Gli emarginati resi invisibili

Clochard

Secondo una dichiarazione del sindaco Caramaschi, il Comune avrebbe l’idea di spostare la mensa per senzatetto e migranti attualmente operativa in piazza Verdi. La zona prescelta è più defilata — anzi, molto defilata — a Sud della città, dove dovrebbe trovare posto anche il nuovo centro emergenza freddo aperto tutto l’anno che non è stato possibile realizzare ai Piani a causa delle proteste dei cittadini. Si tratta di una buona idea?

Chi trova la soluzione non solo buona, ma addirittura ottima, è Carlo Vettori (Lega), il quale ha prontamente commentato l’eventuale progetto su Facebook: «Il teatro comunale, la Camera di commercio, l’Associazione turistica, gli esercenti, i residenti e i cittadini tutti ringraziano! Era ora». Di diverso avviso, ma con una motivazione di fondo ispirata dalla medesima avversione preventiva nei confronti di istituzioni di questo tipo, il consigliere socialista Claudio Della Ratta: «Pensare di potenziare il nuovo centro di emergenza freddo con servizi che contribuirebbero a far aumentare in maniera esponenziale il numero degli irregolari in zona sarebbe scelta scellerata». Indesiderati in centro, temuti in periferia: secondo tali politici i più bisognosi dovrebbero dunque semplicemente essere fatti sparire dalla circolazione, magari pronunciando una formula magica tipo «abracadabra».

Le formule magiche, però, sono per l’appunto affare di maghi (o di demagoghi) e in genere lasciano sul tappeto i problemi da risolvere. Anzi, servono solo a perdere tempo e a creare polemiche prive di utilità. Se il Comune pensa giustamente che un centro di accoglienza comprensivo di mensa sia indispensabile, occorre esaminare con pragmatismo quali siano le condizioni migliori per allestirlo, in primo luogo nell’interesse di chi ne usufruirà. Necessario, insomma, misurare le conseguenze che deriverebbero da un cambiamento della situazione. Un’opinione in merito dovrebbe essere per esempio raccolta ascoltando i volontari e le associazioni che si occupano di sostenere senzatetto e migranti nei loro bisogni più elementari. Essi ci dicono che spingere ulteriormente al margine chi già soffre di estrema marginalità non risolve i problemi, ma li rende più acuti proprio nell’illusione di nasconderli. Visto che la decisione non è stata ancora presa, è consigliabile che la giunta rifletta in modo approfondito, senza farsi bastonare da chi è ancora abituato a non assumersi molte responsabilità.

Corriere dell’Alto Adige, 27 gennaio 2018

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L’europeismo pretestuoso

Ratto di Europa

Nella peggiore delle ipotesi la questione del doppio passaporto — invocato da alcuni sudtirolesi e previsto dall’accordo di coalizione tra Övp e Fpö — si risolverà in un pasticcio dal quale a fatica estrarremo le gambe. Nella migliore, avendo ancora la speranza che il tema non occupi troppo spazio nella campagna elettorale in vista delle Provinciali, potremo rubricarla tra le tante ricorrenti occasioni di scongelamento del conflitto etnico al quale ci tocca assistere dal 1919. In bilico tra le due opzioni proponiamo la seguente immagine: invitati per l’ennesima volta a uno spettacolo del quale conosciamo già tutto, non possiamo comunque escludere che alla fine i protagonisti, anziché fare l’inchino e sparire sorridenti dietro il sipario, comincino ad azzuffarsi sul serio tra loro, quindi scendano tra il pubblico ed estendano la rissa anche tra chi non vorrebbe farsi coinvolgere.

Tra i personaggi che ci tengono un po’ con il fiato sospeso c’è anche il presidente Kompatscher, il quale è fautore dell’interpretazione «europeista» del doppio passaporto. Si tratta di una posizione a rischio, che ricorda quella dell’equilibrista sul filo. In una recente intervista al settimanale «Profil», il Landeshauptmann ha così provato a indossare i panni del temporeggiatore e del suggeritore, correggendo un tiro che finora era stato sicuramente sbagliato. La proposta del doppio passaporto — ha detto Kompatscher — non dovrebbe essere limitata solo ai sudtirolesi di lingua tedesca e ladina, ma essere allargata anche ai discendenti italiani del vecchio impero austro-ungarico e persino a tutti gli altoatesini, senza distinzioni di lingua. Nonostante la correzione del tiro, la vicenda continua però a restare problematica e il richiamo alla Ue pretestuoso. Per ridare all’idea di Europa una concreta prospettiva di futuro, la strada che porta al raddoppio o alla moltiplicazione delle cittadinanze non rappresenta affatto una scorciatoia e non erode la predominanza degli Stati nazionali, sostenuta dai populisti di destra, ma anche dai vari indipendentisti, che mirano a rendere sempre più frammentata la sovranità territoriale all’interno del continente. Ingaggiare con questi ultimi una battaglia interpretativa sul senso di un’operazione intrinsecamente connotata in modo restaurativo non ne limiterebbe gli effetti indesiderati e non eliminerebbe il danno d’immagine, che è proprio il tema stesso a procurare, comunque lo si voglia guardare.

Corriere dell’Alto Adige, 18 gennaio 2018

Uno specchio deformante

Bozen

L’annuario 2017 dell’Istat — riferito al 2016 — ha scattato una fotografia della provincia di Bolzano elencando una serie di dati estremamente positivi. Eccone alcuni: qui abbiamo il maggior tasso di incremento demografico d’Italia (+0,5%), il tempo è quasi sempre bellissimo (piove meno che a Napoli), i nostri ospedali (nonostante le file al pronto soccorso) hanno il maggior numero di posti letto per abitante, siamo primi nella spesa pro capite per interventi e servizi sociali, inoltre (anche in questo caso nonostante non manchino i professionisti del lamento e i cantori del «degrado») i cittadini intervistati hanno dichiarato di non percepire un tasso di criminalità particolarmente preoccupante.

Tutto bene, dunque? Ovviamente no, ma se volessimo tracciare su tale visione rosea alcune pennellate negative non dovremmo permettere che il quadro d’insieme ne risulti offuscato. Si tratta di trovare il giusto equilibrio per offrire una narrazione oggettiva. Proprio la mancanza di equilibrio e di oggettività è uno dei difetti che riscontriamo soprattutto quando ci capita di raccontarci all’esterno. Recentemente, per esempio, il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un lungo articolo dello scrittore bolzanino Daniele Rielli dai toni, più che pessimistici, addirittura catastrofisti. L’occasione per scrivere il pezzo era data dalla discussione sul doppio passaporto, ma Rielli ha optato per consegnare al lettore una sorta di riassunto del suo contributo contenuto nel libro «Storie dal mondo nuovo» (Adelphi). Storie che, nel capitolo finale dedicato all’Alto Adige, sembrano piuttosto prelevate dal mondo vecchio, ossia quello — per intenderci — descritto da Sebastiano Vassalli negli anni Ottanta in «Sangue e suolo» (Einaudi) e nel quale la nostra provincia appariva stretta da un’inesorabile morsa fatta di privilegi e segregazione etnica. Possibile che da allora non sia cambiato nulla, ammesso e non concesso che già a quel tempo si stesse così male?

Per raccontare la nostra provincia, insisto, occorrerebbe più equilibrio. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma neppure in un «piccolo mondo — come scrive Rielli — a tenuta stagna». Anche qui la realtà cambia o, almeno, può cambiare. Per agevolare il cambiamento è indispensabile però esercitare la critica in modo sobrio e circoscritto, evitando di scadere in alcuni stereotipi distruttivi, che spesso sono solo il controcanto stonato di altrettanto inutili autocelebrazioni.

Corriere dell’Alto Adige, 12 gennaio 2018

I Verdi, anomalia macroscopica

Verdi

Per descrivere il partito dei Verdi è inevitabile ricorrere all’immagine del bivio. La situazione di indecisione è talmente costitutiva che però non ci si può accontentare di definirlo semplicemente un partito «al» bivio, come se il bivio stesse loro solo «davanti». È infatti proprio il pensiero dei Verdi a risultare intimamente scisso tra opzioni diverse, facendo nascere il dubbio che, una volta operata l’eventuale scelta, il partito sarebbe comunque condannato a riprodurre in forme sempre nuove le tendenze contrastanti.

Per documentare un simile sospetto si potrebbero citare molti esempi tratti dal passato. L’attuale cronaca politica ce ne offre però subito una nuova conferma nel quadro dei preparativi che preludono ai prossimi appuntamenti elettorali in marzo e ottobre. Concentriamoci sul primo, visto che la natura intimamente scissa alla quale abbiamo accennato risulta palese alla luce della differenza assai marcata tra i Verdi locali (che hanno come simbolo la colomba) e quelli nazionali (con il simbolo del sole che ride): posti davanti all’alternativa tra lo schierarsi con il Pd e il centrosinistra, oppure con la nuova formazione di sinistra raggruppatasi attorno alla figura del presidente del Senato, Pietro Grasso (Liberi e Uguali), i Verdi sudtirolesi hanno deciso di non seguire le indicazioni provenienti da Roma. Andranno perciò contro Renzi, di fatto ratificando una diversità di atteggiamento che conferma una disarmonia esistente da lunghissimo tempo (già cinque anni fa, sostenendo Sinistra e Libertà, fecero esattamente la stessa cosa). Chi leggesse in tale soluzione un’incoerenza sorprendente — considerando che i Verdi cittadini sostengono il governo di Caramaschi, espressione dell’accordo tra Pd e Svp — dimentica la contraddizione più vasta, interna, che resta così ineliminabile.

I Verdi locali sono perfettamente consapevoli di questa macroscopica anomalia. Eppure continuano a fingere di soffrirne, rifiutandosi di ammettere che l’unica scelta da fare sarebbe di emanciparsi definitivamente da un marchio che non li può più comprendere. Il tempo perso a pensare con chi schierarsi, intanto, ha reso davvero corto quello da dedicare al reperimento dei prossimi candidati; ciò potrebbe rivelarsi nefasto in vista dell’unico appuntamento elettorale al quale essi tengono davvero, vale a dire le prossime provinciali. Quando, ovviamente, avranno da vagliare altre, ma non meno brucianti, risoluzioni.

Corriere dell’Alto Adige, 4 gennaio 2018