Ma dov’è la gioia?

Sardine Papeete

Alla fine Bonaccini ce l’ha fatta, il governo è salvo (lo sarebbe stato comunque), l’Italia anche. Il Centrosinista – questo cavallino stanco, che gira in tondo, sempre più deriso dal pubblico del circo elettorale – è passato nel cerchio di fuoco, non ha inciampato, poi ha nitrito di gioia. Almeno in Emilia-Romagna, ché in Calabria ha vinto il clown, l’eterno clown di Arcore, capace come sempre di trasformare la politica in un Bagaglino, con le battute grevi e sessiste, la maschera, il mascherone atteggiato in un riso al contempo ebete e furbo. Questo è l’anno di Federico Fellini, del resto, ognuno lo celebra a suo modo, lo ricorda dimenticandolo, dimenticandosene. Nell’ultimo film del maestro di Rimini, La voce della Luna, c’è una scena meravigliosamente amara. Il nostro satellite è stato catturato, ha perso la sua lucentezza celeste, è legato in un angolo, mentre il paese celebra quella grottesca cattura con una specie di festa triste, una conferenza stampa mentre crepitano i flash dei paparazzi. A un certo punto il caos, lo scompiglio. Tutti si alzano, buttano giù le sedie, fuggono in ogni direzione. Qualcuno viene calpestato. Una voce fuori campo recita un richiamo che è piuttosto un lamento: “Ma dove andate, cosa fate… ancora una volta ci tocca constatare che siamo veramente un popolo di stronzi”. Siamo un paese di stronzi, indubbiamente. L’uomo del Papeete, poi uomo del citofono, ha provato a dare una spallata in agosto (“voglio pieni poteri”), poi ci ha riprovato domenica. Non c’è riuscito, per fortuna, ma non ha certo gettato la spugna. In conferenza stampa, fingendo buon umore, ha promesso che raddoppierà il suo impegno. Se prima faceva tre comizi al giorno bisogna temere che adesso ne faccia sei. Lo show è sempre il solito, con il pubblico ad aspettarlo, i fedelissimi schierati alle sue spalle, le battutacce, gli sberleffi, le minacce e poi il rosario di selfie. E chi lo ammazza, quello? Ha dalla sua l’anagrafe e la dabbenaggine della maggioranza. Il popolo. Il popolaccio. Quello che comunque bisogna ascoltare, vezzeggiare, dargli le sue ragioni. Gran merito della battuta d’arresto del Capitano, si dice, va ascritto alle Sardine. Quei bravi ragazzi di Bologna che hanno riempito le piazze e cantato “Bella ciao”. Ci si accontenta anche così, qui non si butta via nulla. A conclusione della loro campagna elettorale (anche se non erano candidati da nessuna parte, guai a sventolare una bandiera di troppo), hanno fatto, anche loro, una cosa un po’ felliniana. Sono andati a prendersi un bagno invernale nell’Adriatico. Un Papeete in tono minore, crepuscolare. Il mare è lo stesso dei “Vitelloni”, del gran Federico. La sabbia sporca, il cielo velato. “Ragazzi, andiamo a vedere Giudizio che pesca”! Una risata, il vento, il nulla. Il grande nulla che siamo. Solo Emanuele Severino, beato lui, pensava che il Nulla, essendo nulla, non potesse esistere. La follia dell’Occidente, lo sguardo fisso su un Essere rotondo come lo Sfero dei filosofi venuti prima di Socrate. Sicuramente Severino non sarebbe andato a vedere Giudizio che pesca. Sarebbe rimasto lì, sulla spiaggia di bronzo, e avrebbe scritto sulla sabbia che ogni istante, ogni creatura è eterna. Siamo destinati alla gioia, avrebbe detto. A largo, laggiù, le quattro Sardine si spruzzano addosso l’acqua salata. Saranno loro, la nostra Gioia?

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Asfissiati dalla Heimat

Tammerle Knoll

Ho seguito la conferenza stampa di Myriam Atz Tammerle e Sven Knoll, il duo che guida in Consiglio provinciale il movimento Süd-Tiroler Freiheit. Si lamentavano, come al solito, perché a dir loro in Alto Adige la lingua tedesca sarebbe gravemente minacciata. La minaccia, stavolta, non proviene dai medici che sanno solo l’italiano, ma dai bambini “stranieri”: nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie di lingua tedesca ce ne sarebbero troppi. Da qui tutta una serie di problemi. Quindi bisognerebbe fare qualcosa per diminuirne il numero. Altrimenti – ecco la vera sostanza del lamento – la salvaguardia del diritto ad avere scuole nella madrelingua sarebbe adulterata, addirittura vanificata.

Ma esistono riscontri oggettivi che suffragano tale preoccupazione? In realtà no. I dirigenti scolastici interessati non segnalano problemi particolari, il tutto si riduce quindi a timori in gran parte strumentali, per giunta espressi da persone che non hanno neppure sensibilità, competenza ed esperienza didattica. I difensori del tedesco che si ispirano ai valori patriottici intendono perciò difendere il tedesco in astratto, ideologicamente, interpretando quella lingua alla stregua di uno strumento che non è fatto per apprendere o comunicare contenuti innovativi, bensì per ruminare all’infinito l’unico striminzito codice identitario nel quale essi si riconoscono.

Ma vediamolo meglio, questo codice identitario propugnato dai patrioti. Per esaminarlo possiamo forse imbatterci in scritti, opere, discorsi nei quali essi ci rivelano qualcosa di diverso o di più interessante del semplice e bieco fatto di essere composti in tedesco? Macché. Tutto quello che i patrioti possono dirci si riduce a una penosa variazione di un’unica parola: Heimat. Oltre all’inesausta ripetizione di questo vocabolo, rivoltato in ogni possibile sua sfumatura, non esiste un solo testo patriottico che si stacchi dalla cantilena della Heimat: Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat. Eccolo qui tutto il tedesco del quale i difensori tedeschi della Heimat tedesca hanno tedescamente bisogno per soddisfare in modo tedesco il loro bisogno tedesco di tutela della cultura tedesca.

Ora, è forse un caso che nessun scrittore tedesco nato in Südtirol, nessun intellettuale locale si sognerebbe di impiccare la difesa della lingua tedesca al palo della celebrazione della Heimat? Infatti, nessuno di loro si fa portavoce di una battaglia a difesa della lingua tedesca basata sull’esclusione di bambini di altra lingua o sull’introduzione di quote di “stranieri” nelle scuole di lingua tedesca. Perché sono forse insensibili al problema? No, semplicemente perché il loro uso del tedesco, la loro stessa concezione del tedesco è inserita in un contesto più ampio di quello circoscritto al perimetro angusto della Heimat sudtirolese. O molto più semplicemente: perché quegli scrittori o quegli intellettuali non legano l’uso del tedesco alla paura di perdere il tedesco, visto che mentre loro hanno qualcosa di interessante da raccontare, gli altri, cioè i patrioti, sono inchiodati nel loro stracco vaniloquio sulla Heimat.

Per salvaguardare il tedesco sarebbe opportuno che i patrioti sudtirolesi lasciassero in pace i bambini, smettessero di fingersi esperti di questioni scolastiche, e soprattutto imparassero a dire qualche parola in più di “Heimat”. Sono infatti loro la prima e più micidiale minaccia alla salvaguardia della cultura tedesca; cultura che non solo non sanno difendere, ma che condannano all’asfissia e alla necrosi. Gli “stranieri”, invece, contribuiscono a rinvigorire il tedesco, l’italiano (giacché queste mie considerazioni potrebbero essere rivolte anche ai nazionalisti o ai sovranisti italiani) e in generale la vita culturale di questa terra: la fecondano, la ampliano, la fanno respirare. Ce ne vorrebbero molti di più.

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Dignità e buone pratiche

Capogrossi

Non bisognerebbe chiamarla beneficenza. Le parole sono importanti. Così come è importante distinguere accuratamente i termini. I nuovi ospiti del maso Zeiler di Gries, messo nuovamente a disposizione dall’imprenditore Hellmuth Frasnelli, non saranno dei «senza tetto», ma lavoratori «senza fissa dimora», cioè persone che, se non avessero adesso questa possibilità di alloggio, rischierebbero anche di perdere la professione che stanno svolgendo. Spiegare bene il punto può servire a illustrare come si configura oggi a Bolzano non solo la mappa dell’accoglienza di prima necessità, ma anche la prospettiva di un inserimento che viene auspicato a parole, ma reso molto difficile nei fatti.

Il concetto che qui svolge un ruolo centrale è quello di «dignità». Non molti sanno che questa parola, che alla lingua italiana giunge dal latino «dignitas» e dunque da «dignus» (che significa meritevole), è un calco del greco «axios», che vuol dire assioma. Un assioma è un principio evidente, che non ha bisogno di essere dimostrato e che, proprio per questo, può funzionare da elemento basilare di ogni ulteriore costruzione deduttiva. Ecco alcuni esempi: cose uguali a un’altra sono uguali fra loro, il tutto è maggiore della parte, ma anche il celebre «è impossibile non comunicare». Chi negasse il valore di un assioma confinerebbe se stesso al di fuori della logica. Allo stesso modo, chi negasse la possibilità di dare un ricovero a chi ne ha bisogno estrometterebbe il luogo in cui ciò avvenisse dallo spazio della civiltà e del diritto.

Vista da questa prospettiva, la struttura del maso Zeiler è allora esattamente la porta con la quale Bolzano rientra nella civiltà e nel diritto, perché sposta, o per meglio dire torna a centrare l’asse dell’accoglienza dal principio genericamente umanitario e assistenziale (gli sciocchi parlano di «buonismo») al suo valore assiomatico.

Chi lo gestirà — vale a dire il personale volontario dell’associazione SOS Bozen — ha evidenziato il discrimine in modo inoppugnabile: chi verrà ospitato ha un lavoro e provvederà a pagare le spese, si impegnerà a gestire l’organizzazione della casa e in cambio sarà aiutato a rendersi autonomo, perché purtroppo oggi a Bolzano un lavoratore proveniente da altri Paesi (e non stiamo parlando solo dell’Africa) ha molta difficoltà a trovare un contratto d’affitto e quindi a usufruire di normali condizioni di vita.

Sulla via del recupero della dignità, la speranza è che — grazie a esempi del genere — altre buone pratiche possano fiorire e rafforzarsi. Per troppo tempo, a Bolzano, ha tenuto banco il tema dei «fuori quota» e delle persone costrette a passare la notte al freddo. Uno degli impegni primari di qualsiasi amministrazione, ma anche dell’intera società civile, dovrebbe essere la limitazione e l’estinzione di simili, indegne, occorrenze.

Corriere dell’Alto Adige, 23 gennaio 2020

La memoria e l’analisi

Craxi-Raphael

Le ricorrenze servono a ricordare, servono a compiere quel necessario processo di manutenzione della memoria senza la quale noi non potremmo sapere da dove veniamo (e quindi, è sottinteso, neppure a capire dove stiamo andando). Una memoria che però non offra anche un altrettanto necessario sforzo di analisi ci sottopone al rischio di isolare e sovrastimare alcuni particolari, alcune vicende, alcune immagini che potrebbero rivelarsi parziali. In via preliminare potremmo quindi affermare che un paese nel quale la memoria è rivendicata come preponderante sull’analisi è anche un paese in cui è più difficile capire come sono andate le cose, e ciò avviene proprio mentre crediamo di occuparcene, mentre siamo intenti a restaurare il loro profilo. Ebbene, davanti al recentissimo fiorire di interviste, rimembranze, libri e film sulla vicenda umana, politica e giudiziaria di Bettino Craxi, quello che si nota di più è proprio questo: una lotta accanita tra memorie diverse (cioè tra detrattori e riabilitatori) a tutto discapito di una più utile (perché meno emotiva) disamina di quanto accaduto. Io stesso, che ho vissuto in modo cosciente il declino del leader socialista (quando morì, nel 2000, avevo più di trent’anni), conservo una memoria parziale della sua figura, e istintivamente potrei schierarmi tra i suoi detrattori. Occorresse un simbolo ricorrerei senz’altro alla notissima scena di lui che esce dall’Hotel Raphael di Roma, mentre una folla inferocita agitava banconote da mille lire e gli lanciava delle monetine. Una sorta di Piazzale Loreto della Prima Repubblica, che ha preceduto la sua fuga in Tunisia e il decesso da esule (o da latitante) gravemente malato. Oggi è sicuramente giunto il momento di chiedersi quanto quella scena riassumesse davvero la stagione del “craxismo” e quanto sia giusto ignorare le argomentazioni di chi, sul fronte opposto, invita invece a spostare l’attenzione sulla storia che la precede, magari al fine di rovesciare l’interpretazione di quel simbolo (a vergognarsi non doveva essere Craxi, ma i lanciatori di monetine e persino la magistratura). Occorrerebbe l’analisi, appunto. In questi giorni ho letto due libri sospesi tra la memoria e l’analisi. Il primo, di Claudio Martelli, per anni suo intimo sodale, porta un titolo semplicistico e deludente: “L’antipatico” (La nave di Teseo). Il secondo, del giornalista Marcello Sorgi, è ancora più esplicito nella sua tesi di fondo: “Presunto colpevole” (Einaudi). Eppure, dopo averli letti, non potrei dire che lo sforzo riabilitativo riesca a portare quelle prove di cui un colpevolista avrebbe davvero bisogno per rivedere in profondità il suo giudizio. Nel volume di Martelli, per esempio, si afferma che in Italia, negli anni che vanno dal 1992 al 1994, non c’era più lo “stato di diritto”. Sacrosanta la sua fuga in Tunisia, quindi, e la delegittimazione del Pool di Mani Pulite. Similmente, Marcello Sorgi accosta la fine di Craxi a quella di Aldo Moro, sostenendo che in entrambi i casi una aberrante “ragion di stato” abbia stritolato quella umanitaria, tanto da rendere insomma il loro destino simile a quello di Josef K. nel “Processo” di Kafka (“La legge è sì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”). (Sia detto per inciso: anche Gianni Amelio, nel film “Hammamet”, suggerisce un accostamento tra Craxi e Moro, citando una frase tratta da una delle lettere dello statista pugliese scritte, quasi in punto di morte, dalla prigione delle BR: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo”). Personalmente non ho difficoltà a ritenere che molti dei tratti connessi all’epilogo della vita di Craxi (a cominciare dall’episodio delle monetine) siano stati deplorevoli. Al sopraggiungere dell’analisi, però, non può accompagnarsi l’accoglimento della tesi “martiriologica”, secondo la quale il riesame del cupo finale fa apparire tutto più luminoso. Craxi non fu un “martire”, non fu neppure l’unico a pagare per le vicende di Tangentopoli, e nessuno, neppure lui stesso, avrebbe mai potuto adottare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nel suo “L’affaire Moro”: “il meno implicato di tutti”. Che poi altri, altrettanto “implicati”, siano riusciti a farla franca, resta verissimo e dovrà essere compito di ulteriori analisi renderne minuzioso conto.

#maltrattamenti

Le piaghe etniche esistenti

Vettorato 2

Nei giorni scorsi l’assessore provinciale Giuliano Vettorato ha pubblicato una nota che riguarda «l’inserimento di un principio che sarà vincolante per la richiesta di contributi formulati da aziende e associazioni a partire dal primo gennaio 2020: requisito per accedere ai fondi provinciali sarà quello di non aver messo in atto (dal primo gennaio 2020, ovviamente) come ente, ma neppure i singoli associati, dipendenti o soci, azioni deliberatamente volte a creare un conflitto interetnico tra i tre gruppi linguistici ufficiali della Provincia».

La necessità di una simile presa di posizione è illuminata da una percezione che potrebbe sorprendere non tanto per il contenuto, quanto piuttosto per la tempistica: «Dalla scorsa estate stiamo assistendo al triste teatrino della politica urlata a suon di provocazioni etniche da parte dei soliti noti». Due domande sorgono qui spontanee: prima dell’estate, quindi, andava tutto bene? E chi sarebbero, poi, i «soliti noti»? Chi conosce un po’ la storia di questa provincia sa perfettamente che le «provocazioni etniche» fanno parte del discorso pubblico non dalla scorsa estate, ma praticamente da sempre.

Se ne potrebbe fissare il terminus a quo a partire dal 1919, anno dell’annessione, ma scavando si trovano antecedenti già negli elementi distruttivi immessi dal nazionalismo tardo ottocentesco all’interno dell’Impero austroungarico.

Uno scrittore assai brillante di questa terra, Enrico De Zordo, ha coniato a tale proposito la formula «Sudtirolo ideale eterno» proprio per illustrare la ricorsività con la quale certi temi conflittuali piagano il volto del nostro altrimenti lodatissimo modello di convivenza. Resta poi da definire l’identità di quei «soliti noti», non escludendo il rischio che il numero si riveli molto più alto di quello immaginato dall’assessore («chi è senza peccato scagli la prima pietra…»), oppure paradossalmente bassissimo, essendo in realtà molto difficile capire se e come ci troviamo davanti a una chiara «provocazione etnica». Senza poi contare chi, quale organo, quale commissione, quale istanza potrebbe realmente assumersi il compito di emettere giudizi condivisi.

La sensazione è che al progetto ventilato da Vettorato manchi il minimo presupposto per farlo diventare realtà. Peggio ancora: una cosa del genere potrebbe persino dar luogo all’ennesima guerriglia di carattere «etnico», proprio perché avanzata da un esponente di un partito non particolarmente accreditato sul versante del «pacifismo identitario». Meglio dunque lasciar perdere, meglio tollerare, come abbiamo sempre fatto, le periodiche febbriciattole che alzano la temperatura del conflitto etnico? Forse qualcosa si potrebbe fare, adottando però un principio diametralmente opposto. Perché, invece che sanzionare i reprobi, non premiare quei (pochi) soggetti virtuosi che operano esplicitamente al fine di favorire la comprensione e lo scambio tra i diversi gruppi? In questo modo potrebbe accendersi una competizione migliorativa, contribuendo così alla fertilizzazione del terreno comune che attualmente, e in questo Vettorato ha senz’altro ragione, non appare così rigoglioso come sarebbe bene che fosse.

Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2020

Il pozzo del “riconoscimento”

Bacon ritratto

Penso sia giunto il momento di dedicare qualche riflessione a un fenomeno sociale che va sotto il nome di “riconoscimento”. Lo faccio spinto da un libro di Axel Honeth che s’intitola proprio così: Anerkennung. Eine europäische Ideengeschichte. Dirò subito che il mio intento non sarà molto ambizioso, perché più che di Europa parlerò di Sudtirolo, anzi di Südtirol, e lo farò prendendo di mira qualcuno di molto preciso, anche se non ne dirò il nome, sperando comunque che si riconosca (del resto sarebbe sconveniente parlare di “riconoscimento” impedendo a chi si deve riconoscere di riconoscersi). Tizio è un tipo simpatico, lo si incontra spesso in giro con l’aria soddisfatta. La sua posizione nel mondo è sicura, ama il luogo in cui è nato, con le sue belle montagne, le sue belle tradizioni e tutto quello che fa di questo posto il posto che è: bellissimo e inconfondibile. C’è stato un tempo, molto remoto, in cui però non era così. Tizio allora non era affatto certo di trovarsi nel posto più adatto per lui. E questo perché il “riconoscimento” del quale aveva bisogno non proveniva dalla parte che lui riteneva essere la più giusta. Era insomma come se quelle montagne, quelle tradizioni che oggi, a suo dire, lo guardano con grande benevolenza, non lo vedessero, non lo considerassero. A quel tempo Tizio frequentava persone che non amavano quelle montagne e quelle tradizioni. Erano persone che giudicavano quelle montagne e quelle tradizioni alla stregua di cancelli invalicabili, come se fossero le barriere che li dividevano dalla proprietà degli “altri”, in un certo senso i veri padroni del luogo. Una delle chiavi per aprire quei cancelli, pensava Tizio, e pensavano, o almeno dicevano di pensare i veri padroni del luogo, era infatti la lingua. Tizio, per sua involontaria disgrazia, parlava una lingua che i veri padroni del luogo giudicavano inappropriata a far parte veramente di quel luogo. Fu dunque necessario che prima di tutto Tizio cominciasse a progredire in quella lingua, l’unica che poteva aprire i cancelli. Poi però si accorse che neppure la lingua era sufficiente. Certo, era già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognava non solo sapere quella lingua, ma anche dire le stesse cose che dicevano quelli che la parlavano. Era necessario, insomma, imitare non solo i significanti, ma anche i significati veicolati da quella lingua, e poi anche i sensi reconditi, le sfumature di quei significati. Solo così, infatti, sarebbe scattato il “riconoscimento” al quale Tizio non avrebbe più voluto, o addirittura saputo mancare. Decise di andare oltre. Fu la volta di una trasformazione parossistica a determinare l’evoluzione della storia. Se, per esempio, l’obbligo ormai introiettato a percepirsi esclusivamente grazie al codice di “riconoscimento” dettato dagli altri implicava che si apprezzasse l’autonomia speciale, Tizio cominciò a dire che questa autonomia speciale non si limitava ad essere buona, o valida, o perfettamente funzionante. No. Tizio diceva che questa autonomia speciale era la sua ragione di vita e, a ben guardare, era anche la migliore autonomia speciale del mondo e persino dell’interno universo. Un’autonomia speciale così, si affannava a testimoniare Tizio, neppure su Marte ce l’hanno. E lo stesso atteggiamento di vera e propria idolatria veniva poi esteso a ogni altro particolare: le nostre montagne sono le più belle e speciali del mondo, le nostre tradizioni sono le più tradizionali e speciali dell’universo, e via di questo passo. Oggi Tizio sembra felice perché crede che gli “altri”, finalmente, lo riconoscano come uno dei “loro”, eppure la sua integrazione, tendente al completo mimetismo, è tutt’altro che compiuta. In realtà un “riconoscimento” privo di reciprocità è come un pozzo nel quale si cade senza mai toccarne il fondo. Un pozzo nel quale chi vi scompare risulta invisibile e insignificante molto più di quando il processo del “riconoscimento” era agli inizi, quando cioè vigeva almeno la resistenza di un’alterità inassimilabile. Speriamo che Tizio, ormai da anni disperso nel pozzo, non se ne accorga.

#maltrattamenti

Il silenzio e le parole

ITALY-GERMANY-ACCIDENT-ROAD

Dopo una tragedia così grande come quella di Lutago, dopo la fine così violenta e insensata di tante giovani vite, in genere il bonario giudizio comune invita al silenzio. Facciamo silenzio, si dice, per rispetto delle vittime, per non turbare con inutili chiacchiere quel processo — chissà quando sarà concluso, semmai sarà concluso — di lentissimo e a sua volta doloroso assorbimento del dolore. Eppure ci sono parole che non solo è giusto spendere, ma che diventano persino doverose se non vogliamo lasciare che il dolore affondi dentro se stesso sbiadendo le sue tracce, fino alla prossima volta in cui un’occasione analoga ci porrà davanti al medesimo sbigottimento.

Si tratta di parole lontane da ogni retorica, che non hanno paura di toccare il dolore perché se ne fanno carico e, cercando di comprendere in modo più profondo quanto accaduto, rifiutano esplicitamente il ricorso alla paralizzante categoria della «fatalità».

Cerchiamo di esaminare le cose con lucidità. Un giovane, al volante di una potente macchina lanciata ad altissima velocità su una strada ghiacciata, con in corpo una quantità di alcol molto superiore ai limiti consentiti. Se volessimo parlare solo di «fatalità» non affronteremmo con tutta la decisione di cui abbiamo invece bisogno l’analisi di un comportamento che, purtroppo, non rappresenta un’eccezione.

Similmente, commetteremmo un altro errore anche relativizzando, affermando per esempio che fatti del genere possono accadere dovunque. Al contrario, la domanda che aspetta da noi una risposta, e dunque appropriate parole, è questa: quanto è diffuso, quanto è stimato — non dappertutto, ma proprio qui, in Trentino Alto Adige — il consumo smodato dell’alcol? Con quanta leggerezza, con quanta baldanza viene collettivamente tollerata l’usanza di mettersi al volante in condizioni di palese ubriachezza? Non è opportuno rimandare la sgradevolezza di una riflessione autocritica collettiva (ripetiamolo) aggrappandosi esclusivamente alla responsabilità personale, additando cioè il reprobo del giorno, perché molto spesso tale responsabilità è minata, indebolita e persino cancellata da un consenso ottuso, ampio, che continua a spingere nella direzione opposta, vale a dire quella della prova di forza, del pericolo, persino del vanto di chi si considera al di sopra delle regole. E questo succede sia tra i giovani, che hanno bisogno di esempi, sia tra chi, ai giovani, manca di fornire un esempio.

Prima di attendere che ci aiutino i dispositivi tecnologici, prima di invocare maggiori controlli, leggi più restrittive, pene più dure, prima di tutto questo occorre sottoporre a una inversione di senso la demente percezione che oggi rende ancora attraenti l’ubriachezza, la velocità, la voglia di prevalere sugli altri aumentando la porzione di rischio. Poi le «fatalità» non si potranno comunque evitare, ma almeno avremo intaccato la cultura che le rende maggiormente possibili.

Corriere dell’Alto Adige / Corriere del Trentino, 9 gennaio 2020

Sauf-Tirol

Lutago

Ho appeso qui nella mia stanza un aforisma del filosofo Niklas Luhmann che rimastico spesso. “Man kann nicht sehen, dass man nicht sieht, was man nicht sieht”. Lo traduco con una perifrasi che ne illustra il senso (peraltro non particolarmente nascosto): quando vediamo qualcosa inevitabilmente non vediamo qualcos’altro, però non possiamo accorgerci che questo qualcos’altro ci sfugge. Nel caso del terribile incidente di Lutago in Valle Aurina – che è costato la vita a sei ragazzi, ventenni, ed ha provocato il ferimento di altre 11 persone – ciò che ci sfugge, tuttavia, non è certo la percezione della condizione di possibilità, vale a dire dell’altissimo rischio che porta a provocare tragedie del genere se, come è stato subito provato, ci si mette alla guida di un’auto in stato di ubriachezza. L’aforisma di Luhmann, dunque, può essere riformulato così: non si può vedere ciò che, pur vedendolo, abbiamo deciso di non vedere. Che cosa non si voglia vedere è chiarissimo. In Alto Adige-Südtirol esiste un colossale problema legato al consumo di alcol. Talmente colossale che, pur sguazzandoci dentro, abbiamo in un certo senso deciso che dev’essere preso con fatalistica accettazione. È così, è una cosa che accade, che ci volete fare? Le strategie per attutire e vaporizzare la percezione del rischio diventano immediatamente attive. Si dirà che eventi del genere sono rarissimi, si dirà che accadono anche altrove, si dirà che la responsabilità individuale, alla fine, è l’unica àncora di salvezza, una dotazione simile alla fortuna: o ce l’hai, o non ce l’hai. Ho un figlio di diciannove anni, neopatentato. I suoi racconti non differiscono da quello che si sente e che si vede in giro. Saufen, bere, fino a sfondarsi, è considerata una pratica quasi ovvia, buona per accedere anche ad un riconoscimento sociale che puzza di mefitico patriottismo da quattro soldi. “Se non bevi non sei un vero sudtirolese”. La ridicola prova del fuoco, l’iniziazione stantia a un rito comunitario in cui i valori sono rovesciati: più sei coglione e più vali. Per carità, nulla di nuovo e, come detto, neppure a denominazione d’origine controllata (semmai: incontrollata). Qualcuno avanza soluzioni impotenti: se questi ragazzi sapessero cosa fare, se avessero più cose da fare, non cercherebbero inutili prove di forza ad alto tasso alcolico. Chissà. Si ubriacano anche quelli che hanno altro da fare, perché la sera il tempo di svenire sotto un tavolo si trova sempre. Poi se “ci scappa” il morto, se ci scappano molti morti, se ci scappa addirittura una strage basta stare in silenzio un giorno, osservare ipocritamente il lutto. Peraltro, non è vero che i morti scappino. I morti restano lì, stesi e stecchiti. Intanto, il crocifisso nella Stube ti guarda. L’oste è in prima fila al funerale. Il sindaco di Valle Aurina, Helmut Klammer ha detto: “Ein Unfall, so tragisch er auch ist, kann passieren. Es ist eine ganz schlimme Situation für die ganze Talschaft. Ich hoffe, dass dieser Unfall keine großen Schatten für die Zukunft auf unsere Talschaft wirft” [link]. Ecco. Un incidente. Succede. Speriamo solo che non getti un’ombra sul futuro turistico della nostra valle. Amen. Da domani si può ricominciare a bere come niente fosse. Das Leben ist doch schön in Sauf-Tirol.

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Enrico De Zordo, poeta del Sudtirolo indiviso

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Il testo seguente è la versione italiana (quindi precedente e leggermente differente) della prefazione alla traduzione tedesca del libro di Enrico De Zordo “Divertimenti tristi“. Non si tratta però solo di una semplice prefazione leggibile come introduzione alle prose minime contenute nel volume, quanto della precipitazione di un dialogo fittissimo con l’autore, stratificato negli anni, e quindi, in questa forma, per così dire rappreso a guisa di un compendio dei suoi punti salienti. A voce, mi sia concessa una simile immodestia, ho avuto più volte modo di affermare che “Divertimenti tristi” è uno dei libri fondamentali per capire una terra come l’Alto Adige Südtirol, sia quando questo argomento viene tratteggiato direttamente (nella terza sezione, denominata “Foglietti sudtirolesi”), sia quando l’ispirazione procede al margine e poi si sposta più oltre, staccandosi, congedandosi da un simile ristretto orizzonte. Per dirla con una battuta, se il celebrato “Sangue e suolo” di Sebastiano Vassalli ha rappresentato per anni lo specchio concavo (o convesso) entro il quale generazioni di lettori italiani hanno creduto di accostarsi al vero volto dell’Alto Adige Südtirol, “Divertimenti tristi” parla di questa terra utilizzando il linguaggio che la rappresenta finalmente DA TUTTI GLI SPECCHI POSSIBILI. Il volo del tacchino (un uccello che simbolicamente si contrappone all’aquila) può così essere ammirato in tutta la sua ampiezza. Tenendo anche oviamente conto del semplice fatto che un tacchino, a rigore, non sa neppure volare.

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L’immaginazione, nella migliore delle ipotesi, è un onesto esercizio di memoria (EDZ)

Come Loiny divenne finalmente scrittore

Ho conosciuto Enrico De Zordo a Bolzano, quasi venti anni fa. L’occasione scaturì da un corso di aggiornamento per insegnanti di L2 (cioè di lingua italiana) impiegati nelle scuole professionali di lingua tedesca. Ero molto irritato. Un po’ per la vuotezza dei contenuti del corso, un po’ per la sensazione di trovarmi nel posto in cui meno avrei avuto voglia di essere in quel momento. Durante una pausa uscimmo a fumare e cominciammo a parlare. Scoprii così che avevamo frequentato la stessa facoltà universitaria, con una leggera sfasatura di anni, e che entrambi eravamo stati molto influenzati da un professore di estetica che si chiamava Luciano Nanni. Parlammo anche di Sudtirolo, ovviamente: lui era curioso di conoscere quali circostanze mi avessero portato qui, cosa pensassi di questa piccola società e, soprattutto, a cosa fosse dovuta la mia insofferenza. A me interessava approfondire il punto di vista di un autoctono colto, consapevole e a prima vista così “eccentrico”. La sua biografia, del resto, era (ed è) più che promettente: prima di iscriversi al DAMS di Bologna, aveva provato persino a diventare un calciatore professionista (passò due anni a Torino, militando nelle giovanili della Juventus), quindi, dopo la laurea, ecco la breve esperienza di insegnante d’italiano in una scuola agraria della Val Pusteria, l’impiego in una enoteca di Brunico e, dal 2010, l’assunzione nell’ambito dei servizi sociali, professione che egli tuttora esercita nella città in cui risiede, Bressanone. La scrittura era sbocciata solo nella pubblicazione di una raccolta di versi, ma pareva cosa ormai passata. Quasi un peccato di gioventù. Si riattivò tuttavia poco dopo esserci conosciuti, perché quello era anche il periodo in cui esplose l’uso di internet, la partecipazione ai dibattiti online che alcuni giornali rendevano possibile con appositi forum e piattaforme di discussione. Infine ci fu l’apertura dei primi blog collettivi e personali, nei quali egli prese a muoversi utilizzando il curioso pseudonimo di Loiny. È a partire da quell’attività fatta di interventi, commenti e tentativi di contribuire alla comprensione dei temi politici galleggianti nel discorso pubblico che sono nati i primi racconti, o per meglio dire le “prose minime” d’ispirazione sudtirolese che figurano (in forma stabilizzata) nella terza sezione di questo libro. Come si vedrà, ciò rappresentò solo l’abbrivio di un’avventura destinata alla pagina stampata mediante una significativa trasformazione dei suoi presupposti. Terminata la stagione dei blog, De Zordo ha infatti cessato di svolgere con cadenza quotidiana e in forma digitale i suoi pensieri su questa terra, e sottraendosi alla visibilità ha maturato lentamente un approccio alla scrittura ad un tempo più appartato e più ampio, potremmo quasi dire da letterato puro. Le ragioni di tale svolta non sono soltanto accidentali, ma attengono alla fenomenologia intrinseca di quegli argomenti che, dopo avergli consentito di raggiungere un livello di assoluta (ancorché misconosciuta e dunque inutile) preminenza tra gli esegeti del contesto locale, lo ha portato a perseguire una vocazione poetica universale (vocazione esercitata scrivendo, riscrivendo, limando e asciugando le prose in grado di sopravvivere al suo severo esame autocritico). Di seguito chiarirò il senso – vale a dire la direzione – di tale evoluzione, che trova in “Divertimenti tristi” la sua articolata precipitazione. Alla fine cercherò anche di sottolineare l’importanza che la presente traduzione tedesca (meglio ancora: il confronto con la lingua tedesca) riveste per la comprensione complessiva dell’opera, vale a dire sia alla luce della sua origine che del suo compimento.

La polvere delle cose

Per cominciare ad assaporare le prose di “Divertimenti tristi”, intanto, occorre individuare la ragione dell’accostamento delle parole del titolo. Abbiamo a che fare, è evidente, con un ossimoro, ossia l’unione di due concetti apparentemente contrari. Non sarebbe possibile, infatti, definire triste un divertimento, così come sarebbe del pari assurdo avere a che fare con una tristezza divertente, senza forzare la logica banale della mutua esclusione. Eppure, qui si tratta proprio di riuscire ad afferrare non tanto l’ipotetica e astratta unione di un’opposizione negata, ma la dinamica del paradosso che solo la letteratura, e segnatamente la poesia, riesce ad esprimere, e perciò ad essere. Con una formula: solo là dove l’elemento divertente riesce ad ospitare un tratto elegiaco, e solo allorché nella terra oscura della tristezza sboccia il fiore della lietezza, letteratura e poesia diventano localizzabili.

Nelle “Lezioni americane”, Italo Calvino ha scritto:

Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni.

Leggerezza e pesantezza, questi due archetipi del narrare, dispiegano anche per il nostro scrittore il processo di progressiva rarefazione (non è difficile scorgere dietro alla “nube”, al “pulviscolo sottile” e al “campo d’impulsi magnetici” calviniano la “cipria turchese” di De Zordo) che ha guidato la stesura dei suoi testi. Al posto del peso, dello spessore, della concretezza delle cose, dei corpi e delle sensazioni, basterà qui sostituire un repertorio di eventi storici e una determinazione territoriale dalla quale la narrazione prende l’avvio per poi staccarsi e puntare così ad una emancipazione del linguaggio, lontana da qualsivoglia intento di referenzialità. Che l’ordine della composizione sia invertito rispetto a quello che orienta la sequenza delle pagine – a rigore bisognerebbe cioè leggere partendo dal fondo, dai racconti della terza sezione, “Foglietti sudtirolesi”, risalendo verso l’inizio – dipende da una scelta volutamente archeologica: come si accennava, il libro è stato prodotto stendendo stratificazioni che sono piuttosto cancellazioni successive, lasciando trapelare solo alla fine il materiale che le ha rese possibili. È ancora Calvino a rimandarci alla delicata balance dell’ossimoro iniziale, individuando proprio nella “capricciosa tristezza” (“humorous sadness”) la tonalità affettiva (die Stimmung) di questa “gravità senza peso”, il suo sospeso punto di equilibrio:

Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni, un pulviscolo di atomi come tutto ciò che costituisce l’ultima sostanza della molteplicità delle cose.

La corsa del tacchino

Un’altra porta di accesso, sempre al fine di inquadrare sommariamente i “Divertimenti tristi”, si apre grazie all’immagine scelta per la copertina. Perché un tacchino, perché questo strano animale che sembra correre per suscitare il nostro sconcerto? Sempre nella terza sezione del libro, quella in cui affiora il materiale a partire dal quale la scrittura, come detto, spicca il volo, leggiamo una deliziosa prosa minima il cui incipit disegna il confine di uno spazio simbolico apparentemente pietrificato: Il cielo sopra Bolzano, sotto qualsiasi aspetto lo si consideri, pullula di aquile. Il raccontino, che per l’appunto conforma il suo titolo al nome del più regale dei rapaci, prosegue con un elenco di volatili effettivamente rinvenibili o transitati in loco (l’aquila del Terzo Reich, l’aquila napoleonica, l’aquila fascista, l’aquila bicipite austriaca), mentre altri sfumano nel puro divertissement letterario (l’aquila-demonio, l’aquila della tradizione pellirossa, l’aquila-giustizia di Dante). Questa moltitudine di aquile sorvola – è il caso di dirlo – una storia e un paesaggio caratterizzati da ciò che l’autore, riprendendo un’espressione di Macedonio Fernández resa celebre a inizio millennio da Jean Baudrillard, ha chiamato “lo sciopero degli eventi”. Qui è come se le cose fossero condannate a ripetersi o a non evadere mai dagli schemi consueti – si pensi a certi evergreen che inceppano il discorso pubblico sull’autonomia speciale –, e la tentazione di sottrarsi al loro perpetuo spettacolo diventa perciò irresistibile, una vera e propria necessità vitale:

Più spesso mi verrebbe voglia di cambiare cielo, o che entro la linea del nostro orizzonte irrompesse finalmente un tucano.

Certo, l’irruzione di un tucano sarebbe una soluzione, ma forse troppo estrema, troppo esterna. Ecco quindi che viene in soccorso un altro uccello, quello della copertina, che fugge in uno spazio vuoto. Il tacchino è l’uccello vittima per eccellenza, visto che per lui, al contrario dell’aquila, il valore simbolico si contrae per ridursi quasi interamente a quello d’uso, ossia all’essere mangiato. Transitando dall’immagine imperante ma statica dell’aquila verso quella più modesta ma mobile del tacchino, già avvertiamo una paradossale e benefica (benefica proprio perché paradossale) diminuzione di peso, un alleggerimento del contesto, un congedo dalla provenienza, un allentamento del carcere dei dati in cui siamo costretti, come a voler recuperare una dimensione di accettata e terrestre normalità.

Non è affatto disdicevole cessare di credersi nobili, irraggiungibili aquile, e riflettere piuttosto sulla nostra umile condizione di tacchini, creature che vorremmo sapere lontane dal piatto al quale sono destinate non appena nascono, e proprio per questo pronte a far smettere di scioperare gli eventi, cercando altrove, in altre occupazioni, o in altri sogni, un futuro migliore. Niente paura, siamo tacchini, non aquile, ci suggerisce adesso l’autore, e non appaia un disonore. Forse, al contrario, questo è l’unico modo per rimettere in moto la voglia di affidarci a narrazioni più disinvolte, che possono farci sentire tutto il dolore di cui siamo impastati, ma anche permetterci di sorridere, meglio ancora se tutte e due le cose insieme.

Dal soggetto diffuso al soggetto poetico

La tecnica peculiare con la quale De Zordo è riuscito a compiere la sua opera di rarefazione (ripetiamolo: dalla durezza degli eventi “in sciopero” alla loro riattivazione nel campo della pura letteratura) corrisponde ad una precisa scansione di passi fenomenologici, anche se il primo assomiglia piuttosto a un inciampo. Bisogna allora capire come funziona un “racconto rotto” (è il titolo della sezione mediana dei “Divertimenti tristi”, ossia il loro laboratorio nascosto, la loro chiave di volta) immergendoci nell’interpretazione forse più radicale, perché autodissolventesi, che sia mai stata tentata a proposito dei crampi concettuali che imbrigliano questa terra. Un racconto rotto – ha spiegato l’autore – è una raccolta di frammenti radunati da un’intelligenza che fallisce nel suo tentativo di ordinarli in racconto. Questa definizione è efficace se si considera il racconto rotto dal punto di vista del suo insieme, in quanto aggregato di testi. Tuttavia, affinché una raccolta di frammenti possa essere considerata un racconto rotto, è necessario che ogni singola prosa che lo compone sia a sua volta un racconto rotto, ossia un incipit, un finale o un brano qualsiasi, strappato a un componimento narrativo preesistente – non importa se concluso e poi scartato, oppure abbozzato e subito abbandonato – che non esiste più. Nei “Foglietti sudtirolesi” la soggettività che tenta di raccontare la storia del Sudtirolo dopo il 1992 – ossia dopo la fine del conflitto etnico, ormai sfumato in una nuvola di mere rappresentazioni – è una soggettività trasversale ai gruppi linguistici che abitano in provincia di Bolzano. Il “noi” tedesco e il “noi” italiano vengono messi a tacere, quello ladino tace da sempre; a prendere la parola è allora un soggetto diffuso, un grumo di soggettività che si mette di sbieco, più piccolo del “noi” italiano, invisibile rispetto al “noi” tedesco, eppure in grado di contenere quei “noi” senza diventare a sua volta un pronome personale. I “Foglietti sudtirolesi” sono stati scritti da un soggetto diffuso, corale; tuttavia sono ancora avvolti nella pasta attaccaticcia dell’immaginario sudtirolese, nel repertorio di figure generato dal “grande racconto della separazione etnica”. Concepito alla luce della svolta costituita da “Racconto rotto” quel soggetto diffuso intende ancora raccontare il Sudtirolo, ma rifiutandosi di attingere al repertorio di immagini alimentato dalla “rappresentazione del contrasto etnico”; in un certo senso, i testi che compongono “Racconto rotto” provano a rispondere alla domanda finale di “Tarli”, prosa conclusiva del volume:

Per noi tarli, lì fuori, c’è qualcosa? Oltre il legno che abitiamo (vale a dire: oltre il repertorio di immagini generato dalla rappresentazione del contrasto etnico) esiste un altro spazio in cui sia possibile … raccontarsi?

La risposta è “sì”: lì fuori è possibile raccontarsi, ma la storia che può essere narrata da un soggetto diffuso che eviti di attingere al repertorio di figure della questione sudtirolese è un racconto spezzato: un racconto che inizia e si inceppa, riparte e si inceppa, ricomincia e si inceppa, prende avvio e si inceppa, cambia direzione ma inciampa subito e cade, si rialza e casca di nuovo. In conclusione: nei “Foglietti sudtirolesi” un soggetto diffuso tenta di riscrivere il repertorio di figure generato dalla rappresentazione del contrasto etnico spostando il punto di vista; in “Racconto rotto” quel soggetto diffuso prova a dire ancora qualcosa sul Sudtirolo senza ricorrere al repertorio di figure della questione sudtirolese; in “Cipria turchese”, finalmente, il processo di liberazione si compie perché quel soggetto diffuso, in quanto soggetto ancora territoriale, locale e provinciale, si toglie di mezzo, e fa spazio a un soggetto poetico che parla a vanvera la sua lingua assoluta:

Glu glu, glu glu. Chi ha voce, oggi, rinuncia alla parola: sta in disparte, tace, si fa cavo; lascia la scena, per intero, al passaggio di un tacchino che gloglotta.

A sort of homecoming

Chi ha voce, oggi, rinuncia alla parola. Eppure, se il poeta ha deciso di tacere, non per questo declinerà l’invito a trasfondere la sua voce inudibile in un’altra lingua. Al contrario, egli addirittura affiderà a questa trasfusione la sua parola più vera, che dunque si configura sempre come una sorta di ritorno a casa. Abitante di una terra plurilingue, Enrico De Zordo è riuscito a conquistare la sua lingua “materna” passando per ciò che Friedrich Hölderlin chiamava “la prova dell’estraneo”. Così come il grande svevo approdò al “suo” tedesco attraversando il greco di Sofocle e di Pindaro, lo scrittore di Bressanone ha attraversato gli autori tedeschi che l’hanno maggiormente influenzato (Musil e Kafka, in particolare) per poi riscoprire alcuni capisaldi della tradizione italiana novecentesca (oltre al già citato Calvino, evochiamo almeno Ennio Flaiano, Giorgio Manganelli e il Montale dei Mottetti). Non bisogna essere frastornati da questi nomi altisonanti: l’esperienza che stiamo descrivendo è molto comune, quasi inevitabile per chi proviene da una terra di frontiera. È solo dal dialogo tra lingue poste a stretto contatto, vale a dire permanendo e forgiandosi in questo dialogo, che diventa possibile accedere ad un “proprio” da intendere in primo luogo come dedica (Widmung) all’“altro” e superamento degli stereotipi che hanno animato a lungo il nostro “teatro d’ombre”. Grazie al tedesco, nei “Divertimenti tristi” torna così a risuonare lo stampo a partire dal quale l’italiano della versione originaria, scollandosene, ha potuto prendere forma. La traduzione, l’abbiamo anticipato all’inizio, in questo caso non è semplicemente l’aggiunta meccanica di una “lingua seconda” (L2) ad una “lingua prima” (L1), ma vero e proprio compimento (Vollendung), diramazione del medesimo tronco. Basterebbero già queste poche considerazioni a farci capire tutta l’importanza di un autore che, con pochi altri (possiamo spendere i nomi di Norbert C. Kaser o di Gerhard Kofler), rappresenta quanto di meglio il Sudtirolo indiviso ha da dare al resto del mondo letterario.

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Nota dell’autore (da pubblicare eventualmente alla fine del libro)

In italiano il titolo Divertimenti tristi può essere letto in due accezioni, a seconda del significato che attribuiamo alla parola «divertimento». Se lo intendiamo nel senso di «diletto», «piacere», «sollazzo», Divertimenti tristi è un ossimoro, una figura logica in cui coesistono due parole di senso opposto. In questa accezione il titolo segnala immediatamente la compresenza dei due registri stilistici che prediligo, quello malinconico e quello umoristico. Per ottenerli occorre ridurre i due termini del titolo ad arnesi retorici, da usare sistematicamente l’uno contro l’altro con un atteggiamento che Giorgio Manganelli definiva «cinico». Il «divertimento» diventa allora l’utensile di cui mi servo per togliere peso alla tristezza; mentre la «tristezza», trasformata in innocuo strumento di lavoro, mi soccorre quando voglio alleggerire un divertimento per evitare che diventi barzelletta. Tutto questo richiama almeno in parte un passaggio delle Lezioni americane di Italo Calvino, dove si dice che «come la malinconia è la tristezza diventata leggera, così lo humor è il comico che ha perso la pesantezza corporea».

Nei testi che compongono le prime due sezioni del libro – i soli a poter essere definiti «divertimenti tristi» per le ragioni stilistiche sopra esposte – malinconia e umorismo sono sempre compresenti, si potrebbe dire che passeggiano l’una accanto all’altro conversando del più e del meno; ogni tanto parla la malinconia e l’umorismo resta in ascolto; in altri casi prende la parola l’umorismo e la malinconia tace. Oppure accade che i due passeggiatori parlino insieme e le loro voci si sovrappongano.

Se invece il termine «divertimento» lo leggiamo nel suo significato di «divagazione», «digressione», il titolo Divertimenti tristi ci invita a considerare il libro dal punto di vista di quella che Roland Barthes chiamava l’«écriture», o «il rapporto tra la creazione e la società, il linguaggio letterario trasformato nella sua destinazione sociale» (R. Barthes, Il grado zero della scrittura). Ecco allora che Divertimenti tristi può essere letto come un tentativo di disintossicazione dal discorso pubblico sudtirolese compiuto da un tizio che per sette anni di seguito non si è limitato a ignorare i giornali locali, ma lo ha fatto sistematicamente, sedendosi ogni pomeriggio a un tavolino dello stesso bar di Bressanone con l’intento di evitare la lettura dei giornali e dedicando a questa occupazione, in un certo senso cava, almeno un’ora al giorno. Le piccole prose che compongono il libro sono nate all’incirca così: ogni volta che volevo mettere giù un articolo su piazza della Vittoria, su Magnago o sulla toponomastica, mi sedevo a tavolino e poi dicevo: no, basta, un altro pezzo su piazza della Vittoria non si può scrivere, proprio no. Allora prendevo in mano la matita e, al preciso scopo di lasciar perdere piazza della Vittoria, fantasticavo di pavoni, tazze e pesci medi. I «divertimenti» del titolo sono dunque fedeli al loro etimo: sono digressioni, divagazioni attorno a quella che nel periodo in cui scrivevo i “Foglietti sudtirolesi” (2004-2009) chiamavo la «rappresentazione del contrasto etnico», o il discorso pubblico sudtirolese immaginato come spazio teatrale, come fiction, in cui il conflitto tra i gruppi linguistici dell’Alto Adige continuava a essere combattuto sul piano simbolico dopo che il conflitto in solido si era ufficialmente concluso nel 1992 con la benedizione della comunità internazionale.

Scrivendo i «divertimenti tristi» ho inteso sottrarmi all’abbraccio paralizzante del fantasma della questione sudtirolese, lo stesso lemure abbacchiato e taciturno che oggi si aggira per i boschi delle nostre valli in attesa di tempi migliori, ma che nella seconda metà degli anni Novanta e nei primi anni Duemila, prima che i demoni attuali gli rubassero la scena, era un fantasma chiassoso e ubiquitario in grado di occupare buona parte del discorso pubblico sudtirolese, disseminandolo di tagliole retoriche e alimentando la «rappresentazione del contrasto etnico» con il suo vischioso repertorio di Immagini.

Una volta capito questo, se si vuole leggere Divertimenti tristi come un racconto sudtirolese lo si può fare, ma riconoscendo che esso è quel che resta dell’immaginario sudtirolese una volta depurato dalla sua mitologia negativa.

Pinocchio e l’origine

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Il periodo di Natale sarebbe in realtà perfetto per andare al cinema. Non è un caso che registi e produttori e tutti gli altri operatori del settore cerchino di far uscire parecchi film proprio in quei giorni. Tutti vogliono rendere la nostra scelta imbarazzata. Infatti, una volta creato l’imbarazzo, ecco che diventa poi sul serio difficile, se non impossibile, scegliere. Alla fine si rischia di restare a casa. Il racconto dei film visti a Natale diventa così il racconto dei film perduti a Natale. Io, per esempio, ho mancato la trasposizione che Matteo Garrone ha dedicato alla grande fiaba di Collodi, e un po’ me ne pento. Pinocchio rappresenta talmente tante cose, è stato talmente importante nella mia formazione, che ogni sua nuova rivisitazione mi alletta ed agita nello stesso momento. Esiste un modello difficile da superare, vale a dire quello rappresentato dallo sceneggiato televisivo del 1972, per la regia di Luigi Comencini. Quando lo trasmisero avevo 4 anni e mezzo, eppure ancora oggi, se ascolto le musiche di Fiorenzo Carpi, non posso trattenere le lacrime. Ricordo anche che in quegli anni, ogni settimana, usciva nelle edicole un fascicolo con allegato un 45 giri. La voce del burattino era quella, bellissima, di Paolo Poli. Ascoltandolo continuamente riuscii ad impararlo tutto a memoria. Chissà, forse anch’io, come quel pezzo di legno parlante, non voglio crescere oltre le mie radici. Pinocchio è abitato dalla poesia dell’origine (la lingua-mondo, la lingua che si fa mondo, il mondo che si fa lingua) e raccoglie e trattiene le cose e le relazioni tra le cose presso la loro inesauribile sorgente. Qualcosa che si accosta all’enigma del puro scaturire, Ein Rätsel ist Reinentsprungenes, di cui cantava Hölderlin nel suo più grande inno fluviale. Ma una storia sorgiva, appunto, ci sta ancora davanti, non solo alle spalle, e ci fa capire ciò che siamo stati, ciò che siamo, e ciò che saremo.

La colonnina, ff – 02 januar 2020 – No 01

La storia siamo noi

Monopolio occupato

Fotografia di Adriano Neri

40 anni fa l’occupazione “interetnica” del Monopolio Tabacchi di Bolzano, dove oggi sorge il Museion. Un libro racconta cosa resta di questo esperimento, che durò solo un mese.

Viene in mente la vecchia canzone di Francesco De Gregori: “La storia siamo noi, nessuno si senta offeso / siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo. / La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”. Per la cronaca basta rileggersi l’incipit, farcito di errori di battitura, di un articolo comparso il 7 ottobre 1979 sul quotidiano “L’Adige”: “Ieri pomeriggio verso le 16 alcune centinaia di giovani appartenenti ai circoli culturali che si collocano nell’area della sinistra, a partiri (sic) e sindacati, hanno occuptato (sic) del tutto pacificamente l’edificio dell’ex Monopolio tabacchi di via Dante a Bolzano”. Dopo quarant’anni un libro uscito per le Edizioni alphabeta Verlag e firmato da tre curatori – Dominikus Andergassen, Paolo Crazy Carnevale (questi due testimoni diretti) e Martin Hanni – ricostruisce quei lontani giorni, consentendoci di comprendere una stagione che, a seconda della prospettiva adottata, può essere letta come l’anticipazione di uno sviluppo in seguito attinto con altri mezzi, oppure come una promessa solo in parte mantenuta.

Che cosa era dunque accaduto? Il giornalista e storico Maurizio Ferrandi schizza il contesto: “Dove oggi sorge la scintillante costruzione che ospita il Museion, resistevano da parecchio, in quegli anni, gli edifici semidiroccati che avevano accolto, un tempo, gli uffici e magazzini del Monopolio di Stato incaricato di distribuire sigari, sigarette e pacchi di sale. […] Un gruppo di giovani facenti capo all’area alternativa, che era venuta crescendo negli anni precedenti e che si era articolata in diverse associazioni e gruppi, mise gli occhi su quegli stanzoni vuoti per farne un centro cultura e di interscambio sociale ed etnico. Furono ben 22 le associazioni che, nel luglio del 79, chiesero al Comune di Bolzano, cui era stata passata in proprietà l’area, di poter utilizzare i vecchi edifici per realizzare un centro sociale. La risposta fu negativa. Su quell’area, demolite le costruzioni, si pensava di realizzare un parcheggio”. Diniego, per l’appunto, che provocò una mobilitazione culminata con l’occupazione del 6 ottobre.

La testimonianza di Luciano Casagrande: “Un cortile abbastanza disadorno pieno di polvere, fango e colori sulle pareti di case abbandonate. Potevi incontrare persone di ogni età, compagni impegnati politicamente, amici musicisti, intellettuali impegnati, politici alternativi, bambini seminudi, pieni di colori appena spalmati su grandi fogli da appendere in giro, barboni, come allora li chiamavamo senza troppi sensi di colpa, che trovavano riparo e un bicchier di vino. Tutti insieme in quel piccolo spazio”. L’evento principale fu l’allestimento di uno spettacolo tratto dall’opera “Teste tonde e teste a punta” di Bertolt Brecht, con la regia del viennese Götz Fritsch. Ricorda Sandra Montali: “45 non attori in scena (neanche la metà aveva esperienze teatrali precedenti), a costruire le maschere di cartapesta con Lena Ilgisonis, la bella scenografa russa”, quindi le parti recitate in lingue diverse, le musiche di Hannes Eisler e Benno Simma che cantava die Ballade vom Wasserrad. Il successo – chiosa con legittimo orgoglio – “fu strepitoso”. Un laboratorio “a cielo chiuso”, insomma, giacché il clima culturale di quegli anni era contrassegnato dalla sofferta implementazione delle norme autonomistiche, era la stagione delle “gabbie etniche”, secondo la formulazione adottata da Alexander Langer, che in qualche modo raccoglierà di lì a poco il fermento della contestazione sparso in quell’esperienza di occupazione. Un cielo che si trattava perciò di “scavare” per far respirare di più e meglio una società da molti percepita come asfittica. “Il Monopolio – si legge in un altro testo riprodotto nel libro che, immediatamente a ridosso dell’occupazione, ne tentava già allora una documentazione e un consuntivo – è stato un luogo di comunicazione aperta, di considerazione ed integrazione reciproca, di convivenza, in cui mai fu possibile prescindere dagli altri. Forse in questo stava la forza esplosiva più profonda che fece paura alle autorità ed al potere locale”. Infatti dopo appena un mese, il 5 novembre, era già tutto finito, con uno sgombero forzato eseguito dai cosiddetti tutori dell’ordine.

Die Monopol-Besetzer waren jung, sie waren radikal und sie hatten einen Traum”, annota Gerd Staffler. Possiamo forse dire che oggi quel sogno non è stato sconfitto, ma si è imborghesito, burocratizzato, istituzionalizzato. I più pessimisti affermeranno che un sogno istituzionalizzato è solo una triste realtà appena smaltata da desideri frustrati. Se allora la storia entrava dentro le stanze, le bruciava, dava torto e dava ragione (tanto per continuare a citare le parole di De Gregori dalle quali abbiamo preso le mosse), oggi prevale una visione pragmatica, asettica, tanto che tra chi ha torto e chi ha ragione il confine è diventato molto evanescente. “Per la nostra generazione – sono le conclusioni agro-dolci di Andrea Maffei – avrebbe dovuto essere un punto di non ritorno”. Magari l’Anton Zelger del “più ci separeremo più ci capiremo” se l’è presa pure “in saccoccia”, eppure nessuno riesce ancora a rispondere alla domanda: “fiscn, sciforn un fusboll, diokane, und i”?

ff – 02 Januar 2020 – No. 01