La comune ricerca della verità

La soluzione di qualsiasi conflitto poggia sempre su un presupposto: il coraggio di ammettere i propri errori. Ciò rappresenta uno scarto rispetto agli automatismi più consolidati che accompagnano le reazioni di due parti in lotta e corregge la deprimente tendenza a cercare colpe e responsabilità sempre e comunque nel comportamento altrui. Chiunque riesca a disinnescare un tale meccanismo dovrebbe essere considerato un esempio, anche e soprattutto perché egli avrà bisogno di difendersi dagli attacchi di coloro i quali, credendolo fino a pochi istanti prima dalla “loro” parte, lo accuseranno di tradimento e di connivenza col “nemico”.

Mauro Minniti, il presidente del Consiglio provinciale, ha dimostrato finalmente coraggio, esattamente questo tipo di coraggio, affermando che gli attentatori imprigionati in seguito alla “notte dei fuochi” subirono delle violenze. Ha mostrato coraggio, vorrei subito precisarlo, anche se alla prova di una documentazione esaustiva dei fatti (prova della quale purtroppo non disponiamo) si dimostrasse che quelle violenze non siano avvenute nella forma e nell’estensione denunciata da chi oggi, per fini biecamente politici, ancora specula sulla stagione del terrorismo sudtirolese.

Una domanda che adesso potremmo porci è questa: ammettendo le responsabilità dello Stato e delle sue istituzioni in determinate circostanze, Minniti contribuisce o nuoce alla saldezza di tali istituzioni? Un precedente ci fornisce indirettamente la risposta. È noto dall’esame dei documenti diplomatici inerenti gli effetti degli attentati del 1961 (e dunque anche della successiva reazione delle forze dell’ordine) che Bruno Kreisky potè anche utilizzare la carta delle “presunte” violenze in un passaggio decisivo della partita che si giocava all’ONU per la revisione dello statuto d’autonomia: “durante gli interrogatori si giunse a ledere la dignità umana dei prigionieri sudtirolesi in un modo che richiede con la massima urgenza una seria e coscienziosa verifica” (prelevo la citazione dalla nuova edizione dell’opera “Feuernacht”, a cura di Hans Karl Peterlini, opportunamente ripubblicata di recente dalla casa editrice Raetia). Antonio Segni, allora Ministro degli Esteri, rispose con rabbia che si trattava soltanto di menzogne. Una risposta che evidentemente tradiva tutta la debolezza della politica ufficiale.

Se oggi un uomo delle istituzioni, anzi un uomo della “destra italiana”, ammette che non si trattava di menzogne, ma che di questo, al contrario, si può e si deve parlare, ciò rappresenta un atto di dignità e lungimiranza del quale ogni parte coinvolta potrà proficuamente avvalersi nella comune e difficile ricerca della verità.

Corriere dell’Alto Adige, 30 giugno 2011

Angeli acrobati a Notre Dame

Provenendo dal Quartiere Latino, aveva deciso di lasciare alla sua sinistra il marché aux fleurs accanto alla chiesa di Saint-Julien-le-pauvre, e di attraversare la strada per prendere il Pont-au-double. Il sole era già tramontato e faceva rilucere rosa intensi sulla tela della città. Guardando tra l’indaco del cielo e quei rosa si era ricordato di mimi, di ballerini di strada, di giocolieri che appaiono per il tempo di un giorno, o meno, davanti a Notre Dame. Notò allora che in molti guardavano verso il centro del ponte. Camminò in quella direzione. Ma dapprima rivolse lo sguardo a destra, verso la Senna, osservando un punk corpulento seduto a terra, con la schiena appoggiata sulla balaustra e con gli occhi chini a seguire il movimento delle mani: davanti a sé, su un telo, teneva un grosso coniglio scuro e, accanto, su un altro telo, due piccoli cani appisolati. Soffiava dentro palloncini di plastica colorati, che poi, concentrandosi, piegava rapido, facendo uscire per pochi centesimi giraffe, cani e chissà quali altri ricordi d’animali.

Volse di nuovo lo sguardo davanti a sé, e si accorse che al centro del ponte qualcosa incantava il pubblico, inducendolo in una trance silenziosa. Si spostò sul bordo del marciapiede, limite invisibile d’uno spazio sacro improvvisato, e scorse un trampolino eretto con casse di legno e lastre, una in legno chiaro, l’altra in metallo scuro, a comporre uno strano altare, povero e pagano. Vide che poco dietro il trampolino, tra due sostegni in bambù, era stata collocata, a ben più di due metri, un’asticella. Accanto al trampolino, si allungava una fila di coni gialli in plastica, una distanza regolare a separarli. All’improvviso un battito di mani, ritmico come in un rito, mentre davanti ai suoi occhi sfrecciò un giovane dalla pelle nerissima e con la camicia a scacchi, che con un rapido e impercettibile ondeggiare delle gambe disegnò una serpentina passando tra un cono giallo e l’altro, seguito da un ragazzo dalla faccia segnata e con una coppola sulla testa, che lo imitò. Nello stesso momento un altro nero, anche lui magro e con i capelli rasta come il primo, scandì forte il tempo battendo le mani, dall’altra parte dell’altare, e incoraggiando gentilmente gli inconsapevoli devoti. Una giovane americana bionda in abito color carta da zucchero puntò l’occhio meccanico del suo teleobiettivo al centro dello spazio sacro, là dove tutti guardavano e dove anche lui guardava.

Quando la scena infine gli si aprì interamente allo sguardo, vide comparire dal fondo del ponte, tra la gente, un terzo giovane, un bianco ora, in jeans scuri e candida t-shirt, che, sospinto dal battito di mani, prese la rincorsa, e poi rapidamente velocità, con scatti decisi. Sempre più veloce, lo vide puntare diritto al trampolino e, davanti al suo sguardo, superare la plancia in metallo scuro, staccarsi dalla plancia in legno chiaro e capovolgersi, raggomitolandosi nell’aria, in un punto immobile sopra l’asticella. Lo skater disegnò la figura, distese le braccia e planò, con le sue rotelle, sull’asfalto, come un angelo di strada, l’applauso di tutti il suo battito d’ali. I due neri spiccarono in volo a seguire, mentre il battito di mani non cessava, e, uno dopo l’altro, tutti gli angeli acrobati, bianchi e neri, sfilarono sospesi trattenuti da un soffio nell’aria.

Nuovamente il ragazzo dalla faccia segnata scansò veloce con le gambe i coni gialli e, mentre il battito di mani s’acquietava, ruotò dietro l’altare improvvisato, per alzare d’una tacca l’asticella, misura a separare gli angeli da un’invisibile divinità e assente, che ama un salto per offerta e dona in cambio rose fugaci in cielo.

L’americana bionda ripose la macchina fotografica nella custodia, le mani ripresero a scandire il tempo, il viandante il suo cammino. Alcuni passi davanti a lui, la giovane americana e una donna anziana si allontanavano, tenendosi per mano. [rk]

Un’identità geo-politica rischiosa

Gino De Dominicis, Tentativo di volo

Sarebbe strano che un partito intonato all’idea di “libertà” già fin dal nome non facesse sua la causa di un “Libero Stato”. Se dunque adesso i Freiheitlichen si espongono battendo su questo tasto non stupisce più di tanto. In un articolo dedicato qualche settimana fa dal settimanale “ff” al partito di Pius Leitner, l’idea del Frei-Staat veniva però addirittura indicata come il discrimine o la linea di demarcazione tra la proposta dei “Blau” e il resto del panorama politico locale. Il tema merita perciò un breve approfondimento.

Com’è noto, nell’uso tedesco il termine “Frei-Staat” non è che l’equivalente di “repubblica”, o meglio di libera res publica, assumendo semplicemente il significato di un’entità territoriale non governata da un monarca. Alla fine della prima guerra mondiale, fu il socialista Kurt Eisner a proclamare il Libero Stato della Baviera. Denominazione conservata ancora oggi, come memoria storica, all’interno della struttura federale tedesca. In tempi recenti, alla Baviera si sono poi aggiunte la Sassonia e la Turingia (entrambe dal 1990). È comunque importante notare che in tutti questi casi non ci si riferisce a “Stati sovrani” e che il livello di autonomia suggerito dall’aggettivo “libero” è molto inferiore a quello di cui gode la provincia di Bolzano all’interno dello Stato nazionale italiano, Stato che nella delirante propaganda di qualche patriota è tuttora qualificato come “occupante”.

Ma se non va inteso “alla tedesca”, come dobbiamo allora immaginarci questo benedetto “Libero Stato del Sudtirolo” invocato dai Freiheitlichen? Potremmo sintetizzarlo così: un territorio completamente indipendente (meglio perciò abbandonare “frei” sostituendolo con “unabhängig”), equidistante tanto da Roma quanto da Vienna, sostenuto da una comune volontà di costruire un’identità geo-politica innovativa. A differenza di altre ipotesi secessioniste, sicuramente meno interessanti, l’accento qui cade sulla collaborazione di tutti i gruppi linguistici necessaria ad attivare un simile processo. Peccato che non si riesca a specificare in nessuno modo come ciò sarebbe concretamente possibile.

I Freiheitlichen ignorano in realtà il nodo più tenace che impedirebbe la realizzazione di un simile progetto: la rinuncia, da parte dei singoli gruppi, a sciogliere le proprie specificità in un contesto che – se non accuratamente regolato – esporrebbe nuovamente i soggetti minoritari alla tendenza assimilatrice o prevaricatrice esercitata da quelli maggioritari. L’autonomia è riuscita a raffreddare il conflitto etnico. Il “Libero Stato” potrebbe di nuovo scaldarlo.  

Corriere dell’Alto Adige, 24 giugno 2011

Vivere

Come fui sul monte e arrivai al sole dalla nebbia della valle. Il fuoco ai bordi del pascolo. Le patate nella cenere. Il capannone delle barche sul lago. La Croce del Sud. l’Oriente lontano. Il grande Nord. l’Ovest selvaggio. Il grande lago dell’Orso. Le isole Tristan da Cunha. Il delta del Mississippi. Stromboli. Le vecchie case di Charlottenburg. Albert Camus. La luce del mattino. Lo sguardo del bambino. Andare ad abbeverarsi alla cascata. Le macchie delle prime gocce di pioggia. Il sole. Il pane e il vino. Il saltello. Pasqua. Le venature dei fogli di carta. L’erba che si muove. I colori delle pietre. I ciottoli sul letto del ruscello. La tovaglia bianca all’aria aperta. Il sogno della casa nella casa. Il vicino che dorme nell’appartamento accanto. La quiete della domenica. L’orizzonte. La luce della stanza nel giardino. Volare di notte. Andare in bici senza mani. La bella sconosciuta. Mio padre. Mia madre. Mia moglie. Mio figlio….

2319

Oggi il Presidente della provincia di Bolzano/Alto-Adige/Südtirol/Sudtirolo/South Tyrol e chi più ne ha più ne metta ha incontrato il Ministro delle Regioni Fitto per parlare dell’annoso problema dei cartelli di montagna. Non sto qui a fare il riassunto delle puntate precedenti (qualsiasi telenovela brasiliana impallidirebbe al confronto). E neppure riesco a dire che cosa – concretamente – uscirà da questo nuovo episodio (temo nulla). Prendo nota (dal Corriere di oggi) che Durnwalder ha sottoposto al Ministro una lista di 220 nomi che dovrebbero tornare a figurare solo in tedesco. Tra questi risaltano i casi dell’Alta via della Vetta d’Italia (Lausitzerweg, l’unico nome sul quale si erano trovati in disaccordo i componenti della Commissione paritetica Stato-Provincia oggi dispersi nel nulla!), di una cospicua teoria di rifugi, ma anche calibri “identitari” da novanta come Malga Sasso (Stein Alm), Monte Cavallo (Rosskopf), Passo Giovo (Jaufenpass) . Nonché l’immancabile lago Rodella (Radlsee).

Dal lancio di un’agenzia mi pare Durnwalder abbia dichiarato “risolveremo il caso prima dell’estate!” Ottimista. O forse solo impreciso, visto che s’è scordato di dirci di quale estate si tratta. Azzardo: l’estate del 2319. Forse.

Siete l’Italia peggiore

Il Ministro Brunetta l’ha detto dei precari. Avrebbe potuto guardarsi intorno, negli ambienti che frequenta, che lo sostengono, che lo blandiscono, che lo legittimano, per accorgersi facilmente che si sbagliava. Che l’Italia peggiore non è quella dei precari, ma la sua e di quelli come lui.

Senza

Per carità, ben vengano le stroncature. Niente è infatti più detestabile di un “critico” che non critichi e sparga solo mielosi complimenti. Confesso però di essere rimasto un po’ male dalla qualità della critica espressa da C. Rocca, oggi sulla Domenica del Sole 24 ore, nei confronti del nuovo cd (doppio) di David Sylvian (che ascolto da vent’anni con discreto piacere). Rocca parla di “un’unica noiosa canzone, senza musica, senza melodia, senza niente”, quindi invita gli eventuali ascoltatori a starne “alla larga” (al massimo, conclude, “riascoltate il Sylvian buono”, che si fermerebbe al 1993, anno di The First Day). Ok, può benissimo darsi che questo suo ultimo cd non sia un capolavoro (non l’ho ascoltato, non posso giudicare). Ma è quella linea di “senza” che m’insospettisce – portandomi a simpatizzare ancora una volta con Sylvian.

E se invece in quel “senza” si nascondesse, la butto lì, un gesto zen?

Mi scuserà Rocca se lascio per un attimo la sua recensione/stroncatura e continuo a sfogliare l’inserto domenicale. A pag. 39 Remo Bodei si occupa di Martin Heidegger e chiude il suo pezzo citando un recente lavoro di Franco Toscani intitolato “Luoghi del pensiero, Heidegger a Todtnauberg, Odissea, Milano 2011″: “Opportunamente Toscani paragona il pensiero di Heidegger nei soggiorni di Todtnauberg all’atteggiamento di Li-Po, il grande poeta cinese dell’VIII secolo: Ci sediamo insieme, la montagna ed io, finché solo la montagna rimane”. Mi sembra perfetto per comprendere il significato di un’arte che punti tutto sul “senza”.

P.S. Prevengo un’obiezione: difficile credere che due persone dall’ego smisurato come Heidegger e Sylvian possano praticare in modo credibile l’arte della sottrazione. L’intenzione comunque resta lodevole.

Quel rifiuto una conquista politica

Pubblico l’editoriale di Florian Kronbichler apparso oggi sul Corriere dell’Alto Adige. Lo trovo totalmente condivisibile.

Aiutato o danneggiato? Siamo usciti indenni dal cinquantesimo della notte dei fuochi (“Feuernacht”) e non è cosa ovvia. Le ricorrenze sono il pane dei nostalgici. Ciò che resterà di quest’ anniversario gonfiato a giubileo è una piccola, autoctona disputa fra storici sulla domanda: gli attentati degli anni 60, della “Feuernacht” per l’appunto e dei suoi strascichi, hanno aiutato il processo dell’autonomia o l’hanno invece danneggiato? Vertevano decine di dibattiti e mezza dozzina di pubblicazioni intorno a questo aut-aut, con le note posizioni ben schierate e senza apparenti conquiste né defezioni sul campo. Fin quando la storia è politica, di certo non sono gli storici ad imporsi.

Tutti, ovviamente, rivendicano a sé la ricerca della “verità storica”. Impegno tanto nobile quanto disperato. Già è difficile in storia, scindere fra causa ed effetti. Che le bombe scoppiate e i tralicci saltati in quella notte di 50 anni fa abbiano portato “la questione sudtirolese” all’attenzione del mondo svegliando le diplomazie sonnolente, nessuno vorrà negare. Ma da ciò a voler provare scientificamente se gli atti terroristici (già usando il termine ci si schiera) hanno propiziato o piuttosto ostacolato la via del Sudtirolo all’autonomia e al benessere? Le bombe ci sono state, e nessuno sa come sarebbe andata senza.

Quindi, sforzi sprecati e tempo perso? Assolutamente no. Come spesso nell’elaborazione storica, non ci svela il passato, ma aiuta a conoscere il presente. Nel caso concreto ci ha fatto capire che il Sudtirolo ufficiale non è più disposto a cedere la memoria di un pezzo di storia importante a chi lo strumentalizzi a suo piacimento. Chiamando gli storici anti-bombaroli Steurer e Steininger, e solo loro, a relazionare a suo nome di quegli eventi, il governo provinciale ha preso una posizione netta come mai prima, dissociandosi implicitamente da Schützen, partiti di destra e nostalgici vari. Altrettanto inequivocabile, ad onor della verità non va sottaciuto, il comportamento del quotidiano Dolomiten che all’occasione ha mobilitato la sua miglior tradizione antinazista e anti-violenza nei periodi sospetti.

Ora c’è chi ha da ridire che si sarebbe fatto torto alla verità storica. La rimembranza della Provincia sarebbe stata, come minimo, unilaterale. E può anche darsi. A volte, però, più della verità storica conta come la si intende interpretare. Prendiamo l’Italia e la Resistenza. A distanza di mezzo secolo è lecito relativizzarne l’efficacia e persino ironizzarci sopra. Però nessuno negherà che il culto che se ne è fatto, fatto forse anche a sproposito, abbia avuto un enorme merito pacificatore per l’intero paese. Così anche il solenne rifiuto di riconoscere meriti alle bombe sudtirolesi è una conquista politica.

Il disagio del gruppo tedesco

Ricordate l’espressione “il disagio degli italiani”? È un po’ di tempo che fortunatamente non si sente più così spesso. Se oggi torno a parlare di “disagio”, quindi, non è per riproporre una riflessione ormai esaurita, quanto piuttosto per segnalare un suo significativo spostamento d’asse e di prospettiva: sta infatti crescendo il “disagio dei tedeschi”.

Gli italiani, ricordo, si sentivano “disagiati” perché giudicavano in modo negativo l’autonomia. La discriminazione positiva (affirmative action) introdotta dal secondo statuto e le norme necessarie per la sua attuazione, questa la percezione, li spingevano in un angolo, nel “loro” angolo, facendoli insomma apparire ospiti (non sempre benvoluti) di quella che fino a poco prima pensavano fosse la loro casa. Lo sbaglio storico compiuto dagli italiani è stato quello di non aver compreso che il meccanismo autonomistico avrebbe potuto rappresentare anche un’occasione di crescita e non solo di marginalizzazione. Se bilinguismo e proporzionale – le due colonne del sistema – fossero state interpretate come una piattaforma per sviluppare, almeno in una prima fase, una maggiore identificazione con le peculiarità di questa terra, si sarebbero forse potute volgere a proprio consapevole vantaggio le garanzie fin dall’inizio pienamente sfruttate dai concittadini di lingua tedesca e ladina. Purtroppo lo si è capito con molto ritardo, guarda caso proprio mentre dall’altra parte l’autonomia ha cominciato ad apparire troppo stretta anche a chi aveva strenuamente lottato per averla.

Il successo crescente di partiti e movimenti che mettono al centro della loro attività il richiamo all’autodeterminazione, il tentativo anche da parte della Svp di sollecitare un impegno austriaco in direzione del conferimento della cittadinanza, infine la rilettura di alcuni passaggi dolorosi della storia recente in una luce talvolta persino autocelebrativa (seppur con importanti eccezioni come la linea di ferma condanna della violenza seguita dal quotidiano Dolomiten) sono tutti segnali che indicano una tendenza dall’esito incerto: alcuni non vedono più l’autonomia, questa autonomia, come un punto d’arrivo, come qualcosa da difendere nei termini sin qui conosciuti, bensì come un piano inclinato sul quale rotolano fantasie e desideri talvolta alimentati dall’insofferenza per ciò che non ricalca il mai tramontato ideale indipendentistico (preferibilmente, anche se non solo, a sfondo etnico). Una forma di “disagio”, appunto, molto lontano però da uno stato di autentica necessità. È un’annoiata sazietà in cerca di nuovi stimoli, ai quali si risponde ancora una volta con la riproposizione di progetti elaborati senza cercare il consenso tra tutti i gruppi che risiedono in questo territorio. 

Corriere dell’Alto Adige, 17 giugno 2011

Elegia XII

E poi ci sono parole che sembrano come ombre intrecciate create dalla luce della luna impigliata tra i rami degli alberi e cadute sulla pietra. Wie man zum Stein spricht, wie du, mir vom Abgrund her, von einer Heimat her Verschwisterte, Zugeschleuderte, du, du mir vorzeiten, du mir im Nichts einer Nacht, du in der Aber-Nacht Begegnete, du Aber-Du. Come ombre, come dita intrecciate, come la tua mano baciata dalla luna, allora, che io non c’ero, allora, quando tu il campo misuravi, sola.

Il fascismo “degli altri”

Nei giorni successivi le “celebrazioni” della Feuernacht tenutesi recentemente in Sudtirolo, è stato dato giustamente risalto ad alcune dichiarazioni deliranti dell’ex terrorista Sepp Mitterhofer [QUI]. Non che avessimo bisogno dell’ennesima prova al riguardo: chiunque abbia un po’ di dimestichezza col discorso pubblico sudtirolese sa benissimo che qui da noi sopravvive un atteggiamento fascista mascherato da critica del fascismo “degli altri”. Pensare che personaggi del genere siano oggi i più convinti e visibili sostenitori dell’idea dell’autodeterminazione basta e avanza per farci temere ogni ulteriore passo in tal senso. Detto altrimenti: solo quando saranno definitivamente estinte financo le tracce di simili pensieri sarà (forse) possibile prendere in bocca la parola “autodeterminazione” senza aver voglia di sputare il fiele che purtroppo ancora contiene.

La competenza conta più dell’etnia

L’altro ieri, sfogliando questo quotidiano, ho scorto un titolo che mi ha fatto sobbalzare: «I mistilingue non esistono». La frase, pronunciata da Luis Durnwalder, sintetizzava la risposta con la quale il presidente della Provincia aveva rintuzzato un’interrogazione fatta dalla consigliera leghista Elena Artioli.

Ovviamente, come spiegato chiaramente nell’articolo, secondo Durnwalder a non esistere non sarebbero tanto gli individui capaci di parlare più lingue avendole apprese dalla nascita — io ne ho a casa due piccoli e vivaci esemplari, per esempio, e sfido chiunque a dimostrarmi che non esistono — bensì il loro «gruppo di appartenenza». Gruppo, com’è noto, ignorato dallo statuto d’autonomia in quanto esso fu concepito al fine di tutelare esclusivamente la specificità di profili culturali (e con ciò anche linguistici) tagliati con l’accetta. Al censimento ci si potrà insomma dichiarare «tedeschi», «italiani» e «ladini», si potrà arrivare persino a dichiararsi «altro», così indebolendo però la consistenza numerica dei tre gruppi riconosciuti ufficialmente, ma la definizione di «mistilingue» — o, come si dovrebbe dire in modo più corretto, «bilingue» o «plurilingue» — era e resta un tabù. Eppure, posto così, si tratta sul serio di un problema?

Avendo molta simpatia per la causa del plurilinguismo, ho imparato nel tempo a considerare fuorviante l’impegno di chi vorrebbe richiedere per i «plurilingue naturali» o per i «poliglotti» lo stesso trattamento giuridico riservato a chi invece non stenta ad affiliarsi a uno dei tre gruppi previsti dallo statuto. Ritengo semmai che l’esistenza innegabile di numerosi «plurilingue» serva a rendere palesi i limiti di una legislazione ancora basata sulla subordinazione di qualcosa di acquisibile rispetto a uno status di partenza, facendo insomma prevalere la categoria dell’essere su quella del divenire. Per dirla in modo ancora più stringato: non è che dovremmo cercare di aggiungere un altro gruppo a quelli che già ci sono, si tratta piuttosto di corrodere e decostruire progressivamente la logica di fondo che alimenta con troppa enfasi la formazione dei gruppi in quanto tali.

Alla fine, il messaggio da far passare è questo: le competenze prima delle appartenenze. Se vogliamo che il plurilinguismo diventi davvero la colonna portante del nostro sviluppo, almeno in prospettiva ognuno dovrebbe poter essere riconosciuto e valutato per quello che saprà dimostrare di fare, in questo caso di dire, senza ricorrere all’ostentazione di vecchie o nuove carte d’identità a denominazione d’origine controllata.

 Corriere dell’Alto Adige, 10 giugno 2011

So spüren, so schreiben

 

»Höre, Beineberg,« sprach Törleß, ohne sich zurückzuwenden, »es muß während des Dämmerns immer einige Augenblicke geben, die ganz eigener Art sind. So oft ich es beobachte, kehrt mir dieselbe Erinnerung wieder. Ich war noch sehr klein, als ich um diese Stunde einmal im Walde spielte. Das Dienstmädchen hatte sich entfernt, ich wußte das nicht und glaubte es noch in meiner Nähe zu empfinden. Plötzlich zwang mich etwas aufzusehen. Ich fühlte, daß ich allein sei. Es war plötzlich so still. Und als ich um mich blickte, war mir, als stünden die Bäume schweigend im Kreise und sähen mir zu. Ich weinte; ich fühlte mich so verlassen von den Großen, den leblosen Geschöpfen preisgegeben … Was ist das? Ich fühle es häufig wieder. Dieses plötzliche Schweigen, das wie eine Sprache ist, die wir nicht hören?«