#stuprapound

stupro-viterbo

Si ha il dovere di restare umani di fronte all’inumano e di non arrendersi alla stupidità e alla barbarie quando la stupidità e la barbarie prendono il sopravvento. La prima reazione che ho avuto davanti al presunto stupro di Viterbo (perché la presunzione di innocenza deve essere sempre conservata fino all’emissione di un giudizio definitivo), violenza che avrebbe come responsabili due esponenti della locale filiale di CasaPound, la prima reazione che ho avuto, dicevo, è stata quella di apprezzare la conferma di un pregiudizio: proprio loro, ho pensato, loro che hanno rispolverato gli abietti manifesti razzisti di Gino Boccasile, quelli che mettevano in guardia gli italiani dai probabili, anzi certissimi stupratori “negri” – “Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua sorella, tua figlia” -, e che poi, a veder bene, “madresorellaefiglia” era allora solo un modo per non dire “figa”, come invece si dice disinvoltamente oggi, e davanti alla “figa”, si sa, la guerra è stata sempre accanita (la guerra per il controllo della “figa”, senza bisogno di andare fino in Islam), proprio loro, insomma, adesso mi cadono su una buccia di “figa”? Troppa grazia. Questa comunque la prima reazione, il primo impulso. Poi, a freddo, altre considerazioni. Possiamo tracciare un perimetro di salvezza (salvezza nostra, anzi salvezza mia che qui ne scrivo) attorno a quei due “infami”, senza abbandonarli alle lacerazioni dei gruppi che se li contendono. La contesa dei gruppi, ecco ciò che non è già più interessante, dopo il primo attimo di risate e sconcezze che germinano nel corpo sociale dal quale siamo costantemente inghiottiti. E vedete che l’oscillare da nave pazza, da nave sbattuta, ci costringe sempre ad opporre un “noi” a un “loro”, mentre di “lei” neppure si parla? Così una mela marcia, due mele marce, tre mele marce, quante mele marce occorrono per dire che marcio è l’intero albero, e l’intera fruttagione? No, marcio è solo il ragionamento che toglie la responsabilità individuale, la storia di quegli individui (anche se sono due o tre, anche se sono mille gli individui non smettono mai di essere individui, almeno davanti alla morte che li aspetta, che ci aspetta, che mi aspetta) e la torce in responsabilità collettiva, facendone un simbolo che dev’essere completato da una folla. Facciamo adesso tacere le frasi stupide, in primo luogo quelle sprecate al massimo livello (“30 anni di galera”, ha detto senza sapere di alcuna giurisprudenza il primo vicepremier, “castrazione chimica” ha ruttato il secondo, nel suo classico stile gastroesofageo). Pensiamo a quella scena compiuta nel tristo teatro dei carnefici e della vittima: soli i primi, anche se biecamente accorpati, e soprattutto sola la seconda, la quale poi sola è rimasta a lungo, e lo sarà sempre, perché in questo caso non c’è un gruppo da edificare a suo sostegno, non c’è un ruolo politico da brandire o da maledire. “Nessuna maledizione è peggiore di un’idea propagata attraverso la violenza”, diceva il vecchio Ezra dal cognome stuprato.

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Calli nel curriculum

Van Gogh studio di mani

Faccio fatica, si fa fatica, ma soprattutto faccio, sono io che faccio fatica a seguire. Mi riferisco per esempio alla polemica dei calli e del curriculum. Dicono che bisogna esibire calli nel proprio curriculum, altrimenti si rischia di apparire snob. Peraltro, può apparire snob (o radical chic, per citare Tom Wolfe a cazzo di cane, come ormai fanno tutti) anche chi ha uno stipendio da Travet (per citare Vittorio Bersezio, un po’ a cazzo di cane anche lui) e porta un paio di scarpe tutto l’anno, ha i calzini bucati e ovviamente preferisce comprarsi un paio di romanzi di Balzac in edizione economica, all’occorrenza persino usati, piuttosto che rivolgersi alle migliori librerie antiquarie e pescare qualche rara prima edizione di Gabriele D’Annunzio in brossura editoriale grigia con illustrazioni in rosso e nero di Duilio Cambellotti. Non serve la barca sopra i venticinque metri, non serve il salotto affollato, non serve la terrazza affacciata sul Colosseo con i fenicotteri rosa. Basta pochissimo, usare un lessico sufficientemente ampio, citare un paio di autori “difficili” (ogni autore è diventato difficile, nel frattempo) e la trappola è già scattata. Il cassettino chiuso a doppia mandata. Per tirarti fuori di lì ci vorrebbero i calli, ecco. Bisogna esibire i calli. Ricordi di schiene spezzate o bottiglie di sudore invecchiate accanto a vini irrimediabilmente inaciditi dall’assenza dei necessari tannini. Bisognerebbe aver campato diversi anni a crackers e tonno, poniamo, senza manco la speranza di vedersi profilare all’orizzonte la carità di un centromediano metodista. E allora, solo allora eccoti la patente di “influencer” bestiale (“intellettuale” è diventata una parola offensiva a prescindere). Ma basterebbe? Riflettiamoci un attimo senza ipocrisia. Col cavolo che basterebbe. Del resto è vero anche che i cercatori di calli altrui hanno spesso manine intonse, lisce e levigate a furia di stendervi sopra e sotto creme emollienti. Perché il tentativo di sottrarsi alla greve fatica del corpo accomuna un po’ tutti, smettiamo di raccontarci frottole. Se l’estetica callosa non fosse stata rilegata comunemente nel dimenticatoio, avremmo di sicuro i social network sgombri di disputanti e le miniere più oscure o i campi assolati brulicanti di schiavi felici. Ovviamente non è che il “duro operare”, quello che fa venire i calli alle mani, sia sparito. Anzi. Diciamo che è evaporato, volendo dargli una lettura poetica, oppure più realisticamente è smembrato, delocalizzato, traslato verso altri lidi o verso soggetti che noi preferiamo ignorare. Al posto di questo lavoro evaporato o traslato, di questi calli mancati, che cosa c’è? Splendida cultura libresca e smagliante capacità imprenditoriale rapprese in singolar tenzone? Poca della prima e pochissima della seconda. Perché il lavoro degno di questo nome, al di là della retorica dei calli, è intriso di cultura e fatica (la cultura è fatica!) e dovrebbe essere generato dalla simbiosi di ricerca e innovazione, figlie di un medesimo sforzo, non certo riproducendo dicotomie idiote, buone solo per scaldare i polpastrelli dei nullapensanti e ancormenofacenti.

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Cercando l’Europa

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Tra poco, precisamente il 26 maggio, saremo chiamati nuovamente alle urne per scegliere il nuovo Parlamento europeo. Benissimo, e questo lo sanno quasi tutti. Quello che invece apparentemente pochissimi sanno è se ne valga la pena. Attenzione. Non sto affatto dicendo che non sia utile o che non abbia senso andarci, a votare. Sto dicendo che esiste un dubbio collettivo al riguardo, e in ciò risiede la specifica tragedia europea inscenata dalle elezioni. Tragedia o meno, all’inizio di maggio io comunque organizzerò un dibattito sul tema, dal titolo “Cercando l’Europa”. Mi mancano ancora gli ospiti. Impresa tutt’altro che facile. Me ne servono generalmente un paio, a volte tre. Stavolta però brancolo davvero nel buio. La prima persona che mi è venuta in mente è Renate Holzeisen, lanciata dal Team Köllensperger. Era una notizia che galleggiava in rete, l’ho afferrata come farebbe il naufrago con il primo legno che gli capita a tiro (non sto facendo ironia sul suo nome). Presupponendo che la posizione della Holzeisen sia pro-europea (ma a favore di quale Europa si pronuncia, Renate Holzeisen, visto che l’obiettivo dichiarato dal Team è quello, provincialissimo, di rompere le scatole alla già provincialissima Svp?), mi sono rivolto mentalmente ad un’altra persona, ad un altro candidato da opporle. Ho scritto così un messaggio a un esponente della Lega locale. Ciao carissimo, voi avete già deciso chi candidare alle elezioni europee nel collegio del nordest? Mi ha risposto così: “Ad oggi non si sa”. “Oggi” era il 9 aprile. Si sa però che secondo il costume di quel partito le nomine piovono improvvise dal cielo salviniano. Se a Salvini venisse in mente di candidare una abat-jour – è poco ma sicuro – ce la ritroveremmo accesa sugli scranni di Bruxelles. Così dai giornali apprendo che sarà invece Matteo Gazzini, il candidato leghista. Baldo giovane che aveva già provato a farsi eleggere in Parlamento nella circoscrizione estera America del Nord. Ecco cosa ha dichiarato alla stampa: “Sono cresciuto in un ambiente internazionale. Sono nato bilingue, grazie a mia madre brasiliana. Negli Stati Uniti ho ottenuto il brevetto di volo e frequentato Ingegneria aerospaziale: mi mancano otto esami alla laurea, conto di riprendere”. Candidato perfetto, no? Dovesse saltare, sarebbe comunque consigliabile restare nella stessa orbita remota. Il prossimo candidato potrebbe essere cercato nell’ormai famosissimo buco nero della galassia M87. Certo, sarebbe un candidato impalpabile (qualcuno però riuscirebbe senz’altro a ricostruirne l’immagine attivando potentissimi telescopi e lo vedremmo sorridere, esibendo uno striscione: “Prima quelli del mio buco!”), basterà tuttavia dire che in quel posto lontano la politica previdente del Capitano dell’Universo non lascia filtrare neppure la luce (nessun candidato, allora, ma figuriamoci un barcone di profughi) e nell’urna si materializzerebbero all’istante milioni di voti. Ah, a proposito di urne “confortate di pianto”. Nella sua “Nuova Enciclopedia” (Adelphi) Alberto Savinio afferma che “l’Europa è la tomba di Dio”, perché Dio significa Unità e se l’Europa vuole mantenersi in salute deve invece continuare a disgregarsi, come fosse un partito di Sinistra. L’Europa come buco nero della sua Unione, insomma. Moriremo tutti sovranisti?

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Dividersi in gruppi è sbagliato

Bambini scuola

In teoria, ma solo in teoria, l’Alto Adige/Südtirol è un luogo provvisto di una cospicua esperienza multiculturale. Quando infatti la pratica — vale a dire l’applicazione della suddetta teoria — viene chiamata in causa per redimere dei conflitti, o magari anche solo per armonizzare in via preventiva questioni identitarie giudicate problematiche, ecco che ci si smarrisce. E invece di fare passi avanti si retrocede, come i gamberi.

Prendiamo ad esempio la brochure che l’intendenza scolastica tedesca avrebbe voluto far girare nei vari istituti al fine di promuovere l’integrazione degli allievi provenienti da contesti familiari d’impronta islamica. Il titolo recita: «Muslimische Kinder und Jugendliche in der Schule. Informationen, Orientierungen und Empfehlungen» (Bambini e giovani musulmani nella scuola. Informazioni, orientamenti e consigli). Può sembrare un errore da poco, ma già identificare dei bambini e dei giovani in base alla supposta appartenenza religiosa, che essi esporrebbero per il solo fatto di avere una determinata provenienza, è un azzardo non necessario. Così come per molti bambini e giovani provenienti da famiglie «cristiane» l’osservanza di un protocollo preciso di credenze e comportamenti è del tutto insondabile e fluttuante, la stessa vaghezza e incertezza dovrebbe valere anche per chi cristiano non è.

Sarebbe insomma auspicabile che almeno all’interno della scuola pubblica si potesse, se non proprio agire prescindendo dall’identità religiosa dei suoi frequentanti (ma una scuola laica non dovrebbe darlo per scontato?), assumere che neppure ci troviamo nella condizione esattamente contraria, ossia in un contesto attraversato da inconciliabili pulsioni confessionali, perché ciò fa ineluttabilmente scattare una trappola dalla quale poi è impossibile uscire.

Ecco allora che le informazioni e i consigli dei quali la brochure fa menzione potrebbero essere impostati considerando più la complicazione e gli scarti dei singoli percorsi biografici, anziché evocare cesure generalizzanti spesso più paventate che reali. Una scuola consapevole del proprio ruolo educativo sa benissimo che — in forma peraltro crescente — gli allievi interpretano storie ed esigenze multiformi. Nei limiti di ciò che può significare dal punto di visto organizzativo, è chiaro che su una base didattica e formativa rivolta a tutti possono essere ritagliate variazioni, adattamenti e, per l’appunto, scarti consapevoli dell’esistenza anche di diverse sensibilità religiose. La cosa da evitare, tuttavia, è formalizzare o calcificare percorsi differenziati se riferiti alla consistenza ipotetica di gruppi monolitici e impermeabili fra loro. Purtroppo questo è un vizio atavico, quasi ineliminabile, in una provincia in cui siamo abituati in prima battuta a leggere gli individui come rappresentanti etnici. Ma diceva già Mark Twain, nel racconto L’uomo che corruppe Hadleyburg: «Io non domando di che razza è un uomo; basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggiore».

Corriere dell’Alto Adige, 13 aprile 2019

La vera vita

Blossoming apple tree, by Piet Mondriaan

A causa di una storia personale che – confesso – potrebbe essere anche descritta come patologica, faccio parte di quel gruppo di persone in grado di divinare l’effetto delle proprie parole pronunciate in un certo contesto senza che, qui risiede per l’appunto la patologia, ciò mi impedisca di compiere sbagli ampiamente prevedibili. L’esperienza, anziché funzionare da deterrente, cerca sempre nuove conferme, si incarognisce. Perché succede? Perché siamo stupidi, quasi tutti, e senza remissione dei peccati (chi è senza peccato trattenga il primo tweet). Allora davanti ad un evento, ad una notizia, o a un commento, il demone dell’impazienza e dell’impertinenza (demone poco opportuno) fa scattare una molla e – tra la testa e le mani che si avventano sulla tastiera – nasce qualcosa di scritto, e di scritto male. Qualcosa che poi ovviamente rimane, perché rapito immediatamente dalla prima congregazione di dannati al pari grado di dipendenza, dai ghiottoni e bulimici social, e quindi viene messo in giro, replicato, citato, linkato, spammato ovunque. La cosa più difficile di tutte è fermare la slavina di osservazioni e improperi che prenderanno a bussare alla porta, ingigantendo la mossa imprudente. Il circo non sa addomesticare le sue belve, anche perché le belve più pericolose sono sedute sugli spalti, e sono quelle che battono le mani e si sganasciano dalle risa. Quando il danno è fatto bisogna almeno riconoscerlo, possibilmente senza intavolare discussioni infinite a parziale correzione o a parziale conferma dell’incidente. Chiedere scusa, dire che si è partorito uno sgorbio non servirebbe a molto, ché chi pretende le scuse è in genere il primo a non volerle. Occorre al contrario sottrarsi, non rilanciare. Apprendere la sospensione da quel “bisogno – lo descrive bene Pirandello – di vivere fuori, in questa curiosità della vita degli altri, o per riempire il vuoto della nostra, distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci dà. E così passare il tempo. È accaduta una disgrazia? Un caso strano? Com’è? Come si spiega? Si corre a vedere, a sentire”. Macché. Non è accaduto nulla, non accade in realtà mai nulla (nel senso di un evento che pretenderebbe sul serio la nostra attenzione), perché gli accadimenti veri sono rari, anche se non rari come un Ereignis heideggeriano, certo, ma rari come qualcosa di bello o di brutto che ci capita (capita a noi, non ad altri) oltre il flusso ripetitivo e demente della quotidianità. Fermiamoci, prima di sbagliare, quando sappiamo benissimo che sarà così facile sbagliare. Con la testa libera, con le mani libere, usciamo piuttosto di casa, facciamo un giro largo attorno alla nostra abitazione, corriamo lungo la via, respiriamo la notte, se sarà notte, respiriamo il giorno, se sarà giorno, e facciamo in modo che i pensieri si intreccino tra loro, lenti e prudenti, come i rami dell’albero intento a bere la luce o la pioggia nella solitudine di un giardino appartato. La vera vita è invisibile, la vera vita parla il meno possibile (anche la vera lingua parla il meno possibile), o comunque all’occorrenza sa anche stare zitta.

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Traduzione e anarchia

Mariani

Im Anfang war das Wort. Non dobbiamo necessariamente pensare al famoso prologo cosmico-storico del Vangelo secondo Giovanni. In questo caso citiamo più modestamente un verso incastonato nella poesia “Die Sprachelegie” di Günther Anders. La sfoglio nella traduzione che il bolzanino Giancarlo Mariani mi mostra, togliendola da un libro intitolato “Poesia dell’Esilio. Antologia della lirica antinazista tedesca” ed edito nel 1987 presso l’editore Piovan di Abano Terme. Il contesto serve ad illuminare un paesaggio che vale la pena descrivere più accuratamente: “Per mille colori esiste un’unica parola. / Ahimè, per un colore. Perché l’occhio / obbedisce alla bocca. Era in principio / la parola”. Se in principio vi sia stata un’unica parola (per meglio dire un unico logos) oppure già mille parole, come sono i mille i colori, è però questione che può porsi il filologo, ma non il traduttore, dato che per chi traduce la molteplicità è un presupposto non superabile. E lo sapeva, lo sa Mariani, che ora siede davanti a me nel fumoir dell’Hotel Laurin di Bolzano, portando sornione alla bocca la pipa spenta o passandola da una mano all’altra

Il Sud Tirolo è una terra prodiga di traduttori misconosciuti, perché qui la funzione del tradurre è data purtroppo per scontata: una necessità burocratica. Si cresce con negli occhi le insegne e i cartelli stampati quasi tutti in due lingue (sulle poche eccezioni ci si accapiglia nelle commissioni paritetiche, mentre sull’inglese, intanto sempre più frequente, si sorvola). Persino le comunicazioni più banali, purché pubblicamente affisse, ricevono il medesimo trattamento politically correct, ma svuotato di anima. Cosa accade invece per chi – grazie al destino e soprattutto alla passione – ha tradotto versi su versi, e poi ne ha composti anche di propri, memore di una coesistenza tra codici differenti persino all’interno della propria bocca (evidentemente più capiente di quella immaginata da Günther Anders)?

La storia di Mariani, traduttore di Anders, Paul Celan, Tucholsky, Hasn Arp, ma anche di Norbert Conrad Kaser e Wilhelm Busch, comincia nel 1942, a Merano, grazie al precedente incontro di un padre spoletino e una madre della Val d’Ultimo. “Fino a tre anni – ricorda – non ho parlato però una parola d’italiano, perché mio padre fu fatto prigioniero in Libia, quindi è tornato a casa solo tre anni dopo, avendo salva la vita ma sconosciuta la primissima infanzia di suo figlio”. “Per fortuna non è tornato in divisa”, aggiunge poi, abbozzando l’antipatia incancellabile per il mondo delle uniformi (ma anche del mondo uniformato) che portava il piccolo Giancarlo a diffidare persino del postino. Una famiglia “mistilingue” forse non comune per quei tempi in cui le divisioni etniche ancora pesavano, e avrebbero comunque continuato a pesare per anni, imponendo scelte nette, in alcuni casi ipocrite.

All’inizio degli anni Cinquanta i Mariani (con Giancarlo poi anche la sorella e due gemelli, uno dei quali si chiama Marco e sarà in seguito il noto ex preside del Liceo Carducci) si trasferiscono a Bolzano, in via Zancani. Affiorano ricordi color seppia, impolverati. “Era un posto meraviglioso, molto diverso da quello di adesso. Via Orazio non era ancora asfaltata, via Amba Alagi non esisteva. Intorno c’erano solo vigneti e qualche volta siamo stati rincorsi dai contadini, perché gli rubavamo i grappoli d’uva. Ci chiamavamo la banda delle quattro case, per distinguerci dalla gente venuta dopo”. Aumentano infatti di molto, le case, nella Bolzano della ricostruzione e quindi del “boom” economico, che però da queste parti è anche onomatopeico per via degli attentati. Mentre con fatica vengono gettate le basi per la normativa che troverà formulazione nel secondo statuto d’autonomia, Mariani colleziona esperienze di liceale e va a studiare Filosofia a Firenze, dove sceglierà di sottolineare il suo carattere antidogmatico e anarchico (sarà proprio lui, assieme a pochissimi sodali, ad aprire la prima sede della FAI a Bolzano) specializzandosi in epistemologia. Tra i molti ricordi, quello di un viaggio compiuto assieme ad Alexander Langer: “Eravamo molto amici, Langer mi volle accompagnare a dare un esame e siamo partiti da Bolzano in motorino. Sì, proprio in motorino, ovviamente facendo strade secondarie. Ci abbiamo messo quattro o cinque giorni”.

Il seguito sono gli anni dell’insegnamento, la vena del ribelle che ammalia i suoi studenti rinunciando a compilare burocraticamente il registro e sostituisce i libri di testo (pesanti e costosi) con mirate fotocopie, e la casa di viale Venezia trasformata in “un porto di mare” per scrittori e artisti, come racconta la figlia Chiara, da qualche tempo impegnata a raccogliere e sistemare la montagna di carte, pubblicazioni e contributi di un uomo che è sempre stato beatamente irregolare: “C’erano dei mesi in cui lui era tranquillo, si occupava di noi, uscivamo e insomma facevamo la vita di una famiglia normale, e poi quei periodi in cui si chiudeva nella sua stanza e stava giorno e notte a scrivere con la sua Olivetti elettrica. Si immergeva in una specie di trance creativa e produceva”.

Da vero filosofo, Mariani non ricama inutilmente sul senso più profondo della propria attività di traduttore o scrittore. Afferma di aver sempre avuto il piacere di tramare parole, fin da quando era un adolescente. Scrivere come respirare, tradurre perché intorno ciò che udiva era sempre lo specchio di altro. Una persona bilingue pensa naturalmente in due modi diversi, senza la sofferenza che incrina la fronte di quelli che arrivano solo con grande sforzo a immaginare come sarebbe possibile rendere diversamente un’espressione lontana dal proprio vocabolario familiare. In principio non è la parola, ma le parole, molteplici, opache, perché noi diciamo sempre quasi la stessa cosa, ma è sull’oscillazione di quel “quasi” che si decide tutto. Mariani sorride, adesso è stanco. Mi saluta recitando una filastrocca di Max und Moritz, prima in tedesco poi in toscano. Senza la traduzione – ha scritto una volta George Steiner – abiteremmo province confinanti con il silenzio.

ff – Ausgabe 14/2019

Famiglia senza ideologia

Famiglia di cani

La mia vita è costellata di opere lasciate a metà, e anche il mio matrimonio (ammesso e non concesso che a proposito di un matrimonio si possa parlare di “opera”) a un certo punto ha smesso di funzionare. Tra le altre cose lasciate a metà annovero poi la lettura di Anna Karenina, il tomo di Lev Tolstoj che non sono riuscito a leggere fino in fondo nonostante me lo fossi prefisso. Cito Tolstoj perché l’attacco della Karenina parla proprio di matrimonio, e lo fa con una di quelle sentenze sulle quale puoi starci a riflettere e a rimuginare per settimane. Lo conoscete sicuramente tutti, quell’attacco. Nella traduzione di Leone Ginzburg fa così: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Francamente non so se questa sentenza (che il libro magari dimostrerà essere verissima, ma io lo ignoro, non avendolo finito) è davvero ineccepibile. Se per esempio la rovescio, dicendo cioè che “tutte le famiglie infelici si assomigliano fra loro, ogni famiglia felice è felice a suo modo” non mi parrebbe di dire una cosa completamente insensata o meno persuasiva di ciò che afferma Tolstoj. Inoltre, più passa il tempo e più queste frasi così roboanti mi paiono tentativi di nascondere un grande imbarazzo: abbiamo proprio bisogno di sapere “cosa” sia una famiglia (per giunta una famiglia “felice” o “infelice”)? L’affannosa ricerca di una formula che ne riveli l’essenza non serve piuttosto a farci finire dentro una trappola? Se il problema si limitasse a come imbastire una discussione da bar o per parlarne tra amici (anche sui social), si potrebbe anche sorridere e sorvolare, ma volendo poi trarne direttive “morali”, organizzarci sopra convegni, o addirittura mettere mano a delle norme “giuridiche”, tutto questo fa affiorare questioni sempre più spinose e soprattutto inutili. Non so, io ormai mi sono abituato a cercare di parlare di una cosa se vedo che potrebbe essere in qualche modo pragmaticamente migliorata. Chi per esempio si dichiara “a favore” della famiglia tradizionale, chi è contrario all’interruzione di gravidanza o persino all’uso dei contraccettivi, perché non si limita a praticare la monogamia eterosessuale, la castità o ad allevare i propri figli confidando nella letizia che gliene deriva? Perché chi dispone di un bagaglio tanto sicuro di soddisfazione sta a sfare le valige altrui, volendo curiosare tra calzini, mutande e camice che nessuno gli impone di indossare? Non vorrei essere scambiato per un banalizzatore, ma a me di cosa fanno gli altri a casa loro – o dietro la porta di una camera d’albergo – non interessa proprio un bel niente. E per quanto riguarda le leggi (che è cosa molto seria): il legislatore si occupi in prevalenza di togliere quanto più possibile dolore e infelicità dal mondo, restringendo il campo degli obblighi e ampliando sempre di più quello dei diritti. Ma soprattutto: si rinunci all’ideologia, tanto serve solo a rendere noi umani più stupidi di quel che indubbiamente già siamo.

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