Un gioco di parole

Untitled 1966 by Philip Guston 1913-1980

Talvolta certi problemi, che a prima vista si presentano come insolubili, diventano, o perlomeno sembrano diventare, facilissimi da risolvere cambiando semplicemente le parole con le quali vengono posti. I più scettici diranno che in realtà non è cambiato nulla, ma almeno per un po’ si eviterà di discuterne.

Potrebbe essere questa la sintesi dei colloqui intercorsi tra i delegati della Svp e del Pd in vista dell’accordo di governo che darà vita al nuovo esecutivo provinciale. Uno dei nodi cruciali, come noto, era quello del plurilinguismo. Dal Pd inteso come imprescindibile obiettivo formativo da incrementare in ogni modo possibile, dalla Svp invece considerato un tema sì importante, ma da affrontare con la la prudenza del caso.

Com’è andata a finire? Con una sensibile variazione della terminologia, per l’appunto. E poco altro. Archiviata ormai per sempre la temutissima espressione “immersione”, attraverso slittamenti e aggiustamenti progressivi adesso si è arrivati ad “offerta plurilingue”. Formula che – nonostante presupponga comunque l’idea di insegnare le lingue non in quanto tali, bensì sfruttando la trattazione di altre discipline – evita di alludere a interventi troppo radicali, non nomina direttamente l’istituzione scolastica (“scuola plurilingue” avrebbe nuovamente fatto pensare a qualcosa di troppo estremistico) e insomma si limita a suggerire una possibilità in più, cioè una possibilità fra le altre.

Il risultato di un tale gioco di prestigio terminologico è fondamentalmente uno: sia il Pd che la Svp potranno presentarsi davanti ai propri elettori e all’opinione pubblica dicendo che non hanno tradito la loro impostazione di fondo. Intanto la cosa essenziale, cioè la firma dell’accordo di governo, potrà essere apposta senza dar vita a battaglie ideologiche che non servirebbero a nessuno. Il problema, quello vero, però permane: anche ricorrendo all’espressione “offerta plurilingue”, infatti, le inibizioni, le asimmetrie e diciamo pure la psicosi che rende il Sudtirolo un luogo nel quale apprendere la “lingua dell’altro” costituisce percettivamente un ostacolo, anziché un’opportunità da sfruttare con decisione, restano tutte in campo. Se almeno lo si ammettesse, anziché fingere di festeggiare, avremmo fatto un vero passo in avanti. Il prossimo accordo di governo potrebbe così essere davvero stipulato sulle cose, e non soltanto sulle parole.

Corriere dell’Alto Adige, 14 dicembre 2013

Montagna e Topolino

Kompatscher

La montagna è rappresentata dal cumulo non esiguo di preferenze che Arno Kompatscher è riuscito a capitalizzare in base alla sua campagna elettorale da innovatore. Il topolino è l’accordo di governo che verrà presto siglato tra la Svp e il Pd, vale a dire la riconferma di una logica politica che per questa provincia pare ormai imprescindibile e perciò quasi obbligata. Chi si aspettava dall’innovatore un surplus di fantasia è rimasto così deluso, ma che fossero aspettative eccessive è chiaro persino ai più incorreggibili sognatori. Resta da capire se il topolino, dopo tutto, è veramente l’unica cosa che ci potessimo realisticamente attendere.

La risposta non può che essere affermativa. Solo mettendo in conto enormi difficoltà, la Svp – che nel passaggio dall’era Durnwalder alla leadership di Kompatscher sembra già avere praticamente esaurito la riserva del cambiamento possibile – si sarebbe potuta permettere di “imbarcare” nella Giunta forze politiche sempre pronte a voltare la carta della cooperazione in quella della critica interna. Freiheitlichen e Verdi, vale a dire i due partiti che più degli altri erano stati sollecitati dall’idea di poter accedere al ponte di comando, avrebbero rappresentato per il partito di maggioranza un rischio troppo elevato, ovvero la sfida di un pluralismo con tutta probabilità insostenibile per contenere le tensioni che soltanto una oculatissima gestione del potere, ripartito inoltre secondo ambiti di competenze (anche in senso etnico) ormai cementificati, riesce a consentire.

Alla fine, dunque, le promesse del cambiamento, suggerite da occorrenze purtroppo rimaste senza verifica, pertanto cullate ad occhi socchiusi, hanno assunto la loro forma più prevedibile: quella di sirene, le creature metà donna e metà pesce dal canto delle quali occorre proteggersi, turarsi le orecchie con la cera, legarsi all’albero maestro e, mentre la barca sfila tra gli scogli dove esse soggiornano, dimenticare persino la loro esistenza fantastica.

Ciò vuol dire che avremo ancora cinque anni di navigazione tranquilla? Il nuovo capitano, che per l’occasione ha deciso di esordire con la giacca scucita da vecchie battaglie, non se l’è sentita di osare di più. E nelle stanze dove ancora si prendono le decisioni essenziali – stanze sostanzialmente chiuse, insonorizzate, fatte apposta per serrare i ranghi quando si fiuta il pericolo – chi aveva il compito di consigliarlo ha certamente avuto buon gioco per dipingere scenari disastrosi, se le cose non avessero preso il solito corso. Al momento, però, non si può escludere che il “giovane Arno” abbia rimandato le prime spallate a quando avrà rafforzato il proprio “recinto”: la speranza è l’ultima a morire, anche se non bisogna illudersi.

Corriere dell’Alto Adige, 4 dicembre 2013