Se ne va o no?

Che ne sarà di Ellecosta? Sul Dolomiten di oggi (p. 27) leggo che oggi pomeriggio si terrà un dialogo/chiarimento tra il vicesindaco di BZ e Richard Teiner, nuovo Obmann del partito. In base all’esito di questo incontro, Ellecosta tirerà o sarà invitato a tirare le conseguenze delle sue dichiarazioni (“Wenn mir die SVP bescheinigt, dass ich mich parteischädigend verhalten hätte, würde ich als Vizebürgermeister zurücktreten”).

Quest’ultima formulazione è interessante, perché afferma a) la decisione di lasciare l’incarico di vicesindaco non deriva da una presa di posizione autonoma o autocritica (anzi: quest’ultima sembrerebbe esclusa) e b) egli potrebbe accettare di farsi da parte solo se l’Obmann sarà in grado di dimostrargli che il suo comportamento può danneggiare il partito. Dunque: in base alla decisione che verrà presa ci possiamo aspettare – da stasera – una nuova definizione del perimetro di quello che può essere detto (o non detto) in funzione dell’immagine del partito. Intanto, gli alleati di governo della SVP, a quanto pare, possono esercitare un’influenza solo indiretta su questo perimetro, su questi limiti. Ed è – questa – una sensazione alla quale dà una voce esemplare Enrico Franco, direttore del Corriere dell’Alto Adige, quando scrive (oggi): “Il cuore mi dice che dovrei chiedere con forza le dimissioni di Ellecosta, la ragione (pur con qualche dubbio) mi consiglia di lasciare che la Volkspartei affronti serenamente, per quanto possibile, i suoi fantasmi”.

Torno brevemente però sulle dichiarazioni di Ellecosta (origine di tutto). Nell’intervista già citata al Dolomiten egli afferma: “Ich habe nie gesagt, dass die Zeit, während der Südtirol unter NS-Regime stand, in Ordnung war. Wenn ich dies getan hätte, würde ich verstehen, warum man jetzt eine Rücknahme dieser Aussage fordert. Es gibt aber keine Aussage von mir, wo ich behaupten würde, die Nazi-Zeit sei positiv gewesen. Ich habe lediglich gesagt, dass der 9. September 1943 damals vielen Personen als Brefreiung empfunden wurde”.

Bene. Secondo quanto riportato dall’Alto Adige, Ellecosta aveva proposto una versione leggermente diversa di questo punto di vista. Egli infatti aveva prima di tutto parlato a titolo personale (cosa che qualcuno aveva poi valutato per “discolparlo”), dicendo che PER LUI il 9 settembre del 1943 assumeva il carattere di una “liberazione” (e aveva poi spiegato perché), e secondariamente non aveva contestualizzato questa affermazione riportandola ad un ipotetico passato nel quale essa avrebbe destato certamente meno clamore. E infatti il punto non è quello che hanno pensato i sudtirolesi (o una larga maggioranza di loro) quel lontano 9 settembre del 1943, il punto è che cosa pensa adesso la persona, il vicesindaco Ellecosta. Dalle sue dichiarazioni, infatti, traspare che sia possibile adottare una relativa continuità di giudizio su un fatto storico ormai passato da più di sessant’anni. Quello che valeva allora (il 9 settembre del 1943 come giorno della “liberazione”) potrebbe valere anche oggi. E quindi la diserzione da alcune delle manifestazioni indette per ricordare il 25 aprile del 1945 si collocherebbe all’interno di una visione per certi versi unitaria ed immobile (Sudtirolo ideale eterno) degli accadementi e del loro significato. Insomma, ecco quello che davvero sembra dire Ellecosta (e sta qui la gravità della sua posizione): i frutti portati dal 25 aprile 1945, i frutti di quella “liberazione”, non possono essere comparati a quelli portati dalla “liberazione” del 9 settembre del 1943 (benché questi ultimi siano avvelenati, e lo si riconosca) e quindi possono essere svalutati, perfino con una punta di malcelato disprezzo.

Molto semplice

 

Faccio un po’ di autoanalisi e rispondo alla domanda: “se rimuovessero l’alpino di Brunico, tu saresti contento?”.

No, non penso che sarei contento. La “contentezza” è un sentimento che esprime soddisfazione, la realizzazione di qualcosa di agognato. E io confesso di non aver mai formulato in vita mia (o meglio: nel poco tempo che ho avuto a disposizione per “frequentare” quell’opera) un desiderio del genere: “oh, come sarebbe bello se l’alpino di Brunico potesse sparire..!”.

Proseguo nell’autoanalisi e mi chiedo: “perché non proveresti soddisfazione? Cos’è che ti fa preferire la permanenza di quella scultura, in quella piazza, rispetto al suo allontanamento?”.

Questa è una domanda difficile. Vado per esclusione. L’opera in questione è bruttissima. Uno sgorbio bianco piazzato su un muretto, con sotto una scritta pomposa (“Alla gloria imperitura degli alpini”). Gloria imperitura. Figuriamoci.  Non vederlo più non mi arrecherebbe sicuramente un danno. Anzi. Degli alpini m’importa poco. Non conosco la loro storia, ma sento che mi annoierebbe conoscerla. Dunque anche dal punto di vista del “significato”, devo dire, il cosiddetto Waschtl potrebbe essere eliminato. Ma devo supporre, forse, che l’alpino (indipendentemente dalla sua pessima fattura e dal suo significato immediato) rappresenti la mia “italianità”? A parte il fatto che dubito fortemente dell’esistenza di una roba del genere (l'”italianità”), se una tale “italianità” si lasciasse per così dire esprimere da una cagata siffatta… beh… ciò sarebbe un motivo di vergogna, non certo di orgoglio. E allora?

Forse riesco ad avvicinarmi a quel che cerco rispondendo a quest’altra domanda: “cosa ti costa dare ragione a quelli che vogliono abbatterlo o anche semplicemente rimuoverlo?”.

Ecco. Quello che in primo luogo mi fa irrigidire, che mi blocca, che non mi consente di annuire con assoluta indifferenza alle richieste di abbattimento o di rimozione è che sono “altri”, sono “gli altri” a chiedermelo. È questa ostinazione saccente (gli “altri” vogliono sempre spiegarmi bene PERCHÉ io dovrei acconsentire ai loro propositi), questa volontà di riparare la mia ignoranza, questa tendenza ad anticipare ogni mia mossa, che mi spinge persino ad affezionarmi a quell’alpino della malora. Di piu. Trattandosi di “altri” (che si definiscono così anche in rapporto a “me”), io mi sento giocoforza spinto nel mio ruolo di rappresentante etnico (sono spinto in questo ruolo a forza), avverto che qualcuno mi invita a cucirmi addosso un abito del quale ignoro il sarto (ma no, il sarto è proprio colui che mi sta spiegando perché io dovrei contribuire a togliere di mezzo la statua), e finisco con l’assumere un atteggiamento che altrimenti non mi apparterrebbe.

Sono convinto, allora, che se una notte, una notte d’estate, io fossi da solo, in quella piazza, davanti a quel monumento, con nessuno intorno, senza nessuno che mi dicesse quale atteggiamento dovrei assumere nei suoi confronti , nei confronti della sua storia, del suo “scandalo”… alzerei gli occhi, lo guarderei, guarderei quel poverino… e finalmente non lo vedrei più, non lo vedremmo più.

Cfr. anche: http://segnavia.wordpress.com/2008/02/29/vivere-qui/

Oggi sciopero

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Tra le molte cose che in Italia non si sanno, o non si vogliono far sapere, è che in Francia c’è un ampio movimento di opposizione sociale alle cosiddette “riforme” liberali che il governo di Sarkozy intende realizzare. Vengo subito al fatto della giornata: la manifestazione degli universitari, mobilitati da tempo contro la cosiddetta legge LRU che, tra l’altro, privatizza la gestione delle accademie, toglie risorse al funzionamento degli atenei e cancella la figura – peculiare nell’ordinamento francese – dell’enseignant-chercheur. Ebbene, questo corteo si è fuso oggi pomeriggio con quello del personale degli ospedali, che sta per subire un’operazione di aziendalizzazione dei nosocomi paragonabile a quella realizzata in Italia anni or sono. Tutto in nome della buona gestione, naturalmente, tutto in nome dei bilanci e di una logica dell’efficienza che attende ancora un opportuno ed efficace lavoro di smascheramento e di critica (verrebbe da dire di decostruzione).

 

In Italia, che io ricordi, anni fa non ci furono grandi proteste di fronte alla trasformazione delle USL in ASL, cioè in vere e proprie aziende gestite da manager con ampi poteri di governo dell’amministrazione sanitaria. Ma il discorso non è tanto questo. Se ci limitassimo a descrivere questi aspetti della trasformazione neoliberista dei settori pubblici (“strategici”?), mancheremmo il bersaglio, rimanendo invischiati nello stesso discorso del padrone (che qui, a Parigi, si chiama Sarkozy per quanto oramai inviso alla stragrande maggioranza dei francesi, o almeno così pare). Francis-André Wolfsmann, un biologo del CNRS (il centro nazionale per la ricerca scientifica, l’analogo – per così dire – del nostro CNR) ha posto la questione in altri termini, che mi sento di condividere appieno. Al cronista di Libération, al seguito della manifestazione, ha detto: “Alla fine poniamo lo stesso problema, cioè quale ruolo debba avere lo Stato nei servizi pubblici, in quello della sanità come in quello dell’educazione e della ricerca”. E poi ha aggiunto: “La nostra rabbia comune è provocata dal fatto che il governo mette profondamente in discussione l’idea che noi abbiamo dei nostri mestieri [dice proprio così, “mestieri”, e non “professioni”], fondata sul valore del servizio pubblico”.

 

Non più di un mese fa, durante una cena in un ristorantino (quasi del tutto vuoto, per la crisi) di rue Mouffetard, la via turistica per eccellenza del Quartiere Latino, il trentenne direttore del dipartimento di filosofia dell’Università di Tolosa (ebbe sì, in Francia esistono direttori di dipartimento di filosofia che hanno trent’anni!) mi disse che loro, i francesi, non riescono a comprendere bene la strategia del governo, dal momento che va molto al di là degli steccati solitamente rispettati nell’azione politica degli ultimi decenni, e che non si sentono pronti – dall’opposizione – a fronteggiare una così decisa disarticolazione dello Stato e del Welfare. Se non fosse che io, da italiano totalmente disidentificato con il cosiddetto italiano medio, non provassi già tutto questo da molti anni a questa parte a casa mia, gli avrei detto che non c’è nulla da comprendere se non l’azione brutale di accaparramento di risorse pubbliche da parte del privato mediante l’azione decisiva del governo. Di fronte ai miei sintetici racconti sulla situazione italiana, al di là dell’ahimè inevitabile colore, i colleghi francesi mi sono parsi presi in contropiede, con l’espressione tipo “questo non può accadere in Francia” dipinta sul volto, ben consci che qualcosa di simile sta accadendo in Francia ora.

 

Mentre in Francia il disorientamento di fronte a un simile attacco ha però generato reazioni dure e continuative (tutte le università di Parigi e buona parte di quelle francesi sono occupate o in sciopero da gennaio), in Italia c’è stata finora solo la salutare fiammata autunnale da parte degli studenti delle superiori e delle università, bollati d’altronde come pericolosi sovversivi. Quale differenza con Parigi, dove pure il tempio della conservazione, cioè l’Università di Parigi IV, Sorbona, ha decretato la continuazione dello sciopero! Certo: grève, sciopero, è la parola che si sente circolare di più negli atenei picchettati e occupati dagli studenti. Sciopero come protesta, ma anche come denuncia di una strategia di governo che, facendo mostra di voler risolvere problemi politici e culturali, intende invece, più o meno surrettiziamente, rendere disponibili al dio mercato ingenti risorse pubbliche. I francesi se ne stanno accorgendo. E scioperano, ritrovandosi in piazza o lungo i viali del centro, così come gli studenti frequentano le aule autogestite o i caffè per la lezione del corso che non vogliono perdere. (rk)

Seppi e il Questore

http://www.stol.it/nachrichten/artikel.asp?KatId=fa&ArtId=137788&SID=0D7F

Nel post sottostante ho preso posizione contro Oswald Ellecosta. La giornata è però adatta per esprimere – con altrettanta decisione – un giudizio negativo sull’operato del Questore nei confronti di Donato Seppi. Quest’ultimo, infatti, ha potuto (con l’avallo della Questura) deporre una corona di fiori sotto al monumento dell’alpino di Brunico poche ore prima che cominciasse la manifestazione degli Schützen. In teoria nessuno avrebbe dovuto avvicinarsi a quella statua, sabato. Affermare, come fa il Questore, che il divieto valeva a partire dalle ore 15.00 è una risibile scusa. Parimenti, non si comprende in nessun modo il gesto di Seppi se non attivando la logica della provocazione a buon mercato. Non c’era NESSUNA ragione per deporre quella corona di fiori proprio il 25 aprile. E men che mai vale l’ulteriore giustificazione data dal Questore: Seppi ha potuto agire così da “privato cittadino”. Donato Seppi e Oswald Ellecosta sono uomini politici e lo sono PARTICOLARMENTE quando depongono corone di fiori sotto i monumenti o quando rilasciano dichiarazioni di carattere storiografico.

Intollerabile Ellecosta

 

Oswald Ellecosta, esponente di spicco della Svp di Bolzano e vicesindaco della città, ha ribadito che per lui il 25 aprile non era (non è) una data da festeggiare. Il problema, come noto, riguarda il concetto di “liberazione”. Per spiegare questa sua rigidità potremmo raccontare una storiella.

 

Immaginiamoci un uomo imprigionato ingiustamente. Immaginiamocelo costretto a vivere nello spazio angusto di una cella, soggetto ad angherie di vario tipo. Un bel giorno qualcuno apre la cella e lo dichiara “libero”. Non si tratta però di una libertà effettiva, l’uomo è sostanzialmente costretto a rimanere chiuso nella cella, le angherie non cessano (diventano semplicemente di altro tipo), ed inoltre gli vengono iniettate delle sostanze che lo riducono in fin di vita. Unica consolazione: adesso l’uomo può parlare con i suoi aguzzini nella propria lingua (prima, nella sua precedente condizione di prigionia, l’uomo non lo poteva fare ed era costretto ad esprimersi nella lingua dei suoi carcerieri). La situazione muta però nuovamente. Qualcuno si ripresenta a liberare l’uomo e per prima cosa gli somministra una cura che sia in grado di restituirlo ad una vita degna di questo nome. L’uomo si rimette, adesso sta bene. Anche il divieto di esprimersi nella propria lingua è caduto e le restrizioni si limitano ad una sorta di “libertà vigilata”, una condizione peraltro progressivamente alleggerita da concessioni e garanzie, finché le sbarre che lo tengono prigioniero sussistono solamente nel suo ricordo o nella sua immaginazione. Interrogato però su chi l’abbia effettivamente liberato, su quando ciò sia accaduto, l’uomo risponde: senza dubbio la prima volta, benché fossi ridotto in fin di vita.

 

Ecco, purtroppo per lui, la posizione di Ellecosta è identica a quella del protagonista di questa storiella. Dal concetto di “liberazione” egli non solo esclude un’oggettiva valutazione dei fatti derivante dalla semplice comparazione dei gradi della sua prigionia, ma rivolge – in modo miope e francamente sconcertante – la sua attenzione sull’unico aspetto valutato come pertinente a definire un livello di “libertà” per lui accettabile: quello di poter parlare la stessa lingua dei suoi carcerieri.

 

Consideriamo adesso l’enormità di questo reiterato disprezzo nei confronti del significato storico della “liberazione” (e dunque anche dell’autonomia, che nella “liberazione” ha le sue radici). Il fatto che Ellecosta ricopra un’importante funzione istituzionale non consente di liquidare le sue affermazioni come libera espressione personale. Si tratta di qualcosa di molto più grave. Qualcosa d’intollerabile.

 

http://www.stol.it/nachrichten/artikel.asp?KatId=fa&p=3&ArtId=137768&SID=0D7F

 

La scelta del plurilinguismo

Prendo spunto da questo post: http://sosigis.wordpress.com/2009/04/26/blogsprache/

L’autore afferma di non consentire più la pubblicazione di contributi (commenti) in una lingua diversa da quella tedesca e adduce come motivazione (io direi: come scusa) il fatto di aver ricevuto l’impulso ad agire così su indicazione di utenti residenti in Germania o in Austria. Ognuno è libero ovviamente di decidere che cosa pubblicare sul proprio blog e in quale lingua farlo. Nonostante ciò, ritengo sia utile comunicare al gestore di quel blog alcune osservazioni generali in merito alla sua scelta.

1. Il blog in questione è un blog che si occupa di cose prettamente sudtirolesi (finora esclusivamente sudtirolesi). Il Sudtirolo è un territorio nel quale si parlano ufficialmente almeno tre lingue. Restringere la discussione ad una sola di queste lingue costituisce quindi una chiara indicazione d’ordine “politico” o di “politica linguistica”.

2. Secondo la “normale” dinamica d’intervento propria di un blog, chiunque non comprende la lingua nella quale si esprimono alcuni utenti può sempre chiedere direttamente agli interlocutori di tradurre o riformulare quanto detto. Questa variante è certamente più simpatica dell’altra: richiedere che la lingua del blog sia uniformata alla propria.

3. In Sudtirolo abbiamo la fortuna (io continuo a ritenerla tale) di poter esprimerci in più lingue. Utilizzando il medium di un blog, è abbastanza logico che la comunicazione avvenga liberamente secondo la madrelingua dei singoli partecipanti. In questo modo abbiamo perlomeno la possibilità di favorire un plurilinguismo “passivo”, senza escludere la maggior parte delle persone da una discussione “attiva”.

In sintesi: ritengo la scelta di Michael Frey (autore del blog in questione) estremamente sbagliata e lo invito a tornare sui suoi passi.

De Paris

Nei prossimi giorni presenterò una nuova rubrica, anzi la prima rubrica “ufficiale” di Sentierinterrotti. Dirò solo che l’autore è un caro amico, attualmente residente a Parigi. Le sue comunicazioni d’inviato molto speciale dalla capitale francese porteranno su queste pagine un vento “cosmopolita” del quale personalmente sento molto il bisogno. Per adesso una piccola anticipazione.

Venerdì sera, sono arrivato da un’ora a Parigi, il mio frigo è vuoto. Scendo nel Francprix dirimpetto al bistrot frequentato dagli arabi, solo uomini, spesso in età che giocano rumorosamente a carte. Nel supermercato, come sempre: in cassa personale di colore, donne, all’uscita sorveglianza di colore, uomini. Le inservienti vestite di rosso, ironicamente, ma sono i colori della ditta. Il sorvegliante, dallo sguardo severo, in abito scuro, altro rango: i confini della servitù si sono sfrangiati, ma la pelle continua a fare differenza, così come il genere. Mi metto in fila alla cassa. Davanti a me due uomini bianchi, uno robusto, un casco di capelli rossicci e la barba, giacca di fustagno verde, l’altro magro, affilato, con gli zigomi sporgenti e gli occhialini, indossa maglietta e felpa. Il primo aspetta che il secondo paghi. Scatola di birra da sei, biscotti, altra roba. Non ci faccio troppo caso. La cassiera trascina i prodotti sul lettore ottico. Codici a barre. Per pagare, il tipo affilato lascia davanti alla mia roba un giornale piegato in due. Riesco a leggere il titolo. “Tout est à nous!”, si chiama, caratteri in inchiostro rosso, dinamici, da avanguardia storica. Il logo di un megafono. Lo riconosco, è il quotidiano del NPA, il Nuovo Partito Anticapitalista. I suoi manifesti si trovano un po’ dappertutto, “la loro crisi non la paghiamo noi”. Il tipo affilato cava dal portafoglio la sua carte bleu, e bofonchia qualcosa rapidamente alla cassiera, avvicinandosi alla tastiera per digitare il codice. Forse la carta non funziona, dice. L’amico aspetta, guarda fuori dalla vetrina, verso un punto imprecisato. Come lui, anch’io aspetto. Codice a barre, registrazione, transazione: il lampo del denaro virtuale, la lentezza del tempo vissuto. Ritmi incompatibili. La carta non funziona, non c’è denaro sufficiente, la magia quotidiana non si compie. Il tipo affilato la riprende velocemente dalle mani della cassiera, tira fuori delle banconote dal portafoglio, carte da 5 euro, spiegazzate. Non bastano ancora, si fruga in tasca. In due contano le monetine, i centesimi. Alla fine ci siamo, la donna nera con la sua divisa rossa e l’uomo bianco con il suo giornale di lotta raggiungono il loro fine comune. Pagato, il tipo affilato e il suo amico si allontanano sotto gli occhi del sorvegliante nero, imperturbabile nel suo abito scuro. Tocca a me, ora. “Bonsoir, madame. Bonsoir monsieur”.  Le finzioni del potere si radicano nelle abitudini. (rk)

Sconcerto

Si prova sconcerto e vengono letteralmente i brividi a leggere affermazioni di questo tipo:

Dalla parte italiana addirittura Mussolini aveva capito che la politica dell’anti era insostenibile e non funzionale, quindi decise di far scegliere secondo coscienza i cittadini, persone più sagge e consapevoli di molti “geni della politica”, con le opzioni.

Eppure ci sono persone che queste affermazioni non solo le fanno, ma le mettono addirittura in rete, firmandole con nome e cognome. Ammettiamo pure che questo Alessandro Bertoldi (che si firma come i carabinieri: Bertoldi Alessandro) sia giovane, giovanissimo, poco acculturato, anzi decisamente ignorante. Vengono i brividi comunque:

http://www.suedtirolistitalien.com/?p=68

 

Il miracolo di forze molto diverse

 

Il 25 aprile del 1977, sul Corriere della Sera, fu pubblicato un articolo di Italo Calvino intitolato “Miracolo che ritarda”. È un pezzo amaro (comincia così: “Brutto 25 aprile, questo del ’77…”), nel quale il grande scrittore sentì la necessità di richiamare i suoi lettori al senso profondo della ricorrenza, invitandoli a meditare sul “concorso di forze politiche molto diverse, che ha permesso di dare a un Paese prostrato e semidistrutto, dopo vent’anni di vita politica irregimentata, dopo venti mesi di occupazione tedesca, una sua fisionomia morale e civile che gli ha fatto superare l’occupazione alleata e riprendere il suo posto come nazione”.

 

Un concorso di forze molto diverse: è questo lo spirito unificante che – attraverso il comune impegno e l’ispirazione antifascista proveniente dalla carta costituzionale – dovrebbe guidare anche chi, nella nostra provincia, si appresta oggi a ribadire il suo fermo “no” ad ogni forma d’intolleranza, di razzismo, di prevaricazione e d’ingiustizia; aspetti negativi che proprio nel fascismo (e qui da noi nel suo funesto gemello, il nazionalsocialismo) trovarono uno sciagurato punto di riferimento politico e istituzionale.

 

Come sappiamo, in Sudtirolo dire però “forze diverse” equivale a dire in primo luogo “gruppi linguistici diversi”. Una diversità che non ha finora evidentemente consentito una lettura pacificata della nostra storia, e che, quindi, offre periodicamente spunti contrastanti, occasioni di conflitto, proprio in rapporto a quegli eventi e a quei luoghi simbolici facilmente strumentalizzabili da chi non è affatto interessato a confrontarsi in modo costruttivo con le esigenze e la sensibilità dell’altro, ma al contrario ritiene d’imporre con manifestazioni dimostrative, basate sulla forza, una visione delle cose orientata fatalmente a riesumare vecchie polemiche e a fomentare nuovo risentimento.

 

Lo spettacolo della sfilata di Schützen raccolti in falangi e dei poliziotti schierati a vigilare sull’alpino di Brunico (più che un relitto fascista, un relitto di se stesso) è qualcosa che induce tristezza, un mesto sentimento di fallimento per l’ennesima occasione mancata. E pensare che appena cinque giorni fa, al cimitero di Bressanone, alcuni cittadini di ogni lingua (e persino d’opposta appartenenza politica) si erano riuniti per commemorare il partigiano tedesco Hans Egarter. Si è trattato di un piccolo segnale, importantissimo tuttavia, di elaborazione collettiva della memoria. Un piccolo miracolo, forse. Peccato che i miracoli non accadano tutti i giorni e, soprattutto, che non riescano mai del tutto a spezzare quelle catene fatte di recriminazioni e vittimismo reciproco che ancora ci tengono prigionieri.

Corriere dell’Alto Adige, 25 aprile 2009

Domanda angosciante

Cari amici, la situazione sta precipitando. Il prossimo 25 aprile, giorno della liberazione, festa nazionale, il presidente Berlusconi, ormai forte del consenso di 9 italiani su 10 (11 su 10, secondo “Il Giornale”), ha deciso di partecipare ai festeggiamenti, anche se non si sa bene dove si manifesterà. Qualcuno sta scrutando il cielo da giorni, in caccia di stelle comete. Intanto, in Alto Adige/Südtirol, la temperatura dello scrontro etnico si alza di nuovo. In un memorabile Pro und Contra andato in onda di recente [se vi regge lo stomaco lo potete vedere qui], il gestore del Bar “La destra” di Bolzano, Donato Seppi, ha affermato in dialettese che quello che fa il questore non si discute (düra lex sed lex!). Il questore, senza bisogno di sapere il dialetto, aveva a sua volta già obbedito agli ordini di Roma: 600 poliziotti (fatti affluire anche loro non si sa bene da dove) presidieranno il busto dell’alpino impedendo che venga avvicinato da chicchessia (nota al margine: 600 poliziotti a presidiare l’alpino significa che i pericolosissimi 20 mendicanti di Bolzano, quel pomeriggio, potranno agire industurbati e mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, sfingi incluse). Gli Schützen, intanto, stanno già provando la marcia dell’apocalisse (se sentite dunque vibrare le vostre finestre, non allarmatevi. Non si tratta del sisma abruzzese che sta sfondando la chiusa di Salorno). La cosa che più li ha irritati, pare, è lo spostamento d’orario della manifastazione. Alle 20.00 sarebbe stato buio, e per le fiaccole ci vuole il buio, putanamadoia! (Si capisce dunque l’incazzatura: alle 19.00 l’effetto è ridotto). Come se non bastasse, solo 250 persone potranno seguire l’attesissima Podiumdsdiskussion intitolata “Il fascismo nel terzo, nel quarto e financo nel quinto millenio” (fascismo for ever, insomma). Last but not least: il prode Davide Orfino, il ragazzo che odiava i congiuntivi, il coraggioso eroe al quale si deve la strenua resistenza dell’italianità nelle trincee della Val di Fleres, ha deciso di rompere gli indugi e c’ha messo la faccia [eccola qui]. Sconcerto e sdegno nelle file dei moderati/innovatori del PDL. Orfino non ha atteso che la questione venisse affrontata dagli usceri di Palazzo Grazioli. Una domanda riecheggia per mezzo di una voce affranta: “Tu Davide hai sentito cosa ha detto il Coordinatore Del Tenno a proposito della sfilata di Brunico? Qualcun altro ha sentito qualche cosa in merito???”.  Se qualcuno di voi dovesse vederlo, questo Del Tenno, è pregato di avvertirlo. Qui c’è qualcuno che si sente male.

P.S. Nel frattempo, pare che anche l’ottimo Berger (Karl/Carlo) abbia varcato il suo personale RVBICONE. Dopo anni di ricerche (e ben 87 – diconsi: LXXXVII!!! – volumi sull’argomento) è stata finalmente individuata la posizione corretta dell’accento per il toponimo Athesis: da ora in avanti si dovrà dire sempre e comunque: Àthesis.

Fuor di macchietta

Dopo aver guardato il video delle macchiette Knoll/Seppi [eccolo qui] penso che sia giusto uscire dal “Bar” e respirare un po’ d’aria fresca leggendo queste parole (si tratta di un Leserbrief apparso oggi sulla Tageszeitung), che io condivido al 100%.

Nationalistische Scharfmacherei

Gegen nationalistische Scharfmacherei der ST Schützen und für die Garantie des demokratischen Demonstrationsrechtes für alle von Seiten des italienischen Staates!

Die volksverdummende nationalistische Scharfmacherei der ST Schützenleitung, welche am Tag der Befreiung aus dem Faschismus Italiens, am 24.04.2009, in Bruneck eine Kundgebung am Alpinidenkmal (Kapuzinerwastl) angesagt haben, ist zweifelsfrei unsinnig und provokations-tauglich. Es wäre zu wünschen, dass diesen ewiggestrigen, rechtslastigen “ethnischen Brandstiftern”, wie einem Sven Knoll (…) und seinem fragwürdigen deutschtümelnden Gefolge von mündigen Demokraten unter den Schützen eine klare Abfuhr erteilt würde, indem diese, wie es schon die vernünftige Brunecker Bevölkerung und die dortige politische Verwaltung gezeigt hat, diesem muskelprotzenden, unwürdigen Spektakel bewuss fern blieben. Das verfassungsmßig verbriefte, allgemein Recht auf friedliche Demonstationsfreiheit soll für alle, auch für eventuelle politische oder kulturelle Gegner von Seiten hoher Vertreter des Staates in Südtirol gewährleistet und nicht eingeschrämkt werden, wie dies nun vom Bozner Quästor Innocenti beschlossen wurde. Denn es sollte keinesfalls allzu leichtfertig vom Staate und seinem zitierten, oft nicht transparenten “Einflüstern” allen Nationalisten und destruktiven Kräften gegen ein friedliches Zusammenleben im Lande indirekt eine ungebührende Aufwertung zuteil werden. (Christian Troger, Algund – Bozen).

Nick, oh my Nick!

Ho cominciato ad acquistare dischi di NC nel 1984, cioè a partire dal suo primo album insieme ai Bad Seeds: From Her To Eternity. Mi ha accompagnato per anni, ed è uno dei pochi artisti che, piacendomi così tanto, sono andato a vedere per ben tre volte in concerto. La prima, mi pare nel 1990, a Glasgow (ovviamente mi trovavo là). La seconda a Modena. La terza a Firenze (e se non sbaglio lì ero insieme a Marco Lenzi). (Un momento: è possibile che prima l’abbia visto a Firenze, e poi a Modena. Non ne sono più sicuro). Comunque, non ho mai visto nessun altro cantante o gruppo per tre volte (a parte i Virginiana Miller, si capisce).

E insomma a me NC mi piace parecchio. Però, da un po’ di tempo, non lo ascoltavo più. Non so quanti suoi ultimi album mi sono perso (due, forse tre, magari cinque). Non che mi avesse stancato, ma semplicemente ho smesso di seguirlo, pur confidando nel fatto che se l’avessi nuovamente incontrato, mi sarebbe sicuramente piaciuto nuovamente.

E infatti. Adesso scopro questa cosa qui, lui coi baffi, con dei baffoni yankee, e questi quattro ceffi, tipo vecchi ubriaconi (ma Blixa Bargeld dov’è finito?) e non posso fare a meno di riconoscerlo, di riconoscermi.