglio, ci sono, ma è come se non ci fossi, perché sono altrove, anche lì, dove ti ho lasciata, e poi dappertutto, in tutti i luoghi della terra, sui mari, nel vento che gonfia le vele dei velieri, nei viaggiatori che attraversano le pianure, nelle piazze delle città, con i loro mercanti e le loro voci e il flusso anonimo della folla. E’ difficile dire come è fatta la mia penombra, e che cosa significa. E’ come un sogno che sai di sognare, e in questo consiste la sua verità: nell’essere reale al di fuori del reale. La sua morfologia è quella dell’iride, o meglio delle gradualità labili che già non sono più mentre sono, come il tempo della nostra vita. Mi è dato di ripercorrerlo, questo tempo che più non è mio e che è stato nostro, ed esso corre svelto all’interno dei miei occhi: così rapido che io vi scorgo paesaggi e luoghi che abbiamo abitato, momenti che abbiamo diviso, e anche i nostri discorsi di un tempo, ricordi?, parlavamo dei parchi di Madrid e di una casa di pescatori dove avremmo voluto vivere, e dei mulini a vento, e delle scogliere a picco sul mare una notte d’inverno quando mangiammo il pancotto, e della cappella con gli ex-voto dei pescatori: madonne dal volto di popolane e naufraghi come burattini che si salvano dai flutti attaccandosi a un raggio di luce piovuta da cielo. Ma tutto questo che mi passa dentro gli occhi, e che io pure decifro con esattezza minuziosa, è così rapido nella sua inarrestabile corsa che è solo un colore: è il malva del mattino sull’altopiano, è lo zafferano nei campi, è l’indaco di una notte di settembre, con la luna appesa all’albero sullo spiazzo di fronte alla vecchia casa, l’odore forte della terra e il tuo seno sinistro che io amavo con maggiore intensità, e la vita era lì, placata e scandita dal grillo che abitava accanto, e quella era la notte migliore di tutte le notti, perché era una notte liquida, come la polpa di un’albicocca.  Nel tempo di questo infinito minimo, che è l’intervallo fra il mio ora e il nostro allora, ti dico arrivererci e fischietto Yesterday e Guaglione. Ho posato il mio pullover sulla poltrona accanto alla mia, come quando andavamo al cinema e aspettavo che tu tornassi con le noccioline.

“La generazione”: libro della raggiunta consapevolezza

Ci sono giorni possibili, altri mondi immaginabili, finché siamo giovani

(S. Lenzi)

L’esordio letterario di Simone Lenzi – sto parlando dell’opera “La generazione” (Dalai editore, 2012) – non è in realtà un vero esordio. Non tragga dunque in inganno la forma scelta dall’autore per riversarvi la sua scrittura (si tratta di un breve romanzo): ogni pagina rivela una meditazione stilistica assai raffinata ed espone, anche a un primo sguardo, una stratificazione che non solo è possibile, ma addirittura necessario leggere alla luce della sua produzione “non letteraria” (meglio: “non apparentemente letteraria”) precedente questo libro: essenzialmente, ma non “solo”, canzoni. In termini strutturalisti (uso questa spiegazione anche con ironia, giacché sono piuttosto scettico che nel caso specifico occorra il ricorso allo strutturalismo per parlare di – e soprattutto godere – questo romanzo) si potrebbe dire che se nella produzione letteraria la forma e la sostanza dell’espressione diventano (forma del) contenuto, Simone Lenzi è talmente “letterato” da fregarsene abbastanza della rigidità di un simile formalismo. Sarà dunque l’esigenza posta dal contenuto a scegliere di volta in volta la forma più adatta allo scopo di esprimerlo. A questo punto tra canzoni e romanzo la linea di confine si assottiglia parecchio.

Di cosa parla “La generazione”? La trama può essere resa in modo stringato: c’è un protagonista che fa il portiere di notte in un albergo, ha raggiunto più o meno la metà del cammino della sua vita (oggigiorno collocabile intorno ai quarant’anni), è sposato, vuole (anzi: “vorrebbe”) avere figli, ma i figli non vengono. La coppia si sottopone quindi a un programma di fecondazione assistita e l’argomento è trattato con una sapiente miscela di descrizioni tratte dall’esperienza diretta, d’inserti ricavati dalla letteratura scientifica sull’argomento della generazione e riflessioni personali (forse perché conosco alcuni retroscena, ma a tratti il libro di Lenzi mi ha ricordato alcune pagine di “Sguardo e destino” di Aldo Giorgio Gargani). Non rivelo il finale per ovvi motivi.

Nessuna trama però può svelare qualcosa di veramente essenziale sul contenuto di un libro (sempre che si tratti di un testo autenticamente letterario, ça va sans dire). Dunque la domanda va ripetuta: di cosa parla “La generazione”? Vorrei azzardare un giudizio (anche se “il giudizio è difficile”, come recita il titolo ippocratico dell’ultimo capitolo) che sfrutti appieno l’ambiguità del titolo: “La generazione” è (anche) un libro generazionale sull’acquisizione di una consapevolezza filosofica. Muovendo insomma dai problemi più manifesti dei quali esso tratta, il testo sprigiona gran parte del suo senso a partire dalla luce diffusa di un’intera epoca, la nostra, che pur restando sullo sfondo dell’intreccio, riesce parimenti a chiarirlo. Questa medesima luce, poi, si allarga fino a toccare le cose ultime con le quali ogni uomo (e ogni donna) che nasce prima o poi è chiamato (è chiamata) a confrontarsi.

Il correlativo oggettivo di un simile Zeitgeist è costituito dalle rotatorie, nelle quali il protagonista teme di perdersi non riuscendo a scegliere il momento per centrare l’uscita giusta. Il nostro portiere di notte, assorbito nelle letture sul tema della generazione in senso procreativo, intuisce oscuramente questo nesso. E se un supplemento d’insonnia l’avesse portato ad estendere le sue ricerche appena di un palmo, avrebbe potuto per esempio scoprire che il primo comune italiano ad adottare la cosiddetta “rotonda” fu Lecco, nel 1989. È dunque proprio a quell’altezza temporale – precisamente, alle soglie degli anni novanta, com’egli pure arriva a supporre – che in Italia si colloca quella particolare frattura culturale in grado di dissolvere in pochissimo tempo il mondo così come noi l’avevamo fin lì conosciuto.

Di cosa fosse fatto quel mondo, quali particolari strutture esso rendesse cogenti, condizionando con ciò la vita degli individui che vi abitavano, è spiegato all’inizio in modo inequivocabile mediante un’altra immagine “densa”, vale a dire un libro d’istruzioni, un vero e proprio manuale per la produzione di una donna di casa perfetta, che rappresenta evidentemente la soglia antropologica, ma anche epistemica, spazzata via dalla successiva epoca delle rotatorie. Mentre infatti in un mondo informato dai principî della precettistica del “Libro d’oro della donna” è l’intersezione tra rigorosi elementi verticali e orizzontali a costituire un sicuro ordine di riferimento “cartesiano” (e sulle strade avremo il corrispondente “incrocio” a disciplinare con la sua gerarchia di precedenze il flusso del traffico), in un mondo sempre più invaso dalle rotatorie il flusso (non solo quello circolatorio) è pensato per non essere mai interrotto, ma solo rallentato. Un mondo che non obbedisce a segmentazioni gerarchiche, ma invita chiunque vi si trovi coinvolto a restare nell’incantamento del suo rondò illusoriamente democratico e giovanilistico. È insomma l’epoca delle possibilità infinite, di un’ermeneutica costantemente reversibile e modulabile senza l’assillo di conformare l’esito di una lettura immaginifica all’oggettività del testo, e di una vita mortificata spesso dalla tecnica che in modo inevitabile cerca di scorgere proprio nella tecnica l’opportunità di manipolare i limiti stessi della vita.

Sarà la realtà (è sempre “la realtà”, vale a dire ciò che non si lascia determinare a priori) a fornire risposte opposte all’esito scontato di un programma costruito in base al desiderio ingenuo dell’affrancamento da ogni imprevisto. Disciplinata in rigidi reticoli ortogonali o liberata in una circolarità senza capo né coda, la vita non cesserà di essere breve, l’arte non diventerà più succinta, l’esperienza non smetterà di tenderci i suoi tranelli, gli esperimenti continueranno a essere rischiosi e il giudizio rimarrà comunque difficile. Bisogna esserne consapevoli. “La generazione” è per questo il libro di una raggiunta consapevolezza.

La rivoluzione conservatrice

Ulli Mair

Una breve premessa al mio editoriale odierno. Da qualche giorno è possibile consultare online un progetto di Costituzione sponsorizzato dal partito sudtirolese dei Freiheitlichen [QUI]. Si tratta, a parte tentativi analoghi condotti su un piano amatoriale, del primo sforzo compiuto al fine di riempire con qualche contenuto la “scatola vuota” dell’autodeterminismo locale. Bisognerebbe a mio avviso occuparsi nel dettaglio dei vari articoli contenuti in questa bozza di Costituzione anche magari al solo scopo di verificarne senso e prospettiva. Una prima recensione (critica) della Costituzione “blu” la si può intanto leggere sul sito degli autodeterministi socialdemocratici [QUI]. Le considerazioni di Simon Constantini, l’architetto con l’hobby dello staterello indipendente, sono in larga parte condivisibili. Strano solo che all’estensore della nota sia sfuggito il fatto che questa Costituzione – scritta da un professore universitario di Innsbruck – sia in fondo l’ennesima espressione di un contributo politico portato dall’esterno (in questo caso dall’Austria) e non il frutto di una ponderata discussione o elaborazione autoctona (e men che meno di matrice o anche soltanto d’ispirazione “post-etnica”).

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Il terzo congresso straordinario dei Freiheitlichen si apre oggi pomeriggio all’hotel Scheraton di Bolzano. L’aggettivo “straordinario” prelude a un cambiamento al vertice del partito. Dopo diciotto anni, Pius Leitner passerà la leadership dei “blu” all’attuale e giovane segretaria generale Ulli Mair, la quale potrà così fregiarsi del titolo di Parteiobfrau. Ma straordinario può essere definito anche il cammino che questo partito ha compiuto in circa venti anni, passando dal 6 % dei consensi ottenuti nel 1993 (cioè al debutto sui banchi del Consiglio provinciale) all’attuale 19-21%, almeno secondo quanto asseriscono le ultime rilevazioni demoscopiche.

Per comprendere il grande successo dei Freiheitlichen occorre svolgere un’argomentazione apparentemente paradossale. Essi infatti esprimono sia il compimento che la contestazione del modello autonomistico sudtirolese, giunto intanto da poco – pur senza grandi celebrazioni, e la precisazione non è casuale – al rispettabile traguardo del quarantesimo anniversario dalla sua promulgazione formale avvenuta il 20 gennaio 1972.

Il compimento consiste nella liquidazione, da parte di un numero crescente di persone, di quel sentimento di paura che per decenni ha determinato una spontanea aggregazione intorno alle posizioni della Svp, vale a dire l’unico partito nato con la finalità di capitalizzare il conflitto tra Stato e provincia nei termini di una definizione rigorosa della propria soggettività rappresentativa. Una volta consolidato il terreno giuridico e storico sul quale l’autonomia ha congelato il conflitto etnico, creando di fatto una posizione di preminenza governativa delle minoranze tutelate all’interno della più ampia cornice nazionale ed europea, il benessere e la sicurezza raggiunti a vari livelli hanno aperto però la strada anche ad ambizioni eccedenti il modello che sta alla base di quel benessere e di quella sicurezza. Si è cominciato allora a pensare di poter osare di più e che, anzi, “bisogna tentare l’impossibile per poter ottenere il possibile”, come afferma spavaldamente la citazione di Hermann Hesse posta ad epigrafe della Costituzione dello Stato Libero del Sudtirolo mediante la quale i Freiheitlichen vorrebbero adesso perfezionare la loro peculiare “rivoluzione conservatrice”.

Sottovalutare questa nuova costellazione o, peggio, ignorare la sfida che essa pone alla tenuta delle strutture istituzionali alle quali abbiamo attribuito la definizione del nostro orizzonte di convivenza, sarebbe alquanto pericoloso. Da qui al prossimo appuntamento elettorale (tra appena un anno) potrebbero emergere linee di frattura in grado di mutare in profondità il volto del Sudtirolo così come l’abbiamo finora conosciuto.

Corriere dell’Alto Adige, 17 marzo 2012