Farfalle e colombe afghane

Effetto farfalla. Molti conosceranno senz’altro, almeno per sentito dire, questa locuzione. Si tratta di un’espressione che postula un modello assai esteso di dipendenza tra eventi lontanissimi fra loro. Il matematico e logico Alan Turing l’aveva già intuito in un saggio del 1950, intitolato «Macchine calcolatrici e intelligenza»: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza».

Venti anni più tardi, Edward Norton Lorenz ne offrì con una domanda la versione più celebre: «Il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas?». Che ci convinca o meno, resta innegabile che fenomeni ben più macroscopici del battito d’ali di una farfalla – per esempio la ritirata di un esercito da una zona di guerra – possano provocare un piccolo effetto anche dalle nostre parti. Non si farà insomma torto al «cuore» del sindaco Renzo Caramaschi (dimostratosi subito preoccupatissimo dell’arrivo di profughi afgani nel capoluogo altoatesino), né sottovaluteremo la sensibilità di chi ha dirottato tra provincia di Bolzano e di Trento duecento esseri umani in fuga, dicendo che qualcosa del genere era ampiamente prevedibile dovesse succedere.

Anche se le metafore sono suggestive (come i colori di una farfalla), sarebbe tuttavia improprio interpretare i riflessi che percepiamo attivando la retorica ormai insopportabile dell’emergenza. Certo, siamo abbindolati dalle immagini che si addensano sugli schermi, siamo attraversati da un flusso d’informazioni coagulate intorno a trend topic sui quali sbattiamo come falene impazzite per l’accensione di una lampadina, non dovremmo però fare a meno di riconnetterci al piano della realtà. E la realtà, al momento, ci dice questo: l’attuale crisi di Kabul ha poco in comune con quella siriana, che nel 2015 fece arrivare dalle nostre parti (o per meglio dire: in Germania) più di un milione di sbandati. Inoltre, l’Afghanistan soffre da decenni di un’emorragia di profughi (pensate, ne citava l’ira funesta persino Franco Battiato nel suo classico “Cuccurucucu” del 1981), alcuni dei quali, ancorché in numero esiguo, sono giunti ovviamente anche tra le nostre belle e turistiche Dolomiti, ma per la stragrande maggioranza dei casi si sono riversati (a milioni) soprattutto nelle zone limitrofe, quindi tra Iran e Pakistan, oppure hanno più semplicemente cambiato luogo di residenza rimanendo all’interno del loro martoriato Paese. Il giornalista economico Lorenzo Borga ha scritto su Il Foglio del 23 agosto: «In quanti arriveranno lo sapremo solo col tempo. Intanto però possiamo star certi di una cosa: il caso afghano è diverso dagli altri flussi migratori degli ultimi anni. È diverso per noi, per l’occidente (mentre per i migranti le sofferenze purtroppo sono le stesse): ci siamo andati noi in Afghanistan, ci siamo rimasti per vent’anni e non siamo riusciti a evitare il ritorno dei talebani al potere. In ogni caso, dunque, questa volta non potremo girarci dall’altra parte».

Torniamo così alla frase di Turing citata all’inizio e proviamo a rovesciare l’immagine della farfalla procedendo non dalla causa all’effetto, ma facendo dell’effetto a sua volta una causa. Se ogni accadimento «potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» è chiaro che anche l’arrivo di un solo profugo custodisce la speranza che – magari non tra un anno, ma tra dieci, tra venti, tra cinquanta – qualcosa di decisivo possa mutare non solo per noi, ma anche nel territorio da cui è partito. Una valanga può uccidere, ma da una valanga ci si può salvare. Ecco la chiave di lettura da dare alla parola “risorsa”, generalmente usata con accezione dispregiativa da chi non crede alla potenza delle farfalle o non ha fiducia nella teoria del caos, e pensando che il mondo sia fatto da contesti rigidamente distinti è sempre pronto a erigere muri, a innalzare barriere. Scriveva un poeta: «Qualcosa forse giunge, anche adesso, ancor oggi, a passo di colombo». Colombi, simboli di pace, e farfalle, annunciatrici di un caos che fortunatamente non si lascia predeterminare, sbattono ovunque le ali e superano i muri, oltrepassano le barriere.

Corriere del Trentino/Corriere dell’Alto Adige, 28 agosto 2021

La lezione che offre San Candido

La storia è già vecchia ma non per questo destinata a non ripetersi. Ricorderanno forse gli annali: Hannes Kühebacher, il cavaliere smascherato di San Candido, cedette: il suo albergo non è stato chiuso, le multe che gli sono state recapitate verranno pagate e — da qui in avanti — chi dovesse recarsi a fare un controllo troverà il personale munito dei necessari dispositivi di protezione (le famigerate mascherine). La felice (o quantomeno non così triste) conclusione del braccio di ferro con le istituzioni è stata ottenuta grazie a un’evoluzione che non era auspicata soltanto in relazione alla vicenda contingente. Ecco perché possiamo parlare di un sintomo, la malattia ancora in corso. Fosse andata altrimenti, se cioè il proprietario del «Cavallino Bianco» avesse accentuato la sua resistenza, nel frattempo spinto anche dall’attenzione mediatica suscitata, si sarebbe sviluppata una tensione eccedente la cronaca e dunque, una volta sconfinata sul piano simbolico, di arduo contenimento. Evitare la simbolizzazione dello scontro, è proprio questo il punto sul quale occorre soffermarsi e l’indicazione di metodo che sarebbe utile trarre da questa vicenda. Da quando la pandemia ha cominciato a occupare e poi a saturare quasi ogni spazio della discussione pubblica, il movimento delle opinioni ha subito costanti rovesci, polarizzazioni e anche assurde aberrazioni che tendono a staccarsi da un’accettabile e del tutto legittima contrapposizione di idee basate sull’esame dei fatti, per divenire, al contrario, mera palestra ideologica.

Nella fase che stiamo attraversando tiene ad esempio banco il tema del Green Pass, o come sarebbe più corretto dire la Certificazione verde Covid-19 dell’Unione Europea. Anche se più o meno tutti sono informati al riguardo, al fine di spegnere sul nascere l’incendio della sua strumentalizzazione ideologica è bene ribadire con chiarezza che cosa non è, giacché è dal suo fraintendimento che si originano le polarizzazioni simboliche delle quali non abbiamo davvero alcun bisogno.

Dunque, la Certificazione verde non è un attestato di immunizzazione garantita, cioè una specie di scudo infallibile in grado di estinguere la circolazione del virus, ma non è neppure una misura che nientifica la libertà individuale di chi deciderà comunque di non avvalersene (e chi l’ha paragonata alla stella gialla ebraica imposta dal nazismo dovrebbe solo vergognarsi). Se tali sono le estremità interpretative da escludere, è grazie al concetto di «limite» che ne cogliamo più oggettivamente le specificità. Che ci sembrano queste: il certificato è uno strumento che può servire a limitare la diffusione del contagio (e quindi delle sue conseguenze) esercitando, ovviamente, una limitazione della libertà individuale, limitazione che però può essere collettivamente accolta perché dovrebbe servire a scongiurare il ricorso a una limitazione ben più drastica, vale a dire il rinnovato blocco di qualsivoglia attività che danneggerebbe tutti.

Se questa è la situazione, se le considerazioni appena fornite sono sensate, resterebbe da chiedersi da cosa si origina la ricorrente tendenza a prescinderne, spostando — come detto — il peso del dibattito dal piano fattuale, che poi implica sempre anche decisioni da prendere, a quello simbolico. Di una tale riflessione, purtroppo, abbiamo avuto in questi quasi due anni esempi assai intermittenti, finendo con l’incenerire la possibilità di un reale confronto tra chi si rifà a una ragione più orientata alla salvaguardia degli interessi della collettività e quella di chi punta alla massima tutela della libertà individuale. Eppure, se l’esperienza serve a qualcosa e, soprattutto, se impareremo ad apprezzare qualche assennata parola, più che l’intransigenza dei simboli, quanto avvenuto a San Candido (e quanto potrebbe ancora avvenire) ci fa capire che l’unica strada da percorrere resta sempre la stessa: un paziente lavoro di mediazione e la ricerca di una responsabilità condivisa pur nell’incertezza sovrana che regna sulle nostre labili e personali convinzioni.

Corriere dell’Alto Adige, 20 agosto 2021

Chiellinigkeit

Giorgio Chiellini – Tuttosport

Si tramanda un detto attribuito a Manlio Scopigno – vecchio allenatore che portò nel 1970 il Cagliari alla vittoria dello scudetto –, che prima di una partita della nazionale ai mondiali del Messico in cui figurava lo stopper della sua squadra avrebbe esclamato: «Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne che vedere Niccolai in mondovisione». Potere del calcio. Se in altri tempi erano solo la letteratura, il cinema, la politica a favorire trasmutazioni tali da promuovere un personaggio già abbastanza noto al rango di celebrità mondiale, e poi oltre, fino a fargli assumere la statura di un sostantivo astratto o di un aggettivo (chi non ha vissuto almeno una situazione “kafkiana”?), dopo le prodezze azzurre ai recenti europei il fatto rarissimo è accaduto a Giorgio Chiellini, il difensore italiano per il quale, in Germania, sono sbocciate due nuove parole: “Chiellinisch” e “Chiellinigkeit”. Poco ci mancava che non si spingessero a proporlo come l’antesignano di un movimento d’avanguardia: adesso avremmo potuto avere il “Chiellinismo” (Chiellinismus). Spiegano le fonti: usate a corredo delle immagini salienti in semifinale contro la Spagna e nel big match per il titolo a Wembley, “chiellinico” e “chiellinicità” indicano la capacità dell’uomo – prima ancora del giocatore – di esibire una condizioni di serenità e persino di gioia in contrasto con la tensione emotiva caratterizzante in genere agguerrite competizioni agonistiche. La notizia, tutto sommato, è consolante, perché veicola buoni sentimenti e potrebbe diffondere un benefico influsso in molti altri contesti. Prendere le cose con chiellinità non ce le renderebbe forse più amabili, non contribuirebbe a sdrammatizzare molte controversie (se persino una partita di calcio può diventare un “gioco”, figuriamoci il resto), aiutandoci così a ristabilire le giuste proporzioni? Orsù, cerchiamo di essere un po’ chiellinici anche noi e sorridiamo alla vita.

ff – 12 agosto 2021 – La colonnina

Uscire dalle gabbie

Ricorre quest’anno il quarantennale del censimento del 1981. Un’occasione per soppesare pregi, difetti e possibilità del nostro modello di convivenza.

L’anno in corso segna una data importante nel calendario delle ricorrenze che hanno caratterizzato la recente storia dell’Alto Adige/Südtirol. Nel 1981, infatti, si tenne quel famoso censimento che – a giudizio di Alexander Langer, il quale s’impegnò in una decisa battaglia politica per contestarne la logica e le paventate conseguenze – avrebbe contribuito a chiudere definitivamente la popolazione locale in un sistema di “gabbie etniche”. Ecco le sue parole, tratte da un articolo pubblicato sul giornale del movimento politico Lotta Continua nell’aprile di un anno prima, e intitolato, per l’appunto, “In gabbia per sempre”: «Dichiararsi, fra pochi giorni, “italiano”, “tedesco” o “ladino” significa optare (forse irreversibilmente) tra scuola “italiana”, “tedesca” o “ladina” per i propri figli; significa optare implicitamente tra giustizia “per italiani” o “per tedeschi”. E finalmente a tutti sarà chiaro perché bisognava, anni fa, costruire sistematicamente una rete di organizzazioni separate per linee etniche: nel sindacato, nello sport, nella chiesa, nella cultura, nelle professioni, tra i giovani…». Il verbo “optare” non ha qui un significato neutro. Esso richiama infatti con enfasi l’esperienza traumatica del 1939, allorché, in seguito agli accordi stabiliti tra Hitler e Mussolini, venne imposta una decisione lacerante: preservare la propria identità culturale abbandonando la Heimat, oppure disporsi ad accettarne la completa italianizzazione. Mutatis mutandis, anche per quanto riguarda le “Opzioni del 1981” il pensiero di Langer inclinò allora a simili toni apocalittici, adottando formule bibliche: «Mene, Tekel, Ufarsin. Mene: Dio ha fatto il conto del tuo regno, e vi ha posto fine. Tekel: Tu sei stato pesato con la bilancia, e sei stato trovato mancante. Peres: il tuo regno è diviso, e dato ai Medi e ai Persiani» (Libro di Daniele, V, 25-28). Il commento di Langer: «Gezhält, gewogen, geteilt, mane, thekel, phares. Bei uns geschehen im Herbst 1981, unter dem Beifall sämtlicher Großen des Vokes».

Oggi, a distanza di quarant’anni, possiamo dire che quei toni apocalittici erano eccessivi, anche se ebbero il merito di aver seminato importanti istanze critiche. Per fortuna il sistema autonomistico ha assorbito e digerito piuttosto bene la stagione della contrapposizione etnica (contrapposizione, se non suscitata, comunque certificata dal conteggio nominale previsto dal censimento) adottando via via alleggerimenti o ammorbidimenti più rispettosi delle esigenze e delle complessità individuali. Ne è un esempio la possibilità di fornire dichiarazioni di appartenenza che prevedono l’opzione “altro”, richiedendo così “soltanto” l’aggregazione strumentale – o meglio: funzionale alla distribuzione delle risorse sociali e all’assegnazione di posti di lavoro pubblici sulla base del criterio della proporzionale etnica – a uno dei gruppi contemplati. Alla domanda posta dallo stesso Langer nel primo decennale del censimento – «Ma è mai possibile che il tarlo benedikteriano-berloffiano sia già entrato così profondamente nella mente di tante persone da non poter neanche immaginare un grosso ridimensionamento della necessità di identificazione etnica nel nostro ordinamento?» – si può rispondere quindi con un moderato “no”, anche se resta da fare ancora un po’ di strada per la completa de-etnicizzazione della società sudtirolese.

Ma proprio qui sta il problema: c’è ancora qualcuno che desideri compierlo, questo tratto di strada? Qualcuno che sarebbe insomma disposto a impegnarsi sul serio al fine di promuovere lo sviluppo del nostro modello di convivenza lungo la traccia di un’evoluzione che – si spera accontonata per sempre l’ipotesi nefasta dello scontro, del cosiddetto Gegeneinander – sappia puntare a una convivenza effettiva, basata sulla cooperazione e l’integrazione delle diverse componenti identitarie, in modo da costruire una proficua e duratura condizione di Miteinander? Se osserviamo la realtà che ci circonda senza indulgere alla retorica autocelebrativa sempre in agguato, il paesaggio che stiamo abitando e attraversando sembra piuttosto improntato alla coesistenza, che è cosa ben diversa dalla vera convivenza, fornendone semmai una versione pigra e minimalistica. Anche in questo caso la lingua tedesca ha un’espressione calzante per descriverne la fenomenologia, vale a dire il termine Nebeneinander. Si dà però una possibilità difettiva che orienta questo vivere accostati gli uni agli altri in una direzione ancora più preoccupante, una possibilità sulla quale nessuno (o pochissimi) stanno riflettendo a sufficienza ma che, subdolamente, ha già conquistato notevole spazio. Dal Nebeneinader, infatti, è cortissimo il passo che potrebbe farci scivolare in una condizione di assenza, d’indifferenza reciproca, aprendo le porte al vivere Ohneeinander, cioè “gli uni senza gli altri”. Se «convivere – vale a dire praticando l’arte dello “stare insieme”, come hanno ben descritto Aldo Mazza e Lucio Giudiceandrea in un libro, uscito originariamente nel 2012 e poi riedito, anche in versione tedesca, nel 2019 – significa conoscersi, intendersi pur sapendosi diversi, dotarsi di strategie per risolvere i conflitti e col tempo di memorie comuni», rassegnarsi al modello del Nebeinander, che talvolta tende a trasformarsi o è già scivolato nell’Ohneeinander, vorrebbe dire al contrario smettere di conoscersi, evitare d’intendersi, e quindi anche rischiare di non saper più affontare i conflitti, vecchi e nuovi, che purtroppo in una comunità plurale come la nostra sono sempre dietro l’angolo. Forse, sfruttando proprio l’anniversario del Censimento del 1981, non sarebbe male stilare un bilancio sincero al riguardo, e domandarsi pubblicamente, mediante un ampio e stereofonico spettro di voci, cosa possiamo fare per non chiuderci, stavolta sul serio, in gabbia.

ff – 12 agosto 2021

Saper cogliere il disagio

Come sa chiunque si sia occupato anche superficialmente di disagio o di disturbo mentale, circoscrivere l’area di questo malessere non è affatto semplice. Nell’utilissima «Guida alla salute mentale» scritta da Renato Piccione e Gianluigi Di Cesare (pubblicata nell’encomiabile collana «180» della casa editrice alphabeta) leggiamo: «Quali fattori producono il passaggio dal benessere a uno stato di disagio? Quali acuiscono il disagio mentale fino al punto da trasformarlo in un disturbo mentale? E cosa, viceversa, può riportare a uno stato di equilibrio e di benessere? A tali domande non è possibile fornire risposte semplici e univoche che sarebbero scientificamente scorrette. Infatti, i disturbi mentali non originano da cause uniche e certe, ma sono spesso indotti dal concorso di più fattori che si rafforzano vicendevolmente in un particolare momento dell’esistenza». Una volta avvistato un comportamento che può indurci a supporre l’esistenza di una situazione di disagio, insomma, la prima cosa da fare sarebbe cercare di sospendere ogni giudizio affrettato e, al contrario, mettersi pazientemente in cerca di un filo conduttore per ricostruire tale «concorso di fattori». Solo così diventa poi possibile disinnescare gli effetti potenzialmente autodistruttivi e distruttivi che minano la stabilità del soggetto sofferente. Queste considerazioni generali, apparentemente scontate, stanno purtroppo incontrando sempre più difficoltà a essere condivise dall’opinione pubblica.

Anche a livello istituzionale, da parte cioè di chi dovrebbe interpretare una sensibilità più avveduta, non è purtroppo raro rintracciare posizioni non all’altezza della necessaria comprensione del fenomeno. L’ennesimo esempio ce lo ha fornito di recente la cronaca locale, con il caso di un cittadino germanico di origine magrebina resosi protagonista di comportamenti «asociali» e «disturbanti» nella piazza centrale di Bolzano, il cosiddetto «salotto buono» della città. Non è necessario indugiare morbosamente nei particolari. È infatti fin troppo chiaro che chi comincia a muoversi oltre il perimetro della «normalità» — e per di più in pubblico, in piena luce — risulterà sgradito, già pronto per essere impacchettato in un desiderio collettivo che non ha voglia di andare per il sottile: bisogna rimuovere il problema identificandolo tout court con chi lo espone, e la sofferenza del soggetto cesserà solo quando la persona stessa sarà ricacciata nel buio dal quale è emersa.

Anche chi dovrebbe essere più cauto, dicevo, chi insomma avrebbe la responsabilità di considerare (almeno considerare) la complessità innegabile che ci si para davanti, qui tende a volgere la testa. Una delle argomentazioni adottate a tal fine suona: beh, noi avremmo voluto essere d’aiuto, ma se questo tizio non si fa aiutare, se respinge ogni tentativo di essere avvicinato e persino irride le forze dell’ordine che lo affrontano, non possiamo più farci nulla. Tornano in mente le parole di un libro di Michel Foucault, dedicato alla figura di Pierre Rivière: non un balordo che si faceva il bagno nelle fontane e intingeva il dito nel cappuccino dei turisti, bensì sterminatore della propria famiglia. «Ho visto spesso Rivière ridere senza ragione — Foucault cita una testimonianza —, l’ho visto rotolarsi per terra e quando gli si chiedeva perché lo facesse, per tutta risposta rideva».

Anche il nostro cittadino germanico di origini magrebine, a quanto pare, avrebbe questa tendenza a ridere. Segno evidente di un disagio profondo? Macché. Secondo l’assessore alle politiche sociali del Comune di Bolzano, Jury Andriollo, «sono le sue reazioni a non essere più compatibili con uno stato di disagio». Se ne potrebbe quindi dedurre che uno «stato di disagio» è riscontrabile solo se la persona si dimostra docile e disposta a farsi soccorrere, altrimenti ecco che il disagio non solo risulta «intollerabile», ma addirittura scompare, dissolvendosi in un mero affronto da trattare utilizzando ogni possibile mezzo di coercizione. È insomma come se Andriollo, assessore competente, ci dicesse: qui la mia competenza è terminata, decida un tribunale, decidano le autorità germaniche, l’individuo in ogni caso deve sparire.

Attenzione, non si fraintenda. Se affermiamo, contraddicendo l’opinione di Andriollo, che in questo caso è proprio il rifiuto a farsi aiutare a contraddistinguere uno dei tratti salienti della situazione di disagio in esame, non stiamo dicendo che il compito sia semplice. Intendiamo, al contrario, che è solo accedendo con strumenti ancora più attenti e adeguati a questo tipo di complessità, dunque in primo luogo senza dissolverla — rispondendo insomma sul serio alla domanda: cosa può riportare a uno stato di equilibrio e di benessere la persona sofferente? —, che sarebbe possibile intervenire. È troppo attenderselo da un assessore che milita in un partito d’ispirazione progressista?

Corriere dell’Alto Adige, 3 agosto 2021