[…]

E se di là uno lo traesse a forza per la salita aspra ed erta, e non lo lasciasse prima di averlo portato alla luce del sole, forse non soffrirebbe e non proverebbe una forte irritazione per essere trascinato e, dopo che sia giunto alla luce con gli occhi pieni di bagliore, non sarebbe più capace di vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere?

Repubblica [non il quotidiano], libro VII

Mezza giustizia

Cosa vuol dire “mezza giustizia”? Che sarebbe stato forse auspicabile avere “piena giustizia”? Ma com’è possibile aspettarsi “piena giustizia” se si è fatto tutto ciò che umanamente (e direi anche disumanamente) era necessario affinché il possibile verdetto venisse ritardato, impedito, bloccato fino alla prevedibile (e ampiamente prevista) prescrizione del reato in questione? Lo status d’imputato per il quale i reati finiscono quasi sempre in prescrizione corrisponde in realtà al personaggio in modo perfetto. È il fotogramma eternato di una condizione costantemente sospesa nell’incertezza di un giudizio che così rimarrà, mancante quello effettivo, sempre di “parte”. Innocentisti e colpevolisti continueranno a pensarla come hanno sempre fatto, perché in un regime di “mezza giustizia” ognuno può continuare a confidare nella propria privatissima (e dunque essenzialmente ingiusta) idea di giustizia.

bittrer winter

La fine dell’inverno è celebrata in molti paesi con feste popolari. Non so se adesso l’inverno sia finito – lo suggeriscono temperature pazze, se solo le confrontiamo con una settimana fa -, ma rileggevo proprio in questi giorni una poesia di Norbert Kaser che voglio pubblicare come appunto di un’ipotetico “fuoco di San Giuseppe”, un’ipotetica “fogaraccia” letteraria. La traduzione è leggermente modificata rispetto a quella di Giancarlo Mariani.

appunto di novembre:

tieni alzato il colletto del cappotto,

ineluttabile la prima fila cade

& poi tocca a noi

quant’è breve e arido il tuo nome, MORTE,

com’è atroce il tuo pungiglione

dicembre:

signore gesù cristo

Tu che sei nei cieli

ieri come oggi

tratta bene la mia gente

di ciò Ti prega

la tua sempre giovane MORTE

gennaio:

come può la magra piccola

con le ossa scricchiolanti

schiacciare la

nostra carne

carnevale & febbraio

gallerie degli orrori servono alla vita

maschere ai volti

cambiata la luce

ogni tavolata si eredita

marzo:

solco & contadino

il corvo fa la posta

ai semi

i tempi sbocciano

 

 

Grandi sviluppi

Yeah, grandi sviluppi in casa BBD. Dopo una lunga stagione d’incubazione, l’epidemia indipendentista degli “strammen Genossen” si allarga a un’altra pagina della rete. È infatti nato un laboratorio interattivo che dovrebbe portare (se gli “stramme Genossen” dovessero anche dimostrarsi “fleißige Genossen”) nientepopòdimenoche alla creazione di una nuova Costituzione per il Sudtirolo. Roba grossa, insomma. Anche tenendo conto del fatto che nella tradizione europea una Costituzione in genere nasce dopo una fase più o meno cruenta di conflitti sociali. Qui invece avremmo a che fare con una Carta nata durante un periodo di prosperità e di pace: kind des wetters & mutter der trauben, per citare forse la più bella poesia di n. c. kaser (“lied der einfallslosigkeit”).

Solo per darvi un assaggino (il resto può essere comodamente esaminato cliccando QUI), ecco il primo articolo “in fieri” della Costituzione Sudtirolese:

(1) Südtirol ist eine demokratische Republik innerhalb der Europäischen Union

Visto che l’estensore della pagina web sulla Costituzione Sudtirolese invita tutti a partecipare alla discussione, vorrei qui dare il mio modesto contributo. Devo farlo qui perché purtroppo ogni cosa io scriva sulle piattaforme di BBD (sulla vecchia, ma suppongo anche sulla nuova) finisce nel cesso. Ovvero nel cestino che sempre l’estensore della pagina web in questione ritiene adatto ad accogliere i miei (indesiderati) contributi. Ma sono “stramme Genossen” e posso capirlo. Del resto, l’indipendenza o la scrittura di una nuova Costituzione non sono affari per mammolette. La durezza d’animo, fino a sembrare quasi stolidi, è un prerequisito fondamentale se si vogliono raggiungere grandi risultati.

Articolo 1, si diceva. Qualche giorno fa avevo letto su Internazionale (10/16 febbraio 2012, N. 935, p. 30) un articolo di José Ignacio Torreblanca (si tratta del direttore della sede spagnola dell’European Council for Foreign Relations, fra l’altro) che, parlando del secessionismo europeo, indicava un punto non trascurabile:

Non è mai stato chiaro se una volta indipendenti i nuovi stati rimarrebbero nell’Unione europea o dovrebbero chiedere l’adesione, anche perché alle considerazioni giuridiche si unirebbero quelle politiche. Alle difficoltà di un futuro indipendente si aggiunge poi la questione monetaria. Il giorno dopo la loro indipendenza i nuovi stati dovrebbero infatti emettere una loro moneta o usare l’euro senza far parte dell’unione monetaria come fa il Montenegro, in attesa della sua adesione ufficiale. In ogni caso i nuovi stati dovrebbero rivolgersi ai mercati per finanziare i debiti ereditati e i loro bisogni finanziari.

Ecco. Sicuramente le preoccupazioni di Torreblanca fanno un baffo ai nostri “stramme Genossen” e quello che altrove “non è chiaro” per loro è invece “chiaro come il sole”. L’articolo 1 è assai esplicito: il Sudtirolo indipendente non avrà bisogno di chiedere l’adesione all’Europa in quanto il suo “passaggio” all’Europa (passaggio istantaneo, come un battito di ciglia) gli è garantito per diritto divino. E la stessa cosa accadrà per la moneta (ricordo che qualcuno, tempo fa, ironizzava sulla creazione del Durno). Mentre l’Italia, assieme al resto dei paesi meridionali (dalla Grecia alla Spagna) si avviano così ad uscire mestamente dalla moneta unica, l’indipendenza sudtirolese usufruirà senz’altro del mantenimento della valuta con la quale verranno brillantemente e velocemente finanziati tutti i debiti e bisogni del caso (e qualcosa verrà sicuramente anche regalato, nel generale clima di festa).

Come si vede, scrivere una Costituzione driblando ogni possibile problema non è per nulla difficile. Basta volerlo ed eventualmente eccedere un po’ con la fantasia. O pìù semplicemente basta non avere neppure la più pallida idea dei problemi connessi alle proprie affermazioni. E non è certo la volontà, la fantasia o la totale ignoranza dei problemi connessi alle proprie affermazioni quello che manca ai nostri imprescindibili “stramme Genossen”. Però fateglielo notare con delicatezza e soprattutto senza il minimo ricorso all’ironia. Altrimenti finirete anche voi nel cesso. 

Risposte ai critici (at the risk of seeming nasty)

Non nascondo che il mio ultimo articolo avesse un obiettivo polemico abbastanza preciso. Anche se non esplicitamente nominate, le persone che avevo individuato come possibili referenti della mia analisi si sono fatte vive o in modo diretto (che poi è il modo più civile), intervenendo nella discussione sottostante, oppure insistendo a lanciare i loro risibili strali al mio indirizzo senza affrontarmi direttamente nello spazio che io stesso avevo predisposto al confronto. Poco male. Dato che si tratta, come accennavo, di argomenti risibili, non è necessario diffondersi oltre.

Piuttosto, un breve corollario a questa vicenda sulla scorta di un prezioso suggerimento di lettura inviatomi dall’amico Franz Mozzi [QUI]. È una notarella utile soprattutto a chi, parlando di certi argomenti, vorrebbe eccellere in distinzioni sempre molto democratiche e tolleranti. Del tipo: eh, ma guarda che ci sono anche tanti aspetti positivi da sottolineare e la cosa può essere vista da molti lati e generalizzare è sbagliato e comunque la censura, qualsiasi censura, ma proprio qualsiasi-qualsiasi-qualsiasi censura è ideologicamente scorretta e quindi SEMPRE dare la parola a tutti, ma proprio a tutti-tutti-tutti e su tutto-tutto-tutto. Anche se poi, a quelli, nessuno pensava di togliergliela, la parola. Ed ecco infatti che già avere la parola non basta, ché ci vuole un megafono, una piazza, un CineForum. I famosi libertari fasulli di cui si diceva, insomma.

At the risk of seeming nasty;  Having a fascist  organization without all of the anti-Semite rhetoric and associated hero worship for Adolph and Benito (and of course any of their Literary Stars) it  is a bit like having taken  all of the big terds out of  excrement soup and then calling everyone to the table to enjoy meat ball stew.
 
 

La falsa tolleranza dei nostri libertari fasulli

Del presidente dell’Istituto per la memoria nazionale polacca, Lukasz Kaminski, una bella citazione che prelevo da un articolo del New York Times: “In order to defend ourselves in the future against other totalitarian regimes, we have to understand how they worked in the past, like a vaccine” (per difenderci in futuro da altri regimi totalitari, noi dobbiamo capire come hanno potuto funzionare in passato, come un vaccino). I regimi totalitari a cui allude Kaminski sono evidentemente quelli comunisti dell’ex blocco orientale. E la necessità di comprendere il loro funzionamento si basa sulla riscoperta di un’opera di prevenzione tanto più utile quanto più, apparentemente, il tempo di quei regimi sembra definitivamente passato.

Un vaccino di questo tipo sarebbe però utilissimo anche da noi. Soprattutto in Italia e soprattutto a Bolzano. Negli ultimi vent’anni, infatti, l’atteggiamento pubblico nei confronti del periodo fascista e delle persone che mostravano di non disdegnarne alcuni tratti caratteristici è diventato progressivamente sempre più blando e accondiscendente. Quando non addirittura insensibile al ricordo delle devastazioni patite per colpa di una dittatura definita dallo storico Emilio Gentile un “metodo di conquista e gestione monopolistica del potere da parte di un partito unico, al fine di trasformare radicalmente la natura umana attraverso lo Stato e la politica, e tramite l’imposizione di una concezione integralistica del mondo”. Chi volesse comprendere genesi e fenomenologia di una simile degenerazione legga il libro “Viva Mussolini. La guerra della memoria nell’Italia di Berlusconi, Bossi e Fini” (Garzanti) di Aram Mattioli, che ricostruisce in dettaglio la crisi d’identità nazionale evidenziata dalla “crisi dell’antifascismo” e dal parallelo consolidarsi di un’egemonia culturale di destra ipocritamente spacciata come malleveria per la libertà d’espressione (qualsiasi tipo d’espressione, anche l’apologia del fascismo).

In questo quadro desolante non è dunque troppo strano che, anche nella nostra provincia, si trovino persone sufficientemente ingenue o corrive da prestarsi – sbandierando una malintesa libertà di pensiero – a favorire le operazioni di marketing di un’organizzazione dichiaratamente fascista come Casapound Italia, in perenne ricerca di visibilità e ascolto.

Quando Voltaire, citato spesso a sproposito in casi del genere, diceva di essere disposto a dare la vita affinché ognuno potesse esprimere il proprio pensiero, sicuramente non intendeva il pensiero di chi, storicamente, proprio dall’offesa e dalla soppressione del libero pensiero ha ricavato la propria giustificazione politica. Certi nostri liberali o libertari locali, da questo punto di vista, dimostrano di non avere capito la pur elementare lezione.

Corriere dell’Alto Adige, 22 febbraio 2012, pubblicato con il titolo La nostra storia può essere un vaccino

Il calendario sia unico

Passato il gelo meteorologico, arriva quello istituzionale. E siccome qui da noi ogni conflitto istituzionale – riguardante cioè la dicotomia, più che la dialettica, Stato/Provincia – assume inevitabilmente una coloritura etnica, si materializza sempre anche il rischio che la discussione, accesa magari su un tema che etnico non è, finisca poi per assumere proprio tale spiacevole e soprattutto inutile aspetto.

È questo il caso della vicenda legata alla riforma del calendario scolastico, prevista dalla Giunta provinciale per il prossimo anno, e al termine di aspre polemiche andata a sbattere contro l’ostacolo alzato dal Consiglio dei Ministri, deciso a impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge finanziaria provinciale per il 2012. L’iniziativa è pensata in primo luogo a tutela dell’autonomia degli istituti, visto che almeno sulla paventata riduzione del monte ore la stessa Sabina Kasslatter Mur ha dichiarato di aver sbagliato valutazioni, favorendo il ritiro – appena una settimana fa – del provvedimento relativo alla possibilità di ridurre del 5% il carico delle lezioni.

Per capire in cosa consista il nodo originario della questione – che, ripetiamolo, non dovrebbe risultare di natura etnica – occorre rileggersi le dichiarazioni di Durnwalder rilasciate il 12 settembre 2011. La riforma veniva motivata in questi termini: “L’unificazione del calendario scolastico implica un inevitabile e necessario intervento (ma la parola qui è ‘Eingriff’, che alla fine può anche essere interpretata nel senso d’ingerenza, ndr) sull’autonomia delle scuole. Soltanto se pensiamo alle difficoltà patite da famiglie con più bambini, iscritti in scuole diverse, l’introduzione di un calendario unico risulta sensata”. Tutto sembra dunque partire da una mera questione organizzativa, con l’evidente difetto però di non tener conto della pesante ricaduta, sempre in termini organizzativi, sugli equilibri complessivi di un meccanismo assai delicato.

In una intervista pubblicata ieri dal quotidiano Tageszeitung, Sabine Giunta, del sindacato Agb-Cgil, ha sintetizzato così: spostare l’inizio delle lezioni al 5 settembre renderà problematici gli esami di recupero alle superiori; l’intero lavoro di programmazione che veniva svolto nei primi giorni del mese risulterà compresso, se non addirittura compromesso; in generale verrà resa più difficile la partecipazione ai corsi di aggiornamento. Agli insegnanti, insomma, toccherà lavorare di più – ma anche gli insegnanti, strano a dirsi, hanno figli, così come li hanno non pochi genitori che lavorano di sabato e dalla settimana scolastica di cinque giorni non otterranno quindi alcun sollievo – senza che ciò comporti necessariamente un miglioramento dell’offerta didattica. Era proprio indispensabile imporre questa riforma?

Corriere dell’Alto Adige, 18 febbraio 2012

Narrare la colpa

Pubblico qui la versione completa dell’intervista a Francesca Melandri apparsa oggi sul Corriere dell’Alto Adige in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro (Più alto del mare, Rizzoli, pp. 235, 17 euro). Si tratta di un romanzo “breve” che, se possibile, mi è piaciuto persino più del fortunatissimo romanzo “epico” d’ambientazione sudtirolese del quale abbiamo parlato molto. Le ragioni di questa mia predilizione rimangono ineffabili. Nell’intervista ho cercato di sollecitare Francesca a girare intorno alla sua opera come farebbe il mare intorno a un’isola (che però deve rimanere ignota: sta agli eventuali lettori prenderne possesso in modo personale e senza una particolare introduzione). Il risultato sono domande e risposte che entrano tra gli anfratti del testo come farebbe l’acqua del mare lungo una scogliera. Buona lettura e un particolare ringraziamento a Francesca per la sua disponibilità.

“Più alto del mare” è un libro molto diverso da “Eva dorme”. È stato difficile staccarsi dal mondo del tuo primo romanzo per cimentarsi con un tema completamente nuovo?

Non penso di essere una narratrice ‘a tema’, ovvero con un’agenda di contenuti da portare a casa. A me interessa l’atto di narrare in sé. Questa cosa in fondo così primaria e arcaica che è il raccontare storie, il porsi al loro servizio con le proprie più o meno efficaci competenze di linguaggio e di esperienza di vita, e quindi l’andare alla ricerca della forma che queste storie possono prendere. Il mio primo romanzo era complesso, pieno di personaggi, col passo lungo dell’epica; con “Più alto del mare” avevo voglia di provare un meccanismo narrativo più semplice (almeno all’apparenza). E così è venuto fuori un romanzo molto più breve, con solo quattro personaggi e racchiuso nelle tre unità (di tempo, di luogo e di azione). Però dico ‘all’apparenza’, perché come tutti sanno l’essenzialità non è un obiettivo necessariamente più facile della complessità. Anzi.

Da quale grumo di esperienze o d’idee è nato “Più alto del mare”?

Innanzitutto c’era il ricordo di una visita fatta all’Asinara qualche anno fa in cui ero stata travolta, come chiunque ci metta piede, dal contrasto tra la durezza della storia dell’isola (lazzaretti, campi di prigionia, carceri di massima sicurezza…) e la meraviglia, l’olimpica potenza della sua natura; sapevo che prima o poi l’avrei usato in una storia. Poi, molti anni dopo, mentre scrivevo “Eva dorme” e pensavo a Peter – il terrorista assassino fratello della protagonista Gerda – ho cominciato a riflettere su quella che potremmo chiamare la “colpa per prossimità”, ovvero quella che ricade sui parenti di chi compie atti gravi di violenza. E ho cominciato a immaginare due personaggi che non hanno nulla in comune tra loro (un professore di filosofia, comunista, intellettuale e cittadino; una contadina cattolica che ha passato tutta la vita in una piccola comunità montana) se non questo: i loro parenti più stretti hanno ucciso. Paolo ha un figlio terrorista, Luisa un marito detenuto comune. Sono due persone innocenti e normali sulla cui testa è caduta, come una bomba, l’eccezionale colpa di altri. E mi sono chiesta: se questi due s’incontrassero mentre sono in visita al carcere, cosa avrebbero da dirsi?

Il richiamo all’altezza del mare, oltre che nel titolo, torna diverse volte nel tuo nuovo libro con accezioni diverse. Abbiamo forse a che fare con una metafora che sembra più liquida e sfuggente dell’acqua marina della quale si serve?

Con questo nuovo romanzo è successo quello che era già accaduto con “Eva dorme”, ovvero il titolo è nato praticamente insieme alla storia. La frase ‘non c’è muro più alto del mare’, relativa al concetto di isola-carcere, c’era già nella sinossi che avevo scritto per darmi una rotta per la scrittura, ed è rimasta nelle prime pagine del libro. Poi però, scrivendo, esattamente come nelle parole ‘Eva dorme’ ho scoperto in seguito altri significati di natura anche molto diversa. Non so se si tratti di una metafora o piuttosto di una rappresentazione dello sguardo dei due protagonisti: quando li incontriamo, della propria esistenza essi scorgono soprattutto l’aspetto di costrizione, chiusura di orizzonte, fine della speranza. Prigionia, insomma.  Poi succede qualcosa che muta il loro punto di vista. E di conseguenza, la loro esperienza di vita.

Anche in “Più alto del mare”, come già in “Eva dorme”, troviamo personaggi che si collocano sempre in una posizione eccentrica rispetto al nostro modo consueto di considerare certi argomenti (siano questi la recente storia di una piccola provincia alpina o la vicenda del terrorismo degli anni settanta). È forse possibile parlare di una poetica dei margini?

Credo che chi s’identifica con il centro delle cose (nonché di sé stesso) corre due grossi rischi:  semplificare artificiosamente la complessità, e ignorare i contesti. Guardare ai margini e guardare dai margini è un buon modo, io trovo, per cautelarsi almeno un po’ contro questi rischi. Ma forse è semplicemente l’atteggiamento che corrisponde alla mia indole. Non c’è dubbio che io consideri il punto di vista marginale sui fatti non solo come quello più consono alla mia natura ma anche quello più fecondo. Nello specifico della domanda, credo che si potrebbe descrivere “Eva dorme” anche come un secolo di storia italiana narrata dal punto di vista del suo confine più settentrionale. Stesso discorso per quanto riguarda “Più alto del mare”. Per troppo tempo mi è sembrato che i cosiddetti ‘anni di piombo’ siano stati raccontati come se essi riguardassero solo coloro che erano al centro dell’azione, ovvero i terroristi. Solo dopo molti anni, ad esempio, si è cominciato doverosamente a raccontare le cose anche dal punto di vista delle vittime e dei loro parenti. Ma ho tuttora l’impressione che gli effetti distruttivi e deflagranti della violenza ideologica che ha insanguinato l’Italia siano stati minimizzati rispetto, invece, al loro reale impatto emotivo sulla società intera. Per questo ho spostato il margine della mia narrazione di quegli anni più in là, prima ai parenti dei terroristi e poi ancora oltre, ovvero a chi ha avuto contatti con loro nelle carceri. Quegli anni hanno lasciato una traccia profonda nel nostro Paese, anche in chi non è stato personalmente coinvolto. E io credo che questo lascito non sia stato ancora elaborato pienamente. Mi piacerebbe se questo romanzo contribuisse ad allargare il discorso su quegli anni in questa direzione.

Nonostante nei tuoi libri non manchino le emozioni che scaturiscono dalle pieghe del “cuore”, dunque traspare sempre – e non certo come semplice sfondo –  una dimensione d’impegno civile che oltrepassa la particolarità delle vicende individuali. Una volta avremmo parlato, a tal proposito, di letteratura d’impegno. Ti sembra una categoria desueta o impropria per descrivere il tuo lavoro di scrittrice?

Forse la maniera migliore di rispondere a questa domanda consiste nel citare le parole della grande Wislawa Szimborska: “Tutte le tue, nostre, vostre /faccende diurne, notturne / sono faccende politiche. / Che ti piaccia o no, /i tuoi geni hanno un passato politico, / la tua pelle una sfumatura politica,/i tuoi occhi un aspetto politico. (…) Perfino per campi, boschi / fai passi politici /su uno sfondo politico”. Detto in maniera ben più prosaica, nessuno ha un’esistenza avulsa dal resto del mondo e del tempo in cui vive. Se il mio Paese ha una politica dei trasporti di un certo tipo, ad esempio, io pendolare ogni giorno ci metterò un certo tempo ad arrivare al lavoro, e questo avrà conseguenze sul mio matrimonio e sul rapporto con i miei figli.  E così via. Farci credere che l’unico piano reale della nostra esistenza sia quello individuale, che le nostre vite siano scandite solo dalle nostre esperienze ed emozioni personali – o al massimo, di quelle della nostra cerchia più ristretta di relazioni – è una delle grandi menzogne del nostro tempo, forse la più grave e distruttiva. Così come il concetto che la politica non c’entri con l’esistenza di tutti noi. Svelare queste menzogne è, io credo, un compito importante di chiunque abbia parola e ascolto pubblico, nell’Italia di oggi. Se questa convinzione produca qualcosa che possa definirsi ‘letteratura d’impegno’ non lo so, né, onestamente m’interessa come definizione. Preferisco parlare di un restituire alla vita la totalità dei suoi piani: quello emotivo, quello interpersonale, quello sociale, quello politico, quello storico. Tutti noi siamo tutte queste cose; coscienti o no, la questione non cambia.

Leggendo questa tua ultima opera si ricava l’impressione di una freschezza stilistica che già allude a qualcosa di più lontano e indefinito. Un po’ come aver trovato la sorgente che libera le parole?

Sarebbe meraviglioso aver trovato ‘la sorgente delle parole’ una volta per tutte, ma non credo funzioni così – o almeno certo non funziona così per me. Io mi sento di doverla ritrovare ogni volta che comincio un’opera nuova. L’importante credo sia non smettere di cercarle, quelle parole, e non accontentarsi mai.

Un pacco vuoto

Quando il sabato lavoro torno a casa con il treno delle 13.00 che parte generalmente dal primo binario della stazione di Bolzano. A quell’ora purtroppo tornano anche moltissimi studenti che la mattina scendono dai paesi della Valle Isarco e dalle zone limitrofe. Si tratta di una massa compatta, abbigliata tutta allo stesso modo, perlopiù indaffarata a scrutare dentro quei due o tre tipi di smart-phone che il feroce battage pubblicitario non ha fatto fatica ad imporre. La maggior parte di loro è di lingua tedesca (parla cioè dialetto). Ci sono anche alcuni italiani, peraltro all’apparenza indistinguibili dagli altri ed equipaggiati con i medesimi strumenti tecnologici. Quando arriva il treno, la massa diventa ancora più compatta, si stringe, si schiaccia quanto più possibile vicina al binario, e cerca d’intuire dove si fermerà il convoglio per posizionarsi in prossimità di una delle entrate. Quando finalmente il treno si blocca e le porte si aprono, ecco che la massa cerca di salire puntando a non scomporsi più del necessario. Tutti si spingono, scalciano, ridono, issano a forza i loro corpi su per le scale d’accesso e, una volta sopra, si riversano correndo negli scompartimenti per occupare tutti i posti disponibili. Ogni volta che mi tocca assistere a questo spettacolo deprimente mi vengono in mente quei politici che vorrebbero concedere il diritto di voto ai sedicenni e capisco benissimo quello che ciò potrebbe significare.

Stamani è andata abbastanza bene e sono riuscito a trovare un posto libero. Mi sono seduto e ho cominciato a leggere un articolo di José Ignacio Torreblanca, pubblicato nel settimanale Internazionale, intitolato “Piccoli stati crescono”. Un articolo che parlava di secessionismo, insomma. Abbastanza interessante, anche, ma entrati nella prima galleria mi sono addormentato. E allora ho cominciato a sognare.

Nel sogno m’immaginavo di essere stato invitato a una discussione pubblica sul tema dell’autodeterminazione sudtirolese (la serata aveva un titolo: Autonomie, Vollautonomie, Freistaat). Faceva freddo. Eravamo a Merano. C’ero io, c’era un certo Lorenz Puff (rappresentante bolzanino del movimento Süd-Tiroler Freiheit) e il mio amico Markus Lobis, che faceva il moderatore. L’ambiente in cui eravamo era strano. Sembrava un bar, ma non era proprio un bar. Piuttosto un club alternativo (si fa per dire, alternativo) di sinistra. La stanza nella quale avrei dovuto parlare era buia, alcune persone erano già sedute e ognuna teneva in mano un bicchiere di vino o una bottiglia di birra. La cosa buffa era che mi sembrava un luogo noto, da me frequentato in una vita precedente. Poi ho sognato che anche lì mi addormentavo. Cioè: mentre discutevo dormivo. E mentre dormivo discutevo. Non posso quindi essere sicuro di quello che ho sognato di dire. Probabilmente una serie di frasi senza senso, di filastrocche, di giochi di parole infantili. Ma neppure il mio interlocutore deve aver brillato, perché a un certo punto (questo invece lo ricordo nitidamente) uno del pubblico si è alzato e gli ha detto: “insomma, voi non proponete nulla di concreto, la vostra offerta politica è un pacco vuoto, non siete neppure in grado di decidervi sul tipo di carta per avvolgerlo, però è sicuro che dentro quel pacco non c’è nulla, il niente più assoluto”. Al che il povero Lorenz Puff non riusciva a replicare e ripeteva balbettando, con gli occhi a terra, “I bin a Tiroler… a Tiroler… I bin lei a Tiroler…”.

Fortuna che mi sono svegliato in tempo per scendere alla mia fermata.

Con la neve saliamo in cattedra

Qualche giorno fa non riuscivo a navigare in internet e ho chiamato la mia compagnia telefonica. Dopo i classici rinvii da opzione a opzione (“se intende parlare di questo e di quest’altro prema uno, altrimenti prema due o prema tre o prema quattro”) la voce registrata mi avvertiva che, dato il maltempo, avrei potuto avere qualche difficoltà supplementare a raggiungere un operatore in carne e ossa. Mentre ascoltavo l’irritante musichetta di sottofondo m’immaginavo quindi il poveretto intrappolato da qualche parte, anzi stritolato nella famosa “morsa del ghiaccio”, comunque seriamente impedito in una professione che, ingenuamente, avrei pensato si potesse svolgere all’interno di un ufficio confortevole e riscaldato.

Si rischia lo spossamento a voler dimostrare l’inconsistenza di molti pregiudizi per poi vederseli sempre puntualmente confermare uno dopo l’altro. Ecco l’Italia: improvvisazione, caos, catastrofi. Basta pochissimo per precipitare nel baratro, senza neppure che qualcuno stia lì a schiacciarti le dita coi piedi. La nave cambia appena una vocale (diventa neve) ma l’immagine resta a pezzi. Ovviamente non mancano le eccezioni. Però non sgomitano per mettersi in mostra. Un noto sindaco che venne eletto in seguito alla promessa di garantire maggiore sicurezza per i cittadini – allora il pericolo poteva essere sintetizzato dalla paventata prevalenza di un colore etnico indesiderato – rischia adesso di perdere la propria credibilità a causa del simbolo stesso di ogni smagliante candore. Capita allora sempre più spesso che la politica sia pilotata da eventi apparentemente esterni al suo corso abituale. From spread to snow, si potrebbe dire. Oppure sic transit gloria mundi, secondo una delle più intempestive e improvvide citazioni degli ultimi tempi.

Invece qui in provincia freddo polare senza la neve. Su facebook si è addirittura costituito un gruppo di persone che la brama e la invoca. Superstiziosi insinuano che sia proprio il gruppo a tenerla lontana. Notoriamente, chi ha i denti non ha il pane. E viceversa. Titoli raccapriccianti raccontano di angeli calati agli inferi. Più realisticamente, si tratta soltanto di alcuni uomini del corpo permanente dei vigili del fuoco di Bolzano scesi ad aiutare dove c’era bisogno (Macerata, Fabriano e Bagno di Romagna). Nonostante Südtirol non sia Italien, se è possibile mettere al servizio degli altri la nostra professionalità e la nostra maggiore preparazione riguardo ai problemi causati dall’inverno per una volta non è antipatico salire in cattedra. Ma quando giù le scuole riapriranno – e le condizioni torneranno “ordinarie” – troveremo anche qualche allievo disposto davvero ad imparare?      

Corriere dell’Alto Adige, 9 febbraio 2012

Ridurre la discrepanza

Ridurre la discrepanza. Appunti per un Sudtirolo futuro

Così una chiave può rimanere per sempre lì dove l’artefice l’ha riposta e non venire mai usata per aprire la serratura per cui l’artefice l’ha forgiata (L. Wittgenstein).

Vorrei cominciare annotando il concetto di “discrepanza”. Vorrei poi schizzare un quadro del plurilinguismo sudtirolese alla luce di una “discrepanza” che è possibile avvertire ogni qual volta poniamo in questione la mera accettazione di un’esistenza semplificata e idealizzata. Vorrei infine chiedere a quali condizioni, parlando di lingue parlate in Sudtirolo e dei problemi che storicamente si connettono all’uso di queste lingue, è possibile per noi oggi ridurre l’esistenza di una relativa “discrepanza” tra il piano di una realtà ufficialmente riconosciuta e quello invece costituito dalla vita che fluisce ben oltre quel riconoscimento ufficiale. Ma procediamo per gradi.

Il concetto di “discrepanza” richiama quelli di contraddizione, contrasto, differenza, disaccordo, disarmonia, divario, divergenza, diversità, sfasamento. Bisogna ricondurlo dunque a due entità che, se venissero sovrapposte, non coinciderebbero. Appurato questo, poniamo una semplice domanda in relazione al nostro tema: quante sono le lingue che si parlano in Sudtirolo? La risposta ufficiale qui sembrerebbe in apparenza scontata. In Sudtirolo si parlano tre lingue: tedesco, italiano e ladino. E chi parla queste lingue? Altra risposta facilissima: i tedeschi, gli italiani e i ladini. Il presupposto di simili risposte è a) che queste, e non altre, siano le lingue caratterizzanti la nostra realtà sociolinguistica e b) che ogni individuo assuma come tratto primario della propria identità una, e una sola, di queste lingue. Può risultare in effetti assurdo pensare che la realtà sia davvero questa. Ma questa per l’appunto non è la realtà, bensì la sua declinazione ufficiale e istituzionale, composta mediante la cristallizzazione di un’immagine che idealizza (e dunque fissa) soltanto una possibile versione di quella realtà, anche se di fatto si tratta di una versione dominante e perciò accettata più o meno da tutti.

Credo sia sufficiente gettare anche uno sguardo superficiale sulla propria cerchia di amici e conoscenti per certificare tutta la “discrepanza” tra una simile immagine semplificata della realtà e quella “vita che fluisce”, come l’avevo definita in precedenza, nella quale siamo immersi. Intanto, e senza soffermarci sul tema della diglossia tra dialetto e lingua standard (che concerne quasi per intero la popolazione di lingua tedesca), per molte persone non è assolutamente vero che la propria identità sia riducibile alla lingua appresa nell’infanzia (anche perché in molti casi possono essere due, o anche di più, le lingue con le quali si è avuto la fortuna di crescere). Poi ci sono ovviamente tutti quegli individui, provenienti da svariati paesi, che portano in dote (vorrei dire preziosa dote) le lingue parlate nei loro luoghi d’origine. Infine dobbiamo mettere nel conto anche tutti coloro i quali, pur rientrando senza troppi problemi in una delle categorie ufficiali definite in precedenza, non ritengono che ciò debba risultare determinante ai fini della costruzione della nostra stessa base istituzionale. E si tratta dunque di persone decise a non arrendersi all’idea che oltre le colonne d’Ercole del nostro modello di convivenza – proporzionale etnica, censimento linguistico, patentino di bilinguismo e così via – non si diano anche ulteriori possibilità di ridurre progressivamente la “discrepanza” tra quello che astrattamente siamo ritenuti essere e quello che invece concretamente sentiamo, o almeno molti di noi sentono di essere. 

Torno dunque all’inizio e chiedo di nuovo: a quali condizioni, parlando di lingue parlate in Sudtirolo e dei problemi che storicamente si connettono all’uso di queste lingue, è possibile per noi oggi ridurre questa “discrepanza” tra il piano di una realtà ufficialmente riconosciuta e quello invece costituito dalla vita che fluisce ben oltre quel riconoscimento ufficiale?

Suggerisco tre possibili ipotesi/condizioni d’intervento sulle quali converrebbe forse lavorare in futuro per dare senso a una proposta politica (in primo luogo di politica linguistica ma ovviamente anche di respiro più vasto) che qualificherei di orientamento progressista:

1) ogni istanza di cambiamento sarà destinata a restare troppo debole in rapporto alle forze conservatrici ancora capaci di aggregare maggiore consenso se essa verrà vissuta, proposta e costruita come minoritaria o elitaria; al contrario essa sarà in grado di acquistare maggiore forza se saprà rivolgersi a tutte le parti in gioco, ponendosi quindi come obiettivo il ripensamento delle logiche partigiane sinora generalmente praticate.

2) ogni proposta di mutazione dello scenario attuale – linguistico e culturale – dovrà puntare sul concetto di miglioramento, non negando dunque ciò che di buono è stato acquisito, non puntando a uno distruzione dello status quo, ma suggerendo con convinzione che esistono traguardi futuri ancora da cogliere;

3) La trasformazione degli equilibri prevalenti che le istituzioni prescrivono dovrà essere favorita soltanto in relazione alla crescita di una consapevolezza condivisa, dunque mediante un’estensione della partecipazione e un allargamento della facoltà decisionale degli abitanti di questa terra.    

Dalla realizzazione di queste tre condizioni – condivisione, miglioramento, decisione comune – dipenderà la capacità d’impostare anche all’interno del nostro piccolo spazio un programma che non dobbiamo temere di collocare su uno sfondo ambizioso: l’Europa unita e plurale dei popoli, delle lingue e delle culture.

Contributo pubblicato nel Rundbrief della OEW (Organisation für Eine solidarische Welt), Februar 2012

Più alto del mare

“Ma misi me per l’alto mare aperto”. Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane. [Primo Levi, Se questo è un uomo, pag. 103]