Serata Musil (materiali e testi)

Come promesso, comincio a pubblicare alcuni materiali scritti da Enrico De Zordo per la serata musiliana di ieri sera. Il testo seguente non è stato letto, ma contiene molti degli spunti che poi sono stati effettivamente trattati. Buona lettura.

Una presentazione che forse non leggerò

1. Mi chiamo Enrico De Zordo, sono nato a Brunico quasi quarant’anni fa e gestisco con discreto insuccesso un negozio di vini nel capoluogo pusterese. I miei genitori, entrambi di madrelingua italiana, provengono da Cibiana di Cadore, un paesino non molto distante da Cortina d’Ampezzo. Fino ai miei vent’anni ho vissuto senza incertezze la mia condizione di altoatesino: ho frequentato con grande soddisfazione scuole italiane, associazioni sportive italiane, cinema italiani. Durante le mie vacanze estive, che ho trascorso in località balneari italiane, ho fatto il bagno in acque italiane, leggiucchiato giornali italiani e calpestato spiagge italiane. Al mio ritorno dalle ferie, grazie a un sole tutto italiano, ho potuto esibire un’invidiabile abbronzatura italiana. Con grande soddisfazione ho trascorso il mio tempo libero con amiche e amici italiani. Nel corso di numerose messe in italiano ho svolto senza errori il mio ruolo di chierichetto italiano. Ho seguito di settimana in settimana la serie A di calcio, il mio cuore ha palpitato all’unisono con il cuoricino di Alfredo Rampi, ho fatto di tutto per capire che cosa fosse il pentapartito; mi sono nutrito di TV italiana, di cucina italiana, di musica italiana. Soprattutto, ho amato Umberto Tozzi e detestato Alan Sorrenti. All’età di dieci anni sarei stato in grado di motivare per filo e per segno le ragioni di quell’amore e di quel rifiuto. Oggi non ci riuscirei più e questa incapacità sfigura irrimediabilmente il mio profilo intellettuale. Fino ai miei vent’anni ho vissuto come se quella di Bolzano fosse una normale provincia italiana, paragonabile a Terni, a Cuneo o La Spezia. Con una differenza decisiva: mentre per un normale cittadino di Terni contano probabilmente sia la dimensione locale che quella nazionale, per me era interessante solo la dimensione nazionale. Poteva allora accadere che il giorno dopo un attentato dinamitardo a Merano, io andassi a scuola in bicicletta con il terrore di essere ammazzato dalle Brigate Rosse. Nella mia immaginazione, Aldo Moro era stato rapito sotto il balcone di casa mia, mentre il Monumento all’Alpino di Brunico era saltato in aria a Tbilisi. In quel periodo non avevo dubbi: Giovanni Spadolini era senz’altro il Landeshauptmann della Provincia autonoma di Bolzano. Anche se non capivo perché, lo ammiravo senza riserve. In una sera d’autunno, guardando un film con Alberto Sordi, giurai a mio padre che sarei rimasto repubblicano per tutta la vita. E Silvius Magnago chi era? „Un oscuro uomo politico delle Isole Tonga“, avrei risposto se qualcuno me lo avesse chiesto, ma sulla mia risposta non avrei scommesso nemmeno cento lire. Insomma, la dimensione locale era esotica, quella nazionale domestica. Nel 1989 mi iscrissi all’università di Bologna. Ero appassionato di poesia. Poesia italiana, naturalmente. Sarei stato in grado di parlare per mezz’ora di un poeta italiano minore di Tursi (Albino Pierro) o di Melicuccà (Lorenzo Calogero), ma non avevo mai sentito pronunciare il nome di Norbert C. Kaser. Quel che mi era vicino era affettivamente lontanissimo, mentre quel che succedeva a Roma o a Milano era emotivamente vicino.

Fino ai miei vent’anni non ho abitato in Alto Adige/Südtirol, ma ho vissuto benissimo in quella provincia tutta italiana che si chiama Alto Adige. Qualche anno fa, quando leggevo soltanto Thomas Bernhard, a conclusione di una nota biografica come questa avrei probabilmente scritto: „Roba da vomitare“. Oggi non lo direi più e se non lo dico più, se mi sembrerebbe profondamente stupido dirlo, lo devo ai primi quaranta capitoli dell’ Uomo senza qualità di Robert Musil. Ma lo devo soprattutto a Andrea Bovo, che li ha commentati per me nella cantina del mio negozio.

(A questo punto era previsto un intervento di Andrea sulla nostra esperienza di lettura in cantina)

2. A vent’anni, lasciando l’Alto Adige per andare a studiare a Bologna, entrai senza accorgermene in Alto Adige/Südtirol. Allora, come molti studenti, mi ero messo in testa di leggere tutti quei romanzi che un giovane di vent’anni non può permettersi di non leggere. Leggevo un libro e ne sottolineavo i passaggi che mi sembravano memorabili. Poi rileggevo tutte le citazioni memorabili di quel libro, le ricopiavo su un foglietto a righe e inserivo quel foglietto in uno schedario. Quindi cominciavo un altro romanzo, evidenziavo i brani che mi parevano rilevanti, li schedavo e passavo a un altro libro. Un foglietto dopo l’altro, un libro dopo l’altro, il mio schedario cresceva e insieme ad esso aumentava la mia autostima, che non tardò a trasformarsi in presunzione. In realtà non capivo nulla, ma il mio non capire, ricopiato con cura su quei foglietti a righe e inserito nello schedario, diventava ai miei occhi la prova inconfutabile di un sapere sterminato. Dopo aver schedato il cinquantesimo libro, nonostante commettessi ancora qualche errore di ortografia in fase di copiatura, mi sentivo pronto a sostituire Roberto Calasso alla casa editrice Adelphi. La convivenza tra me e la mia presunzione, comunque troppo lunga, finì bruscamente quando mi imbattei in quello che sarebbe dovuto diventare il cinquantunesimo romanzo del mio schedario: L’uomo senza qualità di Robert Musil.

Lo lessi su suggerimento di Piero Camporesi, il quale, tra le altre cose, era il mio professore di italiano e la persona che stimavo più di ogni altra. In lui riponevo la fiducia che un ragazzo di vent’anni può avere nei confronti di chi ha scritto Il sugo della vita o La carne impassibile: una fiducia smisurata. Se lui mi avesse detto: „Enrico, tu devi leggere la biografia di Al Bano scritta da Lando Buzzanca“, io sarei corso all’Archiginnasio per procurarmela e l’avrei divorata in un pomeriggio. Solo che Camporesi non era così. Camporesi mi disse un’altra cosa, stranissima. Mi disse: „Sarebbe il caso che Lei leggesse L’uomo senza qualità. Capirebbe forse il posto dal quale arriva e molte cose in piú“. Allora io corsi in libreria, che era la Feltrinelli sotto le Due Torri, comprai il primo volume dell’Uomo senza qualità e cominciai a leggerlo.

Il primo paragrafo del primo capitolo mi parve perfetto e lo sottolineai. Anche il secondo paragrafo e il resto del primo capitolo mi sembrarono meritevoli di essere ricordati, così come il secondo capitolo, il terzo, il quarto e gli altri che seguirono. Ogni parola contenuta in quel libro mi sembrava significativa: non c’era pagina che non meritasse di essere citata, ogni riga doveva essere ricordata. Fondamentali mi parevano anche l’architettura del romanzo e il respiro che la animava. Non solo: se provavo ad immaginarmela, la scrittura di Musil era per me una specie di fisarmonica del pensiero, uno strumento allo stesso tempo larghissimo ed esiguo, capace di estendersi a dismisura per contenere ogni cosa e il suo contrario, ma anche di contrarsi quanto basta per mettere a fuoco il dettaglio più minuto. Mi pareva addirittura che i titoli dei singoli capitoli, letti uno dopo l’altro, non componessero un indice, ma una poesia di inimitabile bellezza. Alla fine della lettura mi resi conto di aver sottolineato tutto quel che c’era da sottolineare, anche gli spazi bianchi tra un capitolo e l’altro. In quel caso il mio schedario si rivelò inutile: quel che avrei dovuto ricopiare sui miei foglietti a righe per inserirlo nello schedario era contenuto per intero nel libro, era il libro stesso. Non solo: mi resi conto che di quel romanzo, pur avendolo sottolineato tutto, non sarei stato in grado di dire nulla. Ma la stessa cosa non valeva forse per tutti i romanzi che avevo schedato fino ad allora? Di ogni libro non avevo evidenziato e ricopiato tutte quelle parole che non riuscivo a capire, ma dalle quali ero attratto? Non lo so. So solo che la prima parte dell’Uomo senza qualità era per me uno scrigno di parole. Sicuramente conteneva un tesoro, ma io non ero in grado di aprirlo. Mi ripromisi che lo avrei fatto al momento opportuno, di lì a qualche anno, quando avrei avuto gli strumenti adeguati per farlo. Non potevo sapere che quegli strumenti non li avrei mai avuti. Chiusi il libro e lo riposi sullo scaffale più alto della mia libreria, dove rimase a raccogliere polvere per una quindicina d’anni accanto ad altri libri preziosi e incomprensibili. Ciononostante quel tesoro nascosto fu in grado di orientare silenziosamente buona parte delle mie letture successive:

prima arrivarono Joseph Roth, Stefan Zweig, Franz Werfel, un po’ di Doderer, Karl Kraus, Elias Canetti, qualche pagina di Broch, Rilke, Adolf Loos, Hofmanstahl. Letture appassionanti ma approssimative, fatte non per capire ma con l’illusione di respirare sempre la stessa aria. Insomma: il tesoro nascosto dell’Uomo senza qualità era capace di indirizzarmi verso tutto ció che proveniva dall’Austria-Ungheria. Poi vennero Claudio Magris e il suo Mito absburgico e venne soprattutto Antholz, cui fecero seguito quasi naturalmente le Glosse di Kaser e l’ Italiana di Zoderer. Infine mi ritrovai seduto a un tavolino del caffé Biggi di Brunico con gli occhi fissi sul „Dolomiten“ e l’ “Alto Adige“ infilato nella tasca della giacca. Ero diventato un commerciante di vini della Stadtgasse e la questione sudtirolesealtoatesina mi interessava, mi appassionavo alla storia della cittadina in cui vivevo, sapevo che il Monumento all’Alpino era saltato in aria a Brunico e non a Tbilisi, non vedevo l’ora di andare a slittare a Rascesa. Amavo Claus Gatterer e la flora della Val Martello ed ero sicuro che il Landeshauptmann fosse Luis Durnwalder, anche perché mi pareva di vederlo seduto ad ogni tavolino di ogni taverna della provincia.

Che cosa mi era successo? Quasi senza accorgermene, avevo fatto il mio ingresso in Alto Adige/Südtirol infilando la porta dell’Uomo senza qualità, una porta talmente grande e bella che mi impediva di vedere la casa in cui stavo entrando. Perché è vero che oltrepassando la porta dell’Uomo senza qualità si può anche entrare in Alto Adige/Südtirol, ma lo si può fare solo passando per l’Austria-Ungheria. Nel mio caso si trattò di un passaggio disordinato e inconsapevole, appassionato ma impreciso. Andrea, commentando per me i primi quaranta capitoli dell’Uomo senza qualità, mi ha aiutato a mettere a fuoco quel disordine e quell’imprecisione.

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Serata Musil

Sono appena reduce da una bellissima serata, molto speciale. Enrico De Zordo, Andrea Bovo, due carissimi amici, e Ilse Rosenkranz-Castelli, dell’associazione Heimat, hanno letto e spiegato il primo capitolo dell’Uomo senza qualità di Robert Musil, al Cafè Dom di Bressanone. Prossimamente pubblicherò su questo blog i testi – splendidi – che Enrico ha scritto. Meritano di essere conosciuti anche da chi non era presente.

P.S. Ho messo a commento di questo post il brano “Cirrus Minor” dei PF, sempre per comporre idealmente quella play list che mi ha chiesto Taibon. La conferenza di stasera ha smosso dentro di me ricordi profondi.