Ipotesi su una sconfitta

Galata morente

Io alle elezioni ho sempre perso. Sconfitte ampiamente previste, peraltro. Sconfitte che erano sconfitte anche alla luce di una disfatta già data per acquisita: eccola, la ferita, metti pure il sale. Ovviamente non si tratta di un caso. Anche le sconfitte vanno allevate. Non dico che si nasca già sconfitti, questo no, ma il senso per la sconfitta ti accompagna dai primi giorni, come una polvere che non si deposita mai, che non fa filtrare la luce del giorno. La sconfitta è anche poetica, non solo ipotetica: la testa abbassata del Galata morente. Le belle bandiere sono quelle strappate. Chi vince, invece, ha sempre qualcosa di brutto, di insopportabilmente presuntuoso. Sarà che la vittoria non assomiglia alla vita, palesemente. La vita, se vince, non lo sa. E non sapendolo non può celebrarsi o farsi celebrare. La vita non alza al cielo i calici, manda piuttosto in frantumi i bicchieri, disperde il liquido a terra e la feconda. E attende, la vita sa attendere. Io alle elezioni ho sempre perso ma non ho mai smesso di attendere. Ogni volta m’incanta questa processione ostinata, che molti, se venissero interrogati, attribuirebbero alla mera espletazione di un “dovere”. “Votare è un dovere”, dicono, mentre salgono le scale, o stanno in fila a guardarsi le scarpe, nei corridoi, col carabiniere che osserva, accertandosi che non ci siano sorprese. Ogni volta scruto questi scrutatori, le persone che stanno al seggio (mi chiedo perché non l’abbia mai fatto, una volta ci vorrei provare anch’io a stare lì tutto il giorno e la notte, per vedere come hanno votato gli iscritti in quella sezione) e annotano il numero della carta d’identità e della tessera elettorale, e poi ci danno la matita con la scheda (“prego”, “grazie”). Dietro la tenda il tempo si ferma: quanto si può restare? Ognuno fa quello che deve fare sempre un po’ preoccupato di sbagliare, ché – alle volte – la scheda non si riesce a chiudere bene. Piccoli imbarazzi. A me piacciono quelli che si portano dietro, anche dentro la cabina elettorale, i bambini piccoli. L’ho sempre fatto anch’io. Non so se è consentito, peraltro, ma non ho mai trovato degli scrutatori che me l’abbiano impedito. La sconfitta dei padri ricadrà anche sui figli? Essere abituati alla sconfitta non significa certo desiderarla, desiderare che la sconfitta abbracci i propri discendenti sarebbe da cretini. A parole tutti vorremmo un mondo più giusto, un mondo più bello in cui vivere. Ma la differenza tra chi lo vuole davvero per tutti, questo mondo più bello e più giusto, e chi, invece, lo vuole solo per un numero ristretto di persone, per quelli come lui, o come lei, che gli o le somigliano di più, questa resta decisiva e dà significato alla differenza tra gli sconfitti, quelli che saranno sempre inevitabilmente sconfitti, e quelli che invece potranno festeggiare cospicue vittorie (si vince in pochi, si perde in molti). Solo chi avrà la forza di perseverare, di non rassegnarsi alle ingiustizie, potrà accettare con serenità il ripetersi delle sconfitte, proponendosi quindi di non abdicare al tentativo di riprovarci, di rialzarsi, e tentare di nuovo. Solo se l’ipotesi di una vittoria albergherà nella certezza della sconfitta, ci sarà ancora speranza di vivere con tenerezza e con rabbia, senza rassegnazione.

#maltrattamenti

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Se Strache fosse italiano

Strache Salvini

Proviamo per un attimo a immaginare se il cosiddetto attentato della stampa tedesca al numero due del governo austriaco (e numero uno dei Freiheitlichen) Heinz-Christian Strache fosse avvenuto in Italia. Immaginiamo dunque un politico al culmine della piramide, al vertice della potenza che è in grado di esprimere, con i media continuamente gravitanti su di lui (volevo aggiungere la variante “su di lei”, ma sarebbe davvero come voler rendere il caso ancora più raro e improbabile), immaginiamo che questo politico venga fatto accomodare in una trappola studiata a dovere, sia ammorbidito da molti bicchieri di alcol e con ciò reso loquace su temi altamente compromettenti, capaci insomma di rovinarne la reputazione esibendolo in una versione incompatibile con il ruolo istituzionale ricoperto. E immaginiamo ovviamente che il tutto venga filmato per ore, in modo che non ci possano essere dubbi di sorta sull’autenticità del documento, che non vi siano ambiguità possibili sul tenore delle cose assolutamente sconvolgenti e imbarazzanti che vengono esibite. Che cosa accadrebbe? Che cosa accadrebbe, dico, a quel politico “italiano” se venisse trattato com’è stato trattato Strache? Non affrettatevi a dire “non accadrebbe nulla” (come tutti avrete certamente cominciato già a dire). Limitiamoci a proferire un “dipende”. L’Italia è il Paese del “dipende” e della “cresta dell’onda”. Chi è sulla “cresta dell’onda”, chi si trova al centro di un vortice di popolarità che da noi significa sempre essere al centro di una strategia di polarizzazione buona a dividere l’opinione pubblica in amici idolatranti e nemici giurati, ha ovviamente da temere (ma è un timore anche auspicato, per certi versi) che il clamore suscitato da un caso del genere acuisca ancora di più tale polarizzazione, renda la contrapposizione tra fiancheggiatori e denigratori una specie di guerra civile, e soprattutto faccia assumere alla contesa una dimensione di guerriglia ideologica in cui i fatti in origine così eclatanti perdono però anche rapidamente peso, assumono soltanto l’aspetto di uno sfondo dal quale si è partiti per battagliare e per esercitare la più sofisticata tecnica dell’interpretazione dietrologica. Solo se il politico non si trovasse sulla “cresta dell’onda”, invece, se fosse insomma già in qualche modo declinante e non potesse contare sull’appoggio di un flusso d’opinione favorevole, avrebbe allora da temere una scossa capace di buttarlo giù da cavallo, infangandone il nome fino al punto da rendergli impossibile continuare ad essere ciò che in seguito all’accaduto non potrebbe mai più essere. In Italia, insomma, ogni evidenza “dipende” sempre dal complesso gioco relazionale e di potere che può riuscire (o non riuscire) a manipolare e gestire la dimensione dello scandalo, talvolta finendo con il depotenziarne la portata fino al punto da trasformare in un fattore di inaspettata forza e prestigio persino eventi nati per generare il massimo dello scorno e della debolezza. Il confine tra l’Italia e il resto del mondo è tutto qui: nella capacità di gettare in mare, anche nel peggiore e più agitato dei mari, la scialuppa di salvataggio del “dipende”.

#maltrattamenti

Ambiguità dietro a quei falò

Falò anti-lupo in Alto Adige

Martedì scorso il quotidiano in lingua tedesca «Dolomiten» aveva una foto di apertura alquanto impressionante, accompagnata dal titolo «Dem Wolf auf den Pelz rücken», più o meno traducibile con «Addosso al lupo!». Un primo piano dell’animale con tutti i denti sguainati e un’espressione di palese minaccia. «Il Sudtirolo ha finalmente bisogno di risolvere il problema del lupo», spiegava poi la didascalia, richiamando la necessità di attivare tutte le competenze provinciali del caso per eliminare fisicamente l’animale dai nostri boschi. Un simile ragionamento si può calare pure nella realtà trentina, visto che allevatori e agricoltori provinciali si sono schierati a sostegno della notte dei fuochi organizzata la scorsa settimana in Alto Adige.

La prima questione da porre è questa. Esiste davvero un problema di sicurezza legato alla presenza dei lupi, tanto da rendere urgente l’inasprimento dei dispositivi legali? Nessuna ipotesi di convivenza tra uomini e lupi, perché davvero troppo dannosa, troppo dispendiosa? Di recente una circolare emessa dal ministro dell’Interno aveva infiammato le speranze dei nemici del lupo, alludendo all’esigenza «di adottare interventi di carattere preventivo ai fini della tutela della pubblica incolumità e della salvaguardia delle attività tradizionalmente legate alla montagna, all’agricoltura e alla zootecnia».

Ma in realtà a decidere resta pur sempre l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), togliendo di fatto il vento dalle vele dei sostenitori degli abbattimenti da fare in «casa propria». I dati, del resto, non possono essere definiti veramente preoccupanti. Secondo quanto rilevato dal Servizio foreste e fauna della Provincia autonoma di Trento, i lupi stabili presenti in Trentino sono 38, distribuiti in 7 branchi, e nel 2018 i casi di danni provocati sono stati 65, indennizzati con 76.589 euro. In Provincia di Bolzano, invece, l’Ufficio caccia e pesca è stato in grado di identificare «solo» pochi individui non stanziali, responsabili, sempre per il 2018, di 54 casi di danno accertato con un indennizzo totale di 6.960 euro. A fronte di simili numeri sarebbe molto deludente se un approccio pragmatico (cioè basato sul contenimento e la protezione reciproca) venisse scavalcato da umori che affondano ambiguamente in un retroterra di istinti ancestrali o, più verosimilmente, di convenienze politiche.

Purtroppo il lupo, basta consultare un qualsiasi dizionario dei simboli, è una creatura che più di altre risveglia in noi il terrore nei confronti di realtà oscure: «La magia selvaggia del suo ululato richiama alla mente immagini di paesaggi onirici in cui questi animali sono ammassati sul fondo di un abisso, o si aggirano tra le strade deserte delle città…». Ecco quindi che per contrastarlo non si pensa a modesti steccati, alle recinzioni elettrificate o ai cani, ma si innalzano i fuochi sulle montagne già dedicate al cuore sacro dell’autodeterminazione contadina. Autodeterminazione in questo caso intesa come spazio di incontrastabile antropizzazione del territorio e tolleranza zero per intrusi di ogni sorta.

Corriere dell’Alto Adige / Corriere del Trentino, 17 maggio 2019

La forza (quasi invincibile) dei pregiudizi

martin-heidegger

Martin Heidegger

Una delle poche cose che ho capito leggendo Heidegger è che i pregiudizi sono la porta d’ingresso di qualsiasi impresa conoscitiva. Vado un po’ a memoria, i filologi si rilassino. Ogni possibile comprensione, dice Heidegger, si basa sulla funzione “aprente” di un pre-giudizio (in Heidegger i trattini sono decisivi: de-ci-si-vi). A rischio di banalizzare un po’ (peraltro è bellissimo banalizzare Heidegger, ché si riteneva invece originalissimo e anche originarissimo) possiamo metterla giù così: qualsiasi cosa io voglia dire, pensare, giudicare, il tema sul quale io mi esprimo, penso e giudico mi deve essere in qualche modo almeno già familiare, devo averlo ri-conosciuto (e perciò pre-giudicato) come più o meno noto, certo all’ingrosso e in modo alquanto approssimativo (Heidegger dice “innanzitutto e perlopiù”), e soltanto successivamente posso sperare di essere un po’ più preciso. Solo: quasi mai noi riusciamo ad essere più precisi di come ci dimostriamo all’inizio (ci dice Heidegger e possiamo verificarlo anche noi, prendendoci ovviamente anche ad esempio). In genere questo “innanzitutto e perlopiù” diventa infatti l’unico orizzonte in cui ci muoviamo, non qualcosa che ci consente di specificare ulteriormente il nostro sapere, ma qualcosa che esaurisce il nostro sapere e diventa insomma tutto il nostro sapere, l’unica cosa che sappiamo. Perché accade questo fatto? Fondamentalmente perché noi ci accontentiamo di quello che ci viene tramandato – dalla famiglia, dagli amici, dal nostro ambiente – e in ciò che ci viene tramandato siamo soliti restare inconsapevoli prigionieri (esser convinti di qualcosa significa spesso essere volontariamente prigionieri di questo qualcosa) in ossequio alle prime acquisizioni che abbiamo conquistato (“conquistato” senza combattere, fra l’altro). Ora, la premessa filosofica mi è servita soprattutto per mettervi in guardia davanti a notizie tipo: “Facebook chiude 23 pagine che diffondevano fake news o messaggi violenti”. Chiudere una pagina che diffonde fake news e messaggi violenti (che poi non sono altro che meccanismi abbastanza sofisticati, costruiti allo scopo di confermare tutti i nostri pregiudizi dandoci l’illusione di apprendere una novità) non metterà a tacere la voglia incoercibile di cercare ovunque sempre e solo quelle notizie in grado di consolidare il nostro usuale metabolismo conoscitivo e le nostre comprovate preferenze (o repulsioni). Se Tizio crede che gli immigrati vengono qui solo per sfruttare il nostro meraviglioso stato sociale, se Caio pensa che così facendo essi finiscano col togliere case e lavoro agli autoctoni, e se infine Sempronio ritiene che non siano solo dei profittatori sociali, ma anche degli inesorabili criminali capaci di ogni altra possibile nefandezza, far cambiare loro idea, convincerli a differenziare, a non generalizzare, a ricercare motivazioni e spiegazioni complesse, si rivelerà un’impresa non solo ardua, ma anche completamente inutile. Ma allora, qualcuno potrebbe chiedere, siamo condannati ad annegare senza speranza nelle torbide acque di interpretazioni approssimative e tendenziose? Siamo davvero incapaci di toglierci dal collo il cappio di fake news che fabbrichiamo con i nostri stessi pregiudizi? No, una via d’uscita c’è sempre, sottoporre a verifica i propri pregiudizi è possibile. Ma costa tanta, tantissima fatica. E chiaramente sono pochi quelli che hanno la pazienza ma anche il coraggio di provarci sul serio.

#maltrattamenti

I simboli sono importanti

bessone sordi

Le immagini, i simboli sono importanti. Soprattutto se queste immagini e questi simboli vengono utilizzati in una giornata particolare, com’è stata quella recente del primo maggio, consacrata alla celebrazione del valore del lavoro. Come sappiamo, la festività venne introdotta al culmine di numerose lotte intraprese a partire dalla seconda metà del XIX secolo per affermare alcuni diritti fondamentali, tra i quali il limite delle otto ore. Non fu una marcia lineare, il progresso deve sempre affrontare curve faticose, talvolta subisce dolorose battute d’arresto prima di riprendere a camminare. Il fascismo, per esempio, non amava la ricorrenza e la soppresse, o per meglio dire la annegò dentro un’altra celebrazione, intonata al ricordo della fondazione di Roma (il 21 aprile). Ancora viva nella memoria collettiva, poi, la strage di Portella della Ginestra, la località palermitana che il primo maggio 1947 fu teatro di un attacco armato, deciso dalla mafia, contro circa duemila manifestanti scesi in strada per denunciare il latifondismo. Morirono undici persone, tre di loro bambini, e ne furono ferite ventisette.

Al contrario del 25 aprile, data gravata da polemiche feroci e sempre rinascenti, il primo maggio non parrebbe difficile trovare simboli o iniziative unificanti per questa giornata di primavera, che chiama all’aperto e alla condivisione. Eppure non è sempre così. A Bolzano, per esempio, abbiamo avuto due segnali contrastanti.

Il primo l’hanno dato i cosiddetti «Ploggers», vale a dire cittadini e cittadine che — addirittura correndo — hanno ripulito la città da cartacce e rifiuti. Iniziativa assai lodevole, animata nella nostra città da Papa Dame Diop, un cinquantenne di origine senegalese che ha avuto l’idea di organizzare simili performance ecologiche di gruppo due volte al mese, adesso anche con il sostegno del Comune e della Seab.

Il secondo, invece, ha la paternità dell’assessore Massimo Bessone, il quale — oltre a ottemperare ai suoi obblighi istituzionali, che stavolta prevedevano il conferimento delle stelle al merito del lavoro presso il Commissariato del Governo — sul suo profilo Facebook ha postato la celebre immagine di Alberto Sordi intento a fare il gesto dell’ombrello nel film «I vitelloni» di Federico Fellini provvedendola di una didascalia disarmante: «Il primo maggio fanno a gara a scendere in piazza per attribuirsi e festeggiare quello che per 364 giorni hai combattuto e conquistato nel loro disinteresse». Assai debole la giustificazione fornita in seguito: il primo maggio — così l’assessore all’Edilizia — sarebbe una festa strumentalizzata dalla politica, meglio quindi sorvolare e ridurne l’enfasi. Forse l’assessore Bessone, però, ricorda come finisce la scena con Alberto Sordi, dopo che il vitellone assonnato, di ritorno a casa all’alba in compagnia dei suoi amici di zingarate, ha finito di sbeffeggiare i «lavoratori della mazza». I simboli sono importanti.

Corriere dell’Alto Adige, 8 maggio 2019

Il ritorno di Leonardo

La Giorgionda

Ha scritto Paul Valéry: “Leonardo non si serviva affatto di osservazioni inesatte e di segni arbitrari: se così fosse, la Gioconda non sarebbe mai stata eseguita. Egli era guidato da un’indefessa capacità di discernimento”. Chi sicuramente non è guidato da una indefessa capacità di discernimento, invece, si rotola oggi in queste luride polemiche sulla nazionalità del genio fiorentino. Ne ha dato la stura la più prevedibile delle occasioni: il cinquecentenario della morte. Come se, per parlare di un colosso dello spirito universale (ogni tanto vale la pena fare finta di essere hegeliani), ci fosse poi bisogno del calendario. Il vignettista Makkox ha avuto l’idea di far rispedire da Dio il grande vinciano sulla terra, anzi nel cosiddetto “nostro” Paese, per vedere l’aria che tira. Ci avevo già pensato io, in un post su Facebook, che riprendo qui variandolo un po’. Immaginatevi allora Leonardo, per l’appunto incautamente risuscitato, che entra in un bar e guarda il grande schermo di un televisore appeso vicino al banco. Ordina un caffè (bevanda per lui interessantissima e nuova) e fissa con interesse l’apparecchio. Che strano marchingegno, pensa, chi l’avrà inventato? E come hanno fatto a rimpicciolire la gente e a metterla tutta là dentro? Strizza un po’ gli occhi, fa ancora fatica a capire il senso dell’italiano odierno, così veloce, ma certo qualcosa capisce, capisce per esempio che si parla di lui e che lo si fa oggetto di un contendere del quale però stenta a stabilire il significato esatto.

C’è una donna bionda che si agita, grida, sembra che la faccenda le stia davvero a cuore. Chissà che problemi ha. Intanto gira il cucchiaino, il caffè è bollente, e con una mano si liscia la lunga barba. Adesso la sua attenzione è attratta soprattutto da quelli che stanno dietro alla donna agitata. Tengono una specie di lungo drappo rettangolare con una scritta: “Leonardo era italiano”. L’Italia. Dell’Italia parlavano dolorosamente i poeti. Dante, Petrarca. Petrarca diceva che parlare dell’Italia era “indarno”, inutile. Uno dei tizi nascosti dal drappo gli ricorda un oste che incontrò a Firenze, poco dopo il suo arrivo, quando iniziò a lavorare alla bottega del Verrocchio. Manno, non può essere lui. Peccato, si ricordava ancora bene quei gustosi piatti di fave infrante che lui chiedeva di mangiare senza lardo, essendo tra i primi vegetariani consapevoli della storia. Finisce il suo caffè, si accorge di non avere monete, è imbarazzato. Il barista però l’ha riconosciuto e gongola: “Non ci pensare Leonardone, te l’offro io il caffè, ci mancherebbe. Al più grande genio d’Italia! Scusa, lo faresti un selfie con me? lo voglio mettere su Instagram”. Selfie? Instagram? Leonardo ringrazia, sopporta l’uomo che ora gli si accosta con un sorriso ebete stampato sulla faccia, poi esce dal bar.

Non sa bene dove passare la notte, ma preferisce ancora non pensarci. Ha voglia di girare, di vedere cos’è cambiato. Forse pioverà, non sa come ripararsi, ma neppure questo ha molta importanza. Le persone stanno rincasando, si affrettano. Chissà quali preoccupazioni hanno, di cosa gioiscono. Ma perché prima quella pazza, dentro la scatola, gridava il suo nome? Sorride. “Poni mente per le strade, sul far della sera, i volti d’omini e donne, quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro!”.

#maltrattamenti

Il fantasma del fascismo

Non fare il salame

Manifesto e fotografia di Andrea Villa

Il fascismo è un fenomeno ancora così politicamente influente? Oppure l’insistere sui tratti caratterizzanti la dittatura del passato nasconde altri, ben più ravvicinati pericoli?

La parola chiave per afferrare le incomprensioni che – da sempre – caratterizzano i festeggiamenti del 25 aprile nel dibattito pubblico italiano è “divisione”, declinata mediante l’aggettivo “divisivo”. Il 25 aprile sarebbe “divisivo” – si è argomentato, e vedremo subito chi ne ha dato l’ultima interpretazione – perché manterrebbe aperto il solco della guerra civile fra fascisti e antifascisti. La formula è stata di recente riproposta in grande stile da Matteo Salvini, stavolta attivando un campo semantico di tipo calcistico: “Basta con il solito derby tra fascisti e comunisti”. Per evitare di finire nella spirale del derby, ha sostenuto il ministro dell’interno, occorre mettere tra parentesi i festeggiamenti del 25 aprile, non festeggiarlo o comunque non considerare importante riflettere sulle implicazioni di un simile dissidio. Ma la formula scellerata del derby da evitare (scellerata perché banalizzante e livellante) permette a noi di interrogarci su chi siano, in realtà, i protagonisti di questo derby, ossia da chi siano composte le squadre che ipoteticamente continuerebbero a fronteggiarsi.

Non ha tutti i torti Salvini, allorché ritiene che il confronto abbia ormai assunto una natura fantasmatica (e dunque sia necessario congedarsene: diciamo finalmente addio ai fantasmi del comunismo e del fascismo che si affrontano ogni 25 aprile), ma per congedare un fantasma occorre conoscerlo bene, perché – come diceva Virginia Woolf – “è molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà”, e soprattutto è necessario censire le case e i luoghi in cui i fantasmi tendono a manifestarsi. Lasciando per il momento da parte la questione del fantasma del comunismo (non è ovviamente questione da poco, visto che il comunismo ha preso ad aggirarsi per l’Europa proprio in qualità di fantasma…), quale sono le case, qual è il luogo in cui si manifesta il fascismo e cosa, del fascismo, non accenna ad attenuare la sua presenza? In altre parole: chi o cosa, oggi, può dirsi davvero fascista e quali forme assume la persistenza di una tale figura così restia ad essere storicizzata, distanziata, esorcizzata?

Per rispondere a queste domande potremmo convocare tre recenti posizioni, espresse da tre autori diversi. Non si tratta di una progressione dialettica (tesi, antitesi e sintesi), quanto piuttosto di sfumature in un dibattito complessivo che negli ultimi tempi ha visto emergere dei veri e propri casi editoriali (si veda per esempio il mastodontico, eppure vendutissimo romanzo M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, edito da Bompiani nel 2018, candidato alla vittoria del prestigioso premio Strega).

Sommariamente, ecco lo schizzo di queste posizioni. Secondo lo storico Luciano Canfora (il quale ne ha parlato in alcune interviste, ma anche nel suo ultimo libro La scopa di Don Abbondio, Laterza 2018) il fascismo è persistente perché sussiste una continuità tra il fenomeno storico ed alcune manifestazioni autoritarie successive – da Francisco Franco a Juan Perón, dai colonnelli greci agli ustascia croati, ma anche fino all’attuale governo italiano, almeno nei tratti incarnati dal ministro-poliziotto Salvini) – basate su un sentimento razzistico del rifiuto del diverso: “è questo il fondamento del fascismo, il tratto essenziale del suo Dna”. Ma proprio l’esistenza o l’insistenza di tratti comuni, afferma Emilio Gentile, uno dei massimi studiosi mondiali del fascismo, deve suggerirci un giudizio molto più prudente riguardo alla tesi di un supposto “fascismo eterno”, come l’ha definito Umberto Eco, in definitiva mai morto in quanto costantemente rinascente. “La pratica dell’analogia – scrive nell’incisivo volume Chi è fascista, Laterza 2019 – è molto diffusa nelle attuali denunce sul ritorno del fascismo, con un uso pubblico della storia in cui prevale la tendenza a sostituire alla storiografia – una conoscenza critica scientificamente elaborata – una sorta di astoriologia (…), dove il passato storico viene continuamente adattato [e quindi falsato, ndr] ai desideri, alle speranze, alle paure attuali”.

Sempre rinascente o fantasmatico che sia, ecco infine la terza posizione contenuta in modo implicito nel terzo libro molto utile che vorremmo qui segnalare (Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, Bollati Boringhieri 2019). Oggi continuiamo a parlare e dibattere sul fascismo perché tutto sommato lo conosciamo poco, o ce lo siamo scordato (o non ci abbiamo mai fatto veramente i conti, secondo un’altra versione), e quindi tendiamo a travisarne i tratti salienti enucleati dall’efficacissima macchina del consenso allora disposta dalla propaganda del regime (accanto alla vulgata antifascista, che si è imposta nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, si è protratta e ha prosperato, non senza coperture istituzionali, anche quella nostalgica, che per l’appunto tendeva a credere all’esistenza di un fascismo probo ed efficiente), tanto da rendere necessaria una meticolosa operazione di debunking, cioè di smontaggio di vere e proprie bufale: non resta per esempio in piedi neppure quella apparentemente più incontestabile, che Mussolini abbia cioè svolto un ampio e fruttuoso programma di bonifiche delle paludi.

È possibile, in conclusione, farla davvero finita col fascismo? Farla finita con il fascismo, per inciso, è il titolo di un altro libro, anch’esso uscito da poco presso l’editore Laterza, che raccoglie alcuni scritti e discorsi di Ferruccio Parri, uno dei protagonisti principali della guerra di resistenza, nonché il primo presidente del Consiglio dell’Italia liberata. Forse si tratta di una domanda alla quale non è così urgente rispondere, perché se non ci lasciamo abbacinare da eclatanti manifestazioni di reviviscenza coreografica o regressiva, è forse più importante focalizzare lo sguardo su ciò che – attirando per pigrizia su di sé l’epiteto di fascista – propone qualcosa di parimenti inquietante ma di innovativo e diverso. Lo esprime molto chiaramente Gentile alla fine del suo Chi è fascista: “Il pericolo reale, oggi, non è il fascismo, ma la scissione fra il metodo e l’ideale democratico, operata in una democrazia recitativa, conservando il metodo ma abbandonando l’ideale. Il pericolo reale non sono i fascisti, veri o presunti, ma i democratici senza ideale democratico”.

ff – Ausgabe 18/2019