Ankerlichten

'Duddon Sands' circa 1825-32 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851

Ich bin einem Denken zugeneigt, das seitlich ausschert, das sich nicht mit Schlussfolgerungen aus den eigenen Voraussetzungen zufriedengibt, sondern bereit ist, gegen die Richtung des eigenen Stroms zu gehen, so wie Hölderlin es in Bezug auf den „Ister“ sagte, die Donau, die „rückwärts zu gehen“ scheint, um genau jene Bedingungen der Möglichkeit in Frage zu stellen, aus denen es hervorgeht und sich speist; aber auch ohne an die Grenzen dieses Widerspruchs zu stoßen, liebe ich ein Denken, das frei ist sich zu vernachlässigen oder besser, sich ohne eigenes Zutun zu erneuern – und zu riskieren, nicht zu wissen, was es weiß, oder aus dem, was es weiß, herauszuholen, was es noch nicht einmal ahnte, weil es nicht voraussehen konnte, nicht voraussehen wollte. Aber es er-wartet es, wenn es es denn erwartet, wie jemand, der auf keine Möglichkeit verzichtet, auch dann nicht, wenn er glaubt, im verkalkten Herzen einer Sicherheit zu wohnen, in die niemand eine Kerbe zu schlagen wagt. So sei es denn ein Denken voll von eingeschlagenen Kerben, plötzlichen Richtungsänderungen, von kurzem Luftholen inmitten des Tumults, ein Denken von Krieg in Zeiten des Friedens. Ein Ankerlichten, ein Segeln unter wechselnden Winden, ein Zuruf an Untiefen und Klippen, ohne je den Schiffbruch zu fürchten.

Dank an Anna Rottensteiner

Il perimetro democratico

Fisch Kompatscher 2

Arno Kompatscher e Heinz Fischer

Sabato prossimo, durante la sua visita ufficiale, il Presidente della Repubblica austriaca prenderà visione anche del percorso museale ricavato negli ambienti sottostanti il Monumento alla Vittoria di Bolzano. La circostanza è molto significativa, perché Heinz Fischer, giunto al termine del suo mandato, non è certo un capo di Stato qualunque. La sua venuta appare inoltre quantomai propizia almeno per due motivi contingenti.

Come ricordava ieri il nostro Toni Visentini, appena un mese fa gli elettori transalpini hanno concesso all’indipendente-verde Van der Bellen una risicata preferenza sul candidato del partito della Libertà, Norbert Hofer, pronunciatosi ripetutamente, e con scellerata leggerezza, a favore della riapertura della questione sudtirolese. Se Hofer avesse prevalso, se cioè ad imporsi fosse stata l’opzione più estremista e identitaria, è indubbio che avremmo avuto effetti destabilizzanti anche al di qua del confine, proprio mentre il tema della frontiera è tornato a costituire un problema nelle relazione diplomatiche tra Italia e Austria. Lo scongiurato pericolo (ammesso sia davvero scongiurato, incombe infatti lo spettro dei ricorsi) dà quindi alla visita di Fischer il senso pieno della riaffermazione di un principio da salvaguardare al cospetto dei resti, opportunamente storicizzati, del passato di violenza e intolleranza che essi documentano. Si tratta, in sostanza, della piena assunzione di una responsabilità da sottolineare in modo costante e solenne, perché l’antifascismo costituisce il cemento delle nostre democrazie.

Ad accompagnare Fischer nel ventre del Monumento – ecco il secondo punto di rilievo – sarà Renzo Caramaschi. Il nuovo sindaco di Bolzano e il suo vice, Christoph Baur, hanno di recente rilasciato alcune dichiarazioni per così dire equivoche su CasaPound, movimento che dal fascismo continua a trarre un riferimento non solo storico, bensì addirittura prospettico. Ieri, meglio tardi che mai, hanno chiarito come non ci sia alcuna apertura politica. Tracciare un discrimine, all’interno del perimetro democratico, tra quel che è tollerabile, perché porta al suo sviluppo, e quel che invece ne mina ideologicamente le basi non è un dovere civile trascurabile o solo politicamente corretto. L’ideologia fascista non smette di essere ripugnante perché i suoi adepti sono votati, ripuliscono i giardinetti e all’occorrenza indossano una camicia hawaiana con fare scherzoso. Come ha ribadito il Landeshaptmann, ogni sdoganamento istituzionale di CasaPound è “inconcepibile e impensabile”. La visita di Fischer al Monumento alla Vittoria sia colta come un’occasione per affermarlo con la massima decisione.

Corriere dell’Alto Adige, 23 giugno 2016

La vittoria della consapevolezza

Contro Aeroporto

La partita sul referendum per l’ampliamento dell’aeroporto si è conclusa, come sappiamo, con la vittoria schiacciante dei contrari. A caldo, l’attenzione dei commentatori si è soffermata maggiormente sulle ragioni – e le giustificazioni – di chi ha perso, lasciando per così dire in ombra l’esame delle motivazioni dei vincitori, dai primi visti come il popolo di coloro i quali dicono o direbbero sempre “no” a tutto. In realtà è possibile dare una lettura diversa, per una volta ipotizzando che la partecipazione, tutto sommato consistente, e il risultato siano scaturiti da una consapevolezza basata su informazioni più attendibili e circostanziate di quelle propagate dai favorevoli. Ridotto all’essenziale: chi ha votato “sì” l’ha fatto fidandosi di vaghe promesse di crescita, gli altri avevano invece chiarissimo almeno il concetto di ciò che non volevano.

Una prova indiretta di quanto affermato è rinvenibile nell’atteggiamento adottato dal Landeshauptmann, il quale nelle settimane precedenti il voto si è molto speso per convincere i cittadini della bontà del “suo” progetto di legge, ma poi, proprio a ridosso del 12 giugno, ha intuito che la rimonta non era più possibile ed è stato costretto ad ammettere di aver sottovalutato ampiezza e radicamento del fronte contrario. Col senno di poi, sarebbe però bastato sfogliare l’opuscolo illustrativo divulgato dal Consiglio provinciale per accorgersi di un dato saliente. Mentre infatti la parte del “sì” si concludeva con una parata di personaggi eccellenti, espressione quindi di uno strato privilegiato, quella del “no” dava voce alla gente comune, animata dai reali sentimenti presenti e diffusi su tutto il territorio. Aver sottovalutato questo aspetto è sicuramente l’errore principale di Arno Kompatscher, e rende perspicuo il divario tra il desiderio di pochi e le preoccupazioni di molti.

Una notazione ulteriore va fatta poi ad un livello più generale. Chi decide di puntare a una maggiore partecipazione deve mettere in conto che, almeno su certe questioni, si sviluppi un volume di ricerca autonomo, in grado di erodere il potere delle tradizionali (e verticali) agenzie di formazione del consenso. Non è ovviamente una tendenza priva di rischi – il più rilevante dei quali è costituito dal noto fenomeno della resistenza emozionale a qualsiasi tipo d’intervento effettuato nel proprio cortile – ma contrastarla non migliorerebbe la situazione. Lo stesso Kompatscher, seppur a denti stretti, ha del resto assicurato di aver recepito il messaggio degli elettori in vista delle scelte future da adottare per l’utilizzo dello scalo aeroportuale.

Corriere dell’Alto Adige, 18 giugno 2016, pubblicato col titolo “La fabbrica del consenso”

Credere – Obbedire – Ridere

CasaClown 2

Photoshop di Roberto Tubaro

C’eravamo sbagliati. C’eravamo proprio sbagliati ad enfatizzare troppo le nostre preoccupazioni, parlando dei fascisti del terzo millennio, della lievitazione del loro consenso, come se insomma ci trovassimo di fronte a qualcosa di effettivamente perturbante, la riproposizione di un passato orrendo del quale, in effetti, restano ancora in troppi a non voler prendere coscienza (o ad aver smarrito la coscienza). Il manipolo dei furbetti ha capito bene una cosa: alludere in modo ambiguo a quel passato – citandolo e poi smentendo di averlo citato – è solo un modo per graffiare la patina di anti-fascismo istituzionale sotto alla quale si riproduce e prospera il qualunquismo onnivoro delle masse lobotomizzate, suscitando così il brivido del proibito che può essere assunto tranquillamente in un cocktail di sempreverdi paure, curate dalla stolida sovrapposizione degli ingredienti di sempre. Paure collettive (in primo luogo del diverso, di ogni diverso) e bandiere, eterno collante degli imbecilli di ogni nazione e quintessenza di ogni nazionalismo. Per smontare il giochino bastano tre camice hawaiane (avrebbero potuto essere delle parrucche, dei nasi rossi o un altro travestimento qualsiasi) messe al momento giusto nel posto giusto (che poi è in effetti il posto più sbagliato). Fascismo qui fa rima solo con fashion, il manganello diventa uno strumento pop (da carnevale) e poi grandi rutti per tutti. CasaPound, CasaClown, CircoPound: ai mattacchioni del terzo millennio tutto fa brodo per credere, obbedire, ma soprattutto far ridere.

CasaClown

Il mastice da rifiutare

Kurz

Il giovane ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, ha scosso l’opinione pubblica con una proposta volta a dissuadere i migranti dall’intraprendere il loro viaggio della speranza: solo il mare può servire da frontiera — è in sostanza la sua tesi — dunque chiunque scelga la via dell’acqua deve essere consapevole che non riceverà mai asilo. Siccome però l’Austria non possiede neppure un centimetro di coste, il mare al quale pensa Kurz è ovviamente il nostro.

Stando sempre a quanto spiegato da Kurz, inoltre, il Mediterraneo non dovrebbe accontentarsi di rimanere ciò che è stato finora (ai suoi occhi più o meno un piccolo colabrodo), ma trasformarsi addirittura nell’Oceano indiano, visto che il modello di riferimento prescelto per la lotta ai Bootsflüchtlinge è l’Australia: «Tra il 2012 e il 2013 quarantamila profughi sono arrivati in Australia via mare e oltre mille sono annegati. Ora non arriva più nessuno e non ci sono più annegamenti, perché l’Australia è riuscita a decidere chi avesse il permesso di entrare e non ha lasciato questa decisione ai trafficanti di esseri umani. Il nostro sistema provoca migliaia di morti nel Mediterraneo perché i migranti sperano di essere accolti». Così l’idea è quella di allestire sulle isole più utili allo scopo (per esempio Lampedusa o Lesbos) dei centri nei quali «stipare» il maggior numero possibile di persone, per poi costringerle a tornare indietro.

Non vale neppure la pena di soffermarsi sulle mere difficoltà tecniche di realizzazione di un simile sistema di «protezione», i cui costi — anche economici — sarebbero di sicuro elevatissimi. È il principio che sta alla base di un tale progetto a destare sgomento.

Davvero vogliamo un’Europa avvinta dalla paura, da sigillare con un mastice che la preservi dalla contaminazione dell’elemento «straniero» (nonché «povero»), pertanto propensa ad allestire ai suoi bordi isole-trappola per imprigionare gli indesiderati migranti? Ciò «normalizzerebbe» situazioni come quelle viste a Idomeni, a Calais, ma anche a Manus, in Papua Nuova Guinea, dove i centri di detenzione per rifugiati richiesti dall’Australia sono definiti dalle associazioni umanitarie come degradanti e lesivi delle convenzioni internazionali contro la tortura.

Al Festival dell’economia di Trento appena concluso, il ministro Gentiloni ha stigmatizzato i politici che cavalcano la paura e ricordato come gli immigrati possano essere una risorsa anziché un problema, purché vi siano regole precise. Parole decisamente più sagge di quelle del suo collega austriaco.

Corriere dell’Alto Adige, 8 giugno 2016

Australia