GRAZIE

Un libro per aprire gli occhi anche a chi non vuole vedere.

http://www.chiarelettere.it/dettaglio/66952/riccardo_stagliano_presenta_grazie_su_rainews_24

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Nuovi sindaci

Oddio, “nuovi” tanto per dire. Peccato per la Kury, non ce l’ha fatta a Merano (dal che si evince che il “sistema” piace veramente alla maggior parte). A Laives e Bressanone vincono i favoriti. Balza agli occhi l’astensionismo. Praticamente la metà degli elettori aventi diritto è rimasta a casa. Compreso il sottoscritto. Non tanto il fatto di sapere comunque come sarebbe andata, quello che mi ha sconsigliato di sfidare la pioggia, ieri, è stata la mia scarsissima voglia di gratificare con una preferenza chi non ha neppure fatto finta di abbozzare la forma, il “senso” di una giunta futura. Nessuna indicazione d’alleanza, nessuna idea su come fare “dopo”. E allora nisba. Vedetevela fra di voi.

http://www.stol.it/Artikel/Politik-im-Ueberblick/Lokal/Buergermeister-Stichwahlen-Favoriten-setzen-sich-durch

Chiudere i conti della storia (Magnago e Langer)

Ancora in margine alla morte di Magnago, pubblico il commento di Luca Fazzi che appare oggi sulle colonne del quotidiano Alto Adige. Lo trovo personalmente molto riuscito.

Con la morte di Magnago un’altra pagina di storia si è chiusa. Magnago è stato un eroe del suo tempo. Una persona retta, indomita. Ferma nelle sue convinzioni. Se la minoranza germanofona della provincia di Bolzano ha ottenuto un’Autonomia che non ha pari al mondo una parte del merito è suo. Luis Durnwalder ha detto che Magnago era il Sudtirolo e che suo è il merito di avere raggiunto la pace sociale. In realtà Magnago era una parte del Sudtirolo. La parte dominante, maggioritaria. La parte che, giustamente, ha lottato contro il colonialismo fascista e i possibili esiti di un’assimilazione della minoranza locale alla maggioranza nazionale. Ma c’è un altro Sudtirolo che ha plasmato il Novecento. Un altro Sudtirolo di cui oggi la traccia è apparentemente più flebile. Ma non per questo meno attuale. E’ il Sudtirolo di Alexander Langer. L’avversario di Magnago. Magnago, il mistilingue che ha combattuto per affermare i diritti della minoranza tedesca attraverso la politica della preservazione tenace dell’identità culturale e linguistica. L’uomo che voleva costruire la pace attraverso la separazione. E Langer , il discendente di una famiglia germanofona borghese di Sterzing, Vipiteno, che pensava la pace sociale come l’esito di un incontro e della fratellanza reciproca. Magnago l’icona della difesa della Heimat. E Langer l’uomo che considerava la patria il mondo.

Al loro confronto tutti gli altri politici locali spariscono. Gli italiani, sempre più pallide controfigure di un teatro in cui svolgono il ruolo di tristi comparse. E i tedeschi: i Durnwalder, gli Ebner. Abili distributori di risorse, tattici senza strategia. Il grande insegnamento di Magnago è stato quello di sapere conquistare il potere per un ideale. I suoi successori hanno sostituito agli ideali un pragmatismo spesso cinico, ripiegato su sé stesso, privo di una visione politica di lungo respiro. Magnago e Langer la avevano. Ci hanno lasciato in eredità due visioni contrapposte del Sudtirolo. Entrambe legittime. Ma incompatibili. L’una che vede la minoranza tedesca come l’unico centro di ogni mondo possibile. I tedeschi come gli unici titolari di diritti da difendere. I confini come baluardi di ogni salvezza possibile. L’altra che considera ogni uomo membro di una possibile minoranza. Ogni uomo una fonte di fratellanza che supera i confini delle identità etniche. Ogni confine un muro che deve sempre lasciare una porta aperta per evitare di diventare un moloch a cui sacrificare quello che di più umano c’è nella vita delle persone.

Langer ha smesso di parlare il giorno che si è tolto la vita sulle colline di Firenze venti anni fa. Magnago è morto l’altro ieri ma da tanto non parlava più. E’ bello pensare che oggi si siano incontrati, da qualche parte e abbiano riconosciuto che, se si fossero parlati un po’ di più prima, avrebbero forse visto il mondo con occhi diversi.

Magnago forse sarebbe stato un uomo meno ossessionato dalla difesa della purezza etnica a tutti i costi, da una paura del diverso che lo ha portato a disconoscere la possibilità di una società terza oltre a quella dei due blocchi etnici separati. Una società che in fondo faceva parte anche della sua storia personale. La società delle persone che parlano e vivono a cavallo di due lingue e due culture perchè non hanno timore di perdere la loro specificità. Persone che vivono la propria identità come fonte inesauribile di scoperta e incontri possibili. Persone che portano con sé, intimamente, il fardello ma anche la gioia dell’esigenza irrefrenabile di costruire una società più umana. E Langer avrebbe forse compreso che il peso della storia e degli accadimenti del primo Novecento avevano creato in molti ferite profonde. Ferite lente a guarire. Che andavano curate anche sacrificando momentaneamente ideali più alti.

La storia ci ha lasciato al momento un Sudtirolo separato in due società largamente impermeabili. Una provincia governata da un gruppo di persone che accentrano in sé un potere enorme. Che perseverano a tenere aperte ferite che andrebbero rapidamente chiuse. Dove i giovani di un gruppo linguistico faticano sempre più a parlare la lingua degli altri. Non ne conoscono la cultura. Ragionano per stereotipi. Generazioni cresciute vicine, ma sempre più distanti.

Ma anche un altro Sudtirolo. Meno sazio, meno sornione. Che richiede più democrazia. E stufo di genuflettersi ai potentati locali per ottenere piaceri che sono diritti. Un Sudtirolo che non ha un preciso colore politico e è spesso anche frammentato e contraddittorio. Ma che porta con sé l’esigenza di un cambiamento che non potrà essere frenato troppo a lungo.

Magnago e Langer. Due uomini che hanno incarnato la storia del Sudtirolo lasciano dietro a sé un mondo al contempo fossilizzato e scalpitante. Il terzo uomo che si prende carico della loro eredità non è il vecchio Durnwalder. Troppo pragmatico per avere una visione. Troppo legato al potere per poterlo piegare a fronte di un ideale grande. Il terzo eroe è il vescovo Golser. L’uomo che benedice il Sudtirolo in tre lingue. L’uomo che la fratellanza la ha coltivata per una vita intera. Giorno dopo giorno. Ha un gregge sazio e smarrito da guidare. Ma il vecchio Magnago ha chiuso la sua vita offrendo al vescovo un testimone di speranza. L’auspicio è che siano parole capaci di chiudere i conti con il passato.

Funerale poetico

Da giorni su Bolzano e sull’intero Sudtirolo sospeso in aria un temporale che non riesce a scaricarsi. Il cielo trattiene il fiato, gonfio di pianto. Le nuvole stanno addosso alle montagne. Sono del colore dell’ardesia e sembra vogliano nutrirsi delle tensione che noi quaggiù non sappiamo sciogliere. Così il carro funebre ha attraversato la città, trainato da due cavalli neri. Ma non si è diretto al cimitero. Il cocchiere era ubriaco e credeva di guidare una carrozza. Perfino dove dovesse andare con questa carrozza aveva dimenticato.

L’uomo con le stampelle che ha insegnato a camminare al Sudtirolo

Oggi chi si trova a Bolzano non avrà potuto fare a meno di partecipare al (o almeno percepire il)  funerale di Silvius Magnago. Mi dispiace un po’ non esserci potuto andare. Un poeta ha scritto: this is the show of death, death is a show. Ma anche uno spettacolo come questo può essere istruttivo, perché ci obbliga a svolgere considerazioni riassuntive non solo sulla vicenda personale di un uomo politico, ma su un’intera epoca.

Stamani, devo dire, ho letto un eccellente contributo di Giorgio Delle Donne sulla morte di Magnago. Discutibile come sempre, certo, ma eccellente. Anche perché privo del tono emotivo nel quale tutti abbiamo un po’ indugiato sinora e capace di riportare la discussione sulle “cose” (con le loro luci, ma anche con le loro persistenti ombre).

Il contributo più bello rimane comunque per me l’articolo scritto da Hans Heiss per la Tageszeitung (pubblicato il 26 maggio) intitolato Magnago for Kids. Magnago spiegato ai nostri figli, si potrebbe tradurre. Ne riporto la belissima immagine che lo conclude:

Ihr habt ihn nicht gekannt, aber trotzdem hat er auch für Euch gearbeitet, der schmale Mann mit den Krücken, der Südtirol das Gehen beibrachte.

 

 

Il re è morto, viva il re!

di Francesco Palermo

Ci sono persone predestinate, che sembrano avere il privilegio di poter scegliere persino il momento della propria morte. Silvius Magnago era tra questi. La sua scomparsa segna simbolicamente la fine di un’era nella storia dell’autonomia, quella della costruzione e del consolidamento, e ne apre un’altra, quella dell’età adulta.

Non vi è dubbio che Magnago sia stato non solo il padre dell’autonomia ma anche il “padre della patria” sudtirolese. I suoi figli – l’autonomia e la patria sudtirolese – si trovano ora catapultati nell’età adulta, perché la morte di un padre costringe improvvisamente a diventare adulti. Anche se il passaggio di consegne era avvenuto da tempo, la sola presenza fisica del padre nobile manteneva un legame con l’epoca della sua guida, che ora viene necessariamente meno.

Diventare adulti significa camminare consapevolmente con le proprie gambe, assumersi in pieno le proprie responsabilità, e preparare il terreno per le future generazioni, senza per questo perdere il collegamento, a questo punto solo ideale, con l’insegnamento dei padri.

L’età adulta pone all’autonomia nuove pressanti sfide. Magnago ha speso la sua vita nella costruzione bilaterale dell’autonomia: il suo principale lavoro è consistito nella delimitazione dello spazio di autogoverno della Provincia nei confronti di Roma, e ci è riuscito benissimo. Oggi la scommessa è quella dell’autonomia multilaterale, in cui i rischi ma soprattutto le opportunità arrivano da diverse parti: certo dallo Stato italiano, ma anche dall’Unione europea, dalle altre organizzazioni internazionali (da cui possono venire stimoli e limiti importanti in una serie di questioni aperte, come la gestione della convivenza), dall’Euregio e dalle altre forme di collaborazione tra i territori. Per farvi fronte e cogliere tutte le opportunità di questa nuova era è necessaria un’autonomia che sappia muoversi su vari piani. Un’autonomia che non si chiuda in difesa ma interagisca al meglio con una moltitudine di attori, compresi quelli espressi dal pluralismo e dalla vitalità della società civile e dell’economia. Ai tempi di Magnago governare era più semplice, perché si trattava solo tra leader, ma anche più difficile, perché si giocava su un solo tavolo, e perdere lì significava perdere tutto. Oggi la società è assai più articolata, la politica è in crisi di rappresentatività, il potere dei leader è vincolato da un maggiore pluralismo, ma nel contempo si gioca su più fronti, e le battaglie non sono più esistenziali. Si può anche perdere qualche volta senza che questo metta in pericolo il sistema. Nell’epoca di Magnago non era così.

Anche la “patria” entra nella fase adulta. Il Sudtirolo non può più essere visto, interpretato e proiettato come il territorio di insediamento e “di proprietà” delle minoranze tedesca e ladina, da proteggere e tutelare contro il rischio dell’assimilazione. Non è più il fortino della piccola minoranza che si difende dall’assedio di 60 milioni di potenziali nemici. E’ un territorio fortemente autonomo in un contesto europeo, in cui anche gli italiani e i molti stranieri si sentono e devono sentirsi a casa. Un territorio ricco, con grandi potenzialità ancora inespresse e molto ancora da fare, dalle infrastrutture alla cultura. Non è più un’economia familiare da assistere con fondi pubblici per poter sopravvivere, ma la terra di imprese importanti che competono a livello mondiale. Non è più una provincia di soli contadini, ma esporta un numero crescente di cervelli in giro per il mondo. E’ questa la nuova patria territoriale, costruita grazie all’opera locale di Magnago, che ora entra in una dimensione globale.

Quando muore un padre, se ne ripercorre la vita attraverso gli esempi. L’esempio di Magnago è stata la sua condotta integerrima e irreprensibile, la sua vita dedicata ai principi, la sua lontananza dalla politica come privilegio di casta. Persino l’aspetto fragile, magro e sofferente, il rifiuto ostentato del lusso, hanno contribuito a creare l’immagine di un politico dedito interamente alla sua missione, con una forza morale inversamente proporzionale alla prestanza fisica. E anche questo gli ha consentito di spuntarla di fronte a governi romani deboli e progressivamente sempre più corrotti, fino al collasso di tangentopoli. Sotto questo profilo, di eredi ne ha lasciati pochi.

La morte di un padre apre nuove sfide alla vita che continua. Il modo migliore per onorare i padri e la loro memoria è saper partire da dove loro hanno lasciato e andare oltre. E’ ciò che ogni buon padre si augura per quando non ci sarà più.

La moderna eredità di Silvius

In Sudtirolo è in atto una battaglia tra il vecchio e il nuovo. Una strana battaglia, visto che per individuare cos’è vecchio e cos’è nuovo non risulta particolarmente utile consultare la data di nascita di alcuni suoi protagonisti. Non è insomma l’età a dirimire quella che molte altre volte si sarebbe interpretata come una semplice contrapposizione generazionale. Qui “vecchie” e “nuove” sono le idee, più che le persone.

Prendiamo Magnago. Il “vecchissimo” Landeshauptmann, andatosene proprio l’altro ieri, apparteneva a un’epoca segnata fin nella carne dalle grandi tragedie belliche del Novecento e ha senza dubbio modellato la propria carriera politica avendo ben presente il tipo di passato dal quale era necessario prendere congedo. In questo però risiede anche la sua fertile eredità, la quale proprio adesso ci appare come qualcosa di basilare per l’avvento di una possibile “novità”. La decisione (autentica e dunque sofferta) di imboccare la strada dell’autonomia, della mediazione, rinunciando dunque a sollecitare una soluzione dei conflitti secondo modalità non immuni dal ricorso alla violenza, si rivelò non solo adeguata ai tempi, ma lungimirante e degna di sviluppi.

Prendiamo invece Durnwalder. Il presidente della provincia non è soltanto anagraficamente più giovane di Magnago, ma fu proprio la sua iniziale e spregiudicata diversità nel modo di gestire la politica e i suoi mezzi a farne – almeno nominalmente – il rappresentante di un epocale cambio di paradigma. Eppure proprio in questi giorni registriamo alcune posizioni (poi riviste, peraltro) che ci fanno dubitare della sua presunta novità. Abbiamo sempre detto che l’unica evoluzione desiderabile, per la nostra autonomia, sarebbe quella di una sua declinazione territoriale (o sempre più territoriale) e non etnica (o sempre meno etnica). Un’autonomia cioè per la quale contano gli individui (e le loro qualità) e non la semplice appartenenza (appartenenza a un gruppo linguistico o anche semplicemente a un partito). La “primavera di Dobbiaco” ha lanciato un segnale in tal senso. Ma il “nuovo” Landeshauptmann si è comportato da “vecchio” e non l’ha colto o è sembrato non volerlo fare.

La battaglia tra il vecchio e il nuovo ci attraversa e ci scompiglia. Persino il “decrepito” Magnago riluce così di postuma giovinezza, mentre l’ancora “giovanile” Durnwalder, irrigidendosi su argomenti che erano attuali al tempo di Magnago, diffonde intorno a sé un sentore di rancido. La battaglia tra il vecchio e il nuovo ci cambia in mano le carte. Cerchiamo di scegliere quella giusta. 

Corriere dell’Alto Adige, 27 maggio 2010