Situation

Niemand wird lesen, was ich hier schreibe, niemand wird kommen, mir zu helfen; wäre als Aufgabe gesetzt mir zu helfen, so blieben alle Türen aller Häuser geschlossen, alle Fenster geschlossen, alle liegen in den Betten, die Decken über den Kopf geschlagen, eine nächtliche Herberge die ganze Erde. Das hat guten Sinn, denn niemand weiß von mir, und wüßte er von mir, so wüßte er meinen Aufenthalt nicht, und wüßte er meinen Aufenthalt, so wüßte er mich dort nicht festzuhalten, so wüßte er nicht, wie mir zu helfen. Der Gedanke, mir helfen zu wollen ist eine Krankheit und muß im Bett geheilt werden.

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Il Patriarca

Tra cronaca e storia, a un mese dalla morte di Silvius Magnago un libro ripercorre la vicenda umana e politica del “patriarca” dell’autonomia sudtirolese filtrandola prismaticamente grazie alla raccolta dei giudizi espressi da alcuni protagonisti del discorso pubblico locale.

È passato un mese dalla morte di Silvius Magnago. Un mese dalla morte del politico che – nelle parole di Luis Durnwalder pronunciate appena appresa la notizia  – “non è stato solo per trentadue anni il nostro Presidente, non è stato solo la personalità che ha guidato il Sudtirolo in uno dei periodi più difficili della sua storia”, ma ha incarnato il destino di questa terra fino a identificarsi completamente con essa (“Silvius Magnago era il Sudtirolo”, così ancora Durnwalder). Il giudizio è incontestabile. Ma nell’enfasi generata dalla commozione sembra anche che qualcosa sia andato inevitabilmente perduto. Nessuna persona può infatti riassumere alla luce della propria biografia, per quanto centrale, l’intero contesto nel quale essa si colloca. Senza contare le fratture interne, le contraddizioni operanti già all’interno di quella stessa vicenda personale. All’immagine di un monolite dobbiamo quindi sostituire quella del prisma. E cercare di scorgere rifrazioni complesse e magari dissonanti. Questo è il compito specifico della storia.

Proprio per favorire un passaggio dalla cronaca alla storia, la casa editrice Praxis 3 ha fatto uscire un instant book (a cura di Claudio Calabrese e intitolato “Il Patriarca”) che ci offre non solo un ritratto dell’uomo e del politico Magnago scandito dagli accadimenti più noti (la mutilazione sul fronte russo, l’impegno politico nel partito di raccolta, la svolta di Castel Firmiano, la sofferta tessitura diplomatica e giuridica che portò all’approvazione del “pacchetto” e al varo del secondo statuto d’autonomia, fino alla rinuncia – nel 1991 – della carica di Obmann della Svp appena un anno prima della chiusura della vertenza altoatesina), ma ne ricostruisce l’immagine selezionando e componendo come tessere di un mosaico le opinioni e i contributi espressi nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi alla sua scomparsa. In questo modo, come detto, la staticità di un unico fotogramma emotivo si anima mediante un mobile prisma di ragionamenti che ci fanno comprendere meglio non solo il contesto entro il quale Magnago si è trovato effettivamente ad agire, ma gettano anche una luce sulla consistenza della sua eredità e sul profilo del Sudtirolo futuro.

L’aspetto più interessante del libro è costituito così dalla presenza di quelle voci critiche apparentemente ammutolite o comunque rese flebili dal cordoglio quasi unanime e pericolosamente tendente all’agiografia che ha caratterizzato il primo riflesso dell’opinione pubblica (sia da parte “tedesca”, com’era comprensibile, ma anche, per motivi che andrebbero certamente indagati, nel mondo di lingua italiana). Non si tratta con tutta evidenza di riattivare nuovamente contrapposizioni che il ruolo svolto da Magnago nel processo di pacificazione inerente la tortuosa questione sudtirolese rende per fortuna anacronistiche, ma di restituire maggiore oggettività e se vogliamo una più alta forma di giustizia a una figura che – proprio a causa della sua natura di “mediatore” – non nasconde tutte le oscillazioni sopportate per imporre le proprie idee.

Possiamo chiarire questo punto commentando quanto scritto recentemente da Roberto Alfatti Appetiti sul giornale Il Secolo d’Italia (cioè su un foglio dichiaratamente di “destra” e per questo motivo non suscettibile di troppe simpatie nei confronti dell’autonomia) in occasione della recensione del romanzo di Francesca Melandri “Eva dorme” (un libro nel quale si trovano molte pagine dedicate a Silvius Magnago): “Sì, perché il meranese Magnago (…) figlio di un magistrato trentino e di una altoatesina di lingua tedesca, aveva vissuto nella sua esperienza familiare l’integrazione come un arricchimento e la contaminazione culturale come un’opportunità”. A questo giudizio di Alfatti Appetiti – che non solo risulta sfocato rispetto alla verità storica, ma che addirittura fa assomigliare Magnago al suo più acerrimo avversario, Alexander Langer – si contrappone per esempio quello di Hans Benedikter, autore del libro “Silvius Magnago. Ein Leben für Südtirol” (Athesia), secondo il quale “l’opera di Magnago verrebbe vanificata se la divisione tra i gruppi linguistici dovesse venire meno” (FF, 27 maggio 2010). Come si vede, due punti di vista decisamente in contrasto, segno di un’esigenza di ricerca ancora tutta da sviluppare, da approfondire, a meno che non si voglia svilire per mezzo di un’icona la sostanza dei problemi ai quali neppure Magnago poteva dare una risposta definitiva.

Tra le tante testimonianze raccolte dal piccolo ma denso volume della Praxis 3, può essere utile riprendere allora quella data da Florian Kronbichler, in un editoriale scritto per il Corriere dell’Alto Adige il 30 maggio: “Quindi onore alla verità: la venerazione per il personaggio, per il mito, per tutto quanto Magnago è simbolo, è più che meritata, ma il mito ha preso il soppravvento sulla realtà storica. La commozione è sempre nemica della conoscenza. In questi giorni di addii e rimembranze si sono attribuiti qualità e ruoli al personaggio che, come minimo, devono sorprendere perché fanno a pugni con giudizi che di quell’epoca oggi comunemente diamo”. L’autonomia pensata da Magnago è stata lungimirante perché ha evitato l’esacerbazione di un conflitto più volte sul punto di degenerare, ma in un certo senso è rimasta anche succube di questo stesso conflitto non elaborandone una rimozione, o meglio una radicale decostruzione al livello di schema simbolico. Sarebbe compito nostro compiere questo passo ulteriore e procedere con rinnovato slancio verso l’edificazione di una “casa comune” nella quale l’integrazione sia vista “come un arricchimento e la contaminazione culturale come un’opportunità”. Per adesso l’unica cosa certa è che un simile obiettivo non potrà mai essere raggiunto se prima non avremo acquisito maggiore saldezza nella considerazione di un’epoca che la morte di Magnago ha (speriamo) sigillato. E proprio a questo scopo risulta consigliabile dedicare un’attenta lettura alle pagine de “Il Patriarca”.

Corriere dell’Alto Adige, 30 giugno 2010

Un pianto

Stranamente non ho letto nessun commento sulla disfatta dell’Italia ai mondiali sudafricani che ne rivelasse la chiarissima metafora politica. Metafora che a me pare irresistibile ed evidente: la nazionale azzurra – presuntuosa e sconfitta –  è il perfetto specchio del nostro paese tumefatto e Lippi equivale a Berlusconi. Un pianto.

 

Patentino e residenza: sbagliato estremizzare

di Francesco Palermo

L’invio di una richiesta da parte della Commissione europea per porre fine alla discriminazione originata dall’attuale sistema di certificazione delle conoscenze linguistiche in Provincia di Bolzano e dal criterio di preferenza per i residenti nell’accesso al pubblico impiego è un passaggio formale che non va sottovalutato ma nemmeno enfatizzato. Si tratta di un atto tecnico, per quanto di indubbia valenza politica. Una valenza che va colta nel suo significato reale, e non letta in base a posizioni preconcette.

Sono passati dieci anni dalla sentenza con cui la Corte di Giustizia ha ritenuto incompatibile col diritto comunitario il ricorso al solo patentino come attestazione della conoscenza delle due lingue. Perché siccome il patentino è rilasciato solo in Provincia di Bolzano, i cittadini di altri Paesi che non risiedano in Alto Adige si trovano di fatto svantaggiati rispetto ai locali non avendo la medesima possibilità di ottenere questo documento. E questo rappresenta, in termini comunitari, una discriminazione basata sulla nazionalità – in termini comunitari perché la discriminazione può essere invocata da chi vive in Tirolo ma non da chi vive in Sicilia, in quanto l’UE si occupa solo degli effetti discriminatori transnazionali ma non di quelli puramente interni ad uno Stato.

Per dieci anni non vi è stato alcun adeguamento alla sentenza, fino all’approvazione della norma di attuazione lo scorso aprile. Una norma di attuazione al ribasso, che riconosce altre certificazioni linguistiche così venendo incontro ai rilievi della Corte, ma si premura di salvaguardare il primato del patentino. L’ormai prossima entrata in vigore della norma dovrebbe comunque attenuare i rilievi.

La richiesta di Bruxelles sembra estendersi ora anche al correlato criterio della preferenza per i residenti nell’accesso al pubblico impiego, contenuto nello statuto di autonomia ma sostanzialmente disapplicato da tempo proprio per non incorrere in palesi violazioni del diritto comunitario. L’articolo 10 dello statuto prevede infatti che “i cittadini residenti nella provincia di Bolzano hanno diritto alla precedenza nel collocamento al lavoro nel territorio della provincia”, una norma figlia del suo tempo e palesemente in contrasto col sistema comunitario, ma che, almeno direttamente, non opera più. Esiste tuttavia, secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia, un obbligo di rimozione della normativa interna contraria al diritto comunitario, anche se disapplicata. Solo se la Commissione dovesse ritenere che la discriminazione persiste potrà aprire una procedura di infrazione che porterebbe il caso davanti alla Corte di Giustizia.

In un territorio eccessivamente sensibile come l’Alto Adige, in cui ogni cosa (e purtroppo ogni norma) viene letta in chiave etnica (“è per noi o contro di noi?”) e con un’ampia dose di provincialismo, c’è il rischio che si formino due schieramenti, entrambi arroccati su posizioni sbagliate. Ci sarà chi riterrà la richiesta della Commissione un affronto alla sovranità provinciale e un attacco alla tutela delle minoranze da parte dell’Unione europea, lontana, burocratica ed insensibile alle specificità locali. E chi vorrà vedervi l’intervento riparatore di Bruxelles contro l’ingiustizia di un sistema basato sulla segregazione etnica, supplendo all’ignavia di Roma che tollera questo affronto alla nazione in quanto serva della SVP. Sarebbero reazioni non solo miopi e provinciali, ma anche pericolose. Perché getterebbero ulteriore benzina sul fuoco di un conflitto etnico che sembra non volersi mai spegnere. E che trova scuse sempre più ridicole per manifestarsi, dalla toponomastica alla formazione delle giunte comunali.

Il problema, semmai, è quello di cogliere le reali conseguenze dell’intervento comunitario. Perché due sono i messaggi importanti in chiave sistemica.

Il primo è che l’autonomia non è di proprietà esclusiva di un solo soggetto (sia esso il partito, la Provincia, secondo alcuni lo Stato, secondo altri un solo gruppo linguistico), ma è necessariamente un progetto condiviso, al quale concorrono tanti attori con legittimazioni diverse, compresi i giudici e i funzionari comunitari, e che evolve in maniera naturale anche attraverso lettere della Commissione europea. Un’ovvietà, che tuttavia sembra non essere ancora penetrata nelle coscienze, come dimostra la vicenda della toponomastica.

Il secondo è che lo statuto ha bisogno di una profonda revisione. Non per alterare i delicati equilibri che regola, ma per rafforzarli ammodernandoli. Ricordiamo che lo statuto non menziona mai l’appartenenza dell’Alto Adige al sistema comunitario, né la collaborazione transfrontaliera, non attribuisce alla Provincia competenze che ora le spettano in base alla riforma della costituzione del 2001 e contiene disposizioni in materia finanziaria ampiamente superate (a tutto vantaggio della Provincia). Quanto potrà durare uno statuto non al passo coi tempi?

Bruxelles non è l’angelo sterminatore della specialità, né rappresenta la liberazione dall’oppressione dell’etnocrazia. L’autonomia sarà finalmente matura quando saprà utilizzare gli spunti esterni come occasione di riflessione di crescita, per migliorarsi ulteriormente. Fino ad allora, basterà una lettera da Bruxelles per incendiare gli animi.

Alto Adige, 25 giugno 2010

Plurilinguismo, un nodo da affrontare

Proprio adesso che l’anno scolastico è finito si torna a parlare d’insegnamento linguistico e della possibilità di riformare un sistema fondato sulla prevalenza della lingua madre e dunque sul “divieto” – parzialmente violato da progetti isolati – di concepire percorsi didattici nei quali la cosiddetta seconda lingua non sia vista esclusivamente come oggetto di studio a sé stante, ma entri in gioco anche per veicolare la conoscenza di altre materie.

Non si tratta di un dibattito nuovo. Esiste un vastissimo repertorio di pubblicazioni scientifiche (prodotte anche in loco) che hanno cercato negli anni di sottrarre (senza grande successo) il tema ad un approccio quasi sempre caratterizzato da un’eccedente dose di emozionalità. Sul tappeto sono così continuate a rimanere alcune formule (per esempio quella relativa al concetto di “immersione” o di “scuola mista”) responsabili di non aver consentito l’elaborazione di strategie che potessero integrare quelle conosciute, alimentando al contrario una sorta di guerra di religione tra sostenitori del cambiamento ad ogni costo e difensori dello status quo. Il risultato: alcune buone ragioni degli uni e degli altri non hanno fornito la base di un confronto serio, orientato al miglioramento, ma sono state cancellate dall’enfatizzazione di argomenti precostituiti e ideologici. Abbiamo così sprecato molto tempo in estenuanti diatribe lontanissime dall’obiettivo che tutti (a parole) dicevano di perseguire: assicurare, almeno in prospettiva, una salda ed effettiva competenza nella “lingua degli altri”.

Fa ovviamente piacere leggere adesso le dichiarazioni di Dieter Steger (in un’intervista pubblicata giovedì dalla Tageszeitung) con le quali il presidente del Consiglio provinciale si rammarica del fallimento della sperimentazione della scuola Carducci e, a fronte di un sensibile calo delle competenze linguistiche nella seconda lingua, propone una rinnovata discussione sulla scuola superiore trilingue quale “alternativa alla scuola nella madrelingua”. Bisogna però rendersi conto che una discussione di questo genere non può rivelarsi proficua se non abbiamo il coraggio di risolvere alla radice la contraddizione finora percepita come insormontabile. Formulata con una domanda questa contraddizione si presenta così: l’evoluzione del nostro sistema scolastico in senso plurilinguistico costituisce un attacco alla cornice istituzionale dell’autonomia (dunque da scongiurare) o ne rappresenta una positiva evoluzione (dunque da promuovere)? Questo è il punto, il nodo decisivo da affrontare selezionando e attivando le migliori energie intellettuali delle quali disponiamo. E soprattutto: un nodo da approfondire in modo sistematico, non quando la scuola ha appena chiuso i battenti e tutti ormai pensano solo alle vacanze.

Corriere dell’Alto Adige, 26 giugno 2010

Intervista a Francesca Melandri

Pubblico qui la versione integrale dell’intervista a Francesca Melandri apparsa sul Corriere dell’Alto Adige di oggi.

Il primo luglio, alle ore 18.30, la scrittrice Francesca Melandri presenterà all’Eurac di Bolzano il suo romanzo “Eva dorme”. Si tratta di un libro che intreccia una complessa vicenda d’amore (e dunque individuale) con la recente storia dell’Alto Adige-Südtirol, rappresentando così anche un importante contributo di riflessione – in lingua italiana – sul nostro territorio e i suoi problemi. Abbiamo chiesto all’autrice di rispondere ad alcune domande suscitate dalla lettura della sua opera.

***

Scorrendo le tue note biografiche apprendiamo che hai vissuto per quindici anni in Sudtirolo. Ci puoi raccontare in cosa è consistita per te questa lunga esperienza e in che modo ti ha arricchita?

Domanda facilissima: sono più ricca di due figli rispetto a prima di andarci a vivere. Per di più due figli, come dice la dedica del libro, “allegri mistilingue”. Però va detto che io in Sudtirolo ci vado da quando sono nata. La mia famiglia ha una casa che ha esattamente la mia età, nelle alture sopra Santa Cristina di Val Gardena. Non ho mai vissuto senza che questa provincia facesse profondamente parte della mia vita, insomma. Ancora adesso quando sogno l’infanzia sogno le estati nei boschi e i sottotetti dei fienili, mica i noiosi appartamenti di città.

Si dice che la scrittura corrisponde a due bisogni precisi (oltre a quello del semplice narrare). Il bisogno di capire, di fissare sulla carta i contorni di un problema per poi prepararsi ad approfondirlo sempre di più, e quello di prenderne congedo, cioè di spingerlo nel passato. In quale dei due bisogni ti riconosci maggiormente?

Pensi davvero che la scrittura sia questo? Mi pare che sia troppo, come definizione, ed allo stesso tempo troppo poco. Lo scrittore è come un dio che racconta a sé stesso il proprio universo. Io mentre scrivo rido, mi commuovo, a volte perfino mi spazientisco con l’universo che mi si sta svolgendo tra le mani, oppure mi dico, “ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto!”. Poi la scrittura è musicalità, emozione che sbotta imprevista, e tante altre cose ancora, I due bisogni di cui parli sicuramente caratterizzano la scrittura però, guarda, mi viene il dubbio che forse caratterizzino anche l’esistenza umana in generale. O almeno, ogni esistenza che cerchi almeno un po’ di essere consapevole, oppure, come direbbe Jung, di svolgere il proprio unico, inimitabile e insostituibile processo di individuazione: prima elaborare, poi andare oltre. Ognuno questo viaggio lo fa con i suoi strumenti, talenti ed energie. Lo scrittore lo fa (anche) raccontando storie, ma non è certo l’unico modo.

Tu sei una scrittrice italiana, la lingua italiana è dunque il mezzo privilegiato con il quale ti esprimi. Proponendo però una storia “sudtirolese” impattiamo un contesto irriducibilmente plurilingue. Che tipo di considerazioni è possibile svolgere al riguardo?

Qui tocchi un punto molto personale. Io in realtà sono una scrittrice bilingue, ma il tedesco – che ho imparato, se l’ho imparato, da adulta – non c’entra niente: le mie due lingue sono l’inglese e l’italiano. Ho i cassetti pieni di racconti scritti in inglese, e dagli anni in cui ho molto viaggiato e vissuto in Asia mi sono rimasti pacchi di taccuini di viaggio in inglese. Ho anche scritto professionalmente per il cinema in inglese. Leggo molto più in inglese che in italiano, sogno sia in inglese che in italiano. Questo per raccontare che la situazione di spaesamento linguistico – inevitabile di chi racconta (e legge) una storia ambientata in un luogo d’incontro tra lingue come il Sudtirolo – ha sempre fatto parte, anche in tutt’altri contesti, della mia storia e del mio rapporto con la scrittura e con la parola. Questo spaesamento linguistico, questo sentimento di non appartenere né di identificarmi precisamente con una sola lingua (e quindi, come sappiamo, con una sola versione del mondo) lo considero una condizione forse non sempre comoda ma fertilissima, insomma una delle grandi fortune che abbia avuto nella vita. Sicuramente essa è tra i motivi per cui mi sono azzardata a fare una cosa così follemente ambiziosa – se non, diciamolo, presuntuosa – come raccontare una terra che non è la mia (se non per l’amore che nutro verso di essa), con protagonisti che parlano una lingua non mia.

Anche se la figura di Vito – il carabiniere, l’italiano “buono” – svolge una funzione centrale, “Eva dorme” è scritto con un’ottica “tedesca” (le due protagoniste principali, Gerda ed Eva, sono sudtirolesi di lingua tedesca). Come sei arrivata a prendere questa decisione?

Forse non mi crederà nessuno, ma io al fatto che questa scelta avrebbe potuto essere considerata strana non ci ho mai pensato. Voglio dire, per me Gerda ed Eva sono persone. Punto. E a me da narratrice interessano le persone. Le circostanze mediante le quali ho imbastito le loro vicende hanno fatto sì che quello di Gerda e Vito fosse un amore “interetnico”, e volevo inoltre raccontare la storia di una minoranza linguistica, quindi questo mi ha fatto scegliere del tutto naturalmente la loro rispettiva lingua, senza un solo pensiero al fatto che, essendo io italiana, mi sarebbe forse sembrato strano o difficile immedesimarmi con un personaggio di lingua tedesca – e infatti non lo è stato. Il fatto che Gerda ed Eva fossero di lingua tedesca non me le ha mai rese  estranee o “fremd”. Siccome però tutti mi fanno notare questa cosa come una stranezza (ma solo ora che il libro è uscito) ho cominciato anch’io a chiedermi come sia stato possibile. Non so dire con certezza, ma sento che c’entri il fatto che per periodi estesi ho viaggiato e lavorato a lungo in posti non solo “estranei”, ma decisamente esotici. Posti in cui, insomma, magari si comunica con la lingua franca che è l’inglese ma poi c’è il bengali, il thai, il mongolo o il cantonese, e se tu queste lingue non lo sai bene (e io non le sapevo bene) ci sono altri modi di comunicare per sentirsi vicini alle persone. Ecco, io credo che forse è stata questa esperienza fatta in anni formativi della vita a convincermi che c’è qualcosa di profondamente condivisibile e comunicabile al di là della lingua – la condizione umana, suppongo si chiami. Quindi non m’è proprio venuto in mente di considerare un personaggio estraneo o “difficile da descrivere” solo perché non parla la mia lingua madre, ma il tedesco.

Per scrivere il libro hai sicuramente consultato diversi testi che hanno per tema la questione sudtirolese. Quali ti hanno influenzato di più?

Più che singoli testi, citerei il fatto che, sapendo almeno un po’ la lingua, ho potuto accedere alla bibliografia tedesca sulle vicende Sudtirolesi, ovvero quella bibliografia che gli scrittori italiani che hanno scritto di questa terra non hanno mai letto – proprio perché appunto in tedesco. Il fatto che in italiano ci sia pochissimo materiale è stata un’altra scoperta, del tutto coerente col fatto che di questa terra in Italia a lungo non ci si è occupati se non in modo propagandistico e/o inconsapevole. Se non avessi saputo il tedesco, “Eva dorme” non l’avrei mai potuto scrivere perché le ricerche storiografiche sarebbero state azzoppate. Però detto questo mi piace citare due libri in italiano, non di storici ma di giornalisti, che mi hanno fatto riflettere su tante cose: “Il calicanto di Magnago” di Riccardo Dello Sbarba e “Spaesati” di Lucio Giudiceandrea. Ma le mie più importanti fonti sono state le molte persone che ho intervistato per farmi raccontare come sono andate le cose, come le hanno vissute, insomma il fattore umano. Sono citate alla fine del libro, e ci tengo molto che vengano trattate come la vera fonte anche intellettuale di questo libro: è attraverso i loro racconti che mi sono fatta un’idea di come sono andate davvero le cose. Sempre per il motivo che io non sono una storica, bensì una romanziera. La Storia non esiste, per me, se non incarnata nelle persone che l’attraversano, ne sono sospinte, la plasmano. Anche per questo ho scelto di descrivere Silvius Magnago come persona, non come figura astrattamente politica.

Qui da noi la storia è ingombrante. È come un gorgo che attira a sé ogni aspetto del discorso pubblico (a cominciare dalla politica). Ora, anche nel libro la storia gioca un ruolo determinante. Ma lo fa più a livello individuale che a livello collettivo. I protagonisti di “Eva dorme” non sono per così dire “rappresentanti” dei rispettivi gruppi linguistici, o almeno non solo. Sono individui in carne ed ossa, assolutamente particolari. È possibile dare a questo fatto una lettura anche “politica”?

La risposta forse l’ho già data sopra. La persona per me è persona, senza distinzione di razza, sesso eccetera. Quindi anche i miei personaggi li ho visti così. Nessuno deve essere giudicato in quanto “rappresentante” di un gruppo linguistico, di un’etnia, di una religione, ma ha il diritto ad essere giudicato e conosciuto unicamente per quello che è come individuo. Tanto più questo vale per un personaggio da parte del suo narratore. E’ questo un discorso politico? Forse in questi tempi, purtroppo… E allora dico che questa è la mia unica vera “ideologia” (comunque mi consolo pensando che sono in buona compagnia, visto che la nostra meravigliosa Costituzione inizia proprio così, e i Sudtirolesi sono molto fortunati che il Paese del quale si sono trovati a far parte l’avesse come carta fondante – altrimenti forse l’autonomia non si sarebbe mai realizzata).

La parola “Heimat”, così centrale per comprendere il rapporto dei sudtirolesi con la loro terra, si declina con difficoltà in italiano e per gli italiani di qui (a cominciare dalla sua traduzione, che risulta infatti impossibile). Tu che significato dai a questo concetto? Che cosa è “Heimat” per te?

La mancanza del concetto di Heimat ha sicuramente contraddistinto la storia d’Italia (noi abbiamo storicamente la famiglia, o il campanile, e proprio non è la stessa cosa, tanto meno la parola “Patria” che subito ti senti un po’ ridicolo a pronunciarla). Heimat è una parola bellissima, certo intraducibile. Semanticamente, non a caso, è vicina seppure non coincidente con una delle mie parole preferite della lingua inglese, “home”. Io credo che l’identità si svolga tra due estremi dello spettro: il senso dell’Heimat (dell’appartenenza) da una parte e quello della libertà (dell’apertura) dall’altra. Per mia indole e grazie ai casi della vita io gravito personalmente, ad esempio, più verso questo secondo estremo. Ma credo che le due condizioni, esistenziali ancora più che culturali,  abbiano molto da insegnare l’una all’altra. In una società ideale dialogano e si arricchiscono a vicenda. E’ un po’ come quello che si dice che bisognerebbe fare con i figli, no? “Dai ai tuoi figli radici e ali”.

Adesso non vivi più in Sudtirolo, anche se il legame con questa terra è certamente ancora presente. Quali speranze vorresti condividere con i tuoi ex conterranei?

Ex? Come ex? Io i miei consanguinei sudtirolesi ce li ho ancora in casa, e tra loro parlano il Puschtra (il dialetto pusterese, ndr) anche ora che viviamo all’Esquilino, nel cuore di Roma! Più seriamente, innanzitutto la politica secondo me dovrebbe smetterla di strumentalizzare ed ideologizzare temi sui quali la società civile è ormai molto più avanti, il tema del bilinguismo su tutti ad esempio. Poi, se ai lettori italiani credo di aver raccontato una storia che non conoscevano, ai lettori Sudtirolesi mi farebbe piacere invece se il mio libro li facesse ricordare che la loro, nonostante tutto, è una storia di successo. Un successo umano, quindi imperfetto come tutte le cose umane, però accidenti, guardiamoci intorno, pensiamo alle altre storie di minoranze etniche in Europa e nel mondo, e poi valutiamo se le cose non avrebbero potuto andare peggio, molto peggio di così. Mi piacerebbe insomma che il Sudtirolo smettesse di rivolgere la propria attenzione solo ai propri problemi di convivenza e si rendesse conto invece di quanta strada è stata fatta, di come questo sia un patrimonio da condividere con il mondo intero. E la condivisione obbliga alla generosità. Ecco, forse i Sudtirolesi, ora che sono una delle società più prospere del pianeta, forse possono permettersi di essere più generosi: tra di loro, e con il resto del mondo.