Migranti e ambienti ostili

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Nella galleria ar/gekunst di via Museo, a Bolzano, fino ai primi giorni di febbraio sono esposte tre opere molto interessanti. Da lontano sembrano la sezione di un grande tronco d’albero, gli anelli concentrici e tutto il resto. Avvicinandoci, però, notiamo che si tratta di grafici, o meglio di infografiche, che mostrano i «giri» ai quali alcuni migranti sono sottoposti nel loro quotidiano affannarsi per schivare le difficoltà connaturate al proprio status. Alla luce di questi «giri» (il progetto è stato significativamente chiamato dall’autore, Lorenzo Pezzani, «Tempi morti») anche la nostra città emerge come un percorso fatto ad ostacoli — «Tempi morti mira a cogliere i modi in cui gli ambienti ostili si sono infiltrati nella vita quotidiana in forme inedite, influenzandone profondamente i ritmi» —, non di rado caratterizzato da luoghi di sosta forzata, in cui il senso della vita e dell’esistenza risulta compresso al suo livello più basso.

Una delle scene più evidenti di questo ambiente ostile è rappresentata dal cortiletto, o per meglio dire dallo spazio antistante la Questura, in cui ogni giorno si radunano molte persone per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, o anche del passaporto. Tutto qui sembra congegnato per far perdere il gusto della vita sia a chi è costretto a passare tantissimo tempo in attesa, senza potersi sedere, sia anche a chi ci lavora. Producendo così un circolo vizioso di impotenza e frustrazione che porta spesso la situazione al limite della rottura. Esiste, in realtà, una piccola sala d’attesa al primo piano della palazzina. Ma le finestre sono sbarrate, l’ossigeno ridotto al minimo e l’esasperazione è costante. Dobbiamo quindi immaginarci una condizione di complessiva prostrazione, dalle sette del mattino fino a mezzogiorno, ora resa più grave dal caldo, quando si è nei mesi caldi, ora incrudelita dal freddo e dalla pioggia, nei mesi autunnali e invernali. Qualcuno ha provato a protestare, ha manifestato per sollecitare un’accoglienza migliore. Finora non è stato però ascoltato.

E la politica cosa dice? Qualche mese fa Matteo Gazzini, esponente della Lega locale, scrisse su Facebook un post carico di disprezzo: «Questa mattina sono stato in Questura di Bolzano per rinnovare il passaporto. Due cose ho notato: l’estrema professionalità e cortesia dei nostri operatori della Polizia di Stato ed una puzza nauseabonda che proveniva dal piano dove si trovavano gli uffici immigrazione. Ma è possibile che le nostre forze dell’ordine debbano lavorare in ambienti poco salubri?». Lo sfogo occasionale del leghista (che dopo aver risolto la sua faccenda personale si sarà prontamente diretto verso ambienti più profumati, beato lui) non dev’essere a sua volta semplicemente disprezzato. Se «le nostre forze dell’ordine» fossero messe in condizione di lavorare in ambienti più salubri è certo che ne beneficerebbero tutti.

Corriere dell’Alto Adige, 30 novembre 2019

Bolzano senza Tram

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Ma davvero Bolzano ha perso il Tram? E quando si ripresenterà, se si ripresenterà, un’occasione del genere? Ma soprattutto: senza Tram, senza questo Tram che avrebbe dovuto esserci e ora pare non ci sarà più (perché il popolo ha parlato, anche se ha parlato un frammento, un pezzettino di popolo, e la maggioranza, la stragrande maggioranza della gente è rimasta a casa, sul divano o chissà dove, comunque non è andata a votare), quale altra soluzione verrà elaborata per eliminare il micidiale traffico di cui tutti si lagnano, anche gli avversari del Tram, intendiamoci, che però a suo tempo votarono in massa a favore del progetto di riqualificazione del centro, cioè per il cosiddetto Progetto Benko, prevedibilissimo motore di scavi e lavori infiniti e causa di buona parte delle difficoltà oggi legate alla circolazione, e che ogni fine settimana se ne stanno inscatolati in coda per affollare con le loro automobili i parcheggi del Twenty? Ammettiamolo: tra il rendering tutto verde e silenzi che i favorevoli al Tram contemplavano sognando una Bolzano finalmente avviata verso le magnifiche sorti e progressive della “smart city” e i vaghissimi progetti alternativi evocati dai contrari (qualcuno ha poi capito in che modo verrebbero realizzati, questi impalpabili progetti alternativi?), tra queste due posizioni adesso si è aperta una voragine buona solo a rinsaldare la contrapposizione “politica”. Il referendum era solo un antipasto, un amuse-bouche al fiele per prepararci alla votazione di maggio, votazione che secondo i leghisti dovrebbe “liberare la città” non tanto dal traffico, ma da chi la governa, vale a dire quei miserabili della sinistra e della Svp (ah, no, la Svp non può essere etichettata miserabile, visto che la Lega in provincia ci governa, e se vuole “prendersi” la città dovrà poi governare anche a Bolzano con la Svp, come del resto già fa in modo straordinariamente brillante a Laives). Il sindaco Caramaschi, comunque, è uscito dal referendum con le ossa rotte. Aveva detto che se la differenza tra i “sì” e i “no” fosse stata minima, lui sarebbe andato avanti lo stesso, dritto come un Tram. Invece gli elettori l’hanno preso a ceffoni, infliggendogli una sconfitta che ne fa barcollare anche la ricandidatura. Che farà a questo punto il buon Renzo? Si ritirerà in una baita a scrivere l’ennesimo romanzo storico? Lo ambienterà su un Tram? Kafka, come racconta Adriano Sofri in quel bellissimo suo libro sulle diverse traduzioni di un passo della Verwandlung, passo in cui non si capisce bene se lo scrittore parlava di Tram o di lampioni, ammirava tantissimo Felice Bauer, la sua fidanzata berlinese, perché lei gli scriveva anche quando andava in Tram. Ecco, Bolzano assomiglia a Felice Bauer, ha quella sua facciona lì, non particolarmente bella, e passa le sue giornate allo specchio, sognando una “metamorfosi” che sia in grado di trasformarla da città-scarafaggio, da Stadt-Ungeziefer, in qualcosa di più attraente, come se volesse, come se stesse sempre per sbocciare alla maniera della diciassettenne Grete, la sorella di Gregor Samsa, che stira le sue membra alla fine del famoso racconto, e quindi stesse anche per smettere di rinserrarsi nella sua cupa stanza-prigione, nel suo ruolo di capoluogo sfigato, i cui soffitti sporchi non sono neppure allietati dalla luce che va e che viene, la luce passeggera di un Tram. Accadrà mai?

#maltrattamenti

Aperitivo delle Comunali

Tram Bolzano

Domenica si vota a Bolzano per il progetto che dovrebbe dotare la città di una nuova infrastruttura: «Volete voi che sia introdotto nel tessuto urbano della città di Bolzano il mezzo di trasporto pubblico costituito dal Tram su rotaia da Ponte Adige a viale Stazione?». Una decisione posta sul crinale strettissimo del «sì» o «no», che — trattandosi di una questione eminentemente tecnica — porta dunque la logica della contrapposizione ideologica su un terreno dal quale sarebbe stato forse più opportuno tenerla lontana.

La prima considerazione che possiamo svolgere è proprio questa. In teoria favorevoli e contrari al progetto avrebbero dovuto spalmarsi in modo trasversale rispetto alle tradizionali linee politiche che segnano l’opinione pubblica cittadina. Avremo invece a che fare con un voto che cerca di anticipare quello di primavera, allorché si tratterà di giudicare nel complesso il lavoro della giunta comunale e, sostanzialmente, decidere se riconfermare o congedare il sindaco Renzo Caramaschi. Il referendum sul tram assomiglia perciò a una sorta di aperitivo delle comunali, un banco di prova preliminare sul quale deporre il corpo palpitante di maggioranza e opposizione. Corrispettivamente, anche il dibattito, che avrebbe dovuto chiarire le idee agli indecisi, non ha fatto altro che cementificare i pregiudizi di partenza.

Per i suoi fautori, il tram aprirà l’era degli spostamenti ecologici, il tempo della città liberata dalla «morsa del traffico», e sarà solo la prima pietra di una costruzione in lungimirante divenire; per i contrari si tratta invece di un mezzo sostanzialmente inutile, già sorpassato prima ancora di essere utilizzato, perché non esclude l’uso promiscuo (tram più auto) delle sedi stradali, non coinvolge subito l’intera città, quindi non taglia la testa al toro dei pendolari e, a causa dei lunghi lavori, renderà per molto tempo la circolazione ancora più soffocante.

Alla contrapposizione di tipo politico se ne aggiunge poi un’altra, assai deleteria, di carattere etnico o sociale. Più disposti a gradire la soluzione tranviaria sono gli abitanti del centro, dove si concentra la popolazione di lingua tedesca, che in teoria è anche quella che ha meno bisogno di utilizzarlo. Nelle periferie «italiane», al contrario, questa soluzione è giudicata insufficiente, già obsoleta, addirittura espressione di oscuri interessi che confermerebbero sempre il destino negletto della popolazione residente oltre il fiume Talvera.

Concludendo: in origine il tram avrebbe dovuto essere un’idea capace di unire la città nel segno della maggiore comodità, dell’efficienza e della sua capacità di renderla più ecologica; adesso la consultazione popolare rischia di farla risvegliare sotto un cielo ancora più diviso, litigioso e incattivito.

Corriere dell’Alto Adige, 22 novembre 2019

L’abbraccio di Alex e Alessandro

Langer Leogrande

A causa della diversa età Alexander Langer e Alessandro Leogrande non si sono potuti conoscere di persona. Quando il primo morì, nel 1995, il secondo non era ancora laureato. Inevitabile però che nel proseguo della sua carriera di scrittore e giornalista l’autore de “La frontiera” scoprisse presto l’opera del sudtirolese: “Per tutta la vita Alexander Langer non ha fatto altro che saltare muri, attraversare confini culturali, nazionali, etnici, religiosi”, cosi l’esordio di un ritratto pubblicato nel 2010 su una rivista sindacale. Incontro reale mai avvenuto, si diceva, ma oggi reso possibile in forma di “dialogo scritto” da una pubblicazione di straordinario valore, che raccoglie tutti i contributi redatti dai due su un tema al quale entrambi avevano dedicato molta attenzione: l’Albania. Poco prima di lasciarci improvvisamente (il 26 novembre 2017, esattamente due anni fa), Leogrande aveva infatti messo in cantiere un testo presso il suo editore albanese (Dudaj), in modo da raccogliere alcuni scritti di Langer, preludio di un convegno da svolgersi a Tirana per commemorarne la prima visita compiuta in quel Paese, nell’aprile del 1991. Se la dolorosissima scomparsa di Leogrande non permise dunque di realizzare il progetto, il volume curato da Giovanni Accardo per la casa editrice “Alphabeta” di Merano non si limita a recuperarne il senso, ma ci offre la possibilità di stringere insieme per la prima volta in circa 270 pagine Alex e Alessandro, come in un abbraccio.

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Alexander Langer

Accardo ha opportunamente sgranato gli articoli giustapponendoli in due sezioni. La prima, dedicata a Langer, è intitolata “Sognando l’Europa e la libertà”. Si apre con un un pezzo pubblicato originariamente su “Il Manifesto” del 13 dicembre 1990 (“Le ultime ore della vecchia Albania”) ed è chiusa da un testo inedito, che illustra la situazione albanese nell’anno 1994. La seconda sezione, firmata da Leogrande (“Il paese di fronte”), copre uno spazio di ben 17 anni, dal 2000 al 2017, a testimonianza di un costante interesse per i nostri vicini di mare, ai quali il tarantino era legato anche per motivi familiari, dato che proprio in Albania, tra il 1992 e il 2001, suo padre organizzò dei campi di lavoro estivi. Nel 2011 Leogrande narrerà poi la storia del criminale affondamento della nave Katër i Radës, avvenuto il 28 marzo del 1997, in cui perirono 81 persone, in gran parte donne e bambini (“Il naufragio. Morte nel Mediterraneo”, Feltrinelli).

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La nave Vlora piena di migranti albanesi, agosto 1991

È impossibile dare conto brevemente della ricchezza di queste pagine, di questo “dialogo”. All’accumulo di informazioni di prima mano, alle riflessioni originali, spesso eseguite con lucidità anticipatrice, si aggiunge la sensibilità fuori dal comune, la percezione dell’“altro” sempre ottenuta in “prossimità”, cioè mediante il contatto umano. Emozionano le parole di Diana Çuli, indicata da Leogrande quale curatrice del volume su Langer e l’Albania che non si fece. Le riporta Accardo nella sua introduzione: “Langer e Leogrande hanno costituito una specie di staffetta, nel consegnare all’Albania speranza e solidarietà”. E di rimando Goffredo Fofi, che umilmente si dichiara allievo dei due giovani maestri scomparsi, scrive nella prefazione al volume: “I testi di Alex e Alessandro hanno molto da dire ancora oggi, non tanto e non solo sull’Albania, quanto su un modo di agire e di scrivere, di sperare e di lottare”. Evidente il riferimento alle odierne vicende di immigrazione, delle quali l’Albania ha prefigurato la fenomenologia per l’Italia.

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Alessandro Leogrande

Infine due dettagli non inutili. “Dialogo sull’Albania” ha in esergo una lirica del poeta sudtirolese Norbert C. Kaser, tradotta in albanese da Gentiana Minga. La poesia si intitola “la tua terra”. Fu composta direttamente in italiano. “Sai che la tua terra / ti può far morire / non per nostalgia / (questi tempi sono ormai passati) / ma per l’esigenza / che nessuno ti ama”. L’amore per la propria terra, la passione per la libertà, l’emigrazione, le ferite degli addii, i ritorni ai quali Langer e Leogrande dedicano il loro “abbraccio albanese” toccano sovente la poesia elementare della vita. Così come c’è molta poesia nella bellissima fotografia di copertina scattata da Nathalie Taina. Mostra una ragazza di spalle, i capelli neri (se ne sente quasi il profumo) lambiscono le piume dell’ala di aquila stampata sul rosso accesso della bandiera, tesa come uno scialle. Poi un tunnel, forse un sottopassaggio, quindi l’aperto, la luce, il futuro.

Corriere dell’Alto Adige, 21 novembre 2019, pubblicato con il titolo “Senza muri”

Di chi è la colpa?

Anna Magnani Mamma Roma

C’è una scena del cinema che più amo, che ho piantata in testa come un asse attorno al quale prende a girare tutto ciò che dovrebbe coagularsi in un giudizio morale. Girando, appunto, ciò che dovrebbe coagularsi non si coagula, ma resta sciolto, direi sbattuto di qua e di là, ed è proprio questa sensazione di essere sbattuti di qua e di là che sta al centro di quella scena, configurando il motivo di una cosa che vorrei dire adesso, adesso che penso a una storia di cronaca recente. Ma prima di parlare di questa storia, ecco la scena del film. Si tratta di “Mamma Roma”, di Pier Paolo Pasolini. La trovate anche su YouTube, basta scrivere “di quello che uno è, la colpa è solo sua”. Non sono un esperto di cinema, non saprei dire se si tratta di un “piano sequenza” o semplicemente di un “long take”, o addirittura di un “outing con comparse”, come scrive un commentatore che evidentemente conosce tutto della tecnica cinematografica. Non è importante. Si vede comunque Anna Magnani che avanza, di notte, su una strada, e viene affiancata da varie persone. Lei continua a parlare, in realtà sta svolgendo un monologo, ma il monologo si dipana sfruttando l’interlocuzione di chi le cammina accanto, e poi scopriamo che il monologo è in realtà il tentativo di cominciare un dialogo addirittura con Cristo, con il “Re dei Re”, come dice Anna Magnani, Mamma Roma, alla fine della scena. Il dialogo si accende, vorrebbe accendersi al culmine di una domanda: “Di chi è la colpa”? Di chi è la colpa delle disgrazie che ci capitano, della vita disgraziata che facciamo? All’inizio, parlando con una giovane prostituta, Mamma Roma quasi la rimprovera, asserendo che “di quello che uno è, la colpa è solo sua”. Ma poi questa responsabilità semplice e definitiva, senza appello, trova per così dire la via di scavarsi un alveo in cui c’è posto per altro, per la ricerca di una causa che non può essere esibita così facilmente (e infatti diventa una domanda). “E sai perché mi’ marito, er padre de Ettore, era un farabutto disgraziato?”, chiede a un certo punto Mamma Roma. “Perché la madre era ‘na strozzina, e er padre un ladrone. Perché er padre della madre era un boja e la madre della madre ‘n’ accattona, e la madre del padre ‘na ruffiana, e er padre der padre ‘na spia!”. L’atavismo del male riesce forse farci scivolare di dosso la responsabilità? No. Ma la responsabilità dev’essere indagata da ogni lato, perché nessuno può capire esattamente in quale punto della catena degli eventi il bene e il male, che sono sempre congiunti, prendano due strade diverse. Solo Cristo, che pietosamente (si suppone) assiste alla scena senza parlare, solo lui potrebbe dirlo. Ma Cristo non c’è, o se c’è non risponde. L’unica cosa che c’è è questo buio, questo buio pieno di domande, e molti destini, e molte disgrazie. Come quella della donna rumena (ecco il fatto di cronaca a cui accennavo all’inizio) che partorì e forse uccise un figlio in un campo, vicino a Lana, e che fu incarcerata, e poi fu scarcerata, e adesso probabilmente si sta chiedendo, anche lei, “di chi è la colpa?”. La colpa di quello che uno è è solo sua, le hanno detto tutti, offendendola nei modi peggiori, eppure questa risposta non spegne la domanda, non risponde alla vera domanda, perché chi può rispondere non siamo noi, e forse non è nessuno, come di nessuno è la colpa della nostra colpa.

#maltrattamenti

Parco della Droga

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E alla fine l’hanno offerta anche a me, la droga. Era forse troppo tempo che mi aggiravo in questo parco, il Parco della Droga. Un aggirarsi di cane, il mio, che non ha più una casa, che non ha più un padrone, che non ha più neppure un cielo sotto cui stare, e per questo è costretto a cercare la sua salvezza in basso, senza poter sollevare la testa, testa di cane abbassata la mia. Mi aggiravo così da giorni, forse da secoli, in attesa del mio uomo, 25 dollari in mano. Ma non lo vedevo, non c’era nessun uomo per me. C’erano bivacchi, c’erano fuochi, c’erano risse, c’erano elicotteri, c’erano poliziotti, c’erano puttane, c’erano urla, c’erano strida, c’erano agguati e cose nascoste da mille mani in mille cespugli. Solo lui non c’era. C’era anche l’alta ruota cieca, ferma, sola nel vento, ad aspettare il vento. Operai scavavano trincee e trovavano bombe. Le bombe venivano cullate come bambine appena nate, bombe-bambine cullate da padri in fuga dall’Egitto. Abbiamo trovato delle rose / Erano le sue rose erano le mie rose / Questo viaggio chiamavamo amore. Ma l’amore non è qui. L’amore sta sui treni, sbaglia strada, corre sulle rotaie, l’amore non paga il biglietto, si nasconde nei bagni sporchi dei treni sporchi, e poi pulisce il vetro con una mano, ci accosta le labbra, manda un bacio a chi resta. Qui intanto cadono le foglie, finalmente. Fa freddo. Oggi ho detto ai miei studenti che il Natale l’hanno inventato i commercianti, sono loro che hanno inventato il Presepe con gli animali e con gli angeli. Avessero flauti chiamerebbero coi flauti, avessero bombe tirerebbero le bombe. Ma le stelle sono bombe, che crepitano sull’acqua e domani è già Natale, chi nasce però muore. Ogni Natale è avvolto in un sudario. 25 dollari in una mano sono pochi, ce ne vorrebbero 100, ce ne vorrebbero 1000. Quanto costa la vita eterna? La pietra rotola via dal sepolcro, qui non c’è colui che cercate. Ma io cerco il mio uomo, al Parco della Droga, possibile che anche lui adesso sieda alla destra del Padre? Devo aver scambiato indirizzo. Scusa, non volevo fare il tuo numero. Ci sono gatti che passeggiano sulle tastiere e scrivono poesie d’amore: Questo viaggio chiamavamo amore. Vorrei salire su un treno e svegliarmi il giorno dopo, davanti ad un mare che sappia raccontare. Potremmo affittare un piccolo appartamento e ascoltare le onde. Poi ci prepareremmo un caffè e puliremmo con la mano il vetro, ci accosteremmo le labbra e manderemmo un bacio a chi ci guarda. La vita ci prende tutti a schiaffi, qualche volta cadiamo per terra. Chi sono queste ombre che adesso si avvicinano? Tengo lo sguardo basso, vorrei non essere qui, ma dove potrei essere altrimenti? Il primo sorride, il sorriso di chi ha voglia di parlare, il mio uomo ha voglia di parlare. “Tutto bene amigo?”. Gli stringo il braccio, sento che potrebbe, che vorrebbe vendermi qualcosa. “Tutto bene”. Are you the one that I’ve been waiting for? Natale è ancora lontano, o è appena passato, e non ce ne siamo accorti. Siamo nati e non ce ne siamo accorti. I 25 dollari mi cadono dalle mano. Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose, questo viaggio chiamavamo amore.

#maltrattamenti

La morte della verità

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A cosa servono le provocazioni in politica? In alcuni casi la domanda è così ovvia da rasentare la ridondanza, giacché senza provocazioni certi partiti neppure esisterebbero. Da anni Süd-Tiroler Freiheit ha fatto di una comunicazione aggressiva e provocatoria il suo personale marchio di fabbrica. Tutti ricorderanno la scopa che doveva «purificare» l’Alto Adige dal verde che compone la bandiera italiana. Un caso transitato addirittura per circa 10 anni nei tribunali e conclusosi (ma aggiungiamo un prudente «finora») con la condanna di tre suoi esponenti di spicco a pagare un’ammenda di non gravosa entità. Qualche settimana fa un’altra provocazione è andata a segno in Consiglio provinciale, determinando la cancellazione del termine «Alto Adige» dal testo di una legga europea approvato superficialmente dalla maggioranza dell’assemblea, e costringendo lo stesso Governatore a fare marcia indietro dopo l’ondata di proteste levatasi soprattutto a livello nazionale. Adesso tutta l’attenzione si concentra sulla nuova «Aktion», come la chiamano questi infaticabili professionisti dell’esagerazione. Guardiamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Ancora una volta un manifesto. Si vedono i piedi di una persona deceduta, quindi le scritte (rigorosamente monolingui): «Il medico non conosceva il tedesco; qui muore il diritto di utilizzare la lingua materna (è il testo del cartellino appeso all’alluce del morto). E ancora: «Per capire e assistere bene i pazienti, in Südtirol i medici devono sapere il tedesco». Il contenuto della richiesta è chiaro, persino legittimo (lo statuto di autonomia prevede che il personale medico e ausiliario padroneggi sia l’italiano che il tedesco), ma è il modo con il quale viene formulata la rivendicazione a inibire una pacata discussione su un tema peraltro assai rilevante. Dire infatti che in Alto Adige si muore perché non tutti i medici conoscono la lingua tedesca è falsificato dalle decine di migliaia di interventi curativi che vanno a buon fine. Anche in un regime di traballante bilinguismo. Non lo diciamo per compiacercene. È solo l’elementare verità.

Torniamo allora alla domanda iniziale: a cosa servono provocazioni del genere? Dal punto di vista pragmatico a nulla. L’obiettivo di avere un miglioramento della preparazione linguistica dei nostri medici non si ottiene affermando falsità, perché il dibattito che si genera immerge qualsiasi ipotesi di soluzione nel solito mefitico calderone della polemica etnica.

Ci si concentra sull’immagine, sull’iperbole, e infatti subito ecco quelli che tacciano i rappresentanti di Süd-Tiroler Freiheit delle più atroci nefandezze (qualcuno ha persino chiesto che il partito venga messo fuori legge, aiutandolo insomma a profilarsi ancora di più), oppure chi inviterà a soprassedere, perché tanto l’importante non è che i medici sappiano parlare le lingue, ma che curino bene i pazienti.

Un ragionamento, quest’ultimo, politicamente inaccettabile, e che inoltre sottovaluta l’importanza della comunicazione nella prassi medica. Sarebbe quasi da fare un altro manifesto. Un cadavere, magari persino lo stesso cadavere di prima, ma forse basta anche solo mostrare un cervello necrotizzato, con sopra il titolo: anche le provocazioni, quando non sono intelligenti, fanno perdere un mucchio di tempo e ritardano le cure.

Corriere dell’Alto Adige, 10 novembre 2019