Del mio diventar vecchio

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Del mio diventar vecchio temo in primo luogo la prossimità insostenibile del pronome “mio” a ridosso di un verbo che, unito all’aggettivo, non promette nulla di buono. Il “mio diventar vecchio” non equivale infatti al “diventar vecchio” di nessun altro ed è precisamente l’impossibilità di poter effettuare un qualsiasi scambio di persona (né col “tuo diventar vecchio”, né col “suo diventar vecchio o vecchia”, né col “vostro diventar vecchi”, né col “loro diventar vecchi”) ciò che lo rende solo “mio” – e dunque particolarmente insostenibile. Temo il mio diventar vecchio perché mi toglierà uno a uno i denti di bocca, mi piegherà la schiena, mi macchierà la pelle, mi spegnerà la vista, mi affaticherà le gambe, mi farà tremare le mani, mi impedirà di godere di una donna, ma anche di una semplice passeggiata, quindi mi farà scordare molte cose: non solo chi io “sia” (anche se ciò potrebbe essere auspicabile), ma persino che io “sia stato”. Temo il mio diventar vecchio perché come la marea sommerge la costa, basterà affidarsi ad un banale calcolo della probabilità per accorgersi da quale parte andrà a cadere la moneta. Chi diventa vecchio lo sa, insieme al piccolo esercito degli “scampati”, ogni giorno più esiguo. Temo il mio diventar vecchio come si teme l’epidemia della disperazione, la lebbra delle illusioni, la mano del boia sulla spalla. Temo il mio diventar vecchio negli sguardi che vedranno solo “un vecchio”, la riduzione dell’individuo alla sua specie, e della specie solo la parte trascurabile, quella che un regista affiderebbe a una comparsa o al protagonista condannato a non poter far altro che recitare se stesso, la schiena appoggiata al sipario che già comincia a chiudersi. Temo il mio diventar vecchio per le mani estranee che mi rivolteranno, e avranno poca premura, poco amore, poco interesse nel farlo, temo il desiderare il loro stesso desiderio di allontanarsi il più velocemente possibile da “me”, ma anche la stanchezza rassegnata della consolazione, il veder pensare ad altro, la facilità con la quale chi non è vecchio penserà che io non sia più capace di capire, e perciò la sbadataggine, la truffa, il dileggio. Temo il mio diventar vecchio nella desolazione di un letto da malato, il passaggio indifferente della luce sul soffitto, il precipizio dei giorni, l’assedio del dolore, e tra mille altri dolori l’annuncio di quello irrimediabile, quello che spezza il respiro prima dell’ultimo respiro. Temo il mio diventar vecchio per gli odori ai quali finirò presto per abituarmi, ai quali però nessun altro si abituerà, fino a rendere fastidiosa la mia sola presenza, rivelata da uno stizzito spalancare le finestre (e temo la frase “adesso cambiamo un po’ l’aria”, sapendo di essere la principale causa dell’aria viziata). Temo il mio diventar vecchio per i giorni dell’abbandono, quando niente è più riconoscibile, fino all’estraneità di se stessi rispetto a se stessi e alla spossatezza che si riflette nello specchio dimenticato sulla faccia di un armadio aperto, o chiuso, sempre da altri. Temo il mio diventar vecchio per la solitudine che si allargherà intorno a me, per l’inutilità di una bella giornata, la fatica di organizzare l’ultimo viaggio senza avere nessuna voglia di partire. Temo la morte, ma ancora di più il desiderio di morire che non può essere soddisfatto perché si tinge ancora di un’ultima paura, quella del “dopo”, dimensione nella quale molti vecchi dicono di abitare senza averla già conosciuta, eppure la sentono, come forse la sentirò io – alla fine del mio diventar vecchio.

Sarnonico, Val di Non (Tn), 29 aprile 2016

Accoglienza e cattivi esempi

Refugees are welcome

Il dibattito sull’accoglienza dei cittadini stranieri ai quali è riconosciuto lo status di “profughi” rischia sempre di degenerare in una sterile contrapposizione tra favorevoli e contrari, almeno finché non siamo disposti a considerare in modo più approfondito a cosa ci riferiamo. Per farlo, purtroppo, occorre talvolta addentrarsi in una selva di competenze.

Alcune associazioni che si occupano dei diritti dei migranti hanno posto da tempo all’attenzione degli organi istituzionali competenti il caso di 240 cittadini afghani e curdi, dunque pienamente corrispondenti allo status di “rifugiati”, che però non risultano intercettati dal sistema di accoglienza provinciale né prefettizia, e dunque permangono in una condizione di sospensione assai problematica, essendo in buona sostanza ridotti al trattamento in uso per persone definite “senza fissa dimora”. Come se non bastasse, le strutture attualmente messe a disposizione oltre la cosiddetta “emergenza freddo” per il servizio di ricovero notturno (si tratta dei due centri “Salewa” e “Lemayr”) si limitano all’erogazione di 140 posti letto e sono dunque ben lontane dal poter garantire quegli standard previsti dalla legge (nessuna limitazione di tempo, due pasti caldi al giorno, corsi di lingua, assistenza legale e sanitaria) in casi analoghi.

Chiamato a rispondere nel merito, il governatore Arno Kompatscher si è riferito a una mancanza da parte dello Stato centrale, che non avrebbe proceduto all’identificazione di questi “profughi ordinari” mediante il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (il SPRAR, al quale peraltro la Provincia di Bolzano non aderisce) e così li avrebbe in sostanza condannati a cadere in una sorta di vacuum assistenziale. Un bisticcio di competenze che non è solo fonte di discriminazione e danno per adesso circoscritto ai casi citati, ma che potrebbe certamente aggravarsi allorché la nuova situazione internazionale, determinata in primo luogo dalla chiusura della frontiera del Brennero, farà lievitare il numero dei rifugiati non più semplicemente in transito nella nostra provincia.

Dalla vicenda, intanto, si ricava un succo amaro. Rinfacciare insensibilità agli Stati che stanno serrando i propri confini, con la speranza di influenzarne le scelte, risulterebbe in effetti maggiormente possibile se svolgessimo per intero i nostri compiti, per esempio mediante una più trasparente (ed efficiente) gestione integrata delle possibilità di accoglienza che abbiamo il dovere di garantire in prima persona. Dichiarare di essere “aperti” senza dimostrare di saper organizzare tale “apertura” rappresenta la migliore legittimazione dell’altrui “chiusura”.

Corriere dell’Alto Adige, 28 aprile 2016

Un abbraccio che piace a pochi

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Nel suo intervento rivolto agli elettori italiani, pubblicato venerdì 15 aprile sul Corriere dell’Alto Adige, il candidato sindaco della Svp Christoph Baur ha scritto che la sua proposta non deve essere intesa come un ritorno al passato, alludendo cioè all’ultimo governo cittadino esercitato da un borgomastro di lingua tedesca, Julius Perathoner, bensì come un gesto innovativo, da compiere per “rompere gli schemi”. Il passo saliente della sua esposizione contiene persino una sfumatura autocritica: “I vecchi schemi riguardano anche i comportamenti del partito che rappresento, la Svp, che sta facendo grandi passi nel superare l’idea di doversi assumere a Bolzano responsabilità solo per i cittadini di lingua tedesca e ladina”.

Ci si potrebbe chiedere realisticamente in cosa consistano questi “grandi passi”, al fine di saggiare la credibilità di una tale apertura. L’ha subito fatto, per esempio, il candidato sindaco del Pd, Renzo Caramaschi, il quale non ha peraltro trovato difficoltà nel rispondere: “Se io volessi candidarmi con la Svp, loro non me lo consentirebbero in quanto italiano. Però dagli italiani, adesso, vogliono i voti. Eppure nel loro statuto c’è scritto che tutelano i tedeschi e i ladini, quasi che noi fossimo una razza inferiore”. Dunque un palese “no, grazie” connotato da infastidito sospetto.

È indubbio che la campagna elettorale non offra la migliore superficie d’appoggio per approfondire tale discussione, data soprattutto l’ipersensibilità nei confronti delle paventate “invasioni di campo”. Inoltre, facendo distillare il contenuto delle dichiarazioni di Baur con il fuoco polemico di Caramaschi, il precipitato che si ottiene è più omogeneo di quanto sembri, riducendosi in sostanza alla questione del primo passo: deve essere la Svp a procedere a una riscrittura dei suoi principi costitutivi, prima di poter esprimere posizioni più inclusive, oppure il credito rispetto a quest’apertura deve essere accollato interamente agli “italiani”, scommettendo cioè a scatola chiusa su un cambiamento per adesso soltanto annunciato?

Come si vede, si tratta ancora di semplici speculazioni che non lasciano presagire nulla di nuovo. Contrariamente a quello che in genere si dice, la mancanza di coraggio, la permanenza all’interno dei vecchi schemi e degli automatismi legati all’interesse nel mantenere una “rappresentanza divisa” caratterizza la società altoatesina e sostiene, anziché depotenziare, il discorso dei politici. Prendiamone atto senza accusare sempre gli “altri” di frenare uno sviluppo che, in realtà, ben pochi vogliono. 

Corriere dell’Alto Adige, 19 aprile 2016

Gli estremi non si toccano

Gli estremi 1

Le manifestazioni di sabato e domenica hanno generato un racconto fin troppo simile. Occorre così ripercorrerne la trama e individuare la loro differenza, anche a costo di estremizzare a nostra volta, a costo di reagire alle ferite ferendo, a costo di non rispettare quella correttezza, sempre un po’ falsa, che è solo accettazione dell’esistente e assuefazione alla degenerazione dell’esistente.

Le cose, il loro punto di vista. Sono piani che raramente coincidono, anche se alle prime passiamo accanto sfiorandole con la mano che vorrebbe comprendere il secondo, o meglio ricomprenderlo a partire dalla molteplicità degli approcci di chi le guarda. Capita così che, tra sabato e domenica, giornate di manifestazioni assai diverse, l’“opinionismo moderato”, quello che tende volentieri a scambiare la propria mediocrità per oggettività, abbia prodotto la narrazione di una contrapposizione in equilibrio, risolta in un simmetrico giudizio di estremismo.

Gli estremi 3

Marcia su Bolzano

Tutto sommato poco rilievo è stato dato all’inaudita marcia su Bolzano organizzata da neofascisti e neonazisti tedeschi. Un taglio basso, minimizzante, che di sicuro non ha fatto il giro del mondo per dire che ci trovavamo in realtà davanti a uno sfregio sul volto della città, alla coartazione del diritto democratico di manifestare, in questo caso usato per esibire con fetido orgoglio la peggiore tradizione antidemocratica, quella che precipitò l’Europa in una notte lurida e ora vorrebbe salvarla utilizzando le stesse menzogne, il richiamo al “sangue e suolo”, la crociata contro il diverso, l’altro, ma specialmente il più bisognoso, il povero, il perseguitato, perché per proteggere le “nostre radici cristiane” occorre evidentemente sputare sul Vangelo e piantare la corona di spine su chi passa settimane in una tenda, davanti a una rete metallica di una frontiera balcanica o, come chiedevano, come sperano, anche al Brennero. Tra i figuri in camicia bianca (“simbolo di purezza”, non si è vergognato di affermarlo il piccolo gerarca Roberto Fiore) anche un tizio allampanato, le tempie rasate e i baffetti quasi hitleriani. Povera mente devastata dall’odio e dall’ignoranza, la cui vacuità era amplificata dal megafono di chi guidava il corteo e invitava la popolazione a non credere né allo Stato né alle menzogne della “stampa mendace”, evidentemente perché voglioso di veder menare le mani e brandire le fiaccole a tempo debito.

Qui il punto di vista dei passanti è apparso distratto, annoiato come quello dei reporter che devono andare di fretta. Un bambino, fortunatamente risparmiato dalla conoscenza del contesto, ha rivolto una domanda alla madre mentre gli energumeni tatuati berciavano “Forza Nuova”. “Mamma, ma perché dicono uova”? L’unico raggio di poesia in tanto abominio.

Gli estremi 2

L’invenzione del confine

Immenso rilievo, persino su giornali e siti stranieri, ha conquistato invece la marcia domenicale dei centri sociali al Brennero. Il Dolomiten è uscito il giorno dopo parlando dei “Chaoten”, cioè dei “casinisti”, ingigantendo lo scontro avvenuto con i poliziotti austriaci duecento metri dopo il confine. Ero a pochi metri e quello che ho visto è stato molto diverso. La colluttazione, la prova di forza, ovviamente c’è stata. Saliti con l’intenzione di esorcizzare la sua produzione, lo sbaglio è stato quello di andarsela a cercare, quella maledetta frontiera, anche se in realtà non era stata trovata, dissolta nell’aria tiepida del primo pomeriggio. Chi teme il fantasma nella casa degli spiriti interpreta il ticchettio di una sveglia come una clessidra di morte. Ma poi, alla prova dei fatti, il tentativo di proseguire la strada forzando il blocco ha partorito una scaramuccia, ovviamente dolorosa per qualcuno, stupida per altri (e bisognava evitarla, per evitare di nutrire i pregiudizi pronti a scattare al varco), senza però intaccare l’evidenza di una partecipazione pacifica, motivata dal sacrosanto allarme nei confronti di un Continente sempre più ripiegato su sé stesso, incapace di accogliere, incapace di respingere, incapace di pianificare interventi sensati nelle terre dalle quali si origina il grande esodo, e intanto i suoi abitanti danno di nuovo per scontato che ogni Stato, ogni Nazione (giacché il linguaggio dell’Ottocento continua a farcire i proclami di tutti, a cominciare dai sognatori di un’Europa delle piccole patrie, i feticisti della Selbstbestimmung) possa chiudere i propri cancelli in nome dell’egoismo pusillanime.

Gli estremi 4

Ho scattato una foto, a un certo punto, accorgendomi di qualcosa che stava accadendo sopra il livello della strada. Sopra il ponte di vetro e metallo prospiciente l’ultima rotonda della “Patria” (questa penosa finzione), presidiata dal ceppo di confine che ancora gronda del sangue di centinaia di migliaia di poveri soldati massacrati esattamente cento anni fa, su quel ponte teso tra le due parti dell’Outlet, meta delle gite domenicali compiute da chi non può smettere di comprare neppure la domenica, erano assiepati i turisti del confine, a fotografare o riprendere ciò che di certo non avevano messo in conto di vedere. Mi hanno fatto l’effetto di animali in gabbia, oppure, ché il punto di vista può essere sempre rovesciato, eravamo noi quelli in gabbia, noi là sotto, e loro ci vedevano come si guardano gli animali di uno zoo, strani animali che hanno a cuore gli altri animali, ma che vorrebbero essere anche qualcosa di più che semplici animali, e non soltanto con gli occhi lucidi davanti alla fotografia del bambino riverso sulla spiaggia (si chiamava Aylan, ricordate?), senza più vita, morto e già dimenticato, quindi ammazzato ogni volta che è stato e verrà di nuovo dimenticato.

La voce di Olfa ci fa sperare

Olfa

Fotografia di Gilberto Cavalli

Quando cominciai a interessarmi di politica locale e a scrivere sui forum disponibili in rete, circa quindici anni fa, adottai per molto tempo un nickname che voleva essere programmatico: étranger, straniero.

L’uso del francese era un omaggio ad Albert Camus, a Edmond Jabès e a Jacques Derrida, alcuni dei miei scrittori e filosofi di riferimento, ma intendeva anche sottolineare un’esigenza comunicativa al di là dei più prevedibili schemi. Una mossa di apertura al fine di sospendere in linea di principio gli automatismi che regolano una visione statica dell’identità. Lo straniero, infatti, è per definizione colui che non aderisce senza residui al contesto in cui si trova ad operare, non si colloca immediatamente su uno dei fronti consolidati, ma proprio per questo, come una cartina di tornasole, riesce ad evidenziarne i meccanismi e le attitudini peculiari. Eppure, nonostante questa finzione d’autore, io non ero, non sono straniero. Sono “italiano”, anche se contrario a rientrare docilmente nella categoria.

Chi invece appare o viene percepita come “straniera” è Olfa Sassi, originaria della Tunisia ed eletta come “italiana” tra gli otto rappresentanti della società civile che andranno a costituire il gruppo dei complessivi trentatré cui è affidato adesso il compito di elaborare le proposte necessarie alla riforma dello Statuto di autonomia. Il fatto non ha mancato di suscitare spiacevoli polemiche. Ma come, questo il principale dubbio sollevato, una tunisina dovrebbe interpretare le esigenze del gruppo linguistico italiano? Si tratta di un rilievo che discende, in modo pavloviano, dall’impostazione stessa della rappresentatività prevista dal metodo di selezione prescelto: anche chi sarebbe in teoria favorevole all’evoluzione di un Sudtirolo post-etnico non sfugge alla cruna del vecchio gioco delle appartenenze e ne sconta le scorie.

La domanda allora diventa: pur non coltivando soverchie illusioni, ma continuando ancora a vedere di buon occhio una simile evoluzione, abbiamo sul serio motivo di rammaricarci se le le nostre ragioni vengono portate avanti da chi, per statuto ontologico, ha la fortuna di far risaltare tutta la contraddizione nella quale ci troviamo incastrati, lasciandoci insomma almeno gustare l’esistenza di un briciolo di lievito post-etnico dentro a un impasto di tutt’altra natura? Olfa Sassi merita dunque tutta la nostra simpatia e il nostro incoraggiamento per una sfida che, al di là della Convenzione e dei suoi limiti, può essere sostenuta anche dall’esterno, nel teatro quotidiano di una convivenza e di un’integrazione non solo formale.

Corriere dell’Alto Adige, 6 aprile 2016