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Un confronto appiattito

++ Pd:fonti, Boschi in collegio Trento contro Biancofiore ++

La parola «territorio» è probabilmente quella più usata nella campagna elettorale in corso. Il peso che la connotazione del termine acquisisce nel discernere la bontà (o meno) delle candidature sembra essere diventato decisivo fino al livello secco e perentorio del dentro o fuori: o si è nati, o comunque si è da molto tempo residenti qui, e allora si è autorizzati a rappresentare con pieno diritto il proprio luogo d’origine, oppure si viene da fuori, peggio se «paracadutati» da decisioni prese dalle centrali dei partiti, dunque si è svalutati e trattati alla stregua di immigrati da respingere oltre il sacro confine. Prova eclatante è il dibattito che coinvolge le due candidate di punta del centrosinistra e del centrodestra nella sfida per il 4 marzo, vale a dire la «allogena» Maria Elena Boschi e la «patriottica» Michaela Biancofiore. Anche in questo caso ogni raffronto è schiacciato sul tema del radicamento, assumendo come scontato che tutte le altre differenze ne siano l’inevitabile conseguenza.

Sul punto è bene intendersi. Appare ovvio che l’essere nati in un certo posto, il conoscerne le sfumature geografiche, storiche, economiche e sociali, possa agevolare la funzione di rappresentanza. Può però anche darsi il caso di individui che, pur avendo una provenienza per così dire territorialmente certificata, o magari proprio per quello, non siano in grado di leggere con la dovuta e proficua distanza problematiche nelle quali essi sono stati fin troppo a lungo coinvolti. Chi viene da fuori, al contrario, potrebbe avere lo sguardo anche più libero, giacché le sue riflessioni non risentono degli automatismi che spesso spingono gli autoctoni nel vicolo cieco del provincialismo. Una determinata provenienza, per quanto auspicabile, non costituisce insomma di per sé alcuna garanzia di maggiore efficienza e, se viene usata come unico argomento polemico al fine di screditare chi non la può vantare, non aggiunge molta credibilità a chi se ne fa interprete.

Ora, per tornare al dualismo Boschi-Biancofiore dal quale siamo partiti, chi si trova adesso a scegliere tra l’una e l’altra opzione non ha ancora avuto modo di conoscere a fondo quali siano le proposte concrete da realizzare a nostro beneficio. Sommato al grado zero dell’appartenenza ideologica, anche il mero riferimento al territorio, incessantemente sottolineato, indurrà così a far prevalere riflessi istintivi, basati sulla frattura incolmabile tra «noi« e «loro». Esattamente il contrario di ciò di cui avremmo bisogno.

Corriere dell’Alto Adige, 23 febbraio 2018

Lo sguardo oltre i divieti

Ensor

“Il mutamento di un abito consiste spesso nell’aumento o nella diminuzione della forza di un abito precedente”. Charles Sanders Peirce

Ho chiesto a mio figlio, che ha 17 anni e (beato lui) pratica con estrema disinvoltura il crossover culturale, di spiegarmi perché i suoi coetanei considerano positivamente quello che in tedesco si dice «sich vollsaufen» e in italiano «ubriacarsi». Le due espressioni, mi dice ancora mio figlio, non sono esattamente corrispondenti. Nel primo caso, il riempirsi di alcol fino a scoppiare (questa sarebbe la traduzione letterale) implica sempre un habitus, ossia qualcosa di collettivo, che difficilmente potrebbe essere fatto in completa solitudine, come invece può accadere attivando il campo semantico della seconda parola. Sfumature, che potrebbero evidenziare una differente percezione sociale di tale pratica nel nostro contesto etnicamente frammentato: i tedeschi berrebbero molto di più degli italiani perché, per loro, la sbronza in comune è qualcosa di sostanzialmente accettato, di attraente, quasi indispensabile per far parte del «gruppo» e sentirsi più «cool».

In realtà simili differenze sono ormai molto sfumate, posto ci siano mai state, quindi dobbiamo piuttosto chiederci come sarebbe possibile inibire o almeno limitare una tendenza complessiva che talvolta assume proporzioni davvero gravi. L’abbiamo visto e lo vediamo in occasioni come quelle fornite da grandi feste, raduni o — per richiamarci alla cronaca recente — il Carnevale. Quando parliamo di un habitus, vale a dire di memoria incorporata, sappiamo che mutare il dispositivo alla base di certi comportamenti diventa un’operazione molto difficile, che non può essere eseguita semplicemente auspicandolo o, come qualcuno pensa ogni volta di fare, predisponendo dei divieti (il sindaco di Terlano, Klaus Runer, ha per esempio annunciato di voler cancellare la prossima edizione del Carnevale nel suo paese). La repressione, anzi, potrebbe persino inasprire il ricorso all’additivo della «trasgressione della legge», utile solo a traslare e intensificare gli effetti nefasti.

Esiste allora uno sbocco più ragionevole (ed efficace) della politica dei divieti che penalizza tutti indiscriminatamente? Sicuramente sì, anche se si tratta di imbastire un percorso lungo, fatto di un coinvolgimento stratificato e a più voci tra le istituzioni e le agenzie formative — dalla famiglia alla scuola — senza dimenticare i responsabili degli esercizi commerciali o dei locali pubblici, i quali dovrebbero anteporre la cura della salute agli aspetti legati al profitto.

Corriere dell’Alto Adige, 14 febbraio 2018

Mediazione, sfida ineludibile

Malevic Cerchio Nero

La medaglia dell’onorificenza al merito (Ehrenzeichen) è costituita da un’aquila del Tirolo in oro, attorniata da un anello d’argento che culmina in un fiocco nel quale sono incise le parole «Aquila tirolis dignitate honesto». Assegnata ogni anno il 20 febbraio, giorno della morte di Andreas Hofer, tale decorazione verrà appuntata stavolta anche al petto di un altoatesino, Aldo Mazza, che in tale cornice potrebbe apparire a prima vista eccentrico e quasi dissonante. Da quando si è stabilito in Sudtirolo, 46 anni fa, il fondatore della scuola di lingue e attualmente direttore della casa editrice Alpha Beta ha infatti sempre agito e pensato per testimoniare una «dignità dell’esistere» consapevolmente «altra» rispetto alle determinazioni identitarie prevalenti. Ciò lo ha spesso portato a denunciare limiti e possibili degenerazioni del concetto di appartenenza, se inteso come raggelata eredità.

In cosa potremmo quindi scorgere l’essenza del contributo dato da Mazza alla nostra comunità? In primo luogo il senso di lieta fatica connesso al principio della tecnica della convivenza, una tecnica (da lui chiamata «arte»), che nella sua riflessione tenta di porre fuori gioco due aspetti generalmente contrapposti in modo superficiale: quello dell’ineluttabilità del contrasto, dell’inconciliabilità delle differenze, ma anche quello della naturalezza e della facilità con la quale entità diverse si accorderebbero da sole, senza il minimo sforzo. Non è così, ci ha insegnato Mazza, poiché ogni accordo, ogni progetto d’incontro implica sempre che in prima battuta le parti rinuncino a qualcosa, mettano cioè in discussione i propri schematismi abituali e si collochino in uno spazio che non potrà mai essere strappato all’incertezza. Incertezza che rappresenta la sfida ineludibile della mediazione, da affrontare a livello individuale e collettivo.

È alla luce di tale interpretazione che l’Alto Adige/Südtirol è visto da Mazza come una società ancora «in bilico», che «può cadere, come spesso purtroppo fa, nella deriva etnica o può diventare un modello di convivenza, dove le diverse comunità e identità non siano concorrenti, ma complementari». Al di là della legittima soddisfazione per il merito personale, è questa la fonte di maggiore soddisfazione leggendo la lettera della sua convocazione a Innsbruck: un segno tangibile e squillante a favore della complementarità, del dinamismo e della diversità come ricchezza.

Corriere dell’Alto Adige, 10 febbraio 2018

Non superare certi limiti

Sironi

Qual è la ricetta della felicità commisurata al lavoro? Un incremento indefinito dello sfruttamento delle risorse e della produzione, anche inteso come saturazione del tempo a disposizione? Oppure si tratta di trovare il modo di gestire il proprio tempo donandogli pause, momenti di «vuoto» che in effetti rendono gli esseri umani più creativi e in generale più sensibili rispetto alla realtà che li circonda? E ancora: abbandonati per così dire alla vacuità scaturita dalla mancanza di un’occupazione, non saremo piuttosto corrosi da una sensazione di noia impotente?

Tali quesiti nascono leggendo la recente indagine dell’Istituto promozione lavoratori (Ipl) sui tempi di lavoro in provincia di Bolzano, secondo la quale gli altoatesini sarebbero quasi degli workaholics, totalizzando in media più di 38 ore d’impegno settimanale, ma con punte eccedenti le 40 ore nei comparti dell’agricoltura, del turismo e per le posizioni dirigenziali. Al contrario, la settimana più breve riguarderebbe i «servizi privati» e l’istruzione, con gli insegnanti impiegati per un tempo inferiore alle 35 ore settimanali (ma per questi ultimi sappiamo che vengono dimenticate le attività che presuppongono un tipo di lavoro «sommerso» o difficilmente misurabile, dalla correzione dei compiti a tutto ciò che contribuisce all’accrescimento del proprio sapere).

Il celebre titolo della raccolta poetica di Cesare Pavese, «Lavorare stanca», sarebbe così inadatto a descrivere l’habitus tipicamente sudtirolese. Un motivo di vanto? Va rilevato però che alle virtù dell’uomo laborioso e taciturno (molta azione e poche parole), Pavese contrappose anche quelle dei «sansôssì» (dal francese «sans-soucì»), cioè coloro che vivono senza pensieri, in modo quasi vagabondo e ciarliero, spezzando quindi una lancia per i cosiddetti marginali e sognatori. Anche Giacomo Leopardi — autorità indiscussa per quanto riguarda il sentimento della noia, e ciò nonostante esempio di lavoratore accanito fino e oltre i limiti dello sfinimento fisico — ci ha dato una trattazione ambivalente del «tempo morto», qualificando la noia sia come tedio sia come «desiderio della felicità» lasciato «allo stato puro». Insomma, sarebbe un vero peccato se nessuno pensasse più che la vera finalità dell’essere umano, la sua più nobile aspirazione, possa consistere in un lavoro che è essenzialmente liberazione dall’obbligo del lavoro.

Corriere dell’Alto Adige, 2 febbraio 2018