Sciocchezze spaziali (Austronauta)

Cristoforetti

L’articolo di Wikipedia a lei dedicato comincia così: “Samantha Cristoforetti, nata a Milano il 26 aprile 1977, è un’aviatrice, ingegnera e astronauta italiana, nonché la prima donna italiana a figurare negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea e prima donna italiana”, Wikipedia ripete per la terza volta italiana, “nello spazio”.

Trascurando il resto, che sembra fuori discussione, è l’ostinata sottolineatura della nazionalità ad aver fatto però drizzare le polemiche antenne di chi – e vedremo subito chi – ha poi riflettuto sul seguito dell’articolo. Pur essendo infatti nata a Milano, Cristoforetti ha trascorso la sua giovinezza a Malè, ovvero in provincia di Trento, ha compiuto gli studi in regione (prima a Bolzano e poi a Trento) e quindi si è laureata in ingegneria meccanica all’Università tecnica di Monaco di Baviera. Ce n’è abbastanza per mettere in questione la sua nazionalità e battezzarla, senza averle ovviamente chiesto il consenso, come “la prima astronauta tirolese della storia”.

Non è una battuta, anche se sembra. C’è chi lo pensa davvero. Si tratta di alcuni utenti della pagina facebook della compagnia Schützen di Vallarsa-Trambileno, i quali hanno anche subito realizzato un’immagine della “nostra” (o “loro”) astronauta con tanto di aquila su campo bianco-rosso appuntata sulla tuta spaziale. Insomma, più che una “astronauta” si tratterebbe di una “austronauta”. Ecco come funziona l’inesorabile ragionamento: “Da quel che sembra la ragazza di Malè ha effettuato studi in Tirolo e Germania, parla cinque lingue e nonostante sia stata invitata nelle interviste ad esaltare lo Stato italiano, lei si è sempre sottratta con stile. E’ entrata in aeronautica solo per accedere alla ricerca spaziale e non per attrattiva verso i corpi militari. Chissà, ad averla contatta prima forse una bandierina con l’aquila del Tirolo l’avrebbe magari portata con sé sulla Soyuz. Resta il fatto che nessun tirolese sia mai stato in orbita. Congratulazioni”.

Visto l’argomento di carattere astronomico, a leggere simili sciocchezze torna con prepotenza in mente il famoso e abusato apologo dello stupido che affissa i suoi occhi al dito di chi gli sta indicando la luna. Sarebbe consigliabile, almeno di fronte a fenomeni o eventi che ci ricordano come l’uomo abiti un infimo pianeta fluttuante nell’immensità dello spazio sconfinato, sospendere per una volta attribuzioni circoscritte e concentrarci sul significato extraterritoriale e dunque universale di simili imprese.

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”, disse una volta Jurij Gagarin, forse per un momento davvero sollevato dalle miserie della guerra fredda che si era lasciato alle spalle.

Corriere del Trentino e Corriere dell’Alto Adige, 26 novembre 2014

Annunci

Sel, tra piaga e speranza

Selfservice_Franceschini_Cover.indd

Lo scorso 10 novembre è uscito nelle librerie e nelle edicole un libro molto importante: Selfservice. Ein Südtiroler Skandal (Raetia Verlag) redatto dal giornalista, ex Tageszeitung e attualmente attivo sul portale online Salto.bz, Christoph Franceschini. Il volume, già esaurito nella sua prima edizione (ne sono state stampate tremila copie), ricostruisce nei minimi particolari la grande truffa dell’energia, così come essa si è dipanata a partire dal 2005, allorché Maximilian Rainer, ex direttore generale dell’azienda energetica provinciale, sfruttò la copertura politica dell’assessore allora di riferimento, Michl Laimer, truccando le carte del bando che avrebbe dovuto assegnare le concessioni e favorendo così in modo illecito la posizione di Sel.

Una truffa tutt’altro che occasionale, al contrario scientemente perseguita sfruttando le possibilità distruttive che un intero sistema di potere – questa la tesi dirompente ormai sancita dagli atti giudiziari – finisce col realizzare se privato dei necessari meccanismi di controllo. Franceschini non teme l’utilizzo di espressioni forti e parla apertamente di “criminalità organizzata”, alludendo in primo luogo alla bassissima percezione del conflitto d’interessi tra livello politico e imprenditoriale quando in effetti i soggetti (sia fisici che formali) tendono a sovrapporsi o a intrecciarsi. Per non parlare della sicumera diffusa a piene mani: chi si azzarderebbe ad alzare un dito nei confronti di un ceto dirigente dotato spesso di potere assoluto sui suoi sottoposti e per il quale, in ogni caso, tutto ciò che viene investito dal magico fluido provinciale deve brillare come l’oro di Re Mida?

Il libro di Franceschini, che si legge peraltro come un avvincente romanzo, ha l’indiscutibile merito di aver disegnato con precisione i contorni della piaga, con l’avvertenza aggiuntiva, e ben poco rassicurante, che sarebbero senza dubbio molti altri gli ambiti nei quali un’indagine approfondita dei fatti porterebbe all’emersione di magagne o scandali ulteriori. Tuttavia il quadro dipinto non utilizza solo le tinte fosche indispensabili alla ricostruzione di quanto accaduto. La denuncia dello scandalo, infatti, avrebbe anche aperto lo spazio per il rinnovamento contrassegnato dall’elezione a Landeshauptmann di Arno Kompatscher e dall’affidamento della più alta carica del partito di maggioranza relativa a Philipp Achammer. Due apportatori di speranza, così Franceschini, probabilmente destinati a soccombere precocemente se il disfacimento di un intero contesto non avesse costretto colleghi di partito ed elettori a scorgere in loro l’unica ancora di salvezza. Se poi si tratti di vera salvezza, oppure di apparente e dunque provvisoria interruzione di una prassi più che discutibile, ciò riguarda il futuro e per adesso conviene soltanto formulare un prudente auspicio.

P.S. Il libro è ovviamente scritto e pubblicato in tedesco. Dato che gli editori non hanno previsto una traduzione italiana, è verosimile che la sua lettura rimanga confinata all’interno del mondo tedesco (sono pochissimi gli italiani in grado di leggere un libro in tedesco). E’ un peccato: gli italiani di questa provincia continueranno così sempre a vivere in una sorta di realtà parallela, e gli eventi più significativi di questa terra (nel bene e nel male) passano loro accanto senza quasi lasciare traccia.

Le bandiere del Brennero

Manifestazione al Brennero

Non è vero che il confine del Brennero non esiste più. La retorica della “frontiera ormai invisibile” può valere forse in modo parziale per la maggior parte dei cittadini privilegiati esentati dall’obbligo di mostrare carte d’identità o passaporti durante i viaggi di lavoro o piacere. Diventa però del tutto inefficace per descrivere la situazione di chi, proveniente dai luoghi più disgraziati della terra, si scontra con un’Europa frazionata da amministrazioni reciprocamente impermeabili.

Capita così che nei confronti di profughi approdati al culmine di spostamenti spesso forzati e umilianti, l’accoglienza promessa dalle nostre istituzioni collida con la rigidità di altri Paesi. La linea immaginaria del confine, per loro, si trasforma in una barriera invalicabile. Costretti a interrompere lunghissimi viaggi soltanto cinicamente definibili “della speranza”, essi finiscono con l’impigliarsi nella rete che lascia passare solo le merci, quindi il denaro, mentre si stringe impietosamente quando a circolare sono anche individui percepiti in modo neppure troppo implicito come molesti.

Il governo provinciale aveva giustamente pensato di arginare il problema mediante l’allestimento di un centro di ricovero posto proprio sul confine. Nelle parole del Landeshauptmann Arno Kompatscher, pronunciate qualche settimana fa: “Possiamo e dobbiamo fare molto di più anche come territorio. Bisogna concordare una strategia d’intervento a livello comunitario. L’Austria blocca le frontiere e dal punto di vista legale ha le sue ragioni. Noi cercheremo di assistere i profughi bloccati al Brennero con una nuova struttura di primo intervento”. Iniziativa senz’atro lodevole, in quanto recepisce l’istanza a recitare la nostra piccola parte in un contesto globale caratterizzato da immani tragedie.

Purtroppo però non tutti sono d’accordo. Insensibili a qualsiasi ragione di tipo umanitario e, al contrario, speculando sui sentimenti della diffidenza o della paura, sabato pomeriggio rappresentanti di alcuni partiti politici o movimenti di destra (dalla Lega ai Fratelli d’Italia, da Forza Italia a Casa Pound) hanno inscenato proprio al Brennero una fiaccolata per ribadire che non solo i confini esistono ancora, ma devono essere resi quanto più ermetici in ogni punto del loro perimetro. Una parata dell’orgoglio identitario capace di accomunare indipendentisti padani e ultra nazionalisti italiani, sempre uniti quando si tratta di sventolare le tristi bandiere di appartenenze fondate sul principio odioso dell’esclusione.

Corriere dell’Alto Adige, 18 novembre 2014

L’astro di Eva non tramonta

Eva Klotz

Il 17 novembre sarà ricordato come un giorno notevole per la politica locale. Eva Klotz ha formalizzato con un velo di commozione il suo congedo dal Consiglio Provinciale, istituzione in cui è stata presente ininterrottamente dal 1983, dunque più di trent’anni, e della quale rappresenta senza dubbio un simbolo di passione e coerenza. Ma il 17 novembre, riferiscono le cronache astronomiche, è anche l’unico giorno dell’anno in cui è visibile lo sciame meteorico delle Leonidi. Almeno per chi crede a simili corrispondenze: Klotz si è infatti sempre battuta come una leonessa per consentire al suo popolo di esercitare il diritto all’autodeterminazione e con ciò ottenere la “liberazione” del Sudtirolo dall’occupazione italiana (una delle sue frasi più celebri recita: “Chiederci di festeggiare l’Unità d’Italia è come chiedere ad una donna stuprata di festeggiare con lo stupratore l’anniversario della violenza subita”).

Nonostante i sospetti di alcuni (per la verità pochi) malevoli, la ragione dell’abbandono risiede in una sofferta situazione familiare. Eva Klotz ha indicato nella precaria salute del marito il termine di una carriera cominciata a ridosso della morte del padre, avvenuta nel gennaio del 1976, quando lei aveva appena venticinque anni. E proprio nel culto di Georg Klotz, combattente per la libertà o terrorista, a seconda del punto di vista con il quale se ne può recensire la vicenda, è ravvisabile la chiave del suo impegno costante. Al pari di molte associazioni patriottiche che hanno costituito e costituiscono l’ambiente naturale del proselitismo indipendentistico di marca pantirolese, è il non risolto rapporto con il passato – in un certo senso l’incapacità di elaborare il duplice lutto vissuto sul piano storico, in seguito alla frammentazione del Land, e su quello privato a causa del “martirio” attribuito al genitore scomparso, ancora privo dell’atteso e pieno risarcimento politico – ad aver informato il suo modello di pensiero e d’azione. Modello in buona sostanza cimiteriale e orientato all’attesa di una resurrezione sognata in forma di plebiscito.

Ovviamente non c’è solo questo. Negli ultimi tempi, soprattutto mediante la creazione di un movimento (Süd-Tiroler Freiheit) abile nello sfruttare i più attuali mezzi della propaganda politica, nonché alimentato da una diffusa sensibilità per l’affermazione di identità localistiche legittimate dalla difficoltà di sciogliere i confini nazionali in un quadro di riferimento europeo, il messaggio di Eva Klotz si è rivestito di una patina di modernità attraente anche per le nuove generazioni. Tutt’altro che cometa della nostra politica, il suo astro continuerà quindi a brillare sicuramente anche fuori dal Consiglio Provinciale.

Klotz

Cravatta etnica, un nodo stretto

Duchamp

Chissà se nella famosa e nebbiosa Convenzione per la riforma dell’autonomia ci sarà modo di riparlarne? I segnali che però arrivano dal Consiglio provinciale riguardo la persistenza della dichiarazione linguistica – uno dei nodi principali per la qualità del nostro modo di convivere – non sono affatto incoraggianti.

Una mozione dei Verdi, ricordiamo, intendeva rendere libera ed immediatamente efficace per tutti la dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico. Adesso, infatti,  è discriminante nei confronti dei locali, visto che loro soltanto devono renderla già al compimento dei diciotto anni, pena un ritardo di diciotto mesi prima di vederne riconosciuta l’efficacia burocratica. L’iniziativa degli ecologisti è però stata respinta con una poco rassicurante motivazione: si prevede una restrizione erga omnes. Secondo una miope logica che interpreta il progresso come privilegio e l’equità come una ecumenica estensione degli svantaggi, chi ha finora beneficiato di un allentamento della “cravatta etnica” (grazie a un intervento opportunamente “invasivo” della legislazione europea) non dovrebbe dunque più fungere da virtuoso esempio.

Si può comprendere una simile logica solo leggendo in filigrana la paura, che attanaglia gran parte dei politici locali, di venir percepiti come troppo liberali. Oggi ci sono due sentieri lungo i quali è chiesto ai cittadini residenti in Alto Adige di marcare la propria identità: con il primo, a meri fini statistici, vengono calcolate le quote che mettono in moto il meccanismo della proporzionale; il secondo, di carattere nominale, serve a riempire di carne e di sangue il medesimo meccanismo, consentendo infatti dichiarazioni sdoppiate, perciò tacciabili di “opportunismo”. Peccato mortale nel quadro di una teologia etnica in voga fino a qualche decennio fa, ma più che veniale, e peraltro diffusissimo, nel Sudtirolo moderno, dove in effetti molte faccende vengono regolate in base alla convenienza, e non certo in ossequio ai totem eretti da Silvius Magnago e Alfons Benedikter.

Al di là dell’ultimo fallito tentativo di rendere il piano delle norme un po’ più vicino all’evoluzione della società, contraddicendo così quello che dovrebbe essere il corso naturale del diritto, resta sul tappeto una domanda ineludibile. Anche ammettendo che la dichiarazione di appartenenza linguistica sia stata funzionale alla pacificazione dei dissidi passati e al consolidamento del nostro benessere, è proprio necessario renderla ancora più rigida di quel che già sia?

Corriere dell’Alto Adige, 11 novembre 2014

Mettere il carro davanti ai buoi

Benko

Talvolta il corso degli eventi può prendere un andamento paradossale. Capita così che il risultato di una decisione – ad esempio edificare in una zona strategica della città un nuovo centro commerciale – non discenda da un proficuo e largo dibattito sulla sua necessità, poiché tale necessità è semplicemente presupposta o data per scontata.

Il paradosso non è sfuggito ad un gruppo di cittadini – il cui esponente principale è il fioraio e attivista pentastellato Rudi Rieder, anche se si dichiara di non obbedire a una logica partitica – che ha deciso così di ricorrere in extremis ad uno strumento di partecipazione civile previsto dall’ordinamento comunale al fine di porre nuovamente in evidenza proprio quelle domande che avrebbero dovuto ricevere una risposta prima ancora di aprire una discussione, e una competizione, sull’entità dei progetti in questione. Si tratta in realtà di domande che ognuno, leggendole, potrebbe giudicare tranquillamente preliminari e ciò acuisce lo smarrimento di fronte al fatto che siano state praticamente oltrepassate: Bolzano ha davvero bisogno di un centro commerciale, e in caso affermativo, di quali proporzioni? E’ davvero la soluzione giusta per valorizzare la città e in particolare il quartiere della stazione? Quali ripercussioni potrebbe avere sugli esercizi già esistenti nella zona?

Il gruppo ha già raccolto le cinquecento firme necessarie per aprire un pubblico dibattito, ma la sensazione che ormai sia troppo tardi – ieri rafforzata al di là delle rassicurazioni – non fa che rinnovare i dubbi riguardanti la procedura complessiva con la quale si è arrivati ad ignorare tali istanze preliminari. Sarebbe insomma stato opportuno operare in senso esattamente contrario a quello prescelto, anche per depotenziare la voce di chi, stavolta non senza ragione, magari continua a pensare che l’interesse pubblico, da ritenere senz’altro primario allorché si parla di progetti così impattanti nel contesto urbano, non venga subordinato invece sistematicamente agli interessi di quei privati abili a sostituirsi alla politica intesa come governo della società.

Sarebbe utile se l’amministrazione cittadina recepisse la critica metodologica, in modo da tenerne almeno conto in futuro. Ogni pianificazione di sviluppo ha bisogno di essere discussa in primo luogo a partire da una seria e approfondita ricerca concernente le esigenze alle quali deve corrispondere. Mettere il carro davanti ai buoi non è mai stata una buona tecnica per arare con successo i campi.

Corriere dell’Alto Adige, 1 novembre 2104