Il maestro, nell’anima

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Una letteratura per modo di dire

Gegen die Wand, tra le altre cose, è la gestualità del suo protagonista. Birol Ünel entra in un bar. Birol Ünel beve una birra. Birol Ünel si lancia contro un muro. Birol Ünel non dice niente. Birol Ünel sniffa. Birol Ünel polverizza un bicchiere. Birol Ünel scatena una rissa. Birol Ünel si sposa. Birol Ünel sorride. Birol Ünel fa questo. Birol Ünel fa quello. Ma non importa cosa faccia: Birol può anche non far nulla. L’importante è capire che la città, qualsiasi città, usa Birol per raccontarsi. Il corpo di Birol è una penna sensibile, nervosa: la metropoli la prende in mano e disegna le proprie strade, reinventa i suoi quartieri, riassume in pochi tratti un’atmosfera inconfondibile. Io vorrei scrivere così, come Birol si muove. „Ich würde gerne schreiben wie sich ein verfickter Gläßerabräumer bewegt“. Ma avrebbe senso qui da noi una scrittura metropolitana? Sarebbe possibile una scrittura cittadina se ci manca la città? Che cosa diventerebbe Bolzano se la regalassimo ad Amburgo? Anzi, correggo la domanda: che cosa sarebbe Bolzano ad Amburgo?  Il parco dell’ospizio? La ciclabile di un asilo? L’anticamera della sartina?

Il punto è questo: per riuscire a scrivere così, per pensare come Birol si muove, dovremmo tirar su Hamburg dalle sue fondamenta  e sbatterla in Sudtirolo.  Dovremmo afferrare quella fottutissima città anseatica con una gru gigantesca, sradicarla dalla crosta terrestre con tutte le sue storie i suoi locali notturni il fiume Elba i quasi due milioni di abitanti, e alzarla verso il cielo, ma su, su, a settemila metri d’altezza sul livello del mare, senza dimenticare nulla, neanche il fazzoletto di un magnaccia un angiporto i venti dell’oceano un metro quadro d’asfalto del cazzo, e poi, una volta lì in alto, sospesa sul braccio immenso della gru, dovremmo dislocarla lentamente dai cieli tedeschi a quelli bolzanini. Non sarebbe un evento straordinario? Hamburg che vola, Hamburg vista dal basso, Hamburg tra le nubi, Hamburg che attraversa l’Europa a settemila metri d’altezza! Lasciarla cadere giù sarebbe l’operazione più difficile. Bisognerebbe prendere la mira e non sbagliare. Hamburg dovrebbe cadere esattamente tra il Brennero e Salorno, non un centimetro più a sud, altrimenti si sveglierebbero senza ragione i musei sonnolenti della grande provincia italiana. “Ecco, Amburgo è proprio sopra di noi!” griderebbe qualcuno a Merano. E già mi immagino i nostri acquerellisti con il naso all’insù, verso la parte inferiore di Hamburg, con gli occhi fissi sulle fogne sulle fondamenta sugli scantinati. I nostri pittori si farebbero un sacco di domande: questioni tecniche, problemi di composizione. “Wie fängt man es an, den Weltuntergang zu malen? Die Feuersbrünste, die entflohenen Inseln, die Blitze, die sonderbar allmählich einstürzenden Mauern, Zinnen und Türme: technische Fragen, Kompositionsprobleme“. Enzensberger, per fortuna, funziona anche in italiano: „Distruggere il Sudtirolo è una faticaccia. Particolarmente difficili da dipingere sono i rumori, il lacerarsi della cortina nel tempio, il mugghio delle bestie, il tuono. Tutto infatti deve squarciarsi, essere squarciato, esclusa la tela“. Ma si tratterebbe di riflessioni a corto di futuro. Dopo pochi minuti, a schianto avvenuto, le Dolomiti non esisterebbero più. Nemmeno Castel Firmiano e i campanili del duomo di Bressanone resterebbero in piedi. A nessuno di noi, almeno per un po’, verrebbe in mente di scrivere la parola “larice”. Hamburg ci seppellirebbe, Hamburg  sarebbe sopra di noi con le sue case. Hamburg sotterrerebbe tutto. Certo, per qualche tempo si sentirebbero i soliti lamenti bilingui di chi resta sotto. Ma sarebbero lamenti giustificati e veri, per una volta. Sarebbero i primi vagiti di una letteratura cittadina e post-etnica.

 

Nel frattempo, aspettando il tonfo, dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo: io scrivo per Marietto che legge il Seppl che cita Angelika che attacca Benito che prende spunto da Toni che è solidale con Simon che chiacchiera con Gabriele che parlotta con Verena che conosce a memoria quel che scrive Marietto che, leggendomi ad alta voce, chiude questo cerchio disgustoso. Scriviamo sempre in punta di penna, in punta di piedi, mai sui talloni, no, perché non è abbastanza fico. Prima di metterci al computer ci limiamo le unghie. E cominciamo a picchiettare sui tasti solo dopo che lo smalto si è asciugato. Poi stendiamo i nostri pensierini Biedermaier, ordinatamente, uno dopo l’altro, come se fossero calzini appena lavati. Tic tic tac tic tic tac tuc. La cosa incredibile è che noi non digitiamo: noi lambiamo la tastiera, la accarezziamo con il mignolo della mano destra, solo con quello, perché con l’altro mignolino siamo troppo impegnati a salutare la mamma che ci osserva dalla cucina.

Prima dell’impatto, che non si verificherà mai, dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo: di qualche  “foglietto”, vedi? di una letteratura per modo di dire. (edz)

Contra la pared

CONTRA LA PARED

Auszüge aus dem Gespräch zwischen Feridun Zaimoglu und Fatih Akin über Gegen die Wand.

Zaimoglu: Muss man einen Türkenbonus haben, um diesen Film zu verstehen?

Akin: jeder mensch guckt ‘n film anders, na? jeder mensch als individuum, weißt du? und das was die einen gut finden, finden die andern schlecht und so was. aber es gibt so irgendwie, so, ich glaub’ so, drei hauptströmungen an die ich gedacht habe, beim schreiben. ich dachte drei hauptblicke, die gibt es schon, also vor allem in meiner umgebung, na? so der eine hauptblick ist so der deutsch-deutsche blick, ich sag’ jetzt mal der blick der geldgeber oder so was, na? dann gibt es halt so den deutsch-türkischen blick, so. das ist halt so irgendwo mit meinem blick…, dann gibt es nochmal den türkisch-türkischen blick, so, der nochmal ein ganz anderer blick ist, na? so, der blick aus istanbul, weißt du? wir können hier sachen machen, die finden das drüben scheiße, die machen so sachen drüben, die wir hier nicht verstehen, mäßig und so, na? also, auf jeden fall es gibt so drei hauptrichtungen und ich hab’ versucht zu, versucht so, die größtmögliche schnittmenge zu finden.

genau so ‘n kreativen blick brauchen wir, na? ich sag’ mal bei uns in südtirol, weißt du? aber es gibt hier, so, in den augen, in den augen der leute, so, zu viele hindernisse, weißt du? einen verdammten dreck haben wir in den augen, kapierst du das? und das find’ ich schade halt. ja, das find’ ich schade, sag’ ich dir. und jetzt verpisst dich, du verfickter leser! ich hab’ keinen mist mehr zu verzapfen! 

Risposta a un paio di osservazioni

Sul blog BBD, qualcuno mi ha rivolto un’accusa:

Schön auch zu sehen wie schnell Gadilu von seinem “Holzweg” zurückgekommen ist. Ein wenig öffentliche Aufmerksamkeit und alles paletti? Wird jetzt “segnavia” relaunched? Also mindestens in den Blogroll von BBD sollte er schon wieder…

Questo mi dà l’opportunità di precisare in modo spero CHIARO la mia posizione.

Ho sempre sostenuto di appoggiare una riflessione serena e costruttiva sul tema dell’autodeterminazione. A lungo l’ho fatto all’interno della piattaforma BBD, della quale condividevo (e condivido) l’approccio fondamentale. E questo è: il tema dell’autodeterminazione è proponibile SOLTANTO muovendo da un processo di discussione e di analsi capace di strappare il soggetto alla retorica della destra tedesca e, dunque, di favorire una più stretta cooperazione tra i gruppi linguistici. Detto ciò, è bene ribadire anche i punti discordanti (e dunque i motivi della mia fuoriscita da un impegno per così dire “militante”). Ponendo l’accento sul processo, per me sfuma la questione dell’obiettivo da raggiungere. Non è insomma il FINE a giustificare i MEZZI, ma i MEZZI giustificano il FINE. E se poi, messi a punto i mezzi, il fine dovesse risultare obsoleto (o emergessero altre finalità), io non starei certo a rammaricarmene.

In questo senso il mio impegno attuale non rinnega nulla della mia personale vicenda e non rappresenta un ritorno al passato. Quello che sto dicendo a SOSTEGNO della piattaforma BBD tende sempre a mettere in luce la necessità del processo al quale alludevo, e questo mi pare tanto più necessaro più l’interesse verso l’autodeterminazione cresce in una direzione che continua a IGNORARE o STRUMENTALIZZARE quel tipo di processo.

Due cose ancora. Lucio Giudiceandrea ha chiesto se io mi rendo conto che, al momento, un consenso “italiano” sull’ipotesi di autodeterminazione è praticamente inesistente. Me ne rendo conto benissimo. Ma i miei ragionamenti, lo affermo con modestia ma lo affermo, non cercano di modellarsi sul sentire “comune”. Li svolgo semplicemente seguendo il filo di una razionalità profondamente scettica e per certi versi già da sempre votata allo scacco (sono stato frainteso e verrò frainteso ancora innumerevoli volte). Riccardo Dello Sbarba mi ha ammonito: non farti soverchie illusioni. Non me ne faccio. So benissimo che per attivare (anche solo attivare) il processo che io auspico è necessario forzare mille automatismi e superare mille difficoltà. Non per questo posso smettere di dire quello che penso o smettere di correggere le interpretazioni del mio pensiero che mi sembrano più distanti da esso.

Infine: il buon pérvasion è libero di “caricare” sul suo blogroll chi meglio crede. Anche la Fata Turchina o la cugina di Pollicino, se lo ritiene opportuno. Il fatto che “sentierinterrotti” sia stato espunto o non sia mai comparso sul suo blogroll è una cosa che riguarda lui, non me.