Un gioco con l’accetta

Stasera propongo un gioco. Un piccolo esperimento giocoso. Un esperimento che riguarderà il mio modo di esprimermi. Se volete, commentando, potreste seguire l’esempio e vedere alla fine che effetto farà.

Dunque. Generalmente, parlando di toponomastica, ho sempre un po’ cercato di esprimermi in modo saggio, considerando le ragioni degli uni, le esigenze degli altri, ho insomma analizzato la situazione sforzandomi di offrire un quadro provvisto delle necessarie sfumature, evitando i contrasti troppo accesi e le esasperazioni. Ma stasera voglio cambiare e stenograferò al contrario alcune opinioni così come vengono. Senza filtri stilistici o concettuali. Un gioco con l’accetta, per l’appunto.

I protagonisti principali:

L’AVS. Sono dei furbi. Zitti zitti hanno cercato di seminare le montagne con cartelli scritti perlopiù solo in tedesco. L’hanno fatto ovviamente apposta, improvvisandosi “giustizieri della notte” e senza badare troppo alle conseguenze. Anzi,  meglio, infischiandosene delle conseguenze.

Durnwalder. Si considera talmente furbo da poter pensare di sembrarlo sempre, anche e soprattutto quando gli tocca fingersi scemo. Sapeva benissimo dell’azione dell’AVS, ma poi ha cominciato a cincischiare sulle competenze (l’AVS è un’associazione privata… la Provincia non c’entra… i cartelli sono su suolo privato….), sui finanziamenti (comunque non gli abbiamo dato un soldo, è tutta opera di volontari, io non sapevo nulla…) e insomma cercando di lavarsene le mani (ma se hai le mani in pasta dappertutto è difficile lavarsele, le mani). Sul suo conto anche l’arroganza di aver reagito in modo inopportuno al primo richiamo ministeriale (il famoso “me ne frego”) e l’arroganza ancora più grande di aver poi cercato di risolvere la situazione firmando con la sua manona il famoso “accordo”.

Fitto. Anche lui all’inizio ha mostrato arroganza indossando il mantello da giustiziere e lanciando ultimatum uno più inverosimile dell’altro. Alla fine incassa l'”accordo”, ma senza rendersi ben conto delle sue “proporzioni” (e infatti appena posata la penna usata per la firma sono scattate le interpretazioni contrastanti sul significato di alcuni termini di quell’accordo e dunque sul suo significato).

La posta in gioco:

Tutta questa faccenda non ha nulla a che fare con le questioni della “sicurezza” dei sentieri di montagna (argomentazione risibile messa in campo da chi ha criticato l’operato dell’AVS), né col ripristino della “giustizia storica” (come sostengono quelli che vorrebbero eliminare la toponomastica di Tolomei). La posta in gioco è: marcare il territorio. E qui si registra una sostanziale asimmetria. I “tedeschi” non sopportano che le “loro” montagne abbiano nomi italiani (gli viene comodo che i nomi siano stati inventati da un “fascista”, ma il fastidio è comunque rivolto nei confronti del bilinguismo – e non solo del binomismo! – in generale) e il messaggio è chiaro: le montagne sono roba nostra, giù le mani. Gli “italiani” vorrebbero poter dire “le montagne sono ANCHE nostre” e per questo tendono a sorvolare sul fatto che l’origine di questa appropriazione sia condizionata dal passato fascista e colonialista (insistono sui nomi di Tolomei perché non ne hanno altri e non tollerano che i “tedeschi” glielo ricordino).

La soluzione:

Si è detto mille volte (parlando perlopiù al vento) che solo da un simultaneo e comune PASSO INDIETRO risulterebbe possibile sfiammare il confronto. I “tedeschi” dovrebbero rinunciare all’idea che la “storicità concresciuta” (!) dei loro nomi sia l’unico criterio da far valere; gli “italiani” dovrebbero rinunciare all’idea che la loro presenza in questa terra sia legata alla difesa dell’eredità tolomeiana. Insomma, i primi dovrebbero riconoscere che non sono i PADRONI di questo posto, i secondi dovrebbero riconoscere che l’aver voluto fare i PADRONI in passato implica che prima o poi si cominci sul serio a fare i conti con quel tipo di passato.  Ognuno dovrebbe compiere questo passo da solo, spontaneamente. In caso contrario non esisterà “accordo” in grado di risolvere questo dissidio. E si andrà avanti all’infinito.

 

Il bilinguismo imperfetto

Pubblico l’articolo di Francesco Palermo, apparso sul quotidiano Alto Adige il 25.09.10

Nell’annunciare l’accordo sul bilinguismo nella segnaletica di montagna, il Presidente Durnwalder e il Ministro Fitto hanno ossessivamente ripetuto che la soluzione trovata non prevede né vincitori né vinti. Sperando che, come un mantra, a forza di ripeterlo si finisca per crederci. Ma si sa, excusatio non petita, accusatio manifesta: le scuse non richieste sono una sorta di confessione.

Benissimo che tutte le parti possano salvare la faccia, dire di avere vinto e soprattutto voltare pagina. Questo è il risultato più importante, e non fosse che per questo, si tratta di un buon accordo. E’ fondamentale che entrambi i principali gruppi linguistici della Provincia sostengano questo compromesso, perché così esso rappresenterà un piccolo ma importante passo in avanti sulla strada della convivenza. E’ però anche necessario che il consenso sia informato. Ossia che il sostegno all’accordo sia il frutto della consapevolezza di ciò che esso significa, e non basato sulle informazioni filtrate dai rappresentanti politici, le cui dichiarazioni opposte a seconda dell’uditorio di riferimento sono la migliore dimostrazione dell’ambiguità del testo (“addio alla Vetta d’Italia” per i tedeschi, affermazione del bilinguismo per gli italiani).

Ad un’analisi più approfondita, non vi è dubbio che l’accordo rappresenti una vittoria schiacciante della SVP e, al suo interno, di Durnwalder. In primo luogo, l’accordo è il frutto di una forzatura, sapientemente condotta negli anni dall’Alpenverein attraverso la graduale diluzione del bilinguismo nella segnaletica. Secondo, viene sancito e messo nero su bianco che l’obbligo di bilinguismo nella toponomastica previsto dallo statuto di autonomia non è di tipo assoluto, e può incontrare deroghe. Intendiamoci, è sempre stato così, ma ora a questo dato di fatto viene fornita copertura giuridica con l’avallo del governo nazionale, per cui non si potrà più invocare un’interpretazione “purista” del principio bel bilinguismo e si incrina quella che fino ad ora era la presunzione, fino a prova contraria, di un territorio bilingue. Ora la prova contraria è arrivata. Terzo, l’accordo parla in modo sibillino delle denominazioni diffusamente utilizzate – quale criterio per l’obbligo di cartelli bilingui – anche in riferimento ai comuni. Significa forse che se la denominazione di un comune o di una sua frazione dovesse essere ritenuta “non diffusamente utilizzata” si potrebbe usare, nei cartelli di montagna, la dizione monolingue? Ciò sarebbe in contraddizione con diverse norme statali, norme di attuazione, leggi regionali e provinciali, e andrebbe oltre quanto previsto dallo stesso disegno di legge SVP sulla toponomastica. Un atto amministrativo, qual è un protocollo d’intesa, non può intervenire sulla denominazione ufficiale dei comuni, ma nemmeno su come essi vengono indicati nei cartelli di montagna, eppure il testo non sembrerebbe escluderlo. Quarto, l’accordo afferma espressamente che i nomi “storici” sono solo quelli in lingua tedesca e ladina. Ovviamente, data la storia di questa terra, nella quasi totalità dei casi questo è assolutamente vero, ma scrivendolo in quel modo si introduce il principio per cui la storia è unidirezionale, che qui c’erano (da sempre, quasi per diritto divino) solo tedeschi e ladini e ad un certo punto sono arrivati gli italiani, i cui diritti sono certo rispettati ma non possono accampare alcuna pretesa di carattere “storico”. Insomma, una previsione condivisibile sotto il profilo del contenuto, ma molto sfortunata nella formulazione (se involontaria) o molto astuta se voluta. Perché in questo modo si forma una presunzione giuridica in base alla quale il nome storico è solo in tedesco, così introducendo una gerarchia tra lingue e gruppi che le parlano. Ancora, l’accordo non risolve i problemi aperti, rinviando ad una commissione senza reali poteri o, in caso di disaccordo, alle sedi politiche. Infine, se fortunatamente l’accordo evita qualunque distinzione tra suolo pubblico o privato, che è una sciocchezza giuridica perché i cartelli svolgono una funzione pubblica indipendentemente da dove sono piantati, esso si applica solo ai cartelli apposti con contributo pubblico. Il che è giuridicamente corretto, in quanto in via di principio non si possono porre limitazioni alle scelte private senza un interesse pubblico legittimo, ma rischia di divenire nei fatti una norma facile da aggirare e difficile da attuare: come si fa nella prassi a controllare se ogni singolo cartello abbia avuto un contributo pubblico? E se i cartelli invece che dell’Alpenverein fossero di proprietà privata, l’interesse pubblico verrebbe meno?

Insomma, l’intesa crea più dubbi di quanti ne risolva, e se l’obiettivo di una parte era il ripristino del bilinguismo, questa parte ne esce sconfitta. Non a caso questo obiettivo, sbandierato in estate,

non viene mai menzionato nel testo, che invece parla di necessità di giungere a una “soluzione condivisa del problema”, dopo avere implicitamente ammesso che il “problema” non è tale, ma è il semplice frutto dell’apposizione di cartelli illegittimi.

Detto questo, a beneficio del consenso informato, è giusto ed opportuno sostenere questo accordo. Non fingendo di credere alle favole, ma nella consapevolezza della necessità di fare un passo indietro nel superiore interesse della convivenza.

Il metodo con cui si è creato il problema (sapendo che lo spirito dello statuto impone comunque un accordo anche su vicende originate da atti di prepotenza) ed ora anche i contenuti dell’intesa lasciano molte perplessità, anche perché potrebbero rappresentare uno sgradevole precedente in altri settori. Ma contrastare l’accordo avrebbe il solo effetto di riaprire il discorso, senza ragionevoli prospettive di poter “tornare indietro”, e peggiorando soltanto il clima. Il consenso della comunità italiana sia nei confronti di ciò che l’accordo rappresenta. Sia il consenso alla convivenza e al buon senso, e sia frutto della forza che la dignità conferisce agli sconfitti. Sia un convinto segnale di voler guardare avanti, tutti insieme, porgendo l’altra guancia se necessario. La convivenza val bene un “nome storico”.

Quando due bambini litigano, è quello più maturo a lasciare il giocattolo all’altro. Sia questa allora la parte di vittoria della comunità italiana: sfruttare l’occasione per ribadire che il progetto dell’autonomia e della convivenza vale molto di più dei cartelli e forse anche della toponomastica, anche se con meno bilinguismo l’autonomia e la convivenza sono meno belle. Fingere di credere a ciò che questo accordo non è, o opporvisi sbraitando quando è troppo tardi, farebbe solo passare, oltre che da perdenti, anche da stupidi. Meglio volare più alto e guardare avanti con dignità. Magari sfruttando il credito acquisito in una prossima occasione.

Trovato l’accordo, ma non si capisce su cosa

Dopo aver sbandierato ai quattro venti il raggiungimento dell’accordo – e dunque l’avvistamento della soluzione – sulla questione della toponomastica di montagna, adesso si accorgono di non sapere neppure su quali termini tale accordo dovrebbe costituirsi. Può stupirsi ovviamente solo chi avesse pensato di non trovarsi a che fare con la consueta dabbenaggine.

In dettaglio, l’articolo 5 del presunto accordo è formulato così: “I cartelli devono riportare indicazioni delle denominazioni diffusamente utilizzate per i comuni e per le località nelle rispettive lingue”. E alla lettera b si prevede “il mantenimento, invece, nella loro dizione originaria in lingua tedesca e ladina, dei nomi storici“.

Dunque, lasciamo per il momento da parte la discussione sul significato della locuzione “dizione originaria” e “nomi storici” (un ginepraio dal quale è forse impossibile tirarci fuori). Uno scoglio difficilissimo da superare è già costituito dall’interpretazione della parola “località” (che in tedesco si traduce con Ortschaft).

Eine Ortschaft,umgangsprachlich meist einfach Ort, ist eine kleinere Siedlung. In der deutschen Rechtssprache ist Ortschaft ein wohldefinierter Begriff, und bezeichnet einen rechtlichen Status einer Siedlung – in Österreich stehen die Ausdrücke Ort und Ortschaft auch rechtlich synonym.

Siedlung significa “ein Ort, an dem Menschen in Gebäuden zum Zwecke des Wohnens und Arbeitens zusammen leben. Dazu gehören Baulichkeiten der Wirtschaft, der Kultur, des Sozial und des Verkehrwesens”, vale a dire quello che in italiano s’intende col termine “insediamento”. Allora: una Ortschaft, in tedesco, significa insediamento (ed è così che l’ha inteso Durnwalder).

E in italiano?

L’ISTAT definisce una località abitata come l’«area più o meno vasta di territorio, conosciuta di norma con un nome proprio, sulla quale sono situate una o più case raggruppate o sparse. Si distinguono tre tipi di località abitate: centro abitato, nucleo abitato e case sparse».

Apparentemente la stessa cosa di Ortschaft, dunque. Ma solo apparentemente. Infatti questo significato di località è propriamente legato alla specificazione “abitata“.  Se però scomparissero le abitazioni (e se cioè non consideriamo più una località come sinonimo di insediamento / Ortschaft), allora avremmo comunque pur sempre una località, ma in questo caso il significato diventa questo:

Porzione di territorio contraddistinta da particolari caratteristiche geografiche e ambientali; genericamente, zona.

Il testo dell’accordo, insomma, è ambiguo (un po’ come nel caso del famoso “accordo” di Parigi, che dette vita a infinite discussioni sul significato del termine inglese “frame”). Un consiglio a chi si appresta a stendere “accordi”: non scordarsi mai un buon dizionario.

Quel libro che irrita il Palazzo

Sembra incredibile, ma un libro è recentemente riuscito a scuotere il mondo della politica locale, causando reazioni scomposte (qualcuno vorrebbe persino denunciare i curatori). Di cosa si tratta? Il titolo è a prima vista innocuo: “Südtirol: eine Landschaft auf dem Prüfstand; Entwicklungen – Chancen – Perspektiven (“Alto Adige: un paesaggio al banco di prova; sviluppo – opportunità – prospettive”). Il taglio: scientifico, ma orientato a una larga divulgazione. Gli autori: di diversa estrazione disciplinare e metodologica, nessuno comunque noto per assecondare particolari tendenze estremistiche. Inoltre, lo spazio concesso nel testo a riflessioni di carattere esplicitamente politico – dove ovviamente si è appuntato immediatamente l’interesse dei detrattori – occupa soltanto una sezione su sei (la quarta), vale a dire una cinquantina di pagine sulle quasi complessive quattrocento.  

A fronte di queste caratteristiche generali, stupisce dunque la reazione spropositata che si è levata dai banchi del Consiglio Provinciale in occasione della presentazione del volume. Pius Leitner, Sven Knoll, Donato Seppi, Alessandro Urzì, Andreas Pöder ed Elena Artioli hanno aperto un insolito fuoco all’unisono, ravvedendo in questa pubblicazione una diffamazione del loro operato e una oltraggiosa messa in discussione dei principi sinceramente autonomistici che, così affermano, guiderebbero la loro ispirazione di fondo. In particolare, il politologo Günther Pallaver – autore del contributo intitolato “Tra fratture etniche e processi di trasformazione: partiti e sistema politico in Alto Adige” – è stato reso bersaglio degli strali più velenosi. Colpevole, secondo l’accusa, di aver usato con troppa disinvoltura gli aggettivi anti- o semiautonomistiche riguardo a tutte le forze d’opposizione, sia italiane che tedesche, e di aver così concesso la patente di autentico autonomismo solo alla Stella Alpina, al Partito Democratico e ai Verdi (questi ultimi due in senso “riformista”).

Lo stile argomentativo di Pallaver poggia su solide analisi del contesto storico-politico e se alcune sue conclusioni risultano discutibili (ovviamente qualsiasi proposizione scientifica lo è) ciò dovrebbe avvenire sulla base di considerazioni ben più convincenti di una semplice autocertificazione d’autonomismo fornita contestualmente alla richiesta di censurare opinioni poco gradite. L’autonomismo insomma, lungi dall’essere un riconoscimento da vantare quando fa comodo, quasi fosse una medaglia al “valore presunto”, coincide con un’attitudine e una pratica da consolidare mediante scelte quotidiane, anche difficili, anche impopolari. Anche suscettibili di critica, soprattutto. Questa vicenda mostra che non tutti ne sono ancora pienamente consapevoli.

Corriere dell’Alto Adige, 23 settembre 2010

Quelli di Süd-Tiroler Freiheit

Quelli di Süd-Tiroler Freiheit, si sa, non sono noti per avere idee molto brillanti. Anzi. Per loro può benissimo valere l’adagio coniato da Flaiano a proposito dei fascisti: visto che sono incapaci di fare progetti per il futuro, si accontentano di farli per il passato. Eppure, oggi, mi hanno stupito. Hanno infatti proposto a Christo (il famoso impacchettatore) di intervenire con un’azione delle sue sul Monumento alla Vittoria [QUI]. Non per sminuire questa botta di genio, ma ecco cosa scrivevo io quasi due anni fa (10.01.2008)

Conservare le tracce

Mi piacerebbe svolgere una breve riflessione sulle recenti esternazioni di Leo Andergassen, il nuovo intendente provinciale ai beni culturali. Per farlo ho bisogno di richiamare alla vostra memoria la figura di un artista bulgaro contemporaneo considerato tra i più stravaganti: Christo Vladimirov Javacheff, o più semplicemente Christo.

Nel 1995 Christo riuscì ad ottenere l’autorizzazione per compiere una delle sue performance a Berlino, divenuta da poco la capitale della Germania riunificata. Come sempre si trattava di un progetto d’“impacchettamento”. Christo si cimentò cioè nell’impresa di avvolgere l’intero edificio del Reichstag utilizzando 100 mila metri quadrati di tessuto (chi volesse vedere una documentazione di quest’opera componga in internet questo indirizzo: http://www.michaelzepter.de/foto_kunst.htm). A quanto pare Christo ha tratto ispirazione da L’énigme d’ Isidore Ducasse di Man Ray (una macchina per cucire avvolta in una coperta con dello spago) al fine di segnalare il mistero che racchiude l’essenza delle cose. Per giustificare questo suo modo di procedere l’artista ha affermato quanto segue: un oggetto diventa più visibile non se viene mostrato, ma se viene nascosto.

Ogni volta che qualcuno propone di abbattere o comunque eliminare un monumento carico di storia ripenso all’affermazione di Christo. È infatti certo che proprio dalla sua eventuale cancellazione quel monumento trarrebbe una rinnovata e – se le opere sono contraddittorie o comunque fortemente caricate simbolicamente – persino virulenta persistenza. Benissimo ha fatto dunque Leo Andergassen a chiarire che le tracce del passato non vanno negate, ma vanno custodite, proponendo semmai di illustrare il significato che avevano quando sono state create.

Vorrei però aggiungere un’altra cosa. Andergassen ha detto che il valore delle opere risalenti all’epoca fascista reperibili nella nostra provincia è quello di rappresentare un monito. Giusto, ma non basta. Queste opere ci ricordano anche che il Sudtirolo come lo conosciamo oggi è “nato” emancipandosi da un atto di colonizzazione violenta. Senza quell’esperienza negativa non sarebbe possibile spiegare nulla di ciò che è accaduto dopo. Paradossalmente (ma è un paradosso solo apparente) per poter uscire compiutamente dall’orizzonte aperto dal ventennio occorre conservarne quanto più possibile le testimonianze. Parafrasando Christo: solo rendendo completamente manifesto un oggetto questo potrà alla fine sparire.

La disinvolta, evasiva perfezione del nulla

Per il gatto. Enrico De Zordo a Bressanone. Una recensione.

Com’è andata? Difficile dirlo, essendo stato anche tirato in ballo, a un certo punto, per introdurre quel che nel frattempo era già stato introdotto e si avviava (non certo grazie a me) verso un crescendo di emozioni, verso l’unanime riconoscimento. Un successo, insomma. Ma di un tipo molto particolare: chi apprezzava, lo faceva probabilmente senza capire il senso complessivo dell’operazione. Poco male, si dirà. E infatti – “poco male” – è anche quello che ci siamo detti, alla fine.

La serata si è snodata in questo modo. All’inizio, Enrico ha letto un breve testo che ne spiegava il titolo (“Per il gatto”: cercherò di procurarmelo, vorrei riportarlo qui sotto). Poi lui e Simon Constantini hanno letto una manciata di frammenti, alcuni in lingua italiana, alcuni in tedesco. Questo era l’aperitivo. Un secondo aperitivo, come accennavo, l’ho preparato io, improvvisando alcune considerazioni a partire da un racconto di Giorgio Manganelli (sul quale tornerò). Piatto forte: Enrico ha poi letto alcuni dei pezzi più elaborati dal suo “libro”, Sudtirolo Ideale Eterno, tra i quali il fondamentale “Tarli“. Breve pausa. Interventi, lettura di un altro paio di racconti (efficacissima quella de “La storia di Piero”) e sipario.

(Ma poi non è andata “veramente” così: dove collocare, per esempio, il “basso continuo” di Ada Zapperi che incitava Enrico a proporsi agli editori scegliendo accuratamente il racconto da inserire all’inizio della raccolta?)

All’inizio ho detto che il grande tributo d’affetto e l’approvazione riscossi da Enrico (anche per merito delle sue qualità di lettore e perfino di intrattenitore) non sono mai realmente scaturiti da un’autentica comprensione delle sue cose. Un po’ come se tutti giudicassero talmente bella la confezione, da illudersi che si potesse fare a meno del contenuto. Certo, è vero che per parlare del contenuto di questi racconti è necessario possedere un’intelligenza “teoretica” temprata da esperienze che pochi hanno fatto. Ma più in generale vale la regola secondo la quale l’ammirazione è spesso una via un po’ più simpatica di altre per disinteressarsi a ciò che dichiariamo di ammirare.

Per quel che ho potuto, ho cercato di spostare l’attenzione dal piano dell’ammirazione a quello del “messaggio”. Che secondo me c’è, è piuttosto preciso e anche convincente. Enrico De Zordo è forse il primo autore “sudtirolese di lingua italiana”. I suo testi, scritti “casualmente” in italiano, danno voce a quel soggetto diffuso (un soggetto ideale) che dovrebbe rappresentare la sintesi o il distillato dei vari punti di vista divisi che hanno animato, animano e probabilmente animeranno ancora a lungo il discorso pubblico locale. Per questo egli scrive osservando il paesaggio storico nel quale siamo immersi come da un “punto neutro”. E lo fa ricorrendo a uno stile ibrido (racconti mescidati – parola a lui cara – con linguaggio saggistico, piccoli saggi stesi in forma di racconto) al tempo stesso molto compresibile (l’adesione, leggendoli o ascoltandoli, scatta immediata) e totalmente incomprensibile (qui mi viene in mente un pensiero di Wittgenstein, tratto dalle Vermischte Bemerkunugen: “Sarà difficile seguire la mia esposizione, perché dice qualcosa di nuovo cui però sono attaccati i gusci d’uovo del vecchio”).

Letteralmente, nel condominio “testuale” del Sudtirolo, Enrico corrisponde a quel “fantasmatico” inquilino descritto nella cinquantunesima prosa di “Centuria” (Giorgio Manganelli, Adelphi):

La persona che abita lì, al terzo piano, non esiste. Non intendo dire che l’appartamento è sfitto, o inabitato: intendo dire che la persona che lo abita è inesistente.

Inesistente, l’abbiamo accennato, è proprio quel “soggetto diffuso” in nome del quale questi racconti sono stati pensati e scritti. È chiaro che un reale loro apprezzamento si avrebbe allorché da questa soggettività in potenza si passasse a un discreto numero di individui concreti in grado di fornire la giusta misura d’ascolto. È incalcolabile, comunque, il progresso fatto anche solo per averne postulato l’esistenza. E ancora Manganelli – chiudendo quel suo racconto – ci spiega in che modo agisca, quale sia l’utilità di questa “apparente nullità”, che in realtà – tema quanto mai musiliano (ed è davvero impossibile parlare di Enrico De Zordo senza citare, almeno una volta, Robert Musil) – è solo un’esistenza ancora trattenuta dentro il cerchio della sua possibilità.

In un certo senso era un inquilino ideale. E qui appunto è cominciato il disagio; un vago cruccio, che minaccia la serenità del caseggiato, dei suoi tranquilli, dignitosi abitanti. (…) Essi avvertono nella impeccabile condotta dell’inesistente una continua reprimenda. “Ma chi crede di essere, solo perché non c’è”, mormorano; è chiaro, hanno cominciato a invidiare, presto odieranno la disinvolta, evasiva perfezione del nulla.

Elegia III

Aveva pensato alle attese, le attese che racchiudono la felicità perché l’attesa della felicità è più grande della felicità. Unconsumed happiness. Schegge luminose, ancora protette dal buio. La bellezza di un’immagine non ancora messa a fuoco. Che già brucia. E non brucia. L’amore che non è ancora completamente nato, che non è ancora vissuto, non muore mai.

Per il gatto / Für die Katz

 
14. 09. 2010
 
Brixen-Bressanone
 
Cafè Dom
 
Ore 20:00 Uhr
 
Per il gatto
Ai tavolini del solito bar in cui troppi tempi sono contemporanei, Enrico De Zordo leggerà cinque testi bilingui incidentalmente scritti in italiano. Parteciperanno alla serata, tra gli altri, Michael Gaismair, Simon Constantini, il confine del 1810, Ettore Tolomei, Gabriele Di Luca e una contessa con la bocca a forma di tasca. Convitato di pietra sarà naturalmente il gatto.

Für die Katz

An den Tischen des üblichen Cafés, in dem zu viele Zeitalter gleichzeitig sind, wird Enrico De Zordo fünf zweisprachige Texte lesen, die nur zufällig in Italienisch verfasst sind. Teilnehmen werden unter anderem Michael Gaismair, Simon Constantini, die Grenze im Jahr 1810, Ettore Tolomei, Gabriele Di Luca und eine Gräfin mit maul-taschenartig geformtem Mund.

11.09.01

Il nostro destino migliore, come coabitanti del pianeta, è lo sviluppo di quella che è stata definita “coscienza della specie”, una cosa che travalica nazionalismi, blocchi, religioni, etnie. In questa settimana di sgomento incredulo mi sono sforzato di mettere in pratica quella coscienza, e quella sensibilità. Pensando alle vittime, agli esecutori e all’immediato futuro, ho provato il dolore della specie, poi la vergogna della specie, poi la paura per la specie.

M. Amis, Il secondo aereo, “The Guardian”, 18 settembre 2001

Un passo indietro

Arriva l’autunno e bisogna cambiare il guardaroba. Anche per quanto riguarda quegli abiti un po’ scomodi che qui da noi sono costituiti dai temi legati all’ormai quasi secolare vicenda del contrasto etnico (per fortuna sopravvissuto in gran parte solo sul piano della rappresentazione e dei simboli). Se l’estate appena trascorsa è stata dunque vissuta all’insegna del dibattito sulla toponomastica, adesso rispunta il tema del Monumento alla Vittoria e dei relitti fascisti. Con un’interessante variante, però. Come ha notato opportunamente il nostro Florian Kronbichler commentando l’ultimo editoriale di Toni Ebner pubblicato sul Dolomiten, la nuova generazione della Svp sembra aver abbandonato in questo caso le posizioni più “hard”. E in merito al restauro del famigerato “tempio” piacentiniano, in corso d’opera, non reagisce più invocandone la rimozione e l’abbattimento. Al contrario, si cerca di scorgere in esso l’occasione di un ripensamento critico della nostra storia più dolorosa e si accetta la proposta di costruire un contesto museale in grado di atrofizzare e disinnescare, per quanto possibile, gli effetti negativi che la sua presenza ancora provoca sul piano del discorso pubblico.

Ora, se questa nuova posizione sembra andare nel verso giusto, inducendoci alla speranza, spiace dover notare come il cammino rivolto a una compiuta e comune assunzione di responsabilità sia comunque sempre soggetto a improvvise battute d’arresto. E soprattutto spiace che a tentennare, mostrandosi in definitiva ostaggio di opinioni e di posizioni antiquate, sia proprio chi maggiormente dovrebbe scongiurare – in virtù  del suo ruolo e della sua influenza – il pericolo di far seguire a quel piccolo passo in avanti il solito, inconcludente, passo indietro. Ieri, durante la seduta della giunta provinciale, Luis Durnwalder ha così inteso “equilibrare” a suo modo i progressi registrati a proposito della discussione sul Monumento di Bolzano avanzando la proposta di rimuovere quello dell’alpino di Brunico. Come se insomma per indorare la pillola della storicizzazione e del depotenziamento del primo, occorresse manifestare subito anche un irrigidimento e un rigurgito d’intransigenza a proposito del secondo.

Il problema della gestione dei monumenti ha bisogno di una politica chiara, univoca e soprattutto orientata a una seria elaborazione del passato. Introdurre distinzioni tra reperto e reperto (stabilire dunque una differenza a proposito delle modalità con le quali intendiamo conservare queste tracce) può certo avvenire, ma solo alla luce di un progetto complessivo, privo di smagliature e assolutamente scevro dal sospetto di essere realizzato in modo intermittente, magari per non scontentare troppo chi fino a ieri puntava a una completa damnatio memoriae.

Corriere dell’Alto Adige, 7 settembre 2010