Nuovi sindaci

Oddio, “nuovi” tanto per dire. Peccato per la Kury, non ce l’ha fatta a Merano (dal che si evince che il “sistema” piace veramente alla maggior parte). A Laives e Bressanone vincono i favoriti. Balza agli occhi l’astensionismo. Praticamente la metà degli elettori aventi diritto è rimasta a casa. Compreso il sottoscritto. Non tanto il fatto di sapere comunque come sarebbe andata, quello che mi ha sconsigliato di sfidare la pioggia, ieri, è stata la mia scarsissima voglia di gratificare con una preferenza chi non ha neppure fatto finta di abbozzare la forma, il “senso” di una giunta futura. Nessuna indicazione d’alleanza, nessuna idea su come fare “dopo”. E allora nisba. Vedetevela fra di voi.

http://www.stol.it/Artikel/Politik-im-Ueberblick/Lokal/Buergermeister-Stichwahlen-Favoriten-setzen-sich-durch

Chiudere i conti della storia (Magnago e Langer)

Ancora in margine alla morte di Magnago, pubblico il commento di Luca Fazzi che appare oggi sulle colonne del quotidiano Alto Adige. Lo trovo personalmente molto riuscito.

Con la morte di Magnago un’altra pagina di storia si è chiusa. Magnago è stato un eroe del suo tempo. Una persona retta, indomita. Ferma nelle sue convinzioni. Se la minoranza germanofona della provincia di Bolzano ha ottenuto un’Autonomia che non ha pari al mondo una parte del merito è suo. Luis Durnwalder ha detto che Magnago era il Sudtirolo e che suo è il merito di avere raggiunto la pace sociale. In realtà Magnago era una parte del Sudtirolo. La parte dominante, maggioritaria. La parte che, giustamente, ha lottato contro il colonialismo fascista e i possibili esiti di un’assimilazione della minoranza locale alla maggioranza nazionale. Ma c’è un altro Sudtirolo che ha plasmato il Novecento. Un altro Sudtirolo di cui oggi la traccia è apparentemente più flebile. Ma non per questo meno attuale. E’ il Sudtirolo di Alexander Langer. L’avversario di Magnago. Magnago, il mistilingue che ha combattuto per affermare i diritti della minoranza tedesca attraverso la politica della preservazione tenace dell’identità culturale e linguistica. L’uomo che voleva costruire la pace attraverso la separazione. E Langer , il discendente di una famiglia germanofona borghese di Sterzing, Vipiteno, che pensava la pace sociale come l’esito di un incontro e della fratellanza reciproca. Magnago l’icona della difesa della Heimat. E Langer l’uomo che considerava la patria il mondo.

Al loro confronto tutti gli altri politici locali spariscono. Gli italiani, sempre più pallide controfigure di un teatro in cui svolgono il ruolo di tristi comparse. E i tedeschi: i Durnwalder, gli Ebner. Abili distributori di risorse, tattici senza strategia. Il grande insegnamento di Magnago è stato quello di sapere conquistare il potere per un ideale. I suoi successori hanno sostituito agli ideali un pragmatismo spesso cinico, ripiegato su sé stesso, privo di una visione politica di lungo respiro. Magnago e Langer la avevano. Ci hanno lasciato in eredità due visioni contrapposte del Sudtirolo. Entrambe legittime. Ma incompatibili. L’una che vede la minoranza tedesca come l’unico centro di ogni mondo possibile. I tedeschi come gli unici titolari di diritti da difendere. I confini come baluardi di ogni salvezza possibile. L’altra che considera ogni uomo membro di una possibile minoranza. Ogni uomo una fonte di fratellanza che supera i confini delle identità etniche. Ogni confine un muro che deve sempre lasciare una porta aperta per evitare di diventare un moloch a cui sacrificare quello che di più umano c’è nella vita delle persone.

Langer ha smesso di parlare il giorno che si è tolto la vita sulle colline di Firenze venti anni fa. Magnago è morto l’altro ieri ma da tanto non parlava più. E’ bello pensare che oggi si siano incontrati, da qualche parte e abbiano riconosciuto che, se si fossero parlati un po’ di più prima, avrebbero forse visto il mondo con occhi diversi.

Magnago forse sarebbe stato un uomo meno ossessionato dalla difesa della purezza etnica a tutti i costi, da una paura del diverso che lo ha portato a disconoscere la possibilità di una società terza oltre a quella dei due blocchi etnici separati. Una società che in fondo faceva parte anche della sua storia personale. La società delle persone che parlano e vivono a cavallo di due lingue e due culture perchè non hanno timore di perdere la loro specificità. Persone che vivono la propria identità come fonte inesauribile di scoperta e incontri possibili. Persone che portano con sé, intimamente, il fardello ma anche la gioia dell’esigenza irrefrenabile di costruire una società più umana. E Langer avrebbe forse compreso che il peso della storia e degli accadimenti del primo Novecento avevano creato in molti ferite profonde. Ferite lente a guarire. Che andavano curate anche sacrificando momentaneamente ideali più alti.

La storia ci ha lasciato al momento un Sudtirolo separato in due società largamente impermeabili. Una provincia governata da un gruppo di persone che accentrano in sé un potere enorme. Che perseverano a tenere aperte ferite che andrebbero rapidamente chiuse. Dove i giovani di un gruppo linguistico faticano sempre più a parlare la lingua degli altri. Non ne conoscono la cultura. Ragionano per stereotipi. Generazioni cresciute vicine, ma sempre più distanti.

Ma anche un altro Sudtirolo. Meno sazio, meno sornione. Che richiede più democrazia. E stufo di genuflettersi ai potentati locali per ottenere piaceri che sono diritti. Un Sudtirolo che non ha un preciso colore politico e è spesso anche frammentato e contraddittorio. Ma che porta con sé l’esigenza di un cambiamento che non potrà essere frenato troppo a lungo.

Magnago e Langer. Due uomini che hanno incarnato la storia del Sudtirolo lasciano dietro a sé un mondo al contempo fossilizzato e scalpitante. Il terzo uomo che si prende carico della loro eredità non è il vecchio Durnwalder. Troppo pragmatico per avere una visione. Troppo legato al potere per poterlo piegare a fronte di un ideale grande. Il terzo eroe è il vescovo Golser. L’uomo che benedice il Sudtirolo in tre lingue. L’uomo che la fratellanza la ha coltivata per una vita intera. Giorno dopo giorno. Ha un gregge sazio e smarrito da guidare. Ma il vecchio Magnago ha chiuso la sua vita offrendo al vescovo un testimone di speranza. L’auspicio è che siano parole capaci di chiudere i conti con il passato.

Funerale poetico

Da giorni su Bolzano e sull’intero Sudtirolo sospeso in aria un temporale che non riesce a scaricarsi. Il cielo trattiene il fiato, gonfio di pianto. Le nuvole stanno addosso alle montagne. Sono del colore dell’ardesia e sembra vogliano nutrirsi delle tensione che noi quaggiù non sappiamo sciogliere. Così il carro funebre ha attraversato la città, trainato da due cavalli neri. Ma non si è diretto al cimitero. Il cocchiere era ubriaco e credeva di guidare una carrozza. Perfino dove dovesse andare con questa carrozza aveva dimenticato.

L’uomo con le stampelle che ha insegnato a camminare al Sudtirolo

Oggi chi si trova a Bolzano non avrà potuto fare a meno di partecipare al (o almeno percepire il)  funerale di Silvius Magnago. Mi dispiace un po’ non esserci potuto andare. Un poeta ha scritto: this is the show of death, death is a show. Ma anche uno spettacolo come questo può essere istruttivo, perché ci obbliga a svolgere considerazioni riassuntive non solo sulla vicenda personale di un uomo politico, ma su un’intera epoca.

Stamani, devo dire, ho letto un eccellente contributo di Giorgio Delle Donne sulla morte di Magnago. Discutibile come sempre, certo, ma eccellente. Anche perché privo del tono emotivo nel quale tutti abbiamo un po’ indugiato sinora e capace di riportare la discussione sulle “cose” (con le loro luci, ma anche con le loro persistenti ombre).

Il contributo più bello rimane comunque per me l’articolo scritto da Hans Heiss per la Tageszeitung (pubblicato il 26 maggio) intitolato Magnago for Kids. Magnago spiegato ai nostri figli, si potrebbe tradurre. Ne riporto la belissima immagine che lo conclude:

Ihr habt ihn nicht gekannt, aber trotzdem hat er auch für Euch gearbeitet, der schmale Mann mit den Krücken, der Südtirol das Gehen beibrachte.

 

 

Il re è morto, viva il re!

di Francesco Palermo

Ci sono persone predestinate, che sembrano avere il privilegio di poter scegliere persino il momento della propria morte. Silvius Magnago era tra questi. La sua scomparsa segna simbolicamente la fine di un’era nella storia dell’autonomia, quella della costruzione e del consolidamento, e ne apre un’altra, quella dell’età adulta.

Non vi è dubbio che Magnago sia stato non solo il padre dell’autonomia ma anche il “padre della patria” sudtirolese. I suoi figli – l’autonomia e la patria sudtirolese – si trovano ora catapultati nell’età adulta, perché la morte di un padre costringe improvvisamente a diventare adulti. Anche se il passaggio di consegne era avvenuto da tempo, la sola presenza fisica del padre nobile manteneva un legame con l’epoca della sua guida, che ora viene necessariamente meno.

Diventare adulti significa camminare consapevolmente con le proprie gambe, assumersi in pieno le proprie responsabilità, e preparare il terreno per le future generazioni, senza per questo perdere il collegamento, a questo punto solo ideale, con l’insegnamento dei padri.

L’età adulta pone all’autonomia nuove pressanti sfide. Magnago ha speso la sua vita nella costruzione bilaterale dell’autonomia: il suo principale lavoro è consistito nella delimitazione dello spazio di autogoverno della Provincia nei confronti di Roma, e ci è riuscito benissimo. Oggi la scommessa è quella dell’autonomia multilaterale, in cui i rischi ma soprattutto le opportunità arrivano da diverse parti: certo dallo Stato italiano, ma anche dall’Unione europea, dalle altre organizzazioni internazionali (da cui possono venire stimoli e limiti importanti in una serie di questioni aperte, come la gestione della convivenza), dall’Euregio e dalle altre forme di collaborazione tra i territori. Per farvi fronte e cogliere tutte le opportunità di questa nuova era è necessaria un’autonomia che sappia muoversi su vari piani. Un’autonomia che non si chiuda in difesa ma interagisca al meglio con una moltitudine di attori, compresi quelli espressi dal pluralismo e dalla vitalità della società civile e dell’economia. Ai tempi di Magnago governare era più semplice, perché si trattava solo tra leader, ma anche più difficile, perché si giocava su un solo tavolo, e perdere lì significava perdere tutto. Oggi la società è assai più articolata, la politica è in crisi di rappresentatività, il potere dei leader è vincolato da un maggiore pluralismo, ma nel contempo si gioca su più fronti, e le battaglie non sono più esistenziali. Si può anche perdere qualche volta senza che questo metta in pericolo il sistema. Nell’epoca di Magnago non era così.

Anche la “patria” entra nella fase adulta. Il Sudtirolo non può più essere visto, interpretato e proiettato come il territorio di insediamento e “di proprietà” delle minoranze tedesca e ladina, da proteggere e tutelare contro il rischio dell’assimilazione. Non è più il fortino della piccola minoranza che si difende dall’assedio di 60 milioni di potenziali nemici. E’ un territorio fortemente autonomo in un contesto europeo, in cui anche gli italiani e i molti stranieri si sentono e devono sentirsi a casa. Un territorio ricco, con grandi potenzialità ancora inespresse e molto ancora da fare, dalle infrastrutture alla cultura. Non è più un’economia familiare da assistere con fondi pubblici per poter sopravvivere, ma la terra di imprese importanti che competono a livello mondiale. Non è più una provincia di soli contadini, ma esporta un numero crescente di cervelli in giro per il mondo. E’ questa la nuova patria territoriale, costruita grazie all’opera locale di Magnago, che ora entra in una dimensione globale.

Quando muore un padre, se ne ripercorre la vita attraverso gli esempi. L’esempio di Magnago è stata la sua condotta integerrima e irreprensibile, la sua vita dedicata ai principi, la sua lontananza dalla politica come privilegio di casta. Persino l’aspetto fragile, magro e sofferente, il rifiuto ostentato del lusso, hanno contribuito a creare l’immagine di un politico dedito interamente alla sua missione, con una forza morale inversamente proporzionale alla prestanza fisica. E anche questo gli ha consentito di spuntarla di fronte a governi romani deboli e progressivamente sempre più corrotti, fino al collasso di tangentopoli. Sotto questo profilo, di eredi ne ha lasciati pochi.

La morte di un padre apre nuove sfide alla vita che continua. Il modo migliore per onorare i padri e la loro memoria è saper partire da dove loro hanno lasciato e andare oltre. E’ ciò che ogni buon padre si augura per quando non ci sarà più.

La moderna eredità di Silvius

In Sudtirolo è in atto una battaglia tra il vecchio e il nuovo. Una strana battaglia, visto che per individuare cos’è vecchio e cos’è nuovo non risulta particolarmente utile consultare la data di nascita di alcuni suoi protagonisti. Non è insomma l’età a dirimire quella che molte altre volte si sarebbe interpretata come una semplice contrapposizione generazionale. Qui “vecchie” e “nuove” sono le idee, più che le persone.

Prendiamo Magnago. Il “vecchissimo” Landeshauptmann, andatosene proprio l’altro ieri, apparteneva a un’epoca segnata fin nella carne dalle grandi tragedie belliche del Novecento e ha senza dubbio modellato la propria carriera politica avendo ben presente il tipo di passato dal quale era necessario prendere congedo. In questo però risiede anche la sua fertile eredità, la quale proprio adesso ci appare come qualcosa di basilare per l’avvento di una possibile “novità”. La decisione (autentica e dunque sofferta) di imboccare la strada dell’autonomia, della mediazione, rinunciando dunque a sollecitare una soluzione dei conflitti secondo modalità non immuni dal ricorso alla violenza, si rivelò non solo adeguata ai tempi, ma lungimirante e degna di sviluppi.

Prendiamo invece Durnwalder. Il presidente della provincia non è soltanto anagraficamente più giovane di Magnago, ma fu proprio la sua iniziale e spregiudicata diversità nel modo di gestire la politica e i suoi mezzi a farne – almeno nominalmente – il rappresentante di un epocale cambio di paradigma. Eppure proprio in questi giorni registriamo alcune posizioni (poi riviste, peraltro) che ci fanno dubitare della sua presunta novità. Abbiamo sempre detto che l’unica evoluzione desiderabile, per la nostra autonomia, sarebbe quella di una sua declinazione territoriale (o sempre più territoriale) e non etnica (o sempre meno etnica). Un’autonomia cioè per la quale contano gli individui (e le loro qualità) e non la semplice appartenenza (appartenenza a un gruppo linguistico o anche semplicemente a un partito). La “primavera di Dobbiaco” ha lanciato un segnale in tal senso. Ma il “nuovo” Landeshauptmann si è comportato da “vecchio” e non l’ha colto o è sembrato non volerlo fare.

La battaglia tra il vecchio e il nuovo ci attraversa e ci scompiglia. Persino il “decrepito” Magnago riluce così di postuma giovinezza, mentre l’ancora “giovanile” Durnwalder, irrigidendosi su argomenti che erano attuali al tempo di Magnago, diffonde intorno a sé un sentore di rancido. La battaglia tra il vecchio e il nuovo ci cambia in mano le carte. Cerchiamo di scegliere quella giusta. 

Corriere dell’Alto Adige, 27 maggio 2010

La svolta di Dobbiaco

di Francesco Palermo

Sono spesso i piccoli episodi a dare inizio alle grandi svolte. Il caso di Dobbiaco, con l’elezione di un sindaco di lingua italiana e l’impreparata reazione della SVP, è destinato a rappresentare uno spartiacque nell’evoluzione delle dinamiche dell’autonomia.

Un’autonomia creata per comporre il conflitto etnico è sempre stata, nella testa di molti, più etnica che territoriale: l’autonomia come mezzo, l’integrità etnica come fine. L’autonomia non è stata, e per molti ancora non è, una formula di governo di un territorio complesso, ma solo il miglior compromesso possibile per l’autodeterminazione negata. Era così, indubbiamente, 40 anni fa, quando venne concordato il patto su cui si regge lo statuto. Era questo ciò che avevano in mente gli strateghi del Pacchetto. Con la tragica ironia di cui è capace il destino, questa concezione giunge al capolinea negli stessi giorni in cui si spegne Silvius Magnago, che ne è stato il teorico e il pragmatico condottiero. Non è una sconfitta, è semplicemente l’evoluzione dei tempi. Ed anzi è un’evoluzione resa possibile dal successo della visione originaria.

E’ vero che nella testa dei padri costituenti lo statuto serviva ad evitare che in una realtà come Dobbiaco potesse anche solo concepirsi l’idea di un sindaco di lingua (anzi, di “etnia”) italiana, perché ancora fresco era il ricordo dei podestà fascisti, e semplicemente non si immaginava che il voto democratico, pur con le sue stranezze, potesse prescindere dall’aspetto etnico. Ma l’autonomia, proprio per aver reso possibile la pacificazione, rende oggi obsoleta una concezione dei rapporti interetnici che prevalga sul metodo democratico. Nella stessa SVP la reazione a caldo di Durnwalder, secondo cui sarebbe inaccettabile un sindaco italiano in un paese in cui l’85% delle persone è di lingua tedesca (anzi, del “gruppo” tedesco) perché non democratico, suscita difficoltà e imbarazzo.

Il caso di Dobbiaco è fondamentale perché aiuta a porsi domande essenziali. Cosa significa democrazia? La volontà della maggioranza? E di quale maggioranza? Dei cittadini, dei votanti, del gruppo linguistico (quasi questo fosse un’entità fisica), degli elettori? Lo statuto di autonomia prevede un sistema complesso di riparto e cogestione del potere tra i gruppi linguistici, ma si guarda bene dall’interferire con la democrazia. Anche perché la democrazia, in quanto tale, non esiste: essa è il prodotto di regole e di procedure, e si realizza solo attraverso il loro rispetto. Parlare di volontà della maggioranza non ha alcun senso. Dipende dalle regole per la sua manifestazione. E’ una regola il fatto che in Italia si voti a 18 anni (in Austria si vota a 16). E’ una regola che conti solo il voto di chi si esprime, per cui ad esempio Spagnolli è stato democraticamente eletto con la maggioranza assoluta al primo turno pur non avendo avuto il voto della maggioranza dei cittadini di Bolzano (il 52% del 63% dei votanti significa che è stato votato da circa il 30% degli aventi diritto, dunque da circa il 22% dei cittadini e, calcolando gli stranieri residenti senza diritto di voto, da meno del 20% dei residenti complessivi), né essendo il suo partito quello maggioritario in città. E ancora, volendo ragionare in termini di gruppi, perché non crea problemi il fatto che il sindaco di Bolzano, come quello di Dobbiaco, sia un uomo nonostante in entrambi i comuni le donne siano in maggioranza?

Perché la democrazia è il prodotto di regole che stabiliscono, tra il resto, cosa conta e cosa no nel processo politico: non conta il genere, per cui non è antidemocratico un sindaco uomo in un comune a maggioranza di donne; conta l’età per determinare il diritto all’elettorato attivo (per cui si stabilisce che si vota a 18 anni); le maggioranze contano e si contano in base alla legge elettorale, per cui può democraticamente vincere una minoranza; e non conta il gruppo linguistico per stabilire chi deve essere il sindaco. Lo statuto prevede soltanto delle regole che garantiscano ai diversi gruppi la rappresentanza in giunta in base alla consistenza dei gruppi linguistici nel consiglio comunale. Tutto qui. Conta sì, per poter diventare sindaci, la dichiarazione di appartenenza ad un gruppo (e se ne dovrebbe discutere), ma non conta a quale gruppo si appartenga.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha recentemente stabilito che la struttura costituzionale della Bosnia Erzegovina, che impedisce alle minoranze di accedere alle principali cariche elettive, viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un’analoga violazione si darebbe se si affermasse che un appartenente ad una minoranza territoriale (un italiano a Dobbiaco, un tedesco a Bolzano) non avesse titolo per diventare sindaco in virtù della propria appartenenza etnica.

Non è un discorso puramente teorico: la legge elettorale infatti in un certo senso consente al partito di maggioranza in consiglio di fornire una propria interpretazione della democrazia. A differenza che nel resto d’Italia, infatti, in Provincia di Bolzano il sindaco, eletto direttamente dai cittadini, non ha un premio di maggioranza e non basta vincere le elezioni per governare, ma serve anche il supporto del consiglio. Ciò che accadde a Benussi nel 2005 potrebbe ora ripetersi. Se Dobbiaco non fosse in Alto Adige ma in Veneto, a soli pochi chilometri di distanza, il sindaco Bocher avrebbe per legge un premio di maggioranza dei 2/3 in consiglio. Secondo la regola che vale in Alto Adige, invece, la decisione “democratica” sul suo futuro spetta alla politica, ma nei limiti del divieto di discriminazione. Comunque vada, già solo il fatto che il problema si ponga indica che una nuova fase si è aperta. E come si sa, la storia punisce chi arriva in ritardo. 

Alto Adige, 25 maggio 2010

Nodi-Knoten

Nodi, Knoten. Sto riflettendo su questo.

Il termine nodo assume molteplici significati.

  • “Risolvere un nodo Gordiano” indica la soluzione di una problematica in maniera spiccia e netta.
  • Eva dorme in Südtirol

    Fotografia di Carlo Traina

    Romanzo della mediazione necessaria

    Eva dorme (Mondadori), prima opera di Francesca Melandri, sceneggiatrice di film e serie televisive di successo (Don Matteo, Fantaghirò, Cristallo di rocca), è un romanzo – scritto in lingua italiana da un’autrice italiana – che parla dell’Alto Adige-Südtirol (nel libro non c’è solo questo, certo, ma l’ambientazione entra qui come elemento essenziale). Non si tratta di un fatto scontato. Se ci affidiamo alla nostra personale memoria non troviamo molti esempi di questo genere. Mentre in lingua tedesca, da parte cioè di autori sudtirolesi, sono moltissimi i testi narrativi che svolgono intrecci e riflessioni in grado di dare voce a questa terra, un corrispettivo in lingua italiana brilla solo per la sua assenza. Per questo motivo potremmo anche dire che si tratta di un romanzo “necessario” e vorrei spiegare il perché.

    Qualche anno fa, ponendosi esplicitamente il compito di una ricognizione della produzione letteraria altoatesina, Carlo Romeo ne ha censito i pochi titoli disponibili. Ma quale traccia hanno lasciato volumi come Una casa sull’argine di Gianni Bianco (pubblicato nel 1965) o I Gruber. Una saga sudtirolese di Amanda Knerring (testo del 1987)?  Nonostante alcune lodevoli eccezioni (possiamo citare ancora Il maestro di Cordès e i libri “meranesi” di Paolo Valente, o il più recente La scuola delle catacombe di Ada Zapperi Zucker) vale in generale il giudizio che Elmar Locher, curatore nel 1995 di una raccolta di giovani autori italiani per la casa editrice Sturzflüge: “bisognerebbe leggere questi racconti non tanto per quello che dicono, ma per quello che tacciono, perché tramite questo silenzio dovremmo cercare di comunicare e seriamente arrivare a una lingua comune” (cfr. Carlo Romeo, Un limbo di frontiera. La produzione letteraria in lingua italiana in Alto Adige, Bolzano 1998, pag. 117). E un destino di “estraneazione” o di svuotamento del contesto al quale non si sottrae neppure l’autore locale forse più ricco di talento, Alessandro Banda, se anche lui, parlando di una città come Merano (nel libro La città dove le donne dicono di no, edito da Guanda nel 2005) lo fa sul piano di una trasfigurazione o di una torsione topografica che prende il nome di Meridiano, un luogo cioè che “somiglia a tutte le città del mondo” senza coincidere con nessuna di esse.

    Francesca Melandri rompe dunque decisamente con questa tradizione latitante, colma questo vuoto, e affronta la prova impegnativa del romanzo (quasi 350 pagine) legando le vicende dei suoi personaggi a una storia e a una geografia che il lettore deve sforzarsi di comprendere in ciò che queste hanno di peculiare e di assolutamente individualizzato. Potendo poggiare sulla distribuzione consentita da una grande casa editrice nazionale, m’immagino che questo libro risulti illuminante per chi non è nato qua e magari pensa soltanto all’Alto Adige-Südtirol come una remota regione vacanziera. Ma non solo. Se, come visto, la mancanza o comunque l’evanescenza di una letteratura altoatesina costituisce anche il risvolto di una difficoltà patita dal gruppo linguistico italiano a sentirsi radicato in questa terra, Eva dorme fornisce uno strumento di consapevolezza e di esplorazione al quale potrebbero ricorrere senz’altro anche quei lettori autoctoni insoddisfatti di vivere qui indugiando in una mentalità da “ospiti” (anche se stanziali) o comunque come esemplari di un “popolo” che si sente sempre collocato “altrove”.

    Ripercorrendo le tappe salienti della cosiddetta “questione sudtirolese”, intrecciando gli accadimenti privati dei protagonisti alla dimensione pubblica di un racconto più vasto, l’autrice infatti propone un approccio critico – e in ciò risiede la sua “necessità” – rispetto a quella forma ancora dominante di “spaesamento” e di fuga dal contesto nel quale viviamo che porta molti altoatesini a non sentirsi ancora in grado di raccontare quello che siamo. A questo proposito bisogna però rimarcare la particolarità principale dell’opera. Chi per la maggior parte di queste pagine dice “io”, Eva, è una donna di lingua tedesca. Dunque il romanzo che affronta in lingua italiana – e per molti versi da un punto di vista “italiano” – i complessi nodi della storia sudtirolese lo fa includendo il punto di vista dell’“altro”, il suo linguaggio (il testo è disseminato di termini in dialetto, qualcosa di più che una semplice aggiunta cromatica), il suo orizzonte affettivo. Ci si potrebbe chiedere se questa scelta non rappresenti una sorta d’involontaria contraddizione di quanto appena affermato. Se cioè il vero e proprio “romanzo altoatesino” non possa fare altro che svilupparsi sulla falsariga di un “romanzo sudtirolese” in lingua non originale. O forse è proprio qui, nel cortocircuito tra una lingua e una prospettiva “dissonanti”, che si nasconde il messaggio più profondo dell’autrice, cioè il suo tentativo di tratteggiare una cornice unitaria entro la quale far dialogare le nostre differenze senza ridurle, bensì mediandole continuamente.

    E proprio i concetti di “mediazione” e “compromesso” (espressi fra l’altro con un esplicito tributo, molto sentito, alle figure di Silvius Magnago e di Aldo Moro) ci fanno toccare l’ultimo aspetto a mio avviso degno di nota: il nucleo a partire dal quale la Storia con la “s” maiuscola entra nella storia personale e molto femminile di chi ce la racconta (l’autrice, ma soprattutto le due protagoniste) per plasmarne, ma anche riceverne il carattere. La ricerca di un amore sfuggente, conquistato tra mille difficoltà e poi perso, anche se non perso per sempre, il rapporto tra una madre e una figlia “tedesche”, con il confronto generazionale che questo implica, e la prospettiva di una felicità (annunciata dal carabiniere Vito, quindi da un “italiano”) svelano tutto il loro significato in un consuntivo (anche questo politico, a guardar bene) che si fa persuasione dell’impossibilità di raggiungere “qualcosa” se non accettiamo anche l’idea di non poter raggiungere “tutto”. Perché “nulla e nessuno ci può risarcire di ciò che abbiamo perduto, neppure coloro che sono colpevoli di quelle perdite, né quelli che direttamente o meno ne sono stati l’origine o la causa, e alla fine, quando tutti i calcoli sono stati fatti e abbiamo chiaro chi ha tolto cosa e a chi e perché, e i crediti e i debiti e tutta la partita doppia delle colpe e dei risentimenti è ordinata e precisa, l’unica cosa che conta è questo: che ci possiamo ancora abbracciare, senza sprecare più nemmeno per un istante la straordinaria fortuna di essere ancora vivi”. 

     

    Corriere dell’Alto Adige, 22 maggio 2010

    Ritorno al futuro

    di Francesco Palermo

    Ritorno al futuro. Così possono sintetizzarsi i risultati delle elezioni comunali di domenica in Alto Adige. Ritorno, perché nel complesso il quadro politico registra un consolidamento delle posizioni, a partire dalla SVP che temeva un crollo e invece ha tenuto. Ma anche futuro, perché alcuni segnali lasciano intendere che queste elezioni rappresenteranno una tappa importante nel processo di trasformazione del sistema politico altoatesino.

    Un primo dato fondamentale è la crescita dell’astensione. Una crescita che è direttamente proporzionale all’aumento del numero di candidati alla carica di sindaco e consigliere. Questo dovrebbe far riflettere al di là delle scontate dichiarazioni di rammarico. I cittadini si dividono in due categorie: quelli che provano a entrare nella stanza dei bottoni, candidandosi in massa per un posto al sole, e quelli disgustati da questa tendenza. Sono due atteggiamenti sbagliati perché semplicistici, ma esistono e sono in crescita. E il fatto che l’unico punto su cui tutti i rappresentanti politici concordano sia l’invito ad andare a votare aumenta la puzza di bruciato intorno alla selezione della classe politica. I segnali provenienti dai dati dell’astensione e dalla lista Grillo sono estremamente indicativi in tal senso. Primarie o non primarie, sondaggi veri o presunti, qui il punto è identificare nuove modalità di selezione della classe politica. Altrimenti il distacco tra gli elettori e la “casta”, reale o percepita che sia, continuerà a crescere, e di conseguenza la capacità della politica di incidere sulla società e in ultimo di fare il proprio lavoro diminuirà sempre di più.

    In secondo luogo, la crisi della SVP sembra essersi fermata, anche se non invertita. Il partito è stato sfidato dall’opposizione tedesca e in molti comuni ha sfidato se stesso, con liste SVP concorrenti. Tranne qualche caso, come Appiano, Dobbiaco (dove salta lo schema etnico e la divisione SVP fa eleggere un sindaco italiano) e in parte Bressanone (dove i Freiheitlichen arrivano al ballottaggio), la SVP incassa un risultato soddisfacente, specie in termini di poltrone (è un partito che sa come vincere anche quando è in crisi, come le grandi squadre). Quasi che gli elettori, dopo averla punita per il suo atteggiamento di partito-apparato, siano tornati a sostenerla, magari col mal di pancia, per mancanza di alternative credibili: la destra tedesca cresce ma non sfonda, nemmeno quando scendono in campo i leader, come la Klotz a Bressanone, Pöder a Lana o la stessa Mair a Bolzano.

    Ma soprattutto queste elezioni dicono che l’alleanza tra SVP e partiti italiani conviene a entrambi. I partiti italiani, spesso accusati di essere “succubi” della SVP, a partire dal PD, vengono ora premiati e non più bastonati. E la SVP, quando si allea con partiti italiani come a Bolzano, non viene punita: il calo rispetto al 2005 è pari alla somma dei (pochi) voti conquistati in città da Freiheitlichen e SüdTiroler Freiheit. Che la SVP piaccia sempre di più agli italiani non è un mistero, ma che la cosa non dispiaccia ai suoi elettori è una novità. E nei centri maggiori (Bolzano, Merano, in parte Laives) lo spartiacque politico è sempre meno etnico. Si tratta di segnali importanti per l’evoluzione della SVP, che il segretario Theiner dovrà saper leggere al meglio.

    A Bolzano Spagnolli vince, come doveva, al primo turno. Oberrauch ha fatto il massimo, tenendo insieme una coalizione inesistente e capitalizzando quanto poteva. Il risultato di Oberrauch può essere il punto da cui il PDL potrà ripartire (se lo vorrà), e Oberrauch potrebbe essere un possibile leader super partes. Il problema è che non dipenderà da lui, ma da un partito che non esiste più. L’annunciata sconfitta servirà solo come conta tra le fazioni, anche se Merano e Bressanone già mostrano quanto pesa elettoralmente il PDL spaccato. Resta da capire a chi giova essere a capo di un brandello di partito. Il fatto è, come dice il vecchio adagio, che per molti è meglio essere testa di sardina che coda di balena.

    I piccoli restano piccoli, compresa la Lega che cresce molto rispetto al 2005, ma l’Alto Adige è ben lontano dal “padanizzarsi”. Per i Verdi il gran risultato della Kury a Merano è occasione di riflessione. Vero che senza le spaccature a destra e a sinistra al ballottaggio sarebbero andati altri, ma è anche vero che con candidati forti e credibili i risultati arrivano. I Verdi sono in crisi di leadership dalla morte di Langer, incerti tra la volontà di trovare un leader e la convinzione che non ce ne sia bisogno. Entrambe le ipotesi hanno vantaggi e svantaggi, ma occorre che il partito si chiarisca definitivamente le idee se vuole rilanciarsi secondo le proprie potenzialità.

    Dunque, si ritorna al futuro. Ci sono sufficienti segnali su cui riflettere, e fortunatamente non ci sono elezioni in vista per i prossimi anni. Un’occasione storica per lavorare bene, nell’amministrazione e nella tessitura della tela politica. Non la si sciupi.

    Alto Adige, 21 maggio 2010

    Voglia di normalità

    Ieri sera ho avuto un interessante e divertente scambio di punti di vista con Luca Fazzi (via facebook). Interessante, soprattutto, perché sia lui che io ruotavamo intorno all’idea di “normalità” e di “speranza” (oggi l’Alto Adige pubblica un suo fondo dal titolo Una speranza di normalità). Abbiamo generalmente posizioni diverse, io e Fazzi. Eppure diciamo anche (quasi) la stessa cosa. Curioso.

    Passando in rassegna i risultati del voto, la stampa ha dato giustamente risalto al caso di Dobbiaco. Il Dolomiten ha parlato addirittura di “Sensation”, cioè di qualcosa fuori dall’ordinario, d’imprevisto, perfino di sconvolgente. Ma non tutto quello che pare a prima vista sconvolgente lo è davvero. Dipende soltanto dal quadro di riferimento che siamo capaci di adottare. Se cambia quest’ultimo, come per l’appunto è successo a Dobbiaco, allora anche l’evento più eclatante riacquista una fisionomia “normale”. Ed è una “normalità” della quale sentivamo tutti un gran bisogno.

    A Dobbiaco, dunque, questa sensazionale normalità porta il nome di Guido Bocher. Capitano “italiano” di una lista indipendente, è diventato sindaco del piccolo comune pusterese superando la concorrenza di due candidati Svp forse troppo impegnati a combattersi tra loro. Una spiegazione basata però esclusivamente sull’adagio dei “due litiganti” e del “terzo”, che alla fine approfitterebbe un po’ casualmente della situazione, forse non basta a chiarire questa piccola rivoluzione. “I cittadini di Dobbiaco hanno dimostrato molta maturità cogliendo lo spirito dello statuto d’autonomia – ha dichiarato Bocher ancora stupito dal suo risultato -, questo è un segnale positivo”.  Già. Finora però eravamo abituati a pensare che lo spirito dello statuto d’autonomia fosse diverso, ovvero contrassegnato da posizioni prestabilite, bloccate, brutalmente inchiodate da consuetudini immodificabili. È salutare accorgersi che non sia più solo così e che il senso della possibilità – per citare Robert Musil – qualche volta la spunti su quello della realtà.

    In parte indebolita una più coraggiosa opzione “interetnica”, osserviamo allora prendere corpo una tendenza al voto “transetnico”. Si guarda alle persone, insomma, alle loro idee, ai loro progetti, e non tanto alla lingua con la quale esse si esprimono in prevalenza. A Bressanone, tanto per fare altri due esempi, Walter Blaas ha affermato che il grande successo dei Freiheitlichen (uno schieramento in teoria puramente “tedesco”) è stato favorito anche dal contributo diretto del voto “italiano”. Parimenti, tra i candidati del Partito Democratico (in periferia percepito chiaramente come un raggruppamento nazionale) che hanno raccolto più preferenze troviamo Renate Prader e Matthias Meier.

    Certo, solo il futuro ci dirà se questa tendenza è già il frutto di una stagione nuova e se finalmente ci siamo lasciati alle spalle i rigori del lungo inverno “etnico”. Ma oggi vorremmo per una volta inclinare all’ottimismo.

    Corriere dell’Alto Adige, 19 maggio 2010 (apparso col titolo: La tendenza transetnica fa sperare)