Migranti e ambienti ostili

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Nella galleria ar/gekunst di via Museo, a Bolzano, fino ai primi giorni di febbraio sono esposte tre opere molto interessanti. Da lontano sembrano la sezione di un grande tronco d’albero, gli anelli concentrici e tutto il resto. Avvicinandoci, però, notiamo che si tratta di grafici, o meglio di infografiche, che mostrano i «giri» ai quali alcuni migranti sono sottoposti nel loro quotidiano affannarsi per schivare le difficoltà connaturate al proprio status. Alla luce di questi «giri» (il progetto è stato significativamente chiamato dall’autore, Lorenzo Pezzani, «Tempi morti») anche la nostra città emerge come un percorso fatto ad ostacoli — «Tempi morti mira a cogliere i modi in cui gli ambienti ostili si sono infiltrati nella vita quotidiana in forme inedite, influenzandone profondamente i ritmi» —, non di rado caratterizzato da luoghi di sosta forzata, in cui il senso della vita e dell’esistenza risulta compresso al suo livello più basso.

Una delle scene più evidenti di questo ambiente ostile è rappresentata dal cortiletto, o per meglio dire dallo spazio antistante la Questura, in cui ogni giorno si radunano molte persone per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, o anche del passaporto. Tutto qui sembra congegnato per far perdere il gusto della vita sia a chi è costretto a passare tantissimo tempo in attesa, senza potersi sedere, sia anche a chi ci lavora. Producendo così un circolo vizioso di impotenza e frustrazione che porta spesso la situazione al limite della rottura. Esiste, in realtà, una piccola sala d’attesa al primo piano della palazzina. Ma le finestre sono sbarrate, l’ossigeno ridotto al minimo e l’esasperazione è costante. Dobbiamo quindi immaginarci una condizione di complessiva prostrazione, dalle sette del mattino fino a mezzogiorno, ora resa più grave dal caldo, quando si è nei mesi caldi, ora incrudelita dal freddo e dalla pioggia, nei mesi autunnali e invernali. Qualcuno ha provato a protestare, ha manifestato per sollecitare un’accoglienza migliore. Finora non è stato però ascoltato.

E la politica cosa dice? Qualche mese fa Matteo Gazzini, esponente della Lega locale, scrisse su Facebook un post carico di disprezzo: «Questa mattina sono stato in Questura di Bolzano per rinnovare il passaporto. Due cose ho notato: l’estrema professionalità e cortesia dei nostri operatori della Polizia di Stato ed una puzza nauseabonda che proveniva dal piano dove si trovavano gli uffici immigrazione. Ma è possibile che le nostre forze dell’ordine debbano lavorare in ambienti poco salubri?». Lo sfogo occasionale del leghista (che dopo aver risolto la sua faccenda personale si sarà prontamente diretto verso ambienti più profumati, beato lui) non dev’essere a sua volta semplicemente disprezzato. Se «le nostre forze dell’ordine» fossero messe in condizione di lavorare in ambienti più salubri è certo che ne beneficerebbero tutti.

Corriere dell’Alto Adige, 30 novembre 2019

Bolzano senza Tram

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Ma davvero Bolzano ha perso il Tram? E quando si ripresenterà, se si ripresenterà, un’occasione del genere? Ma soprattutto: senza Tram, senza questo Tram che avrebbe dovuto esserci e ora pare non ci sarà più (perché il popolo ha parlato, anche se ha parlato un frammento, un pezzettino di popolo, e la maggioranza, la stragrande maggioranza della gente è rimasta a casa, sul divano o chissà dove, comunque non è andata a votare), quale altra soluzione verrà elaborata per eliminare il micidiale traffico di cui tutti si lagnano, anche gli avversari del Tram, intendiamoci, che però a suo tempo votarono in massa a favore del progetto di riqualificazione del centro, cioè per il cosiddetto Progetto Benko, prevedibilissimo motore di scavi e lavori infiniti e causa di buona parte delle difficoltà oggi legate alla circolazione, e che ogni fine settimana se ne stanno inscatolati in coda per affollare con le loro automobili i parcheggi del Twenty? Ammettiamolo: tra il rendering tutto verde e silenzi che i favorevoli al Tram contemplavano sognando una Bolzano finalmente avviata verso le magnifiche sorti e progressive della “smart city” e i vaghissimi progetti alternativi evocati dai contrari (qualcuno ha poi capito in che modo verrebbero realizzati, questi impalpabili progetti alternativi?), tra queste due posizioni adesso si è aperta una voragine buona solo a rinsaldare la contrapposizione “politica”. Il referendum era solo un antipasto, un amuse-bouche al fiele per prepararci alla votazione di maggio, votazione che secondo i leghisti dovrebbe “liberare la città” non tanto dal traffico, ma da chi la governa, vale a dire quei miserabili della sinistra e della Svp (ah, no, la Svp non può essere etichettata miserabile, visto che la Lega in provincia ci governa, e se vuole “prendersi” la città dovrà poi governare anche a Bolzano con la Svp, come del resto già fa in modo straordinariamente brillante a Laives). Il sindaco Caramaschi, comunque, è uscito dal referendum con le ossa rotte. Aveva detto che se la differenza tra i “sì” e i “no” fosse stata minima, lui sarebbe andato avanti lo stesso, dritto come un Tram. Invece gli elettori l’hanno preso a ceffoni, infliggendogli una sconfitta che ne fa barcollare anche la ricandidatura. Che farà a questo punto il buon Renzo? Si ritirerà in una baita a scrivere l’ennesimo romanzo storico? Lo ambienterà su un Tram? Kafka, come racconta Adriano Sofri in quel bellissimo suo libro sulle diverse traduzioni di un passo della Verwandlung, passo in cui non si capisce bene se lo scrittore parlava di Tram o di lampioni, ammirava tantissimo Felice Bauer, la sua fidanzata berlinese, perché lei gli scriveva anche quando andava in Tram. Ecco, Bolzano assomiglia a Felice Bauer, ha quella sua facciona lì, non particolarmente bella, e passa le sue giornate allo specchio, sognando una “metamorfosi” che sia in grado di trasformarla da città-scarafaggio, da Stadt-Ungeziefer, in qualcosa di più attraente, come se volesse, come se stesse sempre per sbocciare alla maniera della diciassettenne Grete, la sorella di Gregor Samsa, che stira le sue membra alla fine del famoso racconto, e quindi stesse anche per smettere di rinserrarsi nella sua cupa stanza-prigione, nel suo ruolo di capoluogo sfigato, i cui soffitti sporchi non sono neppure allietati dalla luce che va e che viene, la luce passeggera di un Tram. Accadrà mai?

#maltrattamenti

Aperitivo delle Comunali

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Domenica si vota a Bolzano per il progetto che dovrebbe dotare la città di una nuova infrastruttura: «Volete voi che sia introdotto nel tessuto urbano della città di Bolzano il mezzo di trasporto pubblico costituito dal Tram su rotaia da Ponte Adige a viale Stazione?». Una decisione posta sul crinale strettissimo del «sì» o «no», che — trattandosi di una questione eminentemente tecnica — porta dunque la logica della contrapposizione ideologica su un terreno dal quale sarebbe stato forse più opportuno tenerla lontana.

La prima considerazione che possiamo svolgere è proprio questa. In teoria favorevoli e contrari al progetto avrebbero dovuto spalmarsi in modo trasversale rispetto alle tradizionali linee politiche che segnano l’opinione pubblica cittadina. Avremo invece a che fare con un voto che cerca di anticipare quello di primavera, allorché si tratterà di giudicare nel complesso il lavoro della giunta comunale e, sostanzialmente, decidere se riconfermare o congedare il sindaco Renzo Caramaschi. Il referendum sul tram assomiglia perciò a una sorta di aperitivo delle comunali, un banco di prova preliminare sul quale deporre il corpo palpitante di maggioranza e opposizione. Corrispettivamente, anche il dibattito, che avrebbe dovuto chiarire le idee agli indecisi, non ha fatto altro che cementificare i pregiudizi di partenza.

Per i suoi fautori, il tram aprirà l’era degli spostamenti ecologici, il tempo della città liberata dalla «morsa del traffico», e sarà solo la prima pietra di una costruzione in lungimirante divenire; per i contrari si tratta invece di un mezzo sostanzialmente inutile, già sorpassato prima ancora di essere utilizzato, perché non esclude l’uso promiscuo (tram più auto) delle sedi stradali, non coinvolge subito l’intera città, quindi non taglia la testa al toro dei pendolari e, a causa dei lunghi lavori, renderà per molto tempo la circolazione ancora più soffocante.

Alla contrapposizione di tipo politico se ne aggiunge poi un’altra, assai deleteria, di carattere etnico o sociale. Più disposti a gradire la soluzione tranviaria sono gli abitanti del centro, dove si concentra la popolazione di lingua tedesca, che in teoria è anche quella che ha meno bisogno di utilizzarlo. Nelle periferie «italiane», al contrario, questa soluzione è giudicata insufficiente, già obsoleta, addirittura espressione di oscuri interessi che confermerebbero sempre il destino negletto della popolazione residente oltre il fiume Talvera.

Concludendo: in origine il tram avrebbe dovuto essere un’idea capace di unire la città nel segno della maggiore comodità, dell’efficienza e della sua capacità di renderla più ecologica; adesso la consultazione popolare rischia di farla risvegliare sotto un cielo ancora più diviso, litigioso e incattivito.

Corriere dell’Alto Adige, 22 novembre 2019

L’abbraccio di Alex e Alessandro

Langer Leogrande

A causa della diversa età Alexander Langer e Alessandro Leogrande non si sono potuti conoscere di persona. Quando il primo morì, nel 1995, il secondo non era ancora laureato. Inevitabile però che nel proseguo della sua carriera di scrittore e giornalista l’autore de “La frontiera” scoprisse presto l’opera del sudtirolese: “Per tutta la vita Alexander Langer non ha fatto altro che saltare muri, attraversare confini culturali, nazionali, etnici, religiosi”, cosi l’esordio di un ritratto pubblicato nel 2010 su una rivista sindacale. Incontro reale mai avvenuto, si diceva, ma oggi reso possibile in forma di “dialogo scritto” da una pubblicazione di straordinario valore, che raccoglie tutti i contributi redatti dai due su un tema al quale entrambi avevano dedicato molta attenzione: l’Albania. Poco prima di lasciarci improvvisamente (il 26 novembre 2017, esattamente due anni fa), Leogrande aveva infatti messo in cantiere un testo presso il suo editore albanese (Dudaj), in modo da raccogliere alcuni scritti di Langer, preludio di un convegno da svolgersi a Tirana per commemorarne la prima visita compiuta in quel Paese, nell’aprile del 1991. Se la dolorosissima scomparsa di Leogrande non permise dunque di realizzare il progetto, il volume curato da Giovanni Accardo per la casa editrice “Alphabeta” di Merano non si limita a recuperarne il senso, ma ci offre la possibilità di stringere insieme per la prima volta in circa 270 pagine Alex e Alessandro, come in un abbraccio.

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Alexander Langer

Accardo ha opportunamente sgranato gli articoli giustapponendoli in due sezioni. La prima, dedicata a Langer, è intitolata “Sognando l’Europa e la libertà”. Si apre con un un pezzo pubblicato originariamente su “Il Manifesto” del 13 dicembre 1990 (“Le ultime ore della vecchia Albania”) ed è chiusa da un testo inedito, che illustra la situazione albanese nell’anno 1994. La seconda sezione, firmata da Leogrande (“Il paese di fronte”), copre uno spazio di ben 17 anni, dal 2000 al 2017, a testimonianza di un costante interesse per i nostri vicini di mare, ai quali il tarantino era legato anche per motivi familiari, dato che proprio in Albania, tra il 1992 e il 2001, suo padre organizzò dei campi di lavoro estivi. Nel 2011 Leogrande narrerà poi la storia del criminale affondamento della nave Katër i Radës, avvenuto il 28 marzo del 1997, in cui perirono 81 persone, in gran parte donne e bambini (“Il naufragio. Morte nel Mediterraneo”, Feltrinelli).

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La nave Vlora piena di migranti albanesi, agosto 1991

È impossibile dare conto brevemente della ricchezza di queste pagine, di questo “dialogo”. All’accumulo di informazioni di prima mano, alle riflessioni originali, spesso eseguite con lucidità anticipatrice, si aggiunge la sensibilità fuori dal comune, la percezione dell’“altro” sempre ottenuta in “prossimità”, cioè mediante il contatto umano. Emozionano le parole di Diana Çuli, indicata da Leogrande quale curatrice del volume su Langer e l’Albania che non si fece. Le riporta Accardo nella sua introduzione: “Langer e Leogrande hanno costituito una specie di staffetta, nel consegnare all’Albania speranza e solidarietà”. E di rimando Goffredo Fofi, che umilmente si dichiara allievo dei due giovani maestri scomparsi, scrive nella prefazione al volume: “I testi di Alex e Alessandro hanno molto da dire ancora oggi, non tanto e non solo sull’Albania, quanto su un modo di agire e di scrivere, di sperare e di lottare”. Evidente il riferimento alle odierne vicende di immigrazione, delle quali l’Albania ha prefigurato la fenomenologia per l’Italia.

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Alessandro Leogrande

Infine due dettagli non inutili. “Dialogo sull’Albania” ha in esergo una lirica del poeta sudtirolese Norbert C. Kaser, tradotta in albanese da Gentiana Minga. La poesia si intitola “la tua terra”. Fu composta direttamente in italiano. “Sai che la tua terra / ti può far morire / non per nostalgia / (questi tempi sono ormai passati) / ma per l’esigenza / che nessuno ti ama”. L’amore per la propria terra, la passione per la libertà, l’emigrazione, le ferite degli addii, i ritorni ai quali Langer e Leogrande dedicano il loro “abbraccio albanese” toccano sovente la poesia elementare della vita. Così come c’è molta poesia nella bellissima fotografia di copertina scattata da Nathalie Taina. Mostra una ragazza di spalle, i capelli neri (se ne sente quasi il profumo) lambiscono le piume dell’ala di aquila stampata sul rosso accesso della bandiera, tesa come uno scialle. Poi un tunnel, forse un sottopassaggio, quindi l’aperto, la luce, il futuro.

Corriere dell’Alto Adige, 21 novembre 2019, pubblicato con il titolo “Senza muri”

Di chi è la colpa?

Anna Magnani Mamma Roma

C’è una scena del cinema che più amo, che ho piantata in testa come un asse attorno al quale prende a girare tutto ciò che dovrebbe coagularsi in un giudizio morale. Girando, appunto, ciò che dovrebbe coagularsi non si coagula, ma resta sciolto, direi sbattuto di qua e di là, ed è proprio questa sensazione di essere sbattuti di qua e di là che sta al centro di quella scena, configurando il motivo di una cosa che vorrei dire adesso, adesso che penso a una storia di cronaca recente. Ma prima di parlare di questa storia, ecco la scena del film. Si tratta di “Mamma Roma”, di Pier Paolo Pasolini. La trovate anche su YouTube, basta scrivere “di quello che uno è, la colpa è solo sua”. Non sono un esperto di cinema, non saprei dire se si tratta di un “piano sequenza” o semplicemente di un “long take”, o addirittura di un “outing con comparse”, come scrive un commentatore che evidentemente conosce tutto della tecnica cinematografica. Non è importante. Si vede comunque Anna Magnani che avanza, di notte, su una strada, e viene affiancata da varie persone. Lei continua a parlare, in realtà sta svolgendo un monologo, ma il monologo si dipana sfruttando l’interlocuzione di chi le cammina accanto, e poi scopriamo che il monologo è in realtà il tentativo di cominciare un dialogo addirittura con Cristo, con il “Re dei Re”, come dice Anna Magnani, Mamma Roma, alla fine della scena. Il dialogo si accende, vorrebbe accendersi al culmine di una domanda: “Di chi è la colpa”? Di chi è la colpa delle disgrazie che ci capitano, della vita disgraziata che facciamo? All’inizio, parlando con una giovane prostituta, Mamma Roma quasi la rimprovera, asserendo che “di quello che uno è, la colpa è solo sua”. Ma poi questa responsabilità semplice e definitiva, senza appello, trova per così dire la via di scavarsi un alveo in cui c’è posto per altro, per la ricerca di una causa che non può essere esibita così facilmente (e infatti diventa una domanda). “E sai perché mi’ marito, er padre de Ettore, era un farabutto disgraziato?”, chiede a un certo punto Mamma Roma. “Perché la madre era ‘na strozzina, e er padre un ladrone. Perché er padre della madre era un boja e la madre della madre ‘n’ accattona, e la madre del padre ‘na ruffiana, e er padre der padre ‘na spia!”. L’atavismo del male riesce forse farci scivolare di dosso la responsabilità? No. Ma la responsabilità dev’essere indagata da ogni lato, perché nessuno può capire esattamente in quale punto della catena degli eventi il bene e il male, che sono sempre congiunti, prendano due strade diverse. Solo Cristo, che pietosamente (si suppone) assiste alla scena senza parlare, solo lui potrebbe dirlo. Ma Cristo non c’è, o se c’è non risponde. L’unica cosa che c’è è questo buio, questo buio pieno di domande, e molti destini, e molte disgrazie. Come quella della donna rumena (ecco il fatto di cronaca a cui accennavo all’inizio) che partorì e forse uccise un figlio in un campo, vicino a Lana, e che fu incarcerata, e poi fu scarcerata, e adesso probabilmente si sta chiedendo, anche lei, “di chi è la colpa?”. La colpa di quello che uno è è solo sua, le hanno detto tutti, offendendola nei modi peggiori, eppure questa risposta non spegne la domanda, non risponde alla vera domanda, perché chi può rispondere non siamo noi, e forse non è nessuno, come di nessuno è la colpa della nostra colpa.

#maltrattamenti

Parco della Droga

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E alla fine l’hanno offerta anche a me, la droga. Era forse troppo tempo che mi aggiravo in questo parco, il Parco della Droga. Un aggirarsi di cane, il mio, che non ha più una casa, che non ha più un padrone, che non ha più neppure un cielo sotto cui stare, e per questo è costretto a cercare la sua salvezza in basso, senza poter sollevare la testa, testa di cane abbassata la mia. Mi aggiravo così da giorni, forse da secoli, in attesa del mio uomo, 25 dollari in mano. Ma non lo vedevo, non c’era nessun uomo per me. C’erano bivacchi, c’erano fuochi, c’erano risse, c’erano elicotteri, c’erano poliziotti, c’erano puttane, c’erano urla, c’erano strida, c’erano agguati e cose nascoste da mille mani in mille cespugli. Solo lui non c’era. C’era anche l’alta ruota cieca, ferma, sola nel vento, ad aspettare il vento. Operai scavavano trincee e trovavano bombe. Le bombe venivano cullate come bambine appena nate, bombe-bambine cullate da padri in fuga dall’Egitto. Abbiamo trovato delle rose / Erano le sue rose erano le mie rose / Questo viaggio chiamavamo amore. Ma l’amore non è qui. L’amore sta sui treni, sbaglia strada, corre sulle rotaie, l’amore non paga il biglietto, si nasconde nei bagni sporchi dei treni sporchi, e poi pulisce il vetro con una mano, ci accosta le labbra, manda un bacio a chi resta. Qui intanto cadono le foglie, finalmente. Fa freddo. Oggi ho detto ai miei studenti che il Natale l’hanno inventato i commercianti, sono loro che hanno inventato il Presepe con gli animali e con gli angeli. Avessero flauti chiamerebbero coi flauti, avessero bombe tirerebbero le bombe. Ma le stelle sono bombe, che crepitano sull’acqua e domani è già Natale, chi nasce però muore. Ogni Natale è avvolto in un sudario. 25 dollari in una mano sono pochi, ce ne vorrebbero 100, ce ne vorrebbero 1000. Quanto costa la vita eterna? La pietra rotola via dal sepolcro, qui non c’è colui che cercate. Ma io cerco il mio uomo, al Parco della Droga, possibile che anche lui adesso sieda alla destra del Padre? Devo aver scambiato indirizzo. Scusa, non volevo fare il tuo numero. Ci sono gatti che passeggiano sulle tastiere e scrivono poesie d’amore: Questo viaggio chiamavamo amore. Vorrei salire su un treno e svegliarmi il giorno dopo, davanti ad un mare che sappia raccontare. Potremmo affittare un piccolo appartamento e ascoltare le onde. Poi ci prepareremmo un caffè e puliremmo con la mano il vetro, ci accosteremmo le labbra e manderemmo un bacio a chi ci guarda. La vita ci prende tutti a schiaffi, qualche volta cadiamo per terra. Chi sono queste ombre che adesso si avvicinano? Tengo lo sguardo basso, vorrei non essere qui, ma dove potrei essere altrimenti? Il primo sorride, il sorriso di chi ha voglia di parlare, il mio uomo ha voglia di parlare. “Tutto bene amigo?”. Gli stringo il braccio, sento che potrebbe, che vorrebbe vendermi qualcosa. “Tutto bene”. Are you the one that I’ve been waiting for? Natale è ancora lontano, o è appena passato, e non ce ne siamo accorti. Siamo nati e non ce ne siamo accorti. I 25 dollari mi cadono dalle mano. Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose, questo viaggio chiamavamo amore.

#maltrattamenti

La morte della verità

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A cosa servono le provocazioni in politica? In alcuni casi la domanda è così ovvia da rasentare la ridondanza, giacché senza provocazioni certi partiti neppure esisterebbero. Da anni Süd-Tiroler Freiheit ha fatto di una comunicazione aggressiva e provocatoria il suo personale marchio di fabbrica. Tutti ricorderanno la scopa che doveva «purificare» l’Alto Adige dal verde che compone la bandiera italiana. Un caso transitato addirittura per circa 10 anni nei tribunali e conclusosi (ma aggiungiamo un prudente «finora») con la condanna di tre suoi esponenti di spicco a pagare un’ammenda di non gravosa entità. Qualche settimana fa un’altra provocazione è andata a segno in Consiglio provinciale, determinando la cancellazione del termine «Alto Adige» dal testo di una legga europea approvato superficialmente dalla maggioranza dell’assemblea, e costringendo lo stesso Governatore a fare marcia indietro dopo l’ondata di proteste levatasi soprattutto a livello nazionale. Adesso tutta l’attenzione si concentra sulla nuova «Aktion», come la chiamano questi infaticabili professionisti dell’esagerazione. Guardiamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Ancora una volta un manifesto. Si vedono i piedi di una persona deceduta, quindi le scritte (rigorosamente monolingui): «Il medico non conosceva il tedesco; qui muore il diritto di utilizzare la lingua materna (è il testo del cartellino appeso all’alluce del morto). E ancora: «Per capire e assistere bene i pazienti, in Südtirol i medici devono sapere il tedesco». Il contenuto della richiesta è chiaro, persino legittimo (lo statuto di autonomia prevede che il personale medico e ausiliario padroneggi sia l’italiano che il tedesco), ma è il modo con il quale viene formulata la rivendicazione a inibire una pacata discussione su un tema peraltro assai rilevante. Dire infatti che in Alto Adige si muore perché non tutti i medici conoscono la lingua tedesca è falsificato dalle decine di migliaia di interventi curativi che vanno a buon fine. Anche in un regime di traballante bilinguismo. Non lo diciamo per compiacercene. È solo l’elementare verità.

Torniamo allora alla domanda iniziale: a cosa servono provocazioni del genere? Dal punto di vista pragmatico a nulla. L’obiettivo di avere un miglioramento della preparazione linguistica dei nostri medici non si ottiene affermando falsità, perché il dibattito che si genera immerge qualsiasi ipotesi di soluzione nel solito mefitico calderone della polemica etnica.

Ci si concentra sull’immagine, sull’iperbole, e infatti subito ecco quelli che tacciano i rappresentanti di Süd-Tiroler Freiheit delle più atroci nefandezze (qualcuno ha persino chiesto che il partito venga messo fuori legge, aiutandolo insomma a profilarsi ancora di più), oppure chi inviterà a soprassedere, perché tanto l’importante non è che i medici sappiano parlare le lingue, ma che curino bene i pazienti.

Un ragionamento, quest’ultimo, politicamente inaccettabile, e che inoltre sottovaluta l’importanza della comunicazione nella prassi medica. Sarebbe quasi da fare un altro manifesto. Un cadavere, magari persino lo stesso cadavere di prima, ma forse basta anche solo mostrare un cervello necrotizzato, con sopra il titolo: anche le provocazioni, quando non sono intelligenti, fanno perdere un mucchio di tempo e ritardano le cure.

Corriere dell’Alto Adige, 10 novembre 2019

Il passato non finisce mai

Andreetto Pispisa

Jadel Andreetto e Guglielmo Pispisa alla Libreria Ubik di Bolzano

Nel giallo siculo-altoatesino “Tutta quella brava gente” protagonista è una Bolzano cupa, ancora soggiogata dai suoi fantasmi. Una recensione.

In un breve saggio dedicato alla storia del romanzo “giallo”, ovvero del “romanzo criminale” o “poliziesco”, Sciascia cita l’inglese Richard Austin Freeman – autore de L’impronta scarlatta (1907), capostipite del filone scientifico letterario – e le quattro fasi canoniche secondo le quali è possibile costruire un perfetto esempio del genere: la posizione del problema (vale a dire il delitto più o meno efferato, l’incidente apparentemente inspiegabile), la presentazione degli indizi essenziali alla sua soluzione; lo sviluppo dell’inchiesta; la discussione sugli indizi in quanto prove e la dimostrazione che attraverso quelle prove si arriva alla prova definitiva della colpevolezza di uno (normalmente è uno) dei personaggi del libro (Leonardo Sciascia, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, Adelphi). Se questo è il canovaccio inevadibile, per sventare il rischio di una eccessiva prevedibilità agli scrittori toccherà inventarsi altri ingredienti. Uno di questi, particolarmente sfruttato negli ultimi tempi, consiste nel rendere protagonista delle vicende narrate anche il luogo in cui esse si svolgono, ben oltre cioè il suo ruolo di semplice sfondo. In Sudtirolo possiamo ricondurre tale tendenza in primis alle storie di Tschonnie-Tschenett raccontate da Kurt Lanthaler, fino ad includere i “thriller” di grande successo commerciale pubblicati di recente da Luca D’Andrea. È soprattutto quest’ultimo ad aver insistito sull’immagine di un Sudtirolo tutt’altro che idilliaco e rassicurante, quasi predestinato a mettere a disposizione la cupa sostanza di un male nascosto sotto il luccichio che attira i turisti.

Anche il veterano della Mobile Karl Rottesteiner, assieme al poliziotto messinese Tanino Barcellona figura centrale del romanzo Tutta quella brava gente (Rizzoli 2019, Euro 18,50), è in qualche modo ossessionato, anzi perseguitato dal male. Ma lui, più che cercarne la sostanza metafisica, ha il problema molto concreto di liberarsi dal suo continuo ritorno, come se si trattasse di un fantasma: “Il male, Tanino. Il male va affrontato. Anche se ritorna, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Non possiamo lasciare che ci confonda per sempre…”. Costruito con una serie di sapienti rimandi interni (nel primo capitolo, ma ovviamente lo può capire solo chi ha letto tutto il libro, è già cifrata la soluzione), il romanzo scritto a quattro mani dal bolzanino Jadel Andreetto e dal messinese Guglielmo Pispisa con lo pseudonimo di Marco Felder (“perché il doppio nome vende la metà”) sfrutta quindi la città di Bolzano incidendone l’epidermide, calandosi nelle profondità più scabrose del suo passato ed estraendone una vicenda che non cessa di tornare a galla in modo psicotico. Un po’ come accade nella cronaca e nella politica locali, del resto, si pensi alle bombe della guerra risputate dal terreno dopo settant’anni, oppure alle periodiche polemiche legate alla mai esausta guerriglia identitaria animata dagli estremisti dei due maggiori gruppi linguistici. Sarà allora proprio da quel passato che il siciliano Tanino, benché appena trasferito e dunque in un certo senso totalmente ignaro delle dinamiche che caratterizzano il suo nuovo ambiente di lavoro, riuscirà ad estrarre il filo che annoda e spiega una altrimenti poco chiara successioni di omicidi, a prima vista esclusivamente accomunati dal fatto che a morire siano solo “uomini soli”.

Al di là del modo (ripetiamolo: sapiente) con il quale i due autori conducono l’intreccio fino allo scioglimento finale, è interessante evidenziare qui tre elementi che segnano ulteriormente l’originalità del libro. Il primo riguarda l’allusione al mito di Ifigenia. Nel testo sono inseriti alcuni frammenti di diario scritti da una ragazza che subisce, proprio come la famosa eroina tragica, lo scontro di interessi sovrapposti alla sua condizione di sofferenza. Torna in mente il trattamento che del mito fece Lucrezio nel primo libro del suo De Rerum Natura: l’addio alla propria esistenza di una giovane donna, il cui peccato è quello di essersi impigliata in una trama superstiziosa e violenta. È proprio il timore nei confronti degli dèi – o nel caso di Tutta quella brava gente (titolo, sia detto per inciso, che ricorda molto quello del classico di Claus Gatterer: Schöne Welt, böse Leut) dell’osservanza a regole comunitarie troppo strette, vale a dire il demente prevalere di questioni identitarie collettive su istanze individuali – a spezzare una vita appena accennata. Altro elemento, il ruolo dell’outsider, cioè di chi giunge da un altro contesto, da un altro luogo, ma proprio per questo, proprio perché non gravato da troppe implicazioni con il passato che potrebbero altrimenti oscurargli la vista, riesce a percepire le cose meglio e più velocemente dei cosiddetti locali. Infine, il modo con cui la città è stata narrata. Ne vengono scandagliati i margini, i quartieri periferici, fino a lambire le pendici delle montagne che la circondano. Un’intuizione che aveva già avuto Marcello Fois, sebbene in modo meno tematico, nel suo Del dirsi addio (Einaudi), quando scriveva: “Bolzano poteva apparire come un pezzo di mondo sorprendente: quella che chiamavamo città non era nient’altro che una porzione di campagna addomesticata fino alla resa, e quella che chiamavamo campagna una porzione di città virtuale. C’era tutto, ma non sembrava esserci niente”. Una visione dell’universo che fa pensare sia ad una localizzazione puntuale che alla massima deterritorializzazione. Interstizio ideale per chi ha scelto di scrivere un giallo abitato dai fantasmi dell’identità.

ff – Ausgabe 45/2019

Passaporto di scorta

Passaporto

Io ho un passaporto solo, anzi, neppure quello, perché l’ho smarrito. Accidenti, chissà dove l’ho messo. A dire il vero mi è servito una volta sola, per fare un viaggio negli Stati Uniti. Saranno passati sei o sette anni. La carta d’identità non bastava, così mi è toccato recarmi negli uffici preposti – non ricordo bene quali e quanti uffici, ma un passaggio l’ho fatto anche presso la Polizia di Stato, perché mi ricordo che c’erano parecchi stranieri là, anche loro alle prese con questioni di documenti – e alla fine mi hanno consegnato quel libretto color vinaccia che adesso ho perso. Da quando sono tornato dall’America, devo dire, al mio passaporto non ci ho più pensato. Cosa dimostrata anche dal fatto che altrimenti non l’avrei perso. Confesso che sono un tipo abbastanza pragmatico, anche se disordinato, e ritengo che il valore di una cosa risieda nell’uso. Per dire: il valore di un passaporto si dimostra alla frontiera, se quelli che stanno lì lo vogliono vedere. Se non lo volessero vedere, se non servisse, ecco che il valore di quel passaporto scemerebbe di molto. Allora potremmo dire che ce l’abbiamo ma non ci serve a nulla. Non so voi, ma io considero una grande conquista il fatto che del passaporto, almeno in Europa, non ne abbiamo molto bisogno, o per meglio dire non ne abbiamo affatto bisogno. Non abbiamo bisogno di un passaporto e quindi figuriamoci di due. Se io avessi due passaporti scommetto che li perderei entrambi. Oppure, riflettendoci, ne perderei solo uno, e sarà per questo che qui in Alto Adige in parecchi si stanno attivando per dotarsi di un doppio passaporto: dovessero perderne uno, ecco che potrebbero ricorrere all’altro e non ci sarebbero problemi. Visto? Tanto rumore sui passaporti, tante discussioni, quando è solo per averne un altro di scorta. Chi potrebbe dire di no ad una motivazione del genere?

#lacolonnina – ff – Ausgabe 45/2019

Quando la verità è parziale

Brumotti

Per un telespettatore ingenuo la televisione esibisce la «realtà», fondando la possibilità del «vero». Può trattarsi anche di una «realtà immaginata», ma quando l’intento è quello di riprendere un evento, un fenomeno, una circostanza del mondo «là fuori», allora la «realtà» mostrata viene scambiata non solo per la «verità», ma per «tutta la verità che c’è da sapere». Il telespettatore ingenuo (e medio) adesso crede di sapere tutto. Così, se Vittorio Brumotti, in un servizio di cinque minuti andato in onda su «Striscia la notizia», ci mostra una «Bolzano degradata», pullulante di spacciatori, e in cui ricevere la proposta di acquisire sostanze stupefacenti è l’unica cosa che può capitare a chi passi vicino alla stazione ferroviaria, ecco che per il telespettatore quella sarà Bolzano, la sua realtà, la sua verità.

Proviamo però a fare un passo oltre e chiediamoci che cosa non è riuscito a mostrarci Brumotti. Per prima cosa non è riuscito a mostrarci neppure un pezzettino di un altro luogo cittadino, magari per verificare se i problemi di Bolzano sono addirittura più diffusi, pervasivi e protetti di quelli riscontrabili in una zona limitata di Parco Stazione. Poi non è riuscito a farci capire chi siano gli acquirenti abituali di questo insolente e disinibito traffico di merce illegale. Un’offerta così facile lascerebbe quasi presupporre che qui abbiamo a che fare con un popolo di drogati alla costante ricerca di «roba». Eppure dal servizio non si capisce, perché i consumatori sono totalmente esclusi dalla rappresentazione. Infine, nei cinque minuti in cui osserviamo Brumotti impennare e giocare con la sua bicicletta, fingere di essere interessato all’acquisto di droga, rivelarsi per quel che effettivamente è, quindi organizzare una rapida repressione assieme ad alcuni agenti, non viene neppure lontanamente evocata la domanda su chi siano effettivamente tali spacciatori, perché si concentrino lì, per chi stiano lavorando, chi o quali dispositivi ne assicurano il dominio sul territorio e quali limiti effettivi possono ancora essere assegnati al fenomeno che si pretenderebbe di aver denunciato.

Se prima abbiamo detto che l’impressione del telespettatore ingenuo è che a un servizio del genere non occorra «altro» per essere apprezzato come completo e largamente informativo, adesso dobbiamo rovesciare il dato: abbiamo goduto di una porzione striminzita di «verità», in modo da ribadire soltanto quanto già sapevamo benissimo (chiunque sa che al parco Stazione, anzi in tutti i parchi di tutte le stazioni d’Italia, si spaccia).

Parco Stazione, con tutti i suoi problemi innegabili, sta lì, giorno e notte. Si tratta di un luogo spesso presidiato dalle forze di polizia, costituisce la zona di accesso più frequentata per chi si reca in centro, adesso ci hanno impiantato anche una ruota panoramica per guardarlo dall’alto. Eppure, per capirne dinamiche e contraddizioni, ci fidiamo di un biker che illumina per cinque minuti con il suo potentissimo faro un minuscolo frammento della scena, mentre tutto il resto affonda nell’ombra.

Corriere dell’Alto Adige, 7 novembre 2019

Il Cardinalone

Ruini

Ce l’avete presente quando sta sul palco, cioè almeno una volta al giorno, quando ha appena finito di mangiare un panino con la porchetta o qualcosa di altrettanto maialoso, e insomma sta sul palco e comincia a snocciolare la sequenza dei suoi grandi successi e poi ci infila sempre anche un riferimento ai giornaloni e ai vescovoni prima di tirare fuori dalle mutande il crocifisso e baciarlo anche se ci sono rimasti attaccati un paio di peli pubici? I vescovoni, dice lui. Finora ci andava ancora bene perché i vescovi (di dimensioni variabili, quindi non solo i vescovoni, ma anche i vescovetti e i vescovini) hanno sempre storto il naso davanti a quella roba lì. Lui sul palco a baciare il crocifisso coi peli pubici, ai vescovi, non piaceva. I peli pubici non si baciano sul palco, così pensavano i vescovi, o almeno sembrava pensassero tutti gli ecclestiastici di rango. Ma poi è entrato in campo lui. Il più vescovone di tutti. Anzi: il CARDINALONE. Camillo Ruini. Uno che è quasi un peccato che abbia solo un nome proprio (anche se è un nome che sembra quasi una predestinazione: Camillo), perché di nomi gliene vorresti almeno dare quattro, sei, otto. Camillo Serbelloni Ruini vien dal Mare. Ruini è l’esemplificazione della Chiesa come se Cristo non fosse mai sceso in terra. O meglio: è la Chiesa che ha colto Cristo al balzo per disfarsene subito, per rinnegarlo affogandolo in un fonte battesimale pieno di Châteauneuf-du-pape appena trafugato dalla cantina di Pierre Le Roy de Boiseaumarié, pregiatissimo vino nel quale sono stati posti a marinare diversi infanti fatti uccidere da Erode. “Erode non aveva tutti i torti”, potrebbe essere un titolo adatto a sintetizzare un’esternazione di Ruini. A fare il paio con quella realmente pronunciata (“Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano”) allorché il popolo italiano, maturissimo come tutti sanno, disertò le urne in occasione dei referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali. Poteva dunque mancare la sua voce “contro”? Contro ma “a favore”, guarda caso, del sovranista meneghino, appunto. Ecco le sue dichiarazioni: “Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti (fra i quali quelli ecclesiastici, ndr). Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso”. Eccerto. Il dialogo è sempre doveroso, sua Eminenza. Ma sulle slinguacciate al crocifisso? Niente da dire? “Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità – conclude sua Accondiscendenza –, non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al politicamente corretto, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico”. Ma come nello “spazio PUBBLICO”? Forse ci sarà un errore di stampa. Ci sarà un refuso. Perché se non ti ispiri al Vangelo, testimoniandone lo SCANDALO, ma sdogani il bacio ai crocifissi appena tirati fuori dalle mutande, caro il mio CARDINALONE, tu stai solo cercando di affermare il ruolo della fede nello spazio PUBICO. E uno che possiede cotanta dottrina di spazi dovrebbe saperlo, no?

#maltrattamenti