La scelta del partner di “blocco”

Blockfrei: ricordate il concetto? Quattro anni fa la Svp decise di puntare a difendere le prerogative della comunità sudtirolese “a denominazione etnica controllata e garantita” senza cercare più alleanze o commistioni con i vari ed eventuali raggruppamenti “italiani”. La divisa era: chi fa da sé fa per tre. Le ultime vicende riguardanti il governo dei tecnici hanno però mutato radicalmente lo scenario. Adesso – come titolava il 27 novembre la Dolomiten – si cercano partner “di prima fila”. Il che significa qualcuno che possa coadiuvare la missione del partito di raccolta in un contesto, quello del parlamento romano, avvertito pregiudizialmente come ostile.

Per questo motivo nelle stanze del potere locale si sta osservando con particolare interesse quanto avviene nel campo del centrosinistra, impegnato nella scelta del futuro leader del suo maggiore partito e con ciò del candidato premier per le future elezioni politiche. È possibile segnalare, a questo proposito, quale sia la preferenza in vista del ballottaggio di domenica? Il cosiddetto “usato sicuro” di Bersani o lo “stil novo” di Renzi? Conoscendo l’indole conservatrice preminente di via Brennero, non è difficile intuire che una vittoria di Renzi si configurerebbe come un’incognita ad elevato tasso di rischio. Il sindaco di Firenze, del resto, si è già segnalato in passato per alcune esternazioni non propriamente elogiative nei confronti della nostra e di altre “specialità” affini. Sarà dunque interessante verificare in che termini, nel loro sprint finale, Bersani e Renzi si posizioneranno rispetto alla temutissima agenda Monti. La percezione è che quanto più l’uno o l’altro daranno l’impressione di condividere il modus operandi e l’orientamento dell’attuale (e qualcuno pensa anche prossimo) Presidente del Consiglio, tanto maggiore sarà la freddezza della Svp al riguardo. La fine della stagione “Blockfrei” potrebbe allora portare a sviluppi inediti.

Non è ovviamente nostro compito sindacare sull’opportunità di una simile inversione di tendenza. Finché il punto di vista resterà ancorato all’esclusiva tutela degli interessi della minoranza tedesca e ladina, il comportamento della Svp risulterà inevitabilmente guidato da un principio di strumentalità (il criterio dell’utile prevale su ogni altro). Si tratta di uno stato di cose che possiamo comprendere, senza necessariamente considerarlo il migliore possibile. Eppure non esistono stati di cose immutabili. Se per esempio il processo d’erosione che ha ormai intaccato il consenso indirizzato alla Svp dal mondo tedesco dovesse approfondirsi in modo ulteriore, non è escluso che altre ragioni, oltre a quelle dell’utile, facciano la loro inedita comparsa. In tal caso si potrebbe sperare che la scelta del partner di “blocco” non si configuri come la solita tattica a corto raggio, ma ponga in essere un reale mutamento strategico e forse di più ampio respiro.

Corriere dell’Alto Adige, 29 novembre 2012

Il punto di vista del “traditore”

Ogni compattezza di tipo “etnico” presuppone una sorta di arruolamento (la terminologia militare non è casuale) degli individui facenti parte di un dato gruppo o fazione in nome di una causa che alla fine coincide esclusivamente con la tenuta della compattezza stessa. “Tradire”, in questo senso, significa esercitare in primo luogo una salutare riflessione su ciò che determina la compattezza in quanto tale. Chi tradisce, dunque, traduce il monologo dell’appartenenza su un piano che può essere condiviso da più appartenenti a quel tipo di linguaggio, e in questo modo ne mostra l’universalità. Possiamo paragonare un tale scatto di livello alla facoltà di porsi in una posizione sopraelevata rispetto a un paesaggio di forme in movimento. Stando all’interno di quelle forme non è possibile rendersi conto delle differenze ma anche delle somiglianze reciproche tra forma e forma, né – soprattutto – comprendere che la forma all’interno della quale siamo collocati assume e muta il proprio profilo in base agli spostamenti che muovono le linee delle forme alle quali pensiamo di contrapporci. Ma basterà appunto conquistare un punto di vista superiore al gioco delle reciproche appartenenze, basterà coglierne la comune logica generativa, per qualificare il tradimento della parzialità come denuncia di ogni unilateralità e quindi anche come via d’uscita dal labirinto di contraddizioni che parzialità e unilateralità evidenziano in condizioni di conflitto (essendo poi esse stesse, generalmente, causa di conflitto).

In: Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige / Südtirol, Verlag alphabeta Editore 2012

Moriremo democristiani

Domenica prossima si voterà il secondo turno delle Primarie del centrosinistra. Tira aria di normalizzazione, tira aria di nasi turati. Ieri è stato un po’ come il raggio di luna che filtra sulla terra a consolare il viandante, con le moltitudini ai seggi si è persino tornati a parlare di democrazia. Peccato che già pochi minuti dopo le nubi si siano richiuse, è calata nuovamente l’oscurità e ha cominciato anche a piovere. Matteo Gesualdo Corvaja conosce Renzi dai tempi del liceo e lo ritrae così:  “Quando arrivai in quarta ginnasio lui era in seconda liceo ed era rappresentante d’ Istituto, attivissimo nei cattolici popolari così come nella gioventù DC prima e nel PPI poi. Il suo impegno è sempre stato esemplare, ma tutto si può dire di lui fuorché sia di sinistra o centro-sinistra. È il classico cristiano conservatore come lo possono essere i democristiani tedeschi, i popolari austriaci o i popolari spagnoli. Con Renzi vince la reDCizzazione d’ Italia”. Bersani, dal canto suo, ha indicato Papa Giovanni XXIII come il faro della propria ispirazione politica, e mentre lo diceva – fate bene attenzione al video qui sopra – aveva un po’ la faccia di Berlusconi quando disse che avrebbe abolito l’Ici. Un commentatore ha detto perciò che il vero sconfitto delle primarie sarebbe Nichi Vendola [QUI]. Errori di strategia, sbagli di tattica, non c’è niente da fare, il Paese ripudia le “narrazioni” di sinistra, ci s’intruppa e ci s’intrippa al centro (dove probabilmente Casini e Montezemolo stanno già pensando alla fissione del nucleo). Un preoccupante e debordante Giuliano Ferrara ha i sudori freddi, vorrebbe candidarsi in solitario a incorporare tutti i Filistei e intanto si accinge a gettarsi nelle braccia della “bella morte” temendo un “regime di benpensanti costituzionali”. Dorma tranquillo. Preghi la Madonna. Ah, a proposito di Madonne: pare che Umberto Bossi – “un uomo solo, profondamente depresso, che senza voce nella Lega, suo unico interesse da 30 anni a questa parte, cerca punti di riferimento altrove” (Il Giornale, venerdì 23 novembre) – abbia in programma un viaggio a Medjugorje. Un tempo attingeva ampolle pagane dalle acque del Po, adesso s’ubriaca d’acqua santa. Moriremo democristiani, è scritto nel Vangelo di San Gattopardo.

Stare insieme è un’arte

Martedì prossimo verrà presentato a Bolzano un libro – firmato da Lucio Giudiceandrea e Aldo Mazza – alla stesura del quale ho dato un mio modesto contributo. Ringrazio Rosanna Oliveri che ne ha parlato sul Corriere dell’Alto Adige con un breve articolo di presentazione.

Stare insieme è un’arte nel senso più comune del termine, ovvero è qualcosa che bisogna imparare con fatica attraverso l’acquisizione di determinate competenze, a cominciare da quelle linguistiche. Ma è anche qualcosa di “artificiale”. Vivere in contatto con un’altra cultura non è qualcosa di naturale, l’istinto di spingerebbe di per sé a vivere tra chi conosciamo meglio e a temere anzi l’altro. Detto ciò, il risultato è che se si vuole raggiungere questo importante obiettivo si deve lavorare seriamente e non aspettare che esso giunga come per miracolo in modo naturale. Vedere l’altro come un nemico è una reazione immediata, fatta di pensieri semplici e pregiudizi. Stare insieme, conoscere l’altro, invece, significa fare la fatica di cercare di conoscerlo, elaborando concetti complessi, coscienti del fatto che questo sforzo non avrà mai fine. Non esiste una linea di arrivo nei processi di convivenza, un punto in cui si possa dire di essere arrivati. Lo stare insieme è un’arte che si impara giorno per giorno, non esiste una progressione necessaria dal bene al male, o viceversa; checché ne dicano gli storicisti, la storia non ha alcuna direzione predefinita, né alcun regista che scriva il suo copione. Nessuno è artefice del nostro destino, tranne noi stessi.

La mia intenzione- sostiene Lucio Giudiceandrea – era quella di smentire la teoria che se non ci fosse un sistema, il partito di maggioranza, … e tutto quello che la nostra Autonomia prevede, questo obiettivo si raggiungerebbe comunque bene. Istintivamente infatti ognuno sta con i suoi simili e non chi è diverso.” Convivere quindi non è affatto naturale e tanto meno facile e può avvenire solo attraverso un duplice sforzo, quello dell’individuo che si deve dar da fare in prima persona ad acquisire le competenze necessarie, imparare la lingua, conoscere e rispettare le tradizioni dell’altro, ma è anche necessario che questo sforzo sia recepito dal sistema che deve essere pronto a rinnovarsi per non vanificare gli sforzi del singolo.

Il futuro della nostra terra è in bilico – conclude Giudiceandrea – Da una parte vediamo segnali positivi. C’è sempre più gente interessata alla conoscenza dell’altro. Ma d’altra parte ci sono anche segnali che vanno nella direzione opposta, come il dibattito sulla toponomastica o il rifiorire delle destre, che ci fanno capire quanto sia radicata la contraddizione della nostra provincia. Questo libro è il tentativo di sintesi delle ragioni delle diverse comunità”.

Il volume ospita anche due interessanti contributi autobio-bibliografici di Gabriele Di Luca (Il punto di vista del “traditore”) e Hans Karl Peterlini (L’albero della lettura).

In occasione della presentazione del libro gli autori colloquieranno con Francesco Palermo, Direttore dell’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismoall’EURAC, e Guido Denicolò, Avvocato dello Stato, dell’Associazione Convivia [Vedi dettagli].

Le comiche primarie del Pdl

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A quanto si legge, oggi il povero Alfano dovrebbe comunicare data e modalità sommarie delle cosiddette “primarie del Pdl”. Le “primarie del Pdl” appartengono a quel genere di eventi che possono essere classificati senza dubbio come una esilarante (basta scorrere la lista dei numerosi candidati per ridere) prova di autodistruzione. Vorrebbero cioè simulare l’esistenza di un’attitudine (ancor prima che una pratica) “democratica” in un partito nato solo per edificare una macchina di consenso popolare a sostegno degli interessi di un’unica persona. Il fatto che diversi milioni di imbecilli abbiano poi premiato col voto un simile disegno è una delle tante prove della miseria di questo Paese. Potevano comunque esserci molti modi per dichiarare finita (e fallita) l’esperienza politica del partito-azienda di Silvio Bancomat Berlusconi. Con le “primarie” si sta scegliendo (se lo sceglieranno davvero) il più comico – ma un finale comico non è forse la nemesi perfetta per chiudere una vicenda come quella del centrodestra italiano degli ultimi vent’anni?

P.S. Tra i candidati spicca la presenza di Michaela Biancofiore, la cordinatrice coccodè del Pdl locale che non è stata mai in grado di coordinare alcunché “in piccolo” e dunque giustamente ambiziosa di compiere sfaceli anche “in grande”.

L’esame fallito indebolisce l’autonomia

Dunque è durato appena due mesi il tempo della “tregua” sull’annosa querelle della toponomastica. La legge provinciale approvata il 20 settembre aveva illuso tutti quelli che di questo tema vorrebbero non sentir più parlare (crediamo si tratti della maggioranza degli abitanti di questa provincia). La sua impugnazione, operata dal governo centrale su allarmata sollecitazione degli esponenti del centrodestra locale, spedisce invece alla Corte costituzionale un testo giudicato lesivo del principio del bilinguismo garantito dallo Statuto di autonomia e adesso bisognerà attendere nuovi, sicuramente agitati sviluppi. Intanto, chi si era stracciato le vesti – oltre ai suddetti esponenti del centrodestra “italiano” anche gli oltranzisti “tedeschi” – adesso torna a sorridere sollevando la poco credibile speranza che una delle parti abbia la peggio.

Sembra peraltro assai dubbio che il ricorso alla Corte costituzionale possa rivelarsi utile a smorzare il contrasto pronto a riaccendersi in ogni istante, come s’è visto. Il rischio, molto concreto, è che l’intervento “esterno” della Consulta sia inteso come l’ennesima ingerenza nazionalista da chi è sempre pronto a considerare con scetticismo tutto quello che proviene da Roma; oppure, sul fronte opposto, come l’improbabile riaffermazione di un principio in grado di limitare l’autonomia e le decisioni delle sue istituzioni più rappresentative, in questo caso la giunta provinciale. Per uscire dall’impasse occorrerebbe riconoscere di aver prodotto qualcosa di discutibile, reagendo al rigetto del governo con un rinnovato spirito di mediazione.

La legge sulla toponomastica non avrebbe dovuto chiudere soltanto una contesa decennale su un aspetto tutto sommato marginale, ancorché simbolicamente rilevante, del nostro modello di convivenza; avrebbe dovuto soprattutto mostrare che le principali questioni legate alla gestione delle competenze acquisite dalla provincia potevano essere risolte in loco, senza causare ulteriori tensioni e relativi interventi, diciamo così, extraterritoriali. Gli ultimi mesi hanno visto invece purtroppo emergere elementi di una crisi del “sistema” tali da intaccarne in profondità lo smalto. È un po’ come fallire un esame che richiedeva conoscenze ormai metabolizzate, mentre già si pensava di potersi dedicare a compiti ben più ambiziosi. Se poi aggiungiamo che il governo tecnico si sta dimostrando alquanto insensibile riguardo alla nostra specificità, il quadro si fa ancora più fosco. A meno di un anno dalla fine della legislatura, il rendiconto minaccia di risultare complessivamente e pericolosamente molto deludente.

Corriere dell’Alto Adige, 21 novembre 2012

La valigia del “traditore”

Al giorno d’oggi, se in Sudtirolo volessimo parlare d’immigrazione, ai più verrebbero in mente soltanto i cosiddetti extracomunitari. Ci dimentichiamo cioè che questa terra ha conosciuto anche un cospicuo fenomeno di migrazione attinente ai due maggiori gruppi linguistici che risiedono in provincia. Più che di dimenticanza, però, si tratta di negazione. Non si consideravano cioè emigranti tutti quei tedeschi che assentirono alla criminale proposta di trasferirsi nei territori del Reich germanico in seguito all’accordo delle “Opzioni”, e neppure si consideravano immigranti i molti italiani che, sull’onda lunga della politica coloniale del fascismo, giunsero credendo ingenuamente di prendere possesso di una terra considerata un semplice lembo, ancorché estremo, d’Italia. Nonostante non sia stato percepito come tale, questo duplice movimento d’emigrazione e d’immigrazione ha prodotto tuttavia conseguenze psicologiche e sociali di grande rilievo. Ma mentre nella pubblicistica e nella letteratura in lingua tedesca alle “Opzioni” sono stati dedicati studi e opere in grandissima quantità, soltanto di recente da parte italiana si è cominciato a svolgere con più intensità un lavoro di scavo e riflessione sul proprio passato.

È in questa cornice che deve essere letto il convincente romanzo La valigia del doganiere di Bruno Durante, appena pubblicato dall’editore alphabeta di Merano. Durante è un tipico prodotto di una vita costruita “per addizione”, costruzione che egli interpreta peraltro con legittimo orgoglio. Rievocando la sua vicenda personale di doganiere arrivato dal sud alla fine degli anni sessanta, il suo libro illustra sia le difficoltà che le opportunità storicamente determinatesi dallo scontro ma anche dall’incontro di più culture. Ma l’aspetto più interessante – come accennavo – consiste nella messa a fuoco dello status d’immigrato, di problematico avventizio in casa d’altri, che dunque riesce a non cadere nella duplice trappola tesa dalla becera mentalità colonialista e nazionalista (notoriamente espressa dalla frase “qui siamo in Italia”) e da quella utopisticamente internazionalista (ogni luogo è uguale a un altro, dobbiamo diventare tutti cittadini del mondo e quindi possiamo anche tranquillamente sorvolare sui nostri torti passati). Al contrario, l’autore e protagonista dichiara d’essere un “traditore” disposto a rivedere le proprie categorie mentali allorché tocca con mano “arcaiche pulsioni di appartenenza”: “Io sono un traditore. Sicuramente. Sono uno che pensa e osa dire che l’annessione all’Italia consumata nel 1919 sulla pelle dei sudtirolesi sia stata una ingiustizia storica. […] Gli italiani che la pensano come me sono solo un gruppo sparuto annegato nella palude del nazionalismo. Traditori anche loro o, a scelta, collaborazionisti, collusi col nemico. Disfattisti”.

Come insegnava Alexander Langer, “tradire” non significa abbandonare il proprio campo per passare all’altro (essendo questo piuttosto il comportamento del “transfuga”). Il tradimento si consuma in una presa di distanza dalla stessa logica dell’appartenenza (di ogni appartenenza) se questa dovesse essere intesa o darsi come definitiva. Tradire significa insomma lasciare una porta aperta sul possibile, mantenere una distanza rispetto a modelli di adesione identitaria che non lasciano residui. Ecco allora la valutazione positiva della condizione dell’emigrato, la sua virtuosa mobilità tra i poli della provenienza e dell’arrivo. La valigia dell’emigrato diventa così la valigia di un traditore sempre disponibile a essere rifatta, stipata di oggetti e memorie da portare in giro per il mondo. Una valigia che è simbolo dell’esperienza di un doganiere trasformatosi col tempo in contrabbandiere di conoscenze e sentimenti, oltre lo scivoloso crinale di consuetudini incrostate. Senza dubbio una difficile ricerca d’equilibrio, la sua, ogni volta sul punto di spezzarsi e cedere terreno dal lato della nostalgia – struggente ed emozionante, a questo proposito, il capitolo che Durante dedica a Laurino, il suo paese d’origine – e da quello dell’impazienza causata da tutti gli ostacoli che bloccano la nascita del nuovo. Eppure una ricerca necessaria, alla quale non dovremmo mai sottrarre intelligenza e passione, entrambe qualità diffuse in questo bel libro.

Corriere dell’Alto Adige, 20 novembre 2012

 

Del tutto innocente

In quel mondo spiritoso e volubile come la fiamma aggressiva e vacillante del gaz, l’astrazione esatta non era preveduta: il baratro spettrale della luce elettrica non s’era ancora spalancato dinanzi agli uomini. In teatro si leggeva il libretto al fumo di una candela e, sulla scena, la pece greca poteva rappresentare, senza opposizione, la collera degli elementi. Anche la matematica soffriva l’umidità; e la meccanica, che viveva in buona lega con il legname, scricchiolava faticosamente e si schiantava ai primi geli rimanendo ostruita e ferma sotto le stagioni. Allora eran permesse soltanto le invenzioni buffe; le burle che facevan crepare dal ridere eran di moda; c’era per la musica e per la danza del fanatismo e del furore; l’Italia da Venezia a Napoli era un solo carnevale, del tutto innocente.

Bruno Barilli, Il paese del melodramma, Adelphi, pag. 57

Coriandoli di memoria per Hans Heiss

Fotografia di Leo Angerer

A causa di un impegno di lavoro, ieri non ho potuto essere presente alla festa di compleanno organizzata da alcuni amici per Hans Heiss. Più di un anno fa avevo scritto per lui un testo un po’ eccentrico da inserire nella Festschrift donatagli per l’occasione. Evidentemente si trattava di un testo “troppo” eccentrico, infatti non è stato accolto nel libro. Poco male. Lo pubblico qui in una versione comprensibilmente abbreviata. E comunque, anche da parte mia, auguri caro Hans. E auguri anche a me.

***

Someone must be there (F. Kafka)

Vorrei richiamare tre frammenti, tre coriandoli di memoria che mi legano profondamente ad Hans. Si tratta di frammenti per così dire minimi, non bastevoli neppure a schizzare qualcosa che sia simile a un ritratto. Eppure incidendosi con profondità nella percezione che ho di lui, anzi contribuendo a formarla, credo possano restituire, io soprattutto spero restituirgli, il senso del suo benefico effetto sull’ambiente che poi è diventato (giacché si è trattato di un progresso personale) anche il mio ambiente. Non è ovviamente un caso che in tutti e tre questi ricordi affiori l’immagine di un hotel, del “suo” hotel – in modo fuggevole nel primo e nel secondo, più esplicitamente nel terzo –, che per me rappresenta anche il luogo nel quale preferisco pensarlo e pensarmi insieme a lui.

Il primo frammento risale a dieci anni fa. Probabilmente all’inizio di marzo, e posso essere abbastanza preciso, io che non possiedo alcun calendario, perché stava per nascere mio figlio Paolo. A quel tempo lavoravo presso la scuola alberghiera Emma Hellenstainer di Bressanone. Il preside della scuola era allora Sepp Kusstatscher, che qualche anno più tardi sarebbe diventato un collega di partito di Hans. La scuola aveva organizzato un piccolo convegno sul tema della relazione tra gastronomia e territorio – suppongo ci sia stato anche un richiamo alla “tradizione”, immancabile – e ad Hans era stata affidata la relazione principale in virtù sia del suo mestiere di storico, sia della sua competenza su temi analoghi, appartenendo a una famiglia di albergatori e avendo condotto studi sul fenomeno turistico nelle valli alpine. Anche a me, insegnante d’italiano, venne affidata una relazione, e decisi di parlare dell’influenza della cucina italiana qui in provincia di Bolzano in seguito all’annessione del 1919. Quello che mi colpì fu l’estrema serietà con la quale Hans si preparò per l’evento. Avrebbe potuto scegliere un registro colloquiale e informale, estraendo dal suo repertorio di conoscenze nozioni interamente schiacciate sulle possibilità di comprensione di un giovane e inesperto auditorio. Invece la sua fu una lezione “universitaria” in piena regola, puntuale nei riferimenti e adeguata alla complessità di un’impostazione metodologica rigorosa (anche se certo adatta al contesto e per nulla “noiosa”). Dopo che anch’io ebbi letto il mio testo (l’avevo faticosamente composto in tedesco) venne da me e mi propose di elaborare una versione in italiano per una rivista di storia[1]. Ovviamente accettai con molto entusiasmo e mi misi subito all’opera. Prima della pubblicazione ci siamo incontrati all’hotel “Elefante” per rivedere quanto avevo scritto. Hans non solo aveva letto tutto con molta attenzione, ma nel consigliarmi qui e là qualche utile ritocco, espresse poi un forte dubbio su una nota, nella quale avevo effettivamente commentato con una punta eccessiva di sarcasmo e di acredine una citazione di Egon Kühebacher, linguista e germanista locale vicino alle posizioni patriottiche della destra tedesca. Ricordo benissimo le sue parole: “Non metterla quella nota, tra qualche anno potresti pentirti di averla scritta”. Era un’osservazione che contrastava con il mio sentire acerbo d’allora, ma per l’appunto la proiezione di una comprensione successiva, rivolta al futuro e dunque alla possibile maturazione del mio modo di giudicare certi fatti e posizioni sudtirolesi, m’impressionò molto, fino a convincermi. Quello non era soltanto un rilievo di stile (che comunque contava e conta sempre: ogni lavoro “scientifico” dovrebbe essere privo di acredine). Era come se lui percepisse già in me che, in seguito a un più approfondito esame della cultura locale, sarei stato destinato a smussare col tempo quegli estremismi tipici di una visione ancora parziale e in definitiva superficiale delle cose. Beh, aveva pienamente ragione.

Il secondo frammento, il secondo ricordo, risale a qualche anno dopo. Era il 2007, cinquantenario di “Sigmundskron”, o più propriamente del discorso tenuto da Silvius Magnago davanti a circa trentamila sudtirolesi, l’atto decisivo che portò in seguito alla profonda revisione dello statuto d’autonomia (“Los von Trient”). Qui da noi ogni occasione di questo tipo è generalmente preceduta, accompagnata e seguita da uno sciame di discussioni pubbliche sul senso complessivo e sulle prospettive dell’appartenenza di questa terra allo Stato italiano. Come ha scritto una volta Alexander Langer:Probabilmente non esiste altro luogo nel quale la storia svolga un ruolo così importante come in Sudtirolo: chi è arrivato qui prima, chi e di quale ingiustizia è stato vittima, a chi bisogna dare ragione in relazione ai fatti storici che hanno contrassegnato il recente conflitto etnico e così via. Nella foga di regolare i conti, anche grazie al contributo dei mezzi d’informazione, gli uni e gli altri tentano di scagliarsi reciprocamente addosso le pietre degli avvenimenti storici. In questo modo ricordi e conoscenze vengono filtrati attraverso le lenti etniche: ogni parte conosce gli argomenti che servono a sostenere la propria posizione ed esclude volentieri ciò che non serve a questo scopo”[2]. Ci si potrebbe chiedere incidentalmente se questo ingorgo di riflessioni, per di più complicato e intensificato dalla polifonia d’accenti corrispondenti all’ingrosso ai punti di vista dei diversi gruppi linguistici, peraltro non raramente in contrasto fra loro, costituisca una risorsa o piuttosto un elemento di pesantezza, talvolta davvero difficile da sostenere. Friedrich Nietzsche, che all’utilità e al danno della storia per la vita ha dedicato un libro fondamentale, affermava che “chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai cosa sia la felicità, e ancora peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri”[3]. Certo, per uno storico dimenticare tutte le cose passate risulta senz’altro più difficile e probabilmente non costituisce una praticabile ricetta della felicità. Ma forse non occorre neppure essere sempre così drastici. Ricordare qualcosa, ecco, facendo in modo che ciò che ricordiamo acquisti sempre più spazio dal lato della comprensione e ne perda invece da quello della polemica che può insorgere (e risorgere, purtroppo) se la comprensione non ha essenzialmente di mira una visione in un certo senso “pacificata” e dunque anche “obiettiva” del passato: programma modesto, si dirà, tuttavia non avaro di soddisfazioni, a saperle cogliere. In uno di quegli incontri, dicevo, Hans fu invitato dagli Schützen alla Cusanus Akademie di Bressanone, dove ovviamente si sarebbe discusso anche di Selbstbestimmung e delle sue eventuali ricadute nell’immediato futuro (permanenza in Italia? Ritorno all’Austria? Libero Stato del Sudtirolo?) La sala era stracolma, il podio ben nutrito di referenti (l’immancabile e simpatica Eva Klotz sprizzava gioia da tutti i pori e mandava scintille dagli occhi, ché qui si fa la storia o si muore). Ovviamente la cosiddetta discussione si avvitò ben presto negli stanchi circuiti di sempre: recriminazione contro lo Stato italiano fascista e colonialista e totale incapacità di accennare, anche solo schematicamente, a una visione futura in grado di non dividere ancora la popolazione locale su fronti contrapposti. Hans stava lì, con un impercettibile sorriso a fior di labbra. Ascoltava, prendeva nota e quando interveniva era come se distribuisse gocce di calmo buon senso su un tumultuoso mare di passioni identitarie. A un certo punto qualcuno, dal fondo della sala, fece però un intervento molto aggressivo ed incauto nei suoi confronti. Il succo era questo: con quale diritto egli, cioè Hans, osava mettere in discussione la volontà del popolo sudtirolese di riprendersi il pieno controllo della propria terra, con quale autorità egli poteva dissentire da un simile proposito facendo ormai parte dei Verdi (Hans era entrato in quel movimento nel 2003) che notoriamente (notoriamente per quella platea, s’intende) sono un gruppo di traditori imbastarditi dalla troppa vicinanza coi Walschen e quindi in ultima istanza i liquidatori della secolare tradizione di questa terra? La risposta di Hans fu insolitamente veemente e venne costruita proprio smontando pezzo per pezzo l’accusa di essere un liquidatore della tradizione locale. Proprio lui, figuriamoci, fiero appartenente a una famiglia che dal 1869 guidava le sorti del più antico e prestigioso albergo brissinese, non avrebbe mai potuto glissare su un’insolenza del genere. Inutile dire che il malcapitato contestatore venne ridotto a una condizione d’imbarazzato silenzio: si era scelto il peggior avversario possibile da sfidare su un terreno che pochi istanti prima credeva di possedere e dominare completamente. Così molti capirono, almeno in quell’occasione, che il senso vivente di una tradizione rischia sovente di essere disperso proprio da quanti ritengono di esserne i più intransigenti difensori.

Mi sposto ancora un po’ avanti nel tempo e vengo al terzo e ultimo ricordo. Una volta, mentre tornavamo in auto dall’ennesima Podiumsdiskussion – stavolta organizzata a Trento, nel 2009, cioè durante l’anno delle celebrazioni hoferiane –, Hans mi disse che il suo modo di concepire la politica assomigliava al lavoro di un concierge, il portiere di un albergo o di un palazzo signorile. Qui indubbiamente agiva ancora una volta l’ironico richiamo alla sua origine familiare, o più probabilmente l’esercizio di quella “dissimulazione onesta” codificata nel celebre trattato di Torquato Accetto che porta il medesimo titolo. Io credo però che, nel suo caso, la definizione possa persino essere presa alla lettera. “Le concierge – si legge nel sito dell’Union Nationale des Concierges d’Hôtels «Les Clefs d’Or»[4]est une personne d’éxpérience qui doit faire face chaque jour aux demandes les plus diverses. L’exigence de sa profession et ses années de pratique l’on amené à acquérir une connaissance exhaustive du contexte dans lequel il évolue, son hôtel, sa ville, puis, bien sûr, son pays en général. Il est une personne de réseaux, tissés au sein de sa cité, mais aussi avec ses confrères à travers le monde, dans ces villes qui sont aussi les destinations de leurs clients communs. Pour citer encore quelques-unes des qualités du concierge, n’oublions pas qu’il doit être avant tout discret, courtois, psychologue et vif d’esprit. Il doit deviner le client qui est en face de lui sans faute d’interprétation”. Ci sono senz’altro molti aspetti, qui, che potrebbero essere letti alla luce dell’attività di uno storico e di un politico come Hans: la conoscenza esaustiva del territorio nel quale egli opera, la capacità di pervenire in modo sicuro al significato più rilevante di eventi e situazioni difficilmente comprensibili dall’esterno, per non parlare della sua cortesia, finezza psicologica e prontezza di spirito nel quotidiano confronto con tanti esponenti della vita pubblica (e non solo) sudtirolese. Curiosamente, alcune fonti fanno risalire l’etimologia della parola concierge anche all’espressione comte des cierges (conte delle candele), vale a dire colui il quale compie ronde notturne (per esempio nelle carceri, in tedesco esiste il termine Kerkermeister). Questa etimologia è improbabile, ma l’immagine è suggestiva e carica di riferimenti illuministici. Hans ovviamente sarebbe il primo a sorriderne, sfuggendo all’allusione con una battuta delle sue. Eppure, modificandone appena il senso (ma in una direzione decisiva) esiste un’ulteriore figura letteraria che a mio avviso cifra nel migliore dei modi l’attitudine – a un tempo illuministica e scettica – grazie alla quale potremmo forse trovare il segno distintivo del carattere di Hans e della sua filosofia[5]. Non ne ho mai direttamente parlato con lui, anche se m’è spesso venuto in mente di farlo, soprattutto quando nei suoi toni affioravano sfumature di evidente pessimismo (o per meglio dire: disincanto). Si tratta quindi di un azzardo. La figura alla quale sto accennando si trova ancora in Franz Kafka, in uno dei suoi fulminanti racconti. Vale la pena citarlo interamente. “Versunken in die Nacht. So wie man manchmal den Kopf senkt, um nachzudenken, so ganz versunken sein in die Nacht. Ringsum schlafen die Menschen. Eine kleine Schauspielerei, eine unschuldige Selbsttäuschung, dass sie in Häusern schlafen, in festen Betten, unter festem Dach, ausgestreckt oder geduckt auf Matratzen, in Tüchern, unter Decken, in Wirklichkeit haben sie sich zusammengefunden wie damals einmal und wie später in wüster Gegend, ein Lager im Freien, eine unübersehbare Zahl Menschen, ein Heer, ein Volk, unter kaltem Himmel auf kalter Erde, hingeworfen wo man früher stand, die Stirn auf den Arm gedrückt, das Gesicht gegen den Boden hin, ruhig atmend. Und du wachst, bist einer der Wächter, findest den nächsten durch Schwenken des brennenden Holzes aus dem Reisighaufen neben dir. Warum wachst du? Einer muss wachen, heißt es. Einer muss da sein”[6]. Sei uno dei custodi, traduce Ervino Pocar. Quindi in definitiva anche lui un concierge, un nightporter (di tanto in tanto Hans ha il vezzo di inserire nei suoi discorsi un po’ d’inglese). Comunque qualcuno che veglia, che all’occorrenza agita torce nel buio, e soprattutto che sente la responsabilità di dover essere presente.

Prima di concludere, anzi concludendo, avrei un quarto coriandolo di memoria da far volteggiare nell’aria. Se queste mie parole dovessero davvero servire a circoscrivere il senso del nostro rapporto, di un rapporto cioè basato più sul dare che sull’avere, quindi vicino all’esperienza del dono, manca forse un’ultima cosa, la cosiddetta ciliegina sulla torta. Anzi, manca proprio la torta. Ma io già una volta, ricordo, offersi ad Hans qualcosa del genere. Si trattava di una fetta di torta “scritta”, rimembrandone una, stavolta reale, offertami da lui qualche mese prima. Scrissi un articolo, un post, come si dice, sul mio vecchio blog (un blog ormai chiuso, si chiamava presuntuosamente SegnaVia) il 14 novembre del 2008, vale a dire il giorno del mio quarantunesimo compleanno e un giorno dopo il compleanno di Hans. Ricopio qui quel piccolo post perché fra l’altro penso sia una delle cose più riuscite che io abbia mai scritto (comunque una delle cose alle quali sono più affezionato). Il testo finiva con un augurio che ripeto adesso per la nuova occasione: “Tanti auguri caro Hans. E auguri anche a me”. Prima c’era scritto questo:

Ogni estate – ché succede sempre d’estate – io e Hans Heiss ci diamo appuntamento sul terrazzino dell’hotel “Elefante”, a Bressanone, dove lui in un certo senso fa sempre un po’ gli onori di casa. Io generalmente arrivo prima e ordino subito un bicchiere d’acqua tonica. Quindi inganno l’attesa leggendo i giornali. Poi, quando lui arriva, cominciamo a parlare e ordiniamo una fetta di torta e i caffè. All’“Elefante” si può gustare uno strudel eccezionale. Strudel di mele, strudel d’albicocche. Non solo uno strudel, ma l’archetipo di uno strudel. Uno strudel allo zenit. E la cosa è credibile in quanto a me, normalmente, non piace lo strudel. Ma lì, in quel contesto, chiacchierando con Hans, lo strudel, anche lo strudel, soprattutto quello strudel, acquista un gusto che non ammette preferenze alternative. Ecco. Poi la conversazione fluisce, lo strudel finisce, e le sensazioni si perdono, come le parole, nel rumore di fondo che fa la fontana, poco distante.  E la vita che passa.


[1] Gabriele Di Luca, L’influenza della cucina italiana in Alto Adige dopo il 1920, in Storia e Regione – Geschichte und Region, 10. Jahrgang 2001, Heft 2 – anno X 2001, n. 2, pagg. 91-106.

[2] Alexander Langer, Südtirol ABC, in: Aufsätze zu Südtirol, Merano 1996, pag. 335 (trad. mia).

[3] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, tr. it. Milano 1990, pag. 8.

[4] http://www.lesclefsdor.org/ (ultima visita 21.08.2011)

[5] Se devo pensare a un filosofo che possa piacere ad Hans penso a Michel de Montaigne, il quale asseriva di fare “il bravo per debolezza”.

[6] F. Kafka, Nachts, in: Sämtliche Erzählungen, Frankfurt am Main 1990, pag. 309.

Pensiero grottesco

Fuori piove, dentro sbocciano pensieri grotteschi. Scrivevo ieri degli ambiziosi progetti tesi a raddrizzare la schiena a quei fannulloni d’insegnanti (quelli che lavorano quattro ore alla settimana, come c’informa il sempre – tranne stavolta – informatissimo Malvino). Ma visto che ultimamente della scuola si stanno occupando un po’ tutti (una volta si diceva “cani e porci”), vale forse la pena tentare proficue sintesi. Dobbiamo allora riempire sensatamente le quattro o sei ore in più alla settimana che ci vogliono appioppare? Beh, se ne potrebbe approfittare per eviscerare, ermeneutizzare e quantunquemente cantare l’inno nazionale (visto che a qualcuno è venuto in mente d’istituirne l’obbligo di approfondimento). Sei ore la settimana di Fratelli d’Italia, perché no? Tanto ormai… Eh, perché no?

Marco Rovelli ha scritto per l’Unità un testo che riproduco al fine di restaurare un po’ di buon senso.

Perdonatemi, io sono un miscredente. Non credo che gli inni, le bandiere, e nemmeno il senso di appartenenza a una “nazione” (concetto quantomai desueto, che storicamente ha fatto il suo tempo) possano essere il collante necessario a una società di liberi ed eguali. Non credo che nella retorica della nazione si fondi quella civiltà dei diritti uguali per tutti di cui abbiamo bisogno. Non è di riti e miti che abbiamo bisogno, ma di pratiche condivise che ci facciano apprendere nel vivo dell’esperienza che cosa significa “bene comune”. E non credo che insegnando l’Inno di Mameli a scuola si risolvano i problemi della cittadinanza, e tantomeno della scuola. Emblematico che, nel momento in cui la scuola non cessa di essere manomessa, con tagli su tagli e attacchi ai diritti acquisiti degli insegnanti, specie i precari, si pensi a questa innovazione “epocale” (sí, sono ironico). Non so se il maestro elementare (oltre che giornalista: il suo blog sta sul fattoquotidiano.it) Alex Corlazzoli farà cantare ai suoi bambini l’inno. Ma so che la possibile costruzione di una comunità e di una cittadinanza responsabile comincia dalle pratiche educative raccontate nel suo recente libro “La scuola che resiste” (ed. Chiarelettere). Sono le storie, raccontate con grande passione, di un maestro precario che è ben consapevole di quanto la scuola sia il bacino di formazione di cittadini, e ancor più di persone. A fronte di una scuola sempre più standardizzata e aziendalizzata, sempre più catena di montaggio, Corlazzoli sa che si tratta di vedere i volti delle persone, partire dalle esperienze personali, provocare un coinvolgimento esistenziale, confrontarsi continuamente col mondo, mediante pratiche didattiche che qualcuno direbbe alternative, ma che sono le uniche oggi a poter salvare la scuola, e la società.

(pubblicato su l’Unità, 10/11/2012)

Con l’accetta non si può razionalizzare

Durante le recenti “vacanze”, scaturite tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre in seguito al riordino del calendario scolastico, ho letto un paio di libri sulla scuola. Il primo, scritto da Marco Lodoli, è stato reso abbastanza famoso, come spesso capita, da un film che porta lo stesso titolo: “Il rosso e il blu”. Si tratta di una raccolta di osservazioni – alcune acute, altre più bozzettistiche e non prive di un tratto moraleggiante – raccomandabile a chiunque volesse capire un po’ meglio il “disagio” degli insegnanti e degli studenti (fra l’altro si tratta di due “disagi” strettamente intrecciati). Il secondo è invece opera di Ugo Cornia, s’intitola “Il professionale” ed è composto con un ritmo tambureggiante e scosceso, quasi una sorta di stenografia del pensiero, ma proprio per questo efficace nel ritrarre la fisionomia incerta di un mestiere sempre sul punto di perdersi, cioè di essere frainteso, vanificato e quindi ridotto, per contrappasso, a uno stereotipo.

Quale stereotipo? Quello descritto ironicamente dallo stesso Lodoli riguardo al suo ipotetico crepuscolo: “È finito il tempo delle vacche grasse, delle vacanze rubate, della scioperataggine viziosa e incallita. Buoni solo a lamentarvi degli stipendi bassi, dei programmi confusi, degli alunni che vi spernacchiano, di questo mondo Dolce e Gabbana”. È insomma lo stereotipo dell’insegnante fannullone, privilegiato, imboscato nella sua classe, gravato di appena venti ore di lavoro alla settimana (quando gli va proprio male) e altrimenti allietato da un mucchio di tempo libero per oziare alle spalle di chi lavora sul serio.

Per fortuna tutto adesso cambierà. È in arrivo la riforma dei sessanta minuti. Che poi in concreto significa dare agli insegnanti tre o quattro ore in più a settimana, vale a dire un numero maggiore di studenti, un contingente superiore di preparazioni da svolgere, compiti da correggere e riunioni da fare, mantenendo ovviamente invariato il livello di retribuzione. Con un’operazione del genere è assai dubbio che lo stereotipo dell’insegnante fannullone subirà nella percezione pubblica un mutamento decisivo (gli stereotipi, si sa, sono duri a morire). In compenso non migliorerà la qualità dell’insegnamento e non crescerà l’entusiasmo di una categoria che non ha certo bisogno di lavorare “di più”, ma semmai “meglio”.

Il vero punto è infatti proprio questo. Forse la polemica sulle ore “intere” dovrebbe essere riformulata e contestualizzata a partire da un esame approfondito dei problemi complessivi della scuola. Perfino nelle aziende, quando si devono tagliare i costi, si ragiona su come razionalizzare il processo produttivo senza incidere sul prodotto, anzi, perfezionandolo, e non si procede con l’accetta.

Corriere dell’Alto Adige, 10 novembre 2012