Frasi epocali

Io sono un’attendista. Attendo di ascoltare la voce. “Il partito ha una sola voce, il coordinatore”. (autore nazionalbolzanino)

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Se ne va o no?

Che ne sarà di Ellecosta? Sul Dolomiten di oggi (p. 27) leggo che oggi pomeriggio si terrà un dialogo/chiarimento tra il vicesindaco di BZ e Richard Teiner, nuovo Obmann del partito. In base all’esito di questo incontro, Ellecosta tirerà o sarà invitato a tirare le conseguenze delle sue dichiarazioni (“Wenn mir die SVP bescheinigt, dass ich mich parteischädigend verhalten hätte, würde ich als Vizebürgermeister zurücktreten”).

Quest’ultima formulazione è interessante, perché afferma a) la decisione di lasciare l’incarico di vicesindaco non deriva da una presa di posizione autonoma o autocritica (anzi: quest’ultima sembrerebbe esclusa) e b) egli potrebbe accettare di farsi da parte solo se l’Obmann sarà in grado di dimostrargli che il suo comportamento può danneggiare il partito. Dunque: in base alla decisione che verrà presa ci possiamo aspettare – da stasera – una nuova definizione del perimetro di quello che può essere detto (o non detto) in funzione dell’immagine del partito. Intanto, gli alleati di governo della SVP, a quanto pare, possono esercitare un’influenza solo indiretta su questo perimetro, su questi limiti. Ed è – questa – una sensazione alla quale dà una voce esemplare Enrico Franco, direttore del Corriere dell’Alto Adige, quando scrive (oggi): “Il cuore mi dice che dovrei chiedere con forza le dimissioni di Ellecosta, la ragione (pur con qualche dubbio) mi consiglia di lasciare che la Volkspartei affronti serenamente, per quanto possibile, i suoi fantasmi”.

Torno brevemente però sulle dichiarazioni di Ellecosta (origine di tutto). Nell’intervista già citata al Dolomiten egli afferma: “Ich habe nie gesagt, dass die Zeit, während der Südtirol unter NS-Regime stand, in Ordnung war. Wenn ich dies getan hätte, würde ich verstehen, warum man jetzt eine Rücknahme dieser Aussage fordert. Es gibt aber keine Aussage von mir, wo ich behaupten würde, die Nazi-Zeit sei positiv gewesen. Ich habe lediglich gesagt, dass der 9. September 1943 damals vielen Personen als Brefreiung empfunden wurde”.

Bene. Secondo quanto riportato dall’Alto Adige, Ellecosta aveva proposto una versione leggermente diversa di questo punto di vista. Egli infatti aveva prima di tutto parlato a titolo personale (cosa che qualcuno aveva poi valutato per “discolparlo”), dicendo che PER LUI il 9 settembre del 1943 assumeva il carattere di una “liberazione” (e aveva poi spiegato perché), e secondariamente non aveva contestualizzato questa affermazione riportandola ad un ipotetico passato nel quale essa avrebbe destato certamente meno clamore. E infatti il punto non è quello che hanno pensato i sudtirolesi (o una larga maggioranza di loro) quel lontano 9 settembre del 1943, il punto è che cosa pensa adesso la persona, il vicesindaco Ellecosta. Dalle sue dichiarazioni, infatti, traspare che sia possibile adottare una relativa continuità di giudizio su un fatto storico ormai passato da più di sessant’anni. Quello che valeva allora (il 9 settembre del 1943 come giorno della “liberazione”) potrebbe valere anche oggi. E quindi la diserzione da alcune delle manifestazioni indette per ricordare il 25 aprile del 1945 si collocherebbe all’interno di una visione per certi versi unitaria ed immobile (Sudtirolo ideale eterno) degli accadementi e del loro significato. Insomma, ecco quello che davvero sembra dire Ellecosta (e sta qui la gravità della sua posizione): i frutti portati dal 25 aprile 1945, i frutti di quella “liberazione”, non possono essere comparati a quelli portati dalla “liberazione” del 9 settembre del 1943 (benché questi ultimi siano avvelenati, e lo si riconosca) e quindi possono essere svalutati, perfino con una punta di malcelato disprezzo.

Molto semplice

 

Faccio un po’ di autoanalisi e rispondo alla domanda: “se rimuovessero l’alpino di Brunico, tu saresti contento?”.

No, non penso che sarei contento. La “contentezza” è un sentimento che esprime soddisfazione, la realizzazione di qualcosa di agognato. E io confesso di non aver mai formulato in vita mia (o meglio: nel poco tempo che ho avuto a disposizione per “frequentare” quell’opera) un desiderio del genere: “oh, come sarebbe bello se l’alpino di Brunico potesse sparire..!”.

Proseguo nell’autoanalisi e mi chiedo: “perché non proveresti soddisfazione? Cos’è che ti fa preferire la permanenza di quella scultura, in quella piazza, rispetto al suo allontanamento?”.

Questa è una domanda difficile. Vado per esclusione. L’opera in questione è bruttissima. Uno sgorbio bianco piazzato su un muretto, con sotto una scritta pomposa (“Alla gloria imperitura degli alpini”). Gloria imperitura. Figuriamoci.  Non vederlo più non mi arrecherebbe sicuramente un danno. Anzi. Degli alpini m’importa poco. Non conosco la loro storia, ma sento che mi annoierebbe conoscerla. Dunque anche dal punto di vista del “significato”, devo dire, il cosiddetto Waschtl potrebbe essere eliminato. Ma devo supporre, forse, che l’alpino (indipendentemente dalla sua pessima fattura e dal suo significato immediato) rappresenti la mia “italianità”? A parte il fatto che dubito fortemente dell’esistenza di una roba del genere (l'”italianità”), se una tale “italianità” si lasciasse per così dire esprimere da una cagata siffatta… beh… ciò sarebbe un motivo di vergogna, non certo di orgoglio. E allora?

Forse riesco ad avvicinarmi a quel che cerco rispondendo a quest’altra domanda: “cosa ti costa dare ragione a quelli che vogliono abbatterlo o anche semplicemente rimuoverlo?”.

Ecco. Quello che in primo luogo mi fa irrigidire, che mi blocca, che non mi consente di annuire con assoluta indifferenza alle richieste di abbattimento o di rimozione è che sono “altri”, sono “gli altri” a chiedermelo. È questa ostinazione saccente (gli “altri” vogliono sempre spiegarmi bene PERCHÉ io dovrei acconsentire ai loro propositi), questa volontà di riparare la mia ignoranza, questa tendenza ad anticipare ogni mia mossa, che mi spinge persino ad affezionarmi a quell’alpino della malora. Di piu. Trattandosi di “altri” (che si definiscono così anche in rapporto a “me”), io mi sento giocoforza spinto nel mio ruolo di rappresentante etnico (sono spinto in questo ruolo a forza), avverto che qualcuno mi invita a cucirmi addosso un abito del quale ignoro il sarto (ma no, il sarto è proprio colui che mi sta spiegando perché io dovrei contribuire a togliere di mezzo la statua), e finisco con l’assumere un atteggiamento che altrimenti non mi apparterrebbe.

Sono convinto, allora, che se una notte, una notte d’estate, io fossi da solo, in quella piazza, davanti a quel monumento, con nessuno intorno, senza nessuno che mi dicesse quale atteggiamento dovrei assumere nei suoi confronti , nei confronti della sua storia, del suo “scandalo”… alzerei gli occhi, lo guarderei, guarderei quel poverino… e finalmente non lo vedrei più, non lo vedremmo più.

Cfr. anche: http://segnavia.wordpress.com/2008/02/29/vivere-qui/

Oggi sciopero

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Tra le molte cose che in Italia non si sanno, o non si vogliono far sapere, è che in Francia c’è un ampio movimento di opposizione sociale alle cosiddette “riforme” liberali che il governo di Sarkozy intende realizzare. Vengo subito al fatto della giornata: la manifestazione degli universitari, mobilitati da tempo contro la cosiddetta legge LRU che, tra l’altro, privatizza la gestione delle accademie, toglie risorse al funzionamento degli atenei e cancella la figura – peculiare nell’ordinamento francese – dell’enseignant-chercheur. Ebbene, questo corteo si è fuso oggi pomeriggio con quello del personale degli ospedali, che sta per subire un’operazione di aziendalizzazione dei nosocomi paragonabile a quella realizzata in Italia anni or sono. Tutto in nome della buona gestione, naturalmente, tutto in nome dei bilanci e di una logica dell’efficienza che attende ancora un opportuno ed efficace lavoro di smascheramento e di critica (verrebbe da dire di decostruzione).

 

In Italia, che io ricordi, anni fa non ci furono grandi proteste di fronte alla trasformazione delle USL in ASL, cioè in vere e proprie aziende gestite da manager con ampi poteri di governo dell’amministrazione sanitaria. Ma il discorso non è tanto questo. Se ci limitassimo a descrivere questi aspetti della trasformazione neoliberista dei settori pubblici (“strategici”?), mancheremmo il bersaglio, rimanendo invischiati nello stesso discorso del padrone (che qui, a Parigi, si chiama Sarkozy per quanto oramai inviso alla stragrande maggioranza dei francesi, o almeno così pare). Francis-André Wolfsmann, un biologo del CNRS (il centro nazionale per la ricerca scientifica, l’analogo – per così dire – del nostro CNR) ha posto la questione in altri termini, che mi sento di condividere appieno. Al cronista di Libération, al seguito della manifestazione, ha detto: “Alla fine poniamo lo stesso problema, cioè quale ruolo debba avere lo Stato nei servizi pubblici, in quello della sanità come in quello dell’educazione e della ricerca”. E poi ha aggiunto: “La nostra rabbia comune è provocata dal fatto che il governo mette profondamente in discussione l’idea che noi abbiamo dei nostri mestieri [dice proprio così, “mestieri”, e non “professioni”], fondata sul valore del servizio pubblico”.

 

Non più di un mese fa, durante una cena in un ristorantino (quasi del tutto vuoto, per la crisi) di rue Mouffetard, la via turistica per eccellenza del Quartiere Latino, il trentenne direttore del dipartimento di filosofia dell’Università di Tolosa (ebbe sì, in Francia esistono direttori di dipartimento di filosofia che hanno trent’anni!) mi disse che loro, i francesi, non riescono a comprendere bene la strategia del governo, dal momento che va molto al di là degli steccati solitamente rispettati nell’azione politica degli ultimi decenni, e che non si sentono pronti – dall’opposizione – a fronteggiare una così decisa disarticolazione dello Stato e del Welfare. Se non fosse che io, da italiano totalmente disidentificato con il cosiddetto italiano medio, non provassi già tutto questo da molti anni a questa parte a casa mia, gli avrei detto che non c’è nulla da comprendere se non l’azione brutale di accaparramento di risorse pubbliche da parte del privato mediante l’azione decisiva del governo. Di fronte ai miei sintetici racconti sulla situazione italiana, al di là dell’ahimè inevitabile colore, i colleghi francesi mi sono parsi presi in contropiede, con l’espressione tipo “questo non può accadere in Francia” dipinta sul volto, ben consci che qualcosa di simile sta accadendo in Francia ora.

 

Mentre in Francia il disorientamento di fronte a un simile attacco ha però generato reazioni dure e continuative (tutte le università di Parigi e buona parte di quelle francesi sono occupate o in sciopero da gennaio), in Italia c’è stata finora solo la salutare fiammata autunnale da parte degli studenti delle superiori e delle università, bollati d’altronde come pericolosi sovversivi. Quale differenza con Parigi, dove pure il tempio della conservazione, cioè l’Università di Parigi IV, Sorbona, ha decretato la continuazione dello sciopero! Certo: grève, sciopero, è la parola che si sente circolare di più negli atenei picchettati e occupati dagli studenti. Sciopero come protesta, ma anche come denuncia di una strategia di governo che, facendo mostra di voler risolvere problemi politici e culturali, intende invece, più o meno surrettiziamente, rendere disponibili al dio mercato ingenti risorse pubbliche. I francesi se ne stanno accorgendo. E scioperano, ritrovandosi in piazza o lungo i viali del centro, così come gli studenti frequentano le aule autogestite o i caffè per la lezione del corso che non vogliono perdere. (rk)

Seppi e il Questore

http://www.stol.it/nachrichten/artikel.asp?KatId=fa&ArtId=137788&SID=0D7F

Nel post sottostante ho preso posizione contro Oswald Ellecosta. La giornata è però adatta per esprimere – con altrettanta decisione – un giudizio negativo sull’operato del Questore nei confronti di Donato Seppi. Quest’ultimo, infatti, ha potuto (con l’avallo della Questura) deporre una corona di fiori sotto al monumento dell’alpino di Brunico poche ore prima che cominciasse la manifestazione degli Schützen. In teoria nessuno avrebbe dovuto avvicinarsi a quella statua, sabato. Affermare, come fa il Questore, che il divieto valeva a partire dalle ore 15.00 è una risibile scusa. Parimenti, non si comprende in nessun modo il gesto di Seppi se non attivando la logica della provocazione a buon mercato. Non c’era NESSUNA ragione per deporre quella corona di fiori proprio il 25 aprile. E men che mai vale l’ulteriore giustificazione data dal Questore: Seppi ha potuto agire così da “privato cittadino”. Donato Seppi e Oswald Ellecosta sono uomini politici e lo sono PARTICOLARMENTE quando depongono corone di fiori sotto i monumenti o quando rilasciano dichiarazioni di carattere storiografico.

Intollerabile Ellecosta

 

Oswald Ellecosta, esponente di spicco della Svp di Bolzano e vicesindaco della città, ha ribadito che per lui il 25 aprile non era (non è) una data da festeggiare. Il problema, come noto, riguarda il concetto di “liberazione”. Per spiegare questa sua rigidità potremmo raccontare una storiella.

 

Immaginiamoci un uomo imprigionato ingiustamente. Immaginiamocelo costretto a vivere nello spazio angusto di una cella, soggetto ad angherie di vario tipo. Un bel giorno qualcuno apre la cella e lo dichiara “libero”. Non si tratta però di una libertà effettiva, l’uomo è sostanzialmente costretto a rimanere chiuso nella cella, le angherie non cessano (diventano semplicemente di altro tipo), ed inoltre gli vengono iniettate delle sostanze che lo riducono in fin di vita. Unica consolazione: adesso l’uomo può parlare con i suoi aguzzini nella propria lingua (prima, nella sua precedente condizione di prigionia, l’uomo non lo poteva fare ed era costretto ad esprimersi nella lingua dei suoi carcerieri). La situazione muta però nuovamente. Qualcuno si ripresenta a liberare l’uomo e per prima cosa gli somministra una cura che sia in grado di restituirlo ad una vita degna di questo nome. L’uomo si rimette, adesso sta bene. Anche il divieto di esprimersi nella propria lingua è caduto e le restrizioni si limitano ad una sorta di “libertà vigilata”, una condizione peraltro progressivamente alleggerita da concessioni e garanzie, finché le sbarre che lo tengono prigioniero sussistono solamente nel suo ricordo o nella sua immaginazione. Interrogato però su chi l’abbia effettivamente liberato, su quando ciò sia accaduto, l’uomo risponde: senza dubbio la prima volta, benché fossi ridotto in fin di vita.

 

Ecco, purtroppo per lui, la posizione di Ellecosta è identica a quella del protagonista di questa storiella. Dal concetto di “liberazione” egli non solo esclude un’oggettiva valutazione dei fatti derivante dalla semplice comparazione dei gradi della sua prigionia, ma rivolge – in modo miope e francamente sconcertante – la sua attenzione sull’unico aspetto valutato come pertinente a definire un livello di “libertà” per lui accettabile: quello di poter parlare la stessa lingua dei suoi carcerieri.

 

Consideriamo adesso l’enormità di questo reiterato disprezzo nei confronti del significato storico della “liberazione” (e dunque anche dell’autonomia, che nella “liberazione” ha le sue radici). Il fatto che Ellecosta ricopra un’importante funzione istituzionale non consente di liquidare le sue affermazioni come libera espressione personale. Si tratta di qualcosa di molto più grave. Qualcosa d’intollerabile.

 

http://www.stol.it/nachrichten/artikel.asp?KatId=fa&p=3&ArtId=137768&SID=0D7F

 

La scelta del plurilinguismo

Prendo spunto da questo post: http://sosigis.wordpress.com/2009/04/26/blogsprache/

L’autore afferma di non consentire più la pubblicazione di contributi (commenti) in una lingua diversa da quella tedesca e adduce come motivazione (io direi: come scusa) il fatto di aver ricevuto l’impulso ad agire così su indicazione di utenti residenti in Germania o in Austria. Ognuno è libero ovviamente di decidere che cosa pubblicare sul proprio blog e in quale lingua farlo. Nonostante ciò, ritengo sia utile comunicare al gestore di quel blog alcune osservazioni generali in merito alla sua scelta.

1. Il blog in questione è un blog che si occupa di cose prettamente sudtirolesi (finora esclusivamente sudtirolesi). Il Sudtirolo è un territorio nel quale si parlano ufficialmente almeno tre lingue. Restringere la discussione ad una sola di queste lingue costituisce quindi una chiara indicazione d’ordine “politico” o di “politica linguistica”.

2. Secondo la “normale” dinamica d’intervento propria di un blog, chiunque non comprende la lingua nella quale si esprimono alcuni utenti può sempre chiedere direttamente agli interlocutori di tradurre o riformulare quanto detto. Questa variante è certamente più simpatica dell’altra: richiedere che la lingua del blog sia uniformata alla propria.

3. In Sudtirolo abbiamo la fortuna (io continuo a ritenerla tale) di poter esprimerci in più lingue. Utilizzando il medium di un blog, è abbastanza logico che la comunicazione avvenga liberamente secondo la madrelingua dei singoli partecipanti. In questo modo abbiamo perlomeno la possibilità di favorire un plurilinguismo “passivo”, senza escludere la maggior parte delle persone da una discussione “attiva”.

In sintesi: ritengo la scelta di Michael Frey (autore del blog in questione) estremamente sbagliata e lo invito a tornare sui suoi passi.