La comune ricerca della verità

La soluzione di qualsiasi conflitto poggia sempre su un presupposto: il coraggio di ammettere i propri errori. Ciò rappresenta uno scarto rispetto agli automatismi più consolidati che accompagnano le reazioni di due parti in lotta e corregge la deprimente tendenza a cercare colpe e responsabilità sempre e comunque nel comportamento altrui. Chiunque riesca a disinnescare un tale meccanismo dovrebbe essere considerato un esempio, anche e soprattutto perché egli avrà bisogno di difendersi dagli attacchi di coloro i quali, credendolo fino a pochi istanti prima dalla “loro” parte, lo accuseranno di tradimento e di connivenza col “nemico”.

Mauro Minniti, il presidente del Consiglio provinciale, ha dimostrato finalmente coraggio, esattamente questo tipo di coraggio, affermando che gli attentatori imprigionati in seguito alla “notte dei fuochi” subirono delle violenze. Ha mostrato coraggio, vorrei subito precisarlo, anche se alla prova di una documentazione esaustiva dei fatti (prova della quale purtroppo non disponiamo) si dimostrasse che quelle violenze non siano avvenute nella forma e nell’estensione denunciata da chi oggi, per fini biecamente politici, ancora specula sulla stagione del terrorismo sudtirolese.

Una domanda che adesso potremmo porci è questa: ammettendo le responsabilità dello Stato e delle sue istituzioni in determinate circostanze, Minniti contribuisce o nuoce alla saldezza di tali istituzioni? Un precedente ci fornisce indirettamente la risposta. È noto dall’esame dei documenti diplomatici inerenti gli effetti degli attentati del 1961 (e dunque anche della successiva reazione delle forze dell’ordine) che Bruno Kreisky potè anche utilizzare la carta delle “presunte” violenze in un passaggio decisivo della partita che si giocava all’ONU per la revisione dello statuto d’autonomia: “durante gli interrogatori si giunse a ledere la dignità umana dei prigionieri sudtirolesi in un modo che richiede con la massima urgenza una seria e coscienziosa verifica” (prelevo la citazione dalla nuova edizione dell’opera “Feuernacht”, a cura di Hans Karl Peterlini, opportunamente ripubblicata di recente dalla casa editrice Raetia). Antonio Segni, allora Ministro degli Esteri, rispose con rabbia che si trattava soltanto di menzogne. Una risposta che evidentemente tradiva tutta la debolezza della politica ufficiale.

Se oggi un uomo delle istituzioni, anzi un uomo della “destra italiana”, ammette che non si trattava di menzogne, ma che di questo, al contrario, si può e si deve parlare, ciò rappresenta un atto di dignità e lungimiranza del quale ogni parte coinvolta potrà proficuamente avvalersi nella comune e difficile ricerca della verità.

Corriere dell’Alto Adige, 30 giugno 2011

Angeli acrobati a Notre Dame

Provenendo dal Quartiere Latino, aveva deciso di lasciare alla sua sinistra il marché aux fleurs accanto alla chiesa di Saint-Julien-le-pauvre, e di attraversare la strada per prendere il Pont-au-double. Il sole era già tramontato e faceva rilucere rosa intensi sulla tela della città. Guardando tra l’indaco del cielo e quei rosa si era ricordato di mimi, di ballerini di strada, di giocolieri che appaiono per il tempo di un giorno, o meno, davanti a Notre Dame. Notò allora che in molti guardavano verso il centro del ponte. Camminò in quella direzione. Ma dapprima rivolse lo sguardo a destra, verso la Senna, osservando un punk corpulento seduto a terra, con la schiena appoggiata sulla balaustra e con gli occhi chini a seguire il movimento delle mani: davanti a sé, su un telo, teneva un grosso coniglio scuro e, accanto, su un altro telo, due piccoli cani appisolati. Soffiava dentro palloncini di plastica colorati, che poi, concentrandosi, piegava rapido, facendo uscire per pochi centesimi giraffe, cani e chissà quali altri ricordi d’animali.

Volse di nuovo lo sguardo davanti a sé, e si accorse che al centro del ponte qualcosa incantava il pubblico, inducendolo in una trance silenziosa. Si spostò sul bordo del marciapiede, limite invisibile d’uno spazio sacro improvvisato, e scorse un trampolino eretto con casse di legno e lastre, una in legno chiaro, l’altra in metallo scuro, a comporre uno strano altare, povero e pagano. Vide che poco dietro il trampolino, tra due sostegni in bambù, era stata collocata, a ben più di due metri, un’asticella. Accanto al trampolino, si allungava una fila di coni gialli in plastica, una distanza regolare a separarli. All’improvviso un battito di mani, ritmico come in un rito, mentre davanti ai suoi occhi sfrecciò un giovane dalla pelle nerissima e con la camicia a scacchi, che con un rapido e impercettibile ondeggiare delle gambe disegnò una serpentina passando tra un cono giallo e l’altro, seguito da un ragazzo dalla faccia segnata e con una coppola sulla testa, che lo imitò. Nello stesso momento un altro nero, anche lui magro e con i capelli rasta come il primo, scandì forte il tempo battendo le mani, dall’altra parte dell’altare, e incoraggiando gentilmente gli inconsapevoli devoti. Una giovane americana bionda in abito color carta da zucchero puntò l’occhio meccanico del suo teleobiettivo al centro dello spazio sacro, là dove tutti guardavano e dove anche lui guardava.

Quando la scena infine gli si aprì interamente allo sguardo, vide comparire dal fondo del ponte, tra la gente, un terzo giovane, un bianco ora, in jeans scuri e candida t-shirt, che, sospinto dal battito di mani, prese la rincorsa, e poi rapidamente velocità, con scatti decisi. Sempre più veloce, lo vide puntare diritto al trampolino e, davanti al suo sguardo, superare la plancia in metallo scuro, staccarsi dalla plancia in legno chiaro e capovolgersi, raggomitolandosi nell’aria, in un punto immobile sopra l’asticella. Lo skater disegnò la figura, distese le braccia e planò, con le sue rotelle, sull’asfalto, come un angelo di strada, l’applauso di tutti il suo battito d’ali. I due neri spiccarono in volo a seguire, mentre il battito di mani non cessava, e, uno dopo l’altro, tutti gli angeli acrobati, bianchi e neri, sfilarono sospesi trattenuti da un soffio nell’aria.

Nuovamente il ragazzo dalla faccia segnata scansò veloce con le gambe i coni gialli e, mentre il battito di mani s’acquietava, ruotò dietro l’altare improvvisato, per alzare d’una tacca l’asticella, misura a separare gli angeli da un’invisibile divinità e assente, che ama un salto per offerta e dona in cambio rose fugaci in cielo.

L’americana bionda ripose la macchina fotografica nella custodia, le mani ripresero a scandire il tempo, il viandante il suo cammino. Alcuni passi davanti a lui, la giovane americana e una donna anziana si allontanavano, tenendosi per mano. [rk]

Un’identità geo-politica rischiosa

Gino De Dominicis, Tentativo di volo

Sarebbe strano che un partito intonato all’idea di “libertà” già fin dal nome non facesse sua la causa di un “Libero Stato”. Se dunque adesso i Freiheitlichen si espongono battendo su questo tasto non stupisce più di tanto. In un articolo dedicato qualche settimana fa dal settimanale “ff” al partito di Pius Leitner, l’idea del Frei-Staat veniva però addirittura indicata come il discrimine o la linea di demarcazione tra la proposta dei “Blau” e il resto del panorama politico locale. Il tema merita perciò un breve approfondimento.

Com’è noto, nell’uso tedesco il termine “Frei-Staat” non è che l’equivalente di “repubblica”, o meglio di libera res publica, assumendo semplicemente il significato di un’entità territoriale non governata da un monarca. Alla fine della prima guerra mondiale, fu il socialista Kurt Eisner a proclamare il Libero Stato della Baviera. Denominazione conservata ancora oggi, come memoria storica, all’interno della struttura federale tedesca. In tempi recenti, alla Baviera si sono poi aggiunte la Sassonia e la Turingia (entrambe dal 1990). È comunque importante notare che in tutti questi casi non ci si riferisce a “Stati sovrani” e che il livello di autonomia suggerito dall’aggettivo “libero” è molto inferiore a quello di cui gode la provincia di Bolzano all’interno dello Stato nazionale italiano, Stato che nella delirante propaganda di qualche patriota è tuttora qualificato come “occupante”.

Ma se non va inteso “alla tedesca”, come dobbiamo allora immaginarci questo benedetto “Libero Stato del Sudtirolo” invocato dai Freiheitlichen? Potremmo sintetizzarlo così: un territorio completamente indipendente (meglio perciò abbandonare “frei” sostituendolo con “unabhängig”), equidistante tanto da Roma quanto da Vienna, sostenuto da una comune volontà di costruire un’identità geo-politica innovativa. A differenza di altre ipotesi secessioniste, sicuramente meno interessanti, l’accento qui cade sulla collaborazione di tutti i gruppi linguistici necessaria ad attivare un simile processo. Peccato che non si riesca a specificare in nessuno modo come ciò sarebbe concretamente possibile.

I Freiheitlichen ignorano in realtà il nodo più tenace che impedirebbe la realizzazione di un simile progetto: la rinuncia, da parte dei singoli gruppi, a sciogliere le proprie specificità in un contesto che – se non accuratamente regolato – esporrebbe nuovamente i soggetti minoritari alla tendenza assimilatrice o prevaricatrice esercitata da quelli maggioritari. L’autonomia è riuscita a raffreddare il conflitto etnico. Il “Libero Stato” potrebbe di nuovo scaldarlo.  

Corriere dell’Alto Adige, 24 giugno 2011

Vivere

Come fui sul monte e arrivai al sole dalla nebbia della valle. Il fuoco ai bordi del pascolo. Le patate nella cenere. Il capannone delle barche sul lago. La Croce del Sud. l’Oriente lontano. Il grande Nord. l’Ovest selvaggio. Il grande lago dell’Orso. Le isole Tristan da Cunha. Il delta del Mississippi. Stromboli. Le vecchie case di Charlottenburg. Albert Camus. La luce del mattino. Lo sguardo del bambino. Andare ad abbeverarsi alla cascata. Le macchie delle prime gocce di pioggia. Il sole. Il pane e il vino. Il saltello. Pasqua. Le venature dei fogli di carta. L’erba che si muove. I colori delle pietre. I ciottoli sul letto del ruscello. La tovaglia bianca all’aria aperta. Il sogno della casa nella casa. Il vicino che dorme nell’appartamento accanto. La quiete della domenica. L’orizzonte. La luce della stanza nel giardino. Volare di notte. Andare in bici senza mani. La bella sconosciuta. Mio padre. Mia madre. Mia moglie. Mio figlio….

2319

Oggi il Presidente della provincia di Bolzano/Alto-Adige/Südtirol/Sudtirolo/South Tyrol e chi più ne ha più ne metta ha incontrato il Ministro delle Regioni Fitto per parlare dell’annoso problema dei cartelli di montagna. Non sto qui a fare il riassunto delle puntate precedenti (qualsiasi telenovela brasiliana impallidirebbe al confronto). E neppure riesco a dire che cosa – concretamente – uscirà da questo nuovo episodio (temo nulla). Prendo nota (dal Corriere di oggi) che Durnwalder ha sottoposto al Ministro una lista di 220 nomi che dovrebbero tornare a figurare solo in tedesco. Tra questi risaltano i casi dell’Alta via della Vetta d’Italia (Lausitzerweg, l’unico nome sul quale si erano trovati in disaccordo i componenti della Commissione paritetica Stato-Provincia oggi dispersi nel nulla!), di una cospicua teoria di rifugi, ma anche calibri “identitari” da novanta come Malga Sasso (Stein Alm), Monte Cavallo (Rosskopf), Passo Giovo (Jaufenpass) . Nonché l’immancabile lago Rodella (Radlsee).

Dal lancio di un’agenzia mi pare Durnwalder abbia dichiarato “risolveremo il caso prima dell’estate!” Ottimista. O forse solo impreciso, visto che s’è scordato di dirci di quale estate si tratta. Azzardo: l’estate del 2319. Forse.

Siete l’Italia peggiore

Il Ministro Brunetta l’ha detto dei precari. Avrebbe potuto guardarsi intorno, negli ambienti che frequenta, che lo sostengono, che lo blandiscono, che lo legittimano, per accorgersi facilmente che si sbagliava. Che l’Italia peggiore non è quella dei precari, ma la sua e di quelli come lui.