Un classico cinese

“Ubriaco perdo cielo e terra, poggiato sul cuscino solitario. Non so più se esisto, e allora la mia gioia è più profonda”. La settimana scorsa, entrando nella biblioteca civica di Bressanone, avevo in mente queste parole di Li Bo. Volevo prendermi una vacanza dalla questione sudtirolesealtoatesina e la lettura di un classico cinese mi sembrava un buon modo per farlo. Una volta entrato nella prima delle diciotto sale che raccolgono la letteratura cinese di tutti i tempi, la mia attenzione è stata catturata dal dorso inconfondibile di un libro Adelphi: era lo Zhuang.zi  tradotto da Carlo Laurenti, praticamente incastrato tra Il giudice Bao indaga tre volte sul sogno della farfalla e Le canzoni di giada trasparente. Mentre tentavo di liberare lo Zhuang-zi dalla sua morsa, una compattezza senza varchi che Edoarda Masi ha definito “la letteratura quantitativamente più ricca del mondo”, da uno scaffale della libreria è cascato un tomo rosso sfondandomi la testa. Quando ho ripreso i sensi mi sono ritrovato per terra e accanto a me giaceva il libro insanguinato. “Non sarà mica il Libretto di Mao?”, ho chiesto alla bibliotecaria che si apprestava a fasciarmi la testa con un foulard. “No,” ha risposto lei “è un testo di Carlo Romeo. S’intitola Un limbo di frontiera. È una ricognizione puntuale della letteratura in lingua italiana in Alto Adige”.

“Mi scusi signora, cosa ci faceva il libro di Romeo tra i classici cinesi?”.

“Veramente non so. Non sapevamo dove metterlo. Tra i libri di autori locali ci sembrava fuori luogo e con la letteratura italiana c’entra poco”.

A quel punto devo essermi agitato, perché la donna si è chinata su di me afferrandomi le mani.

“Stia buono,” mi ha detto “ho appena chiamato il 118. L’ambulanza arriverà tra pochi minuti”. (edz)