Curare la città insieme

Una città non deve essere curata solo quando è già malata, ma occorre prendersene cura prima che determinate patologie sociali (e quindi anche individuali) ne compromettano seriamente lo stato di salute. Ad ammalarsi, peraltro, non sono solo i grandi centri, i giganteschi agglomerati urbani che chiamiamo metropoli. Anche i nostri comuni, quelli in cui viviamo spesso in una condizione di isolamento, ognuno rinserrato al di qua della trincea del proprio appartamento, sono esposti al rischio.

A questo proposito è sorta a Bolzano una lodevole iniziativa che ha proprio nel concetto di «cura» il suo fulcro. Si chiama «Transforming the City by Care» e l’idea ha diversi soggetti ispiratori: in primo luogo un Master in EcoSocial Design della Lub, quindi la cooperativa sociale Officine Vispa, e infine l’ufficio famiglia, donna, gioventù e promozione sociale del Comune di Bolzano. Sullo sfondo la riflessione che riguarda i «beni comuni», vale a dire quelle risorse utilizzate da più individui (sia sul piano materiale che su quello immateriale) indispensabili alla sopravvivenza e all’edificazione di una comunità in cui riconoscersi e arricchirsi reciprocamente. Non è un caso che la prima scena di questo esperimento si collochi nel quartiere periferico di Don Bosco, al quale potrebbe essere collegata una suggestione già operante in un altro contesto territoriale, ancorché con un’accezione là mirata esplicitamente alla prevenzione sanitaria. Stiamo parlando delle microaree triestine, raccontate da un libro intitolato proprio «La città che cura» (edizioni alphabeta Verlag).

Dovessimo indicare con un facile esempio quali vantaggi potrebbero palesarsi mediante una progettazione del genere basti pensare alla soddisfazione di un’esigenza che sopraggiunge assieme alla domanda: «E ora a chi potrei rivolgermi?». Sto cucinando, mi manca il sale, magari avrò solo bisogno di suonare all’appartamento vicino al mio. Esistono però bisogni che nascono proprio da contatti più estesi, e che per potersi manifestare (per poter essere soddisfatti) devono poggiare su una conoscenza più estesa dell’ambiente in cui ci muoviamo. Immaginiamoci che più persone vogliano organizzare un teatro di marionette per dei bambini, o anche una semplice visione di una partita di calcio unita al consumo di bibite che ognuno può portare da casa, mettendole a disposizione degli altri. Un luogo che sappia suscitare attività di questo tipo già comincia ad assumere una forma più invitante.

Ha scritto Soketu Metha: «È assolutamente necessario che gli urbanisti mettano piede fuori dalle università e prendano posizione nella sfera pubblica, per spiegare agli abitanti di Bombay che il traffico non si combatte costruendo un nuovo gigantesco viadotto, perché servirà solo a condurli più rapidamente all’ingorgo successivo» (Suketu Metha, La vita segreta delle città, Einaudi). Mutatis mutandis, era decisamente l’ora che urbanisti e progettisti uscissero dai loro seminari orientati a un sapere esoterico e tecnico per incontrare chi abita realmente i nostri spazi, e rendere chiaro che, poniamo, non sono le telecamere o i dispositivi di controllo e repressione a garantire la sicurezza alla quale tutti agognano, bensì un tessuto di relazioni orientate allo scambio e alla condivisione di esperienze umanamente gratificanti.

Corriere dell’Alto Adige, 28 gennaio 2021

Che cosa ci manca di Agitu

Nel suo ultimo libro – dedicato alla “Follia di Hölderlin” – il filosofo Giorgio Agamben ha scritto che “il tenore di verità di una vita non può essere definito in parole, ma deve in qualche modo restare nascosto”. Questa acquisizione non è ristretta alla vita del poeta tedesco, ma è di ordine metodologico, quindi vale per tutti. Poi Agamben prosegue: “Il tenore di verità di un’esistenza, pur restando informulabile, si manifesta costituendo quella esistenza come «figura», cioè come qualcosa che allude a un significato reale, ma celato. Solo nel punto in cui percepiamo in questo senso una vita come figura, tutti gli episodi in cui sembra consistere si compongono nella loro contingente verosimiglianza – cioè depongono ogni pretesa di poter fornire un accesso alla verità di quella vita”. Ora, qual è la «figura» in cui si può comporre la cronaca della vita (e quindi della morte) di Agitu Ideo Guideta, avendo cura di non accontentarci della sua contingente verosimiglianza e con ciò, conservandone il segreto, alludere al tenore di verità della sua esistenza?

Personalmente non ho mai incontrato Agitu, neppure quando – come è noto – saliva a Bolzano per vendere i suoi prodotti. Me ne sono rammaricato molto, il giorno in cui abbiamo appreso della morte orrenda alla quale è andata incontro. La straordinaria partecipazione alla piccola cerimonia organizzata in suo ricordo, in piazza Walther, ha manifestato, e non solo per chi c’era, tutto il tenore di verità della sua esistenza. Pioveva, le candele sono rimaste accese. Chissà perché a me è tornata in mente la cerimonia d’inaugurazione della scritta di Hannah Arendt in piazza Tribunale. Anche allora pioveva, gli ombrelli aperti, e c’era un grande silenzio. Ma il paragone tra le due donne e tra i due eventi, chiaramente, finisce qui. Il tenore di verità dell’esistenza di Agitu ha così cominciato a prendere forma nella «figura» della sua mancanza. E stabilire cosa ci manca, di lei, potrebbe portarci più vicino a scoprire il segreto che costituisce la sua verità.

Ci sono due cose, tra le tante che sono state dette, a non parlarci di questa verità, pur essendo entrambe assolutamente verosimili. La prima riguarda l’integrazione, mostrando Agitu come un esempio. La seconda, concentrata sul momento che ce l’ha strappata, riguarda il femminicidio. Perché, anche se si tratta di termini verosimili, sentiamo che qui la verità ci sfugge? Agitu non era venuta dall’Etiopia per integrarsi. Era venuta per fare qualcosa di bello e d’importante per sé e per chi le stava vicino. Chi parla d’integrazione mette dunque in evidenza qualcosa di non essenziale, pone l’accento su di noi, che eventualmente l’avremmo accolta per poterle consentire d’integrarsi e quindi, in un certo senso, di assimilarsi. Allo stesso modo, chi parla di femminicidio tende a descrivere Agitu come un caso, l’ennesimo, in cui a una donna capita di essere eliminata per il fatto stesso di appartenere a un genere minacciato, costretto a vivere (e a soccombere) sotto la minaccia dell’elemento maschile. Anche se assolutamente verosimili, ripeto, la verità dell’esistenza di Agitu non può essere resa con questi tratti, perché la sua «figura» ne verrebbe sminuita. Non la sminuiamo più se, al contrario, e a partire dalla sua mancanza, riflettiamo che era proprio nella libertà di fare ciò che le piaceva fare, e che sapeva fare così bene al di là dei cliché di donna minacciata e di immigrata perfettamente integrata, era insomma in questa irriducibile libertà il segreto della sua esistenza, della sua verità, e anche il motivo che ne fa apparire la «figura» nella giusta collocazione.

Alla fine, non possiamo dire che cosa ci manca di Agitu senza poter rinunciare a dire che la cosa che più ci manca è Agitu stessa – quindi non un cosa, ma un chi –, proprio questo chi che resta nascosto, che non può essere definito a parole. Attraverso la memoria, mediante le iniziative pubbliche che verranno organizzate per ricordare Agitu, affinché venga continuato il lavoro da lei intrapreso, il suo “chi”, la sua «figura» acquisterà più contorno, dando a noi rimasti la sensazione di averla ancora tra noi, di non averla perduta per sempre.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige – 16 gennaio 2021

Wir und die Drogen

Vincenzo Muccioli

In den letzten Tagen hat sich die öffentliche Debatte im Netz an einer Dokumentarserie entzündet (auf Netflix ausgestrahlt), die die Erfahrungen einer therapeutischen Gemeinschaft ins Bewusstsein rückte, die in Italien in den späten siebziger Jahren und in den folgenden Jahrzehnten sehr berühmt war: “SanPa – Lichter und Dunkelheit von San Patrignano”, heißt die Serie. Ich kann nicht auf diese Serie eingehen, da ich sie nicht gesehen habe, und es ist auch nicht meine Absicht, zu viele Worte über die umstrittene Figur von Vincenzo Muccioli zu verlieren, dem Schöpfer und in gewisser Weise dem Tyrannen von San Patrignano. Vielmehr habe ich einige Fragen, die ich mit meinem privilegierten Zugang zu einer deutschsprachigen Leserschaft stellen möchte. Berühren die Geschehnisse in San Patrignano in irgendeiner Weise die Erfahrungen der ehemaligen Drogenabhängigen vor Ort? Sind Südtiroler in dieser Gemeischaft oder in Gemeinschaften dieser Art gelandet? Und wenn das nicht der Fall ist – die fehlende Reaktion auf diese Serie aus dem deutschsprachigen Raum legt das nahe – wie wurde (und wird) das Problem der Drogen und der Auswirkungen, die sie auf den Einzelnen und die Gesellschaft hatten (und immer noch haben), in Südtirol angegangen? Heute hat der Drogenkonsum eine sehr geringe Sichtbarkeit im Vergleich zu dem, was vor vierzig Jahren geschah, und wenn überhaupt, dann konzentriert sich die ganze Aufmerksamkeit auf jene Phänomene des Drogenhandels, die einige wenige Orte in der Stadt betreffen (in Bozen spricht man oft über den Parco Stazione), ohne dass die Konsumenten jemals in den Orbit der Diskussion eintreten. Aber der Mangel an Sichtbarkeit bedeutet nicht, dass das Phänomen verschwunden ist. Ganz im Gegenteil. Es ist offensichtlich, dass sich die Phänomenologie der Sucht verändert hat und dass die Logik der Genesung ganz anderen Wegen folgt, als in der Dokumentation dargestellt, aber gerade aus dem Vergleich mit der Vergangenheit könnten sich Sichtweisen und Überlegungen ergeben, die uns helfen, etwas mehr über die aktuelle Situation und die Art und Weise, wie unsere Gesellschaft dieses Thema lebt und verstoffwechselt, zu verstehen. Ich appelliere nie direkt an diejenigen, die mich lesen, und ich bin der Meinung, dass, wenn das, womit wir uns beschäftigen, uninteressant ist, es die Schuld derjenigen ist, die das Thema vorschlagen, nicht derjenigen, die sich betroffen fühlen sollten. Aber dieses Mal würde es mir leid tun, wenn meine Worte auf taube Ohren stoßen würden, und ich wäre wirklich daran interessiert, ein Feedback von denen zu erhalten, die in voller Kenntnis der Sachlage über diese Art von Erfahrung sprechen können.

ff – La colonnina – 14 gennaio 2021

La lingua sorgiva di Fanis

La traduttrice Donatella Trevisan ci svela il significato delle leggende ladine ricreate nella narrativa poetica di Anita Pichler.

Ormai da qualche anno, grazie al lavoro della casa editrice alphabeta e delle curatrici del suo lascito (Sabine Gruber e Renate Mumelter), sono in corso ristampe (Come i mesi l’anno, 2016) e traduzioni (Di entrambi gli occhi lo sguardo, 2019, e Le donne di Fanis, 2020) delle opere narrative di Anita Pichler (1948-1997), la scrittrice meranese che, tra le prime della sua generazione, riuscì ad acquistare notorietà fuori dai confini dell’Alto Adige. Si tratta di un importante recupero, giacché – come scrivono Gruber e Mumelter ne Il mondo plurilingue di Anita Pichler, che funge da prefazione all’ultimo libro tradotto (apparso in libreria alla vigilia di Natale), la Pichler “trascorse tutta la vita tra il mondo tedescofono e quello italofono e conosceva entrambe le lingue e i rispettivi contesti culturali e sociali”. Una convinta rappresentante di quel “Sudtirolo indiviso”, dunque, alla quale possono guardare tutti coloro i quali sono persuasi che si dia veramente cultura solo se può stabilirsi uno scambio, un’osmosi tra appartenenze e influenze diverse, specialmente in una zona di confine come la nostra. La bolzanina Donatella Trevisan* – anch’essa infaticabile pontiera tra il mondo culturale italiano e tedesco –, dopo aver tradotto Di entrambi gli occhi lo sguardo, è anche l’autrice della traduzione de Le donne di Fanis, è quindi a lei che abbiamo chiesto di aiutarci a gettare uno sguardo in quest’opera molto particolare, un’opera che peraltro tocca con grande sensibilità il terzo elemento della cultura locale, quello afferente alle valli ladine.

ff: Anita Pichler da dove ha ricavato l’ispirazione a comporre questo suo breve e densissimo libro di racconti ispirato alle leggende ladine?

Donatella Trevisan: Il libro si compone di tredici brevi sezioni narrative o frammenti che prendono spunto dall’opera di Karl Felix Wolff (l’autore della raccolta Dolomitensagen, apparsa nel 1913, ndr), anche se intervengono con un taglio caratterizzante molto deciso, perché in pratica si concentrano solo su figure femminili.

La fantasia prevale dunque sulla filologia?

Non proprio: diciamo che ci troviamo davanti a un recupero narrativo che presuppone anche un intenso lavoro filologico, da lei affrontato assieme alla germanista meranese ed esperta di folclore alpino Ulrike Kindl. Nel libro c’è infatti anche una preziosa ed esaustiva appendice della Kindl che spiega il contesto e i tratti salienti della loro operazione.

Dicevi che il tratto peculiare dell’opera di ricostruzione di queste leggende, effettuato dalla Pichler, è costituito dalla prevalenza delle figure femminili…

Esatto, lo scarto rispetto a ciò che possiamo trovare nella raccolta di Wolff si basa essenzialmente sulla messa in evidenza di queste figure femminili, alle quali in un certo senso è affidato il compito di recuperare un tessuto narrativo mitologico primigeneo, che dunque si stacca nettamente dall’impianto favolistico dato da Wolff, più basato sulla tradizione dei fratelli Grimm, e lo avvicina di molto alla poetica contemporanea del frammento letterario, lasciando al lettore il compito di immaginarsi un filo conduttore più personale.

Possiamo forse dire che la poetica del frammento sia uno dei tratti salienti della scrittura di Anita Pichler?

Non direi che la scrittura della Pichler privilegi in assoluto questo tratto. Sicuramente questa è la caratteristica dei suoi libri ai quali io mi sento più legata. Rispetto al volume precedente (Di entrambi gli occhi lo sguardo, ndr) qui viene meno il tenore filosofico, la compattezza teoretica sfuma ed emerge un lirismo che sintetizza benissimo tratti arcaizzanti, del resto il tema delle saghe e delle leggende si presta in tal senso, con una sensibilità più spiccatamente contemporanea: una scrittura che mi sembra perfetta per navigare in rete.

Quali difficoltà ti ha posto la traduzione di questi frammenti?

Come dicevo, in questo caso si tratta di una scrittura molto poetica. Gli elementi da considerare sono dunque il flusso, il ritmo, la melodia. Direi che la difficoltà maggiore deriva dal sapersi intonare a queste caratteristiche, per restituirne appieno l’impressione anche acustica, pur nella inevitabile differenza del codice linguistico.

Venendo invece al significato, potresti sintetizzare qual è l’idea che sta alla base dei racconti, vale a dire il senso dell’insistenza sulle figure femminili delle leggende ladine del popolo dei Fanes?

Non vorrei forzare troppo l’interpretazione dicendo che l’intento è quello di attingere a un mito della fondazione in senso matriarcale. Indubbiamente vedo il tentativo di risalire alla sorgente della significazione, alle immagini che parlano delle forze elementari della natura e di come in esse di dispieghi quella trama di senso che andrà a sostenere tutte le storie possibili. Lo dice benissimo la Pichler al termine della Premessa: “Le storie di Fanis parlano di un sapere che resta perduto, la cui verità non comprendiamo, che non richiede fedeltà. […] Nulla di ciò che vi è narrato può essere dimostrato, ma da tutto traspare, quasi invisibile, qualcosa di vero; vero come la fame, la sete e il nutrimento, come l’acqua e la paura, come l’affetto e l’avversione, come il tempo che viene, e continua a venire, e poi sarà passato”.

*Donatella Trevisan fa parte del collettivo “Tanna”, che deriva il proprio nome da una delle figure di spicco delle leggende di Fanis e si è adoperata per far conoscere Anita Pichler anche al mondo italianofono.

ff – 14 gennaio 2021

Schützen, il DNA non mente

Cosa sia il DNA — un lungo polimero costituito da unità ripetute di nucleotidi, l’ordine dei quali costituisce l’informazione genetica di una determinata cellula — ognuno più o meno lo sa. O meglio: crede di saperlo. Se però cominciassimo a grattare un po’ la superficie di questa credenza potremmo trovare dei baratri. Per esempio: è vero che il patrimonio genetico è stabile? Tendono a ripeterlo quelli che usano il DNA come una metafora proprio per riferirsi a ciò che sarebbe fisso nella loro identità. Eppure non è così. Il patrimonio genetico, al pari di ogni altra cosa, è sottoposto nel tempo a mutazioni che vengono ereditate, e di questo aspetto si occupa la branca delle genetica chiamata epigenetica. Secondo l’epigenetica — trascrivo da un testo scientifico divulgativo — il DNA non è una struttura rigida e immutabile, ma una struttura vibrante che produce «biofotoni», ovvero informazioni sotto forma di fasci di luce. Questo significa che il nostro stile di vita, il nostro stesso pensiero, potrebbe essere in grado di influenzare i nostri geni, prima in modo temporaneo, e in seguito a ripetute e continuate sollecitazioni, in modo permanente. Tutto dunque muta, dalla struttura più minuta della materia di cui siamo composti alle più grandi configurazioni culturali nelle quali siamo immersi. Per trovare qualcosa di veramente stabile occorre così chiamare in causa delle narrazioni mitologiche.

Narrazioni fantastiche, che non potendo poggiare su alcun dato scientifico rischiano però anche sempre di tramutarsi in plateali scempiaggini. Ecco, tra le scempiaggini delle quali qui in Alto Adige/Südtirol facciamo parecchia fatica a liberarci dobbiamo annoverare quelle che, di tanto in tanto, vengono esposte dagli Schützen, i quali amerebbero essere descritti proprio come i custodi immutabili di una tradizione immutabile. Di recente gli Schützen sudtirolesi hanno pubblicato un video che ha fatto (si fa per dire) molto scalpore. Servendosi dello stile rap hanno deciso di ribadire i soliti concetti con un linguaggio più moderno delle loro solite parate o fiaccolate. Il messaggio è chiaro: anche con fogge mutate, anche attingendo a elementi della cultura contemporanea, noi siamo e saremo sempre gli stessi e ciò che affermiamo (in soldoni: la nostra battaglia per la libertà del Tirolo dal giogo italiano) non muterà mai.

Il testo del pezzo (intitolato comicamente Mamma Tirol) cantato dal comandante dei cappelli piumati, Jürgen Wirth Anderlan, ha fatto scalpore perché al suo interno sarebbero rinvenibili, secondo i critici, accenni razzisti, xenofobi e sessisti. A guardar bene non è proprio così o, anche se la volessimo proprio vedere così, questi accenni non cambiano davvero l’impostazione media della loro propaganda decennale o secolare. Il buon Anderlan voleva forse provocare, ma per scorgere la provocazione ci sarebbe insomma voluto comunque un grande impegno. Piuttosto, ed è qui che torna il discorso iniziale, è sorprendente che il ritornello della canzone chiami in causa proprio il DNA, il quale — come abbiamo visto — è uno strumento poco affidabile per sostenere una battaglia parmenidea e rischia, invece, di far franare tutta l’impresa nelle braccia del primo Eraclito di passaggio. Da questo punto di vista è una fortuna, per lui e gli Schützen in generale, che il pensiero scientifico e filosofico non sia molto praticato, qui in Alto Adige/Südtirol, e così possiamo trastullarci ancora con queste provocazioni che non provocano nessuno ma alle quali (sarà colpa del DNA?) tutti finiscono sempre per reagire.

Corriere dell’Alto Adige, 8 gennaio 2021