Imparare a morire

Dottore della peste

L’imminence de la mort n’est pas seulement une obsession personnelle, c’est une manière de se rendre à la nécessité de ce qui se donne à penser, à savoir qu’il n’y a pas de présence sans trace et pas de trace sans disparition, donc sans mort” (J. Derrida)

In questi tempi di concitazione, nei quali ognuno è lo specchio deformante degli altri, andiamo in cerca di frasi in cui riconoscerci, anche se con inevitabile amarezza. Da quel vaso di Pandora che è la rete estraggo allora un pensiero dello scrittore Andrea Pomella, che mi pare evidenzi senza troppi giri di parole quanto c’è da dire: “La cosa più interessante è che in due giorni sembra che tutto converga in un solo punto, un apice di iper-contemporaneità, tutto il gentismo degli ultimi anni, l’informazione tossica, la crudeltà, i medievalismi, le smanie di razzismo, tutto il complesso dei fenomeni culturali e sociali del presente, tutti i fiumi di melma in cui abbiamo a varie riprese nuotato confluiscono all’improvviso in un unico, spaventoso mare di merda”. Che il virus denominato “Coronavirus” (COVID-19) abbia le fattezze di una nuova peste, che sia in grado cioè di produrre cumuli di morti, riesca a piegare ogni tipo di resistenza o di cordone sanitario, oppure che si tratti di un’influenza un po’ più forte di quella “normale”, pericolosa ma non letale senza patologie concomitanti, è del tutto indifferente. Nell’immaginario che stiamo attraversando tornano in mente le parole di Tucidide: “Gli uomini morivano come le mosche. I corpi dei moribondi venivano ammassati gli uni sugli altri. Si vedevano creature agonizzanti vagare vacillando per le strade o radunarsi, bramose d’acqua, intorno alle fontane. I templi in cui prendevano dimora erano pieni dei cadaveri della folla che vi era morta” (La peste di Atene, Storia della guerra del Peloponneso, II, 47-54). Anche se questo non è vero, ripetiamolo, anche se i morti adesso non si ammassano, se li possiamo (ancora) contare sulle dita di una mano (mentre scrivo, in Italia, sono sei i decessi collegati al riscontro del “Coronavirus”), il terrore pare essersi impossessato di ogni mezzo di comunicazione e si riproduce da bacheca a bacheca, post su post. Alla morte effettiva si sostituisce allora la morte cerebrale. Elias Canetti, nel suo grande affresco sul metabolismo delle masse, ha scritto: “Il contagio, che nell’epidemia ha tanta importanza, fa sì che gli uomini si isolino gli uni dagli altri. Il miglior modo di difendersi consiste nel non avvicinare alcuno: chiunque potrebbe già portare in sé il contagio. Ciascuno schiva gli altri. Tenere gli altri a distanza è l’ultima speranza. La prospettiva di vita, la vita stessa, si esprimono per così dire nella distanza dagli ammalati. Gli appestati formano gradualmente una massa di morti…”. A questo punto, quindi, la questione da porsi è la seguente (ed è questione non solo medica, ma anche filosofica, pensando a Montaigne): come possiamo imparare a morire? Attenzione, prepararsi a morire con la dovuta dignità significa accettare l’evenienza che ciò accada in ogni istante, non solo a causa di epidemie devastanti. Semmai, le epidemie possono servire da memento mori, e ci rammentano (in modo sorprendente e violento) che la morte è l’unica certezza che abbiamo. Ma rispetto alla morte cerebrale, davanti a questo “spaventoso mare di merda” fatto di gente che prosciuga le farmacie di mascherine e si porta a casa duecento chili di pasta, cosa possiamo fare? Nel suo libro Spillover, che indaga una vasta fenomenologia di casi in cui vengono trasmesse le zoonosi, David Quammen illustra le cause tutt’altro che impreviste dell’emergere delle patologie virali: “Come fanno questi patogeni a compiere il salto dagli animali agli uomini e perché sembra che ciò avvenga con maggiore frequenza negli ultimi tempi? Per metterla nel modo più piano possibile: perché da un lato la devastazione ambientale causata dalla nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancora più rapido e generalizzato”. Servirebbe dunque una politica globale (cioè transnazionale) capace di agire su tali cause, così come servirebbero dei modelli comunicativi in grado di sciogliere il terrore del momento (incontrollato e spesso imbecille: chiudere tutto, sbarrare le frontiere, sprangare la porta di casa) in un agire sobriamente preoccupato, responsabile, quindi tutt’altro che impotente. La morte fisica non ci dà scampo, c’è poco da fare, dobbiamo accettarla. Almeno cerchiamo di non farla precedere dalla necrosi dei nostri cervelli.

#maltrattamenti

“Il romanzo deve creare un nuovo immaginario”

Giorgio Fontana

Nonostante la giovane età (è nato nel 1981), Giorgio Fontana ha già all’attivo cinque romanzi. Con il libro Morte di un uomo felice (2014) si è aggiudicato il Premio Campiello. Il suo ultimo lavoro (Prima di noi, Sellerio 2020) si immerge nella vita di quattro generazioni (dal 1917 al 2012) appartenenti ad una famiglia di origine friulana (i Sartori), poi trasferitasi in Lombardia. Ha scritto Claudia Durastanti: “Questo romanzo è un proiettile che entra nel Novecento italiano, passa la storia da parte a parte e fuoriesce dal presente trasformando il lettore, dopo essergli entrato nella testa quanto nel cuore”. Nella nostra regione Giorgio Fontana presenta Prima di noi il 25 febbraio a Bolzano (libreria Ubik, ore 18.00), il giorno successivo a Rovereto (libreria Arcadia, ore 19.00) e, per finire, il 27 alla Ubik di Trento (ore 17.45).

In che modo si è avvicinato alla scrittura, era un’attività che faceva già parte del suo orizzonte familiare o si è sviluppata in seguito, magari durante gli studi universitari?

Sono laureato in Filosofia, e credo che questo abbia avuto un certo influsso sul mio modo di guardare alla realtà — e forse anche alla narrativa. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa con molti libri e fumetti, e sono stato libero di curiosarvi senza troppe imposizioni: questo per quanto riguarda la lettura. La scrittura, invece, è nata più o meno durante l’adolescenza; mi sono sempre piaciute le storie, mi è sempre piaciuto raccontarle attraverso la lingua. Ma la maturazione è stata molto lunga. Scrivere romanzi non è una cosa che si impara in pochi mesi, e per quanto mi riguarda ha richiesto diversi anni.

Oggi lamentiamo una cospicua riduzione del numero di lettori di libri e giornali cartacei. Lei però non solo ha deciso di scrivere romanzi, ma adesso presenta un volume di quasi novecento pagine. Non le pare di essere stato, per così dire, eccessivamente temerario?

Io credo ancora nella specificità della forma-romanzo, nella sua capacità di creare e stimolare un immaginario attraverso il solo uso del linguaggio. Non so che altro ruolo possa avere se non quello che ha sempre avuto, fino a quando non decadrà (e spero di non vedere quel momento). Prima di noi è un libro corposo semplicemente perché la storia richiedeva quel numero di pagine: fin dall’inizio mi era chiaro che sarebbe stato un romanzo molto lungo, anche se naturalmente non mi era chiaro di preciso quanto. La ricerca e lo studio sono durati una decina d’anni, di cui gli ultimi cinque di stesura e riscrittura.

Copertina Prima di noi

Nonostante la sua mole, Prima di noi è però un libro che si può leggere anche tutto d’un fiato. Merito di uno stile estremamente scorrevole, lontano dallo sperimentalismo?

Cerco di essere sempre chiaro nella formulazione espressiva, di ascoltare il ritmo della storia, e senz’altro non ho mai subito la fascinazione delle avanguardie o dello sperimentalismo: è una mia cifra fin dagli esordi. Tuttavia in Prima di noi mi pare di avere scaldato un po’ la tavolozza dei colori linguistici — un lavoro ancora in fieri, che spero di approfondire nei prossimi anni.

Affrontare vicende che legano quattro generazioni significa stendere un grande affresco umano e temporale, intonato al sentimento della “pietas”. È possibile descrivere il senso di questo movimento complessivo, condensarne in un’immagine lo sbocco?

Penso di sì. Come ha evidenziato con grande acume Elena Rausa in un pezzo sul romanzo: è l’Angelo della storia di Benjamin delle Tesi di filosofia della storia, che guarda con compassione al passato. Anche se a dirla tutta io avevo più presente la seconda tesi benjaminiana, dove il grande critico scrive: “C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra”.

Un’intesa fatta per esempio di cenni. Sia in Prima di noi che in Morte di un uomo felice il passato affida ai posteri dei frammenti (un disegno, una lettera, ma anche un semplice biglietto) che richiedono una decifrazione.

Credo di avere risposto in parte nella domanda precedente. Aggiungo che (da un punto di vista strettamente narrativo, letterario) sono perfettamente d’accordo con l’ulteriore sviluppo dell’idea di Benjamin, per cui abbiamo una responsabilità nei confronti dei morti e non solo di chi verrà. La lettera viene interpretata da chi la sa interpretare, da chi se ne fa carico — da chi “rende giustizia”, realmente, al mistero di chi è venuto prima di noi.

In Prima di noi affiorano molti riferimenti autobiografici?

Riferimenti autobiografici direi pochissimi: alcuni luoghi — Saronno, Caronno Pertusella, certi scorci di Dublino… Semmai, sono presenti parti che riguardano la mia famiglia: l’episodio della doppia fuga di Maurizio Sartori è ritagliato su quanto combinò davvero mio bisnonno; e Gabriele Sartori è ispirato in parte a mio nonno, cui il libro è dedicato (e verso cui ho un debito intellettuale enorme, che mi piace ribadire sempre). Il resto, quindi la stragrande maggioranza, è pura finzione. Credo ancora e fermamente nel romanzo come universo finzionale.

Morte di un uomo felice ha vinto nel 2014 il Premio Campiello. Quanta importanza hanno i premi letterari per il lavoro di uno scrittore?

I premi letterari sono importanti nella misura in cui confermano un percorso: ti suggeriscono che stai andando nella direzione giusta, oltre a creare altre opportunità lavorative. Il Campiello, in questo senso, è stato davvero un’esperienza straordinaria e per me importantissima.

Corriere del Trentino/Corriere dell’Alto Adige, 23 febbraio 2020

La nostra comune umanità

Fontana la fine di Dio

Nel suo ormai classico «I sette saperi necessari all’educazione del futuro» (1999), ha scritto Edgar Morin: «L’educazione dovrebbe comprendere un insegnamento primario e universale che verta sulla condizione umana. Siamo nell’era planetaria; un’avventura travolge gli umani, ovunque essi siano: devono riconoscersi nella loro comune umanità, e nello stesso tempo devono riconoscere la loro diversità, individuale e culturale». In Occidente è sempre stata la filosofia (come habitus, ancora prima che come disciplina rigorosamente definita) a tentare una fondazione educativa di così ampio respiro. Ma la crisi epistemologica che ha colpito questo tipo di sapere, crisi collocabile alle soglie del Novecento, ha prodotto anche la sua progressiva emarginazione nell’ambito del discorso pubblico, trasformandola in pallida glossa dell’epoca della tecnica. In questo quadro possiamo dunque parlare solo di tentativi di «rinascita», secondo modelli o ricette spesso divergenti.

Proviamo ad illustrare questa tendenza rinascente avvalendoci di due opzioni, anche al fine di capire meglio quale modello sarebbe più fruttuoso. La prima opzione ci è offerta dalla proposta di Diego Fusaro, di recente ospite a Bolzano come «padrino» di una nuova formazione politica (Vox Italia) che prenderà parte alla competizione elettorale di maggio. Il suo contributo procede da una ambiziosissima — per non dire velleitarissima — ricollocazione della filosofia al centro della politica. Per Fusaro la filosofia è essenzialmente politica, così come la politica è essenzialmente filosofica. Obiettivo: contestare il disegno egemonico del capitalismo internazionale imposto mediante la cancellazione delle prerogative di sovranità dei diversi stati nazionali. Per il «socialista» Fusaro la lotta di classe si configura così essenzialmente come lotta tra le élite liberali globalizzate e i popoli, e la democrazia dovrebbe essere ricondotta nel cerchio di un ricompattamento identitario che fonde spunti tratti da Gramsci con quelli di un comunitarismo di destra à la de Benoist. Abbiamo qui a che fare con una forma di «resistenza» che scioglie la «condizione umana», di cui parlava Morin, in una dimensione social-nazionale la quale, non troppo curiosamente, nel momento stesso in cui afferma di superare la dicotomia destra/sinistra finisce col piacere parecchio solo agli estremisti di destra (Eriprando della Torre di Valsassina, il candidato sindaco di Vox Italia a Bolzano, è stato per anni consigliere del Movimento sociale italiano e fiero difensore dell’«italianità»).

Altra prospettiva, di opposta natura, la incontriamo leggendo il filosofo catalano Josep Maria Esquirol, del quale l’editore «Vita e Pensiero» ha tradotto due anni fa il suo libro «La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità». Anche per Esquirol il problema si pone nel come affrontare le forze disgreganti che, facendo leva anche sulle nostre paure, tentano di contrapporci gli uni agli altri. Qui però la ricetta non va nel senso di un comunitarismo immunitario, di ascendenza socialnazionale, e soprattutto non ritiene che alla filosofia spetti nuovamente il ruolo di «guida dei popoli». Più modestamente (e a mio avviso più sensatamente), la riflessione filosofica deve introdurci alla riscoperta di un piano di prossimità che implica la rivalutazione della concretezza, del quotidiano e di una gestualità familiare. La migliore illustrazione di un simile atteggiamento «anti-speculativo» è data da tutte quelle iniziative che, sul nostro territorio, non hanno neppure bisogno di interpellare l’autorità di trattati, che non si appoggiano a nomi altisonanti, perché agiscono fornendo aiuto e sostegno alle reali vittime del sistema capitalistico globalizzato: vale a dire, in primo luogo, agli immigrati. Scrive Esquirol: «Darsi significa essere per gli altri cibo, compagnia, tenerezza o riparo. Ecco come nascono le case della misericordia, le case della carità o gli ospedali. La solidarietà ha la forma di una casa. Una casa che non è in grado di ospitare non può considerarsi tale. E per questo motivo una casa non può mai ritenersi finita. L’economia del dono non persegue il progresso, bensì la perseveranza e la ripetizione. Tutti devono avere una casa e del cibo. Anche la parola contiene e accoglie come una ciotola».

Due filosofie, due linguaggi completamente diversi offrono occasione di riflessione e stimolo alla praxis politica. Tornando all’incipit di Morin, non dovrebbe allora essere arduo scegliere ciò che meglio corrisponde alla cura della presente e futura «condizione umana».

Corriere dell’Alto Adige, 21 febbraio 2020

Oltre il limite

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Ho un’amica che dice sempre di essere arrivata al limite. Anzi, per citarla più correttamente, lei dice: “c’avete stracciato la minchia!!!”. Non è molto importante definire adesso quale sia la circoscrizione di quel “voi”, quale sia il limite che lo definisce. Attribuiamogli un’ampiezza molto vasta. Il punto nodale è che lei si senta arrivata a quel limite (limite della sopportazione, limite dell’immaginabile), che abbia la sensazione sgradevole di esserne toccata, direi anzi profanata, e quasi si percepisce la violenza del pugno che vorrebbe infrangerlo, mandarlo in frantumi, quel limite diventato ormai insopportabile ed odioso. Non è difficile comprendere uno stato d’animo del genere. Seppur in proporzioni più ristrette, per ognuno di noi arriva il momento in cui tutto sembra troppo, e allora diciamo di non farcela più, ci mettiamo a pensare che vorremmo staccare, abbandonare il luogo in cui siamo, le persone che ci stanno attorno (qualche volta letteralmente addosso). Vorremmo spezzare le circostanze che ci imprigionano, persino abbandonare il nostro corpo, lasciandolo andare nella corrente, dissolvendolo, dissolvendoci, evaporando in un “altrove” privo di limiti. Beh, ho una buona notizia. Si può fare. Io l’ho fatto. Per riuscirci ho invertito il meccanismo che regola la facoltà della fantasia, ho lavorato sulla stessa nozione di “fantastico”, realizzandolo. Generalmente siamo soliti ritenere che il “fantastico” sia un complesso di immagini slegate dalla realtà, quindi in ultimo ad essa legata, ma solo per “scarto”, come un volo compiuto sulla superficie della terra. Eppure, se pensassimo – al contrario – che è proprio la realtà ad essere costituita da una fantasia votata all’infelicità, se pensassimo che il piano della realtà felice, quella alla quale aspiriamo, si apre davvero solo quando riteniamo fantasiosa e fantastica la dimensione nella quale ci crediamo imprigionati, ecco che cadrebbero anche i limiti, le pareti della prigione, perché diventerebbero manipolabili, giocosi, reversibili, allontanabili da noi con l’indifferenza di un gesto che rimescola tutte le carte. Svuotata da ogni contenuto già realizzato, la realizzazione (cioè la realtà di cui abbiamo bisogno) si stabilisce nell’attribuire un contenuto fantastico, di fantasia, alla realtà di cui possiamo permetterci di non avere più bisogno. Un politico insopportabile, un discorso volgare, un particolare disgustoso, tutte queste cose sgradevoli sarebbero cancellate all’istante, se solo capissimo che non sono più urticanti di una fantasia malata, dalla quale possiamo risvegliarci e ridere come ridiamo di un film grottesco. La vera realtà, quella che ci piace, al contrario è quella che non ha ancora contorni, per la quale non troviamo le parole, che non può essere “mostrata”, che non può essere imprigionata, e che perciò non ci può neppure essere sottratta, non può essere svalutata, perché si pone al di là di quel confine appena oltrepassato. Noi abbiamo la ventura di proteggerla e proteggerci, limitandoci, o per meglio dire illimitandoci a voltare le spalle a ciò che abbiamo appena abbandonato e rimesso alla sua decomposizione: Chi mai ci deformò, chi ci stravolse / cosí, che sempre ripetiamo il gesto / di prendere congedo? (Rilke). È così che prendiamo congedo dalla fantasia del conosciuto e detestato per entrare nella realtà sconosciuta e amabile.

#maltrattamenti

Biologico, evitiamo le guerre

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Potessimo fotografare il contorno di un concetto che appare alla mente, è probabile che la maggioranza di noi, udendo l’espressione «agricoltura biologica», si immagini cose di questo tipo: un campo, di piccole dimensioni, in cui un contadino sano e robusto produce frutta e verdura senza usare veleni. Allargando il quadro, possiamo farci entrare anche alcuni vicini di casa felici, che vanno a comprare da questo contadino, ovviamente a piedi, ovviamente usando cesti di vimini prodotti a mano, e poi magari si fermano anche per una partitina a carte sotto a un castagno. Non avrebbe torto chi dicesse che qui saremmo di fronte a una narrazione caricaturale.

Lo scrittore Antonio Pascale, che come primo lavoro fa l’ispettore del Ministero delle Politiche Agricole, ha cercato di suggerire alcune questioni di merito: «Ho questo amico che mi dice: vieni nella mia azienda bio, non ci metto niente. In effetti, frutteto misto, animali liberi. Erbe da raccogliere e farne insalate. E lo faccio, passo una bella giornata, e tuttavia proprio perché sono stato bene, penso: vabbé, ora invito i miei amici di Facebook nell’azienda bio. Se facessi così, quelli in poche ore farebbero fuori mele, pere, e tante erbe da insalate. Il coltivatore bio dovrebbe intensificare la produzione, standardizzarla, altrimenti io prendo la pera buona (so come fare) e l’altro mio amico quella cattiva. Ci si mette un attimo ad assumere la mentalità fordista non appena cambiano i numeri». Per sterilizzare la mentalità fordista, continuando comunque a puntare sull’agricoltura biologica (ma dovremmo anche cominciare a capire di «quale» biologico si parli, visto che ne esistono molteplici sfumature), è chiaro che si dovrebbero allora adottare parecchi accorgimenti complementari.

Uno degli accorgimenti potrebbe essere forse l’istituzione di un «distretto biologico»? In Trentino è stata presentata una richiesta di referendum (si stanno già raccogliendo le firme, ce ne vogliono 8000) che, secondo l’opinione di Fabio Giuliani, l’ambientalista che l’ha promosso, dovrebbe portarci verso l’introduzione di un protocollo di produzione esteso a tutto il territorio regionale (quindi interessa anche l’Alto Adige). L’obiettivo è quello di «arrivare a un’agricoltura il più possibile sostenibile senza nessuna guerra, senza contrasti fra popolazione e agricoltori» (chi è interessato ad approfondire può leggersi la sua intervista, apparsa il 2 di febbraio sul portale online salto.bz).

Per evitare guerre e contrasti è chiaro che non si dovrebbe però operare solo sul piano normativo, vale a dire senza parimenti favorire su scala quanto più larga un cambiamento dei comportamenti e delle abitudini. Come notava Pascale, il punto è gestire la trasformazione badando ai «numeri». A Giuliani ha ribattuto l’assessore all’agricoltura altoatesino Arnold Schuler, il quale apparentemente fa mostra di andare incontro a esigenze più larghe e condivise: «Produzione agraria, sicurezza alimentare e le abitudini dei consumatori devono svilupparsi insieme in maniera armoniosa». Ma ciò vuol dire che ci deve pensare la politica, l’ente pubblico, ossia l’unica istituzione in grado di mediare quei conflitti, perché, altrimenti, un referendum «unilaterale» (così pensa Schuler) non potrebbe far altro che esasperarli?

Magari i quesiti referendari tradiscono una base «populistica», ma sono anche uno strumento democratico di partecipazione, che può indurre la politica a fare scelte altrimenti ostruite da interessi o tradizioni sclerotizzate. Ricordiamoci sempre una cosa: alla fine l’efficacia di un referendum non va scorta tanto nell’esito che lo decide, ma nella qualità del dibattito che saremo nel frattempo riusciti a sviluppare.

Corriere dell’Alto Adige/Corriere del Trentino, 12 febbraio 2020

Carnevale a Laives

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Dove sono nato il Carnevale non c’era, non si faceva. A quanto pare, almeno a me l’hanno raccontata così, nella mia città il Carnevale non si faceva perché fu espresso un voto. Trecento anni fa, o giù di lì, una specie di inondazione o maremoto aveva prodotto un tale sconquasso che la cittadinanza, terrorizzata, aveva promesso alla Madonna di abolire per parecchi secoli qualche usanza non troppo morigerata, così da avere in cambio la clemenza della natura: il Carnevale fu prudentemente abolito. In una città litoranea vicina, invece, questa usanza è sempre stata praticata con grande dispendio di energie. Chi non conosce il Carnevale di Viareggio? Purtroppo anche di quel Carnevale ne so poco o nulla. Mi sono trovato solo una volta a sentirne l’odore, per così dire. Ero lì per un paio di giorni e ho assistito ai suoi preparativi. Ma poi, prima che cominciasse la famosa sfilata delle maschere, me ne sono andato. Di altri Carnevali più esotici non saprei riferire. Rio de Janeiro (a proposito: non si pensa mai che questo nome vuol dire “fiume di gennaio”) è lontanissima. Venezia, beh, anche a Venezia non ci sono mai stato durante il Carnevale. Peccato, perché secondo me il Carnevale ha un senso, a Venezia. Le dona. Il Settecento, il grande secolo di Venezia, è stato non a caso definito il secolo della maschera (cfr. Pavel Muratov, Immagini dell’Italia, Adelphi, pag. 83). E ancora oggi, mi pare, un soffio di quel secolo così elegante spira tra le calli abitate dalle maschere di quel Carnevale. A Bolzano, invece, il Carnevale vuol dire essenzialmente sbronzarsi. Ricordo che una volta, ero in macchina, passai vicino a un bar, dalle parti di via Brennero, e fuori c’era un foltissimo gruppo di adolescenti, tutti sbronzi. Erano le otto e mezzo di mattina, le scuole erano chiuse, o comunque quelli non c’erano andati, e stavano lì a sbevazzare gridando oscenità e danzando sul marciapiede. Completamente andati. Un Carnevale tristissimo, anche perché mascherarsi da sbronzi alle otto di mattina è una cosa davvero tristissima. Ma, se possibile, esiste una tristezza ancora più estrema di quella. Si tratta del Carnevale di Laives. Già Laives è una città tristissima di suo. È una specie di sobborgo di Bolzano, distribuito lungo una strada che la taglia, anzi la affetta come farebbe il faro di un abbagliante nella nebbia. Non c’è nulla di significativo a Laives. Laives sembra un posto dal quale si può provenire per andare altrove, ma a nessuno verrebbe sul serio l’idea di andarci, di muovere verso Laives. Da Laives si fugge, non si arriva. Chi ci abita, certo, non la vedrà così. Esisterà sicuramente anche una sorta di patriottismo laivesotto, c’è da scommetterci. Così come esiste una sorta di patriottismo in ogni luogo, perché poi la gente finisce con l’affezionarsi anche al posto più orrendo. E Laives, tra tutti i posti orrendi, sta senza dubbio nelle prime posizioni. Ma si diceva del Carnevale. Ecco, a Laives, per fuggire dall’orrore di Laives, si sono inventati un Carnevale che scimmiotta un po’ gli altri Carnevali (quello di Viareggio, per esempio, con i carri mascherati, anche se non so se a Laives arrivino a costruire quelle immense figure di cartapesta che rendono fierissimi i viareggini). Sfilano, a Laives, portando anche in giro ritratti di politici locali, noti ovviamente solo a loro e agli altri abitanti della provincia. Poi ci saranno quelli che tirano i coriandoli. E ovviamente anche quelli che si ubriacano. Di questa cosa tristissima i laivesotti sono orgogliosissimi. Ma sotto sotto si vede che si tratta di un orgoglio finto, un orgoglio di cartapesta, ecco. Laives diventa così un posto che usa le maschere per difendersi dalla terribile verità costituita dalla propria intollerabile laivesità, ma così facendo sprofonda ancora di più in una laivesità senza rimedio, senza ritorno. Ho scritto e ripeto: solo un suicidio commesso alle cinque del mattino in un parcheggio di un autogrill, solo un suicidio di questo tipo può battere la tristezza del Carnevale di Laives. Non andate mai a Laives, soprattutto durante il Carnevale.

Bianchi Carnevale

#maltrattamenti

Tanta voglia di glamour

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Nel deserto mai così popoloso e popolato di chi guarda e non guarda Sanremo è spiccata un’icona un po’ bizantina e un po’ coatta. Si chiama Achille Lauro, come il famoso armatore, politico, editore e dirigente sportivo campano, come la nave dirottata nell’ottobre del 1985, ma nel look ricorda pochissimo sia il secondo che la terza. Il primo, infatti, non passeggia per il campo del San Paolo di Napoli con gli occhiali scuri e la pastiera sullo stomaco, non solca i mari agitati del terrorismo palestinese, ma sta per la rinascita in grande stile del “glam”, del “glamour” in salsa italiana. Ecco pronto il dizionario Treccani a chiarire: “Glamour: in origine, incantesimo, magia, poi in genere incanto, fascino, malìa che attrae con forza irresistibile, riferito infine più semplicem. al fascino femminile: una donna piena di g., che seduce tutti con il suo glamour. Per estens., fotografia g., fotografia, normalmente di soggetti femminili, che tende a suggerire un’atmosfera di fascino e sensualità”. Achille Lauro è dunque una donna? No. Cioè, forse no. Ma anche sì. E comunque lui (o lei) se ne frega (e figuriamoci noi). Achille Lauro non è una donna, si diceva, ma si veste da donna pur non essendo magari in senso stretto un/una Queer (oppure essendolo solo mentre lo è, stando di traverso tra l’essere e il non essere, giusto per fare un dispetto al povero Emanuele Severino e alla sua battaglia contro il nichilismo occidentale). Il tutto si traduce in un grande sfavillio, in un potente luccichio, con abiti costosissimi che vengono cambiati e tolti per dare un colpo al cerchio dell’alta sartoria e un altro alla botte del monachesimo. (Viene subito voglia di organizzare una sfilata di moda all’interno della Porziuncola di Assisi, per dire). Il “me ne frego” col quale avanza armato (è il titolo della canzone che ha portato in Riviera) funziona da scudo onnivoro: sarà mica una citazione fascista? (macché, me ne frego anche del me ne frego), sarà mica una citazione citazionista? (i suoi travestimenti portano a suggerire gli accostamenti più vari, ma tanto lui se ne frega), sarà mica un modo per spacciarsi da trasgressore nel tempio del conformismo o di funzionare da conformista che normalizza tutte le possibili trasgressioni? (anche in questo caso, chi se ne frega). Con Achille Lauro sono tutti contenti: i nonni che hanno fatto il punk, le mamme iperprotettive, i babbi che vanno a trans e anche i criticoni, perché dall’ostrica del malcontento è spuntata la nuova perla ammaccata che proprio ci mancava.

Non so, io di professione faccio quello perplesso, quindi mi perplimo. Mi piacerebbe tanto usare per questo Achille Lauro le stesse parole che Edmondo Berselli usò per Modugno, a proposito dell’effetto che ebbe Nel blu dipinto di blu in quella lontana Italia “molto arcaica”, in cui sembrava che “risuonassero solo note e strofe che parlavano del campanaro della Val Padana, del mercato di di Pizzighettone, della barca che tornò sola, della marcia in fa maggior”. Nel blu dipinto di blu, Volare come si sarebbe poi detto, invece, era una “canzone totale” e “coincideva alla lettera con la sintesi pragmatica del Financial Time, secondo cui l’economia italiana era in pieno Miracolo e la lira era degna dell’Oscar per la stabilità delle monete, mentre il decennio (gli anni Cinquanta, ndr) declinava, così dolcemente”. Bene, scusate, ma fatte le debite proporzioni: Me ne frego, adesso, per quale Miracolo starebbe? Cosa si nasconderebbe dietro tutta questa voglia di glam, tanto da far dire a una nota scrittrice che l’esibizione dell’Achille ha costretto “tutte e tutti a entrare in quello che stava accadendo sulla scena, rivoltando lo schema ormai anestesizzato di una comunicazione sclerotizzata e inefficace e restituendo complessità ai ruoli, mettendoci dentro pathos, ridicolaggine, assurdità e brividi – finalmente risvegliando un sentimento”. La mia sensazione è che siamo talmente abituati al nulla che anche il pochissimo, ormai, ci sembra quasi tutto.

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L’ultima danza di Fellini

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Quanti sono i lati dai quali può essere avvicinato il cinema di Federico Fellini? Dire “infiniti” sarebbe una presuntuosa banalità. Limitiamoci a qualche significativa approssimazione. Lo facciamo con l’aiuto di Milo Manara, il fumettista vicino al maestro di Rimini negli ultimi dieci anni della sua vita. L’occasione è data dalle iniziative che in varia forma stanno animando il centenario della nascita del regista (1920-1993).

Manara conobbe personalmente Fellini per intercessione del giornalista televisivo Vincenzo Mollica, nel 1983. “Mollica aveva chiesto ad alcuni disegnatori di comporre un omaggio per il maestro. Io allora scrissi una storiella di quattro pagine, prendendo spunto dai sogni che lui aveva documentato. Pensavo di utilizzare i disegni per una mostra. A essere sincero non credevo neppure che Fellini esistesse davvero, me lo immaginavo come una figura mitologica”. Fellini, al contrario, era una persona realissima e, toccato dai disegni di Manara, gli telefonò. “Non ci potevo credere. Fellini, il grande Fellini aveva chiamato proprio me. Mi convocò a Cinecittà, voleva conoscermi, e ovviamente non ci pensai due volte. Così è nato il nostro rapporto”. Negli anni successivi sono poi scaturite due storie felliniane con le illustrazioni di Manara (Viaggio a Tulum e Il viaggio di G. Mastorna).

Per Fellini il mondo del fumetto non era una novità, e soprattutto non era il ripiego in una dimensione “minore”: disegnatore di talento, la sua carriera era cominciata proprio prendendo ispirazione dai fumetti (“Il mio cinema non nasce dal cinema. Se ha dei debiti di gratitudine o deve riconoscere delle matrici, le identificherei nelle strisce a fumetti americane”, disse una volta). Alla fine degli anni Trenta esordì come vignettista umoristico, per poi collaborare con delle riviste illustrate: “L’avventuroso”, “Il 420” e infine, approdo più noto, il bisettimanale “Marc’Aurelio”, un palcoscenico sul quale si esibirono anche Cesare Zavattini, Giovanni Mosca, Steno, Furio Scarpelli e Agenore Incrocci. Giunto alla fase finale della carriera, quando cioè incontra Manara, stava completando la produzione del film E la nave va. Tornare al fumetto divenne per lui una specie d’immersione nel grembo di un’archeologia creativa che, grazie alla mano di “Milone” (come Fellini chiamava affettuosamente Manara), si carica di valenze esplicitamente psicoanalitiche. Il disegno, del resto, non è la chiave più immediata per entrare nella sfera del sogno?

FEDERICO FELLINI

“Il mio incontro con il cinema di Fellini fu molto precoce”, ricorda Manara. “A quindici anni vidi quell’immenso capolavoro che è 8 ½, e la cosa che mi impressionò di più fu proprio la potenza figurativa, l’immaginario pittorico che sostiene l’impianto del film”. “A quel tempo – prosegue Manara – io frequentavo il liceo artistico e per me fu un’autentica rivelazione. Per certi versi posso dire che, così come il fumetto guidò Fellini verso il cinema, il cinema di Fellini mi abbia guidato verso il fumetto. Io peraltro penso che il suo posto nel Novecento sia proprio quello che potrebbe avere un gigante della storia dell’arte figurativa, non solo del cinema, e non è un caso che qualcuno lo abbia paragonato a Picasso”. Ma come si svolgeva il lavoro con Fellini, come avveniva concretamente la stesura delle storie? “Lui – spiega – aveva ovviamente il ruolo del regista. Io disegnavo elaborando i suoi schizzi, che fornivano per così dire la base delle vignette, e alla fine interveniva con delle veloci revisioni, sempre in modo gentile e persuasivo. Poter lavorare con Fellini è stato un onore immenso”.

Tema inevitabile, accostando il nome di Fellini a quello di Manara, è quello delle donne. Qui il dialogo non si costituisce solo tra sensibilità diverse, ma sgrana anche due differenti epoche storiche. “La parte, molto cospicua, dell’immaginario femminile di Fellini predilige forme giunoniche, rubensiane, barocche, insomma molto accentuate. Io ho invece sempre disegnato donne più atletiche, traducendo una sensibilità maggiormente orientata ai gusti contemporanei. Del resto, Fellini ha più volte osservato che quando voleva rappresentare le donne adottava una prospettiva quasi infantile, dal basso, ed è chiaro che in questo modo i soggetti rappresentati assumono proporzioni gigantesche”. Manara si spinge poi in una valutazione “emancipatoria” dell’attitudine spiccatamente erotica sulla quale lui e Fellini hanno trovato la loro felice intesa: “Tutti e due abbiamo sempre visto nell’eros uno strumento di liberazione. Non è stato facile cambiare la sensibilità di una società chiusa e profondamente influenzata dal cattolicesimo, com’era quella italiana tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Ma proprio grazie ad opere come La dolce vita o alla diffusione dei fumetti erotici quella strada è stata percorsa nel senso che ne dava, per esempio, un filosofo come Marcuse. Chiaramente il Sessantotto ha poi fatto il resto”.

Manara Fellini Mastorna

Visionarietà, figuratività, onirismo, erotismo. Questi i tratti salienti che accomunano Fellini e Manara. Ma è esistito o esiste, oggi, un cinema capace di porsi come erede di quella esperienza di liberazione immaginifica? “Non vedo in giro molti eredi di Fellini, purtroppo. Il cinema italiano si è sempre più accartocciato su canoni teatrali, con una netta prevalenza dei dialoghi. Potrei citare forse Bernardo Bertolucci, in parte Giuseppe Tornatore, ma credo che solo Paolo Sorrentino, di recente, sia stato in grado di raccoglierne il testimone”. Alla fine propongo a Manara di commentare la celebre definizione che Pier Paolo Pasolini dette di Fellini, mettendola in bocca a Orson Welles ne La ricotta: “Fellini? Egli danza”: “Sì, sono assolutamente d’accordo. Se gli altri possono camminare, o persino correre, il passo di Fellini è quello leggero, sensuale e trasognato di un danzatore”.

ff – 06 febbraio 2020 – No. 06

Dove il sì suona

Dante gehört uns alle

Martedì 14 gennaio il quotidiano Dolomiten mi aveva fatto sobbalzare. Nelle pagine culturali un grande titolo recitava: “Dante gehört uns allen”. Urca. Ma davvero il quotidiano scritto quasi per definizione nella “lingua di Goethe” stava affermando una cosa del genere? In realtà, il titolo – provvisto di virgolette – era solo una citazione. La frase, insomma, non era stata pensata da un dipendente dell’Athesia, ma si limitava a riportare le parole del Ministro Dario Frenceschini, già pregustante il giubileo del 2021, collocato a 700 anni esatti di distanza dalla morte del celebre fiorentino. Eppure, ripensandoci, che cosa ci sarebbe di così sbagliato se il Tagblatt der Südtiroler sostenesse, di sua spontanea volontà, che l’autore della Divina Commedia appartiene a tutti? Non è forse vero che, a parti invertite, anche Goethe, Kafka o Musil sono in un certo senso di tutti? Non è forse ovvio che alcune opere travalichino i confini della lingua in cui sono state scritte per essere abbracciate da coloro i quali, grazie al preziosissimo lavoro dei traduttori, le possono gustare riversate in un altro idioma? Fra parentesi, risvegliato alla curiosità per questo tema così apparentemente incongruo, ho cercato di documentarmi. Volevo cioè sapere se nella Commedia si evocassero, magari di sfuggita, i nostri luoghi. Ed ecco qua: nel XX Canto dell’Inferno (vv. 61-63) il Sommo Poeta scrive: “Suso in Italia bella giace un laco, / a piè de l’Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli, c’ha nome Benaco”. Benaco è il lago di Garda, e Tiralli – guarda un po’ – è Castel Tirolo, evidentemente già famoso al tempo dell’Alighieri. Se inoltre pensiamo che sotto Castel Tirolo si trova Castel Fontana, in cui trascorse i suoi ultimi anni l’americano Ezra Pound, anche lui fervente ammiratore di Dante, il quadro è completo. La grande poesia non appartiene a un popolo particolare, ma alla Weltliteratur, della quale dovremmo essere tutti riconoscenti lettori.

La colonnina, ff – Ausgabe 06/2020 – 6 febbraio

Crepuscolo delle idee

Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

Stamani ho acceso il pc, sono andato sulla pagina di YouTube e ho fatto andare un lungo brano elettronico, striato dai sintetizzatori. Poi ho pensato alle cose che si sciupano. Al fatto che noi stessi siamo simboli delle cose che si sciupano. Le cose si sciupano quando escono dalla grazia che prima, un prima adesso sbiadito, le tratteneva nella luce della vita. Eppure anche le cose che si sciupano, in un certo senso, sono vive. O meglio, sono vive perché sembrano ancora appoggiate a qualcosa che è vivo, a qualcosa che vive. Come la polvere che dorme sugli oggetti che ci circondano. Esiste un movimento segreto che talvolta soffia via quella polvere, e fa brillare il mondo di nuovo, per restituircelo quasi intatto. È il movimento che fa sembrare nuove anche le parole usate mille volte, che diventa tutt’uno con lo slancio che ci sospinge nel mondo. Altre volte, però, quel movimento pare inceppato, ed è come se l’inceppamento coincidesse con quello che non riusciamo più ad essere. Un tempo gli uomini credevano che quel movimento potesse rianimarsi aggrappandosi a un’idea. Usare un’idea per sollevare quel movimento ancora una volta verso l’alto, dargli forza, spingerlo in avanti. Pensiamo al famoso quadro di Pellizza da Volpedo. Il quarto stato. A quanto pare il pittore trasse l’ispirazione da una manifestazione di un gruppo di operai. Scrisse: «La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l’arte non dev’essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti». Ricordo che una riproduzione del quadro era appesa nella cucina di una donna che ho amato. Anche questa donna si aggrappava ad un’idea, credeva nella forza che avrebbe impresso a quel movimento di rinnovamento. Forse è stata proprio questa idea a farle scuotere la polvere, per rinascere e dare la vita. Ma potrebbe anche essere vero il contrario. Talvolta, penso, il movimento si origina non perché noi ci aggrappiamo a un’idea, ma perché la respingiamo. Noi respingiamo un’idea alla quale potremmo aggrapparci non per abbracciare un’altra idea, ma per distoglierci dalla stessa idea che siano le idee a far camminare in avanti il mondo. Così come esiste la polvere che ricopre le cose, e solo il soffio di un’idea nuova può servire a liberarle, esiste anche il bisogno di soffiare via le idee per consegnarsi al rinnovamento che anima le cose oltre il loro impensato e impensabile sgretolarsi e farsi polvere. A chi appartiene oggi quella forza che, nel quarto stato, muove «una massa di popolo, di lavoratori della terra, i quali intelligenti, forti, robusti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone per raggiungere luogo ov’ella trova equilibrio»? Quella forza non sembra più reggersi sulle gambe di un’idea. Essa si addensa piuttosto nella stanchezza che ci logora, che ci dissipa, e ci fa muovere ognuno per sé, ci fa sbandare come ubriachi in una sera senza più luci, senza più idee.

#maltrattamenti