Michele

È strano vedersi affibbiare un nome diverso dal proprio. In Sudtirolo, storicamente, ciò accadeva durante il fascismo, allorché i vari Michael, Lorenz, Lukas e così via diventavano Michele, Lorenzo, Luca e così via (certo, poi qualcuno cambiava anche da Silvio a Silvius, ma per scelta personale). Dunque Michele. Sono stato chiamato così in un articolo apparso oggi sul settimanale “ff”. Articolo in gran parte da me ispirato e forse addirittura redatto al posto della pubblicazione di un “Gastkommentar” che mi era stato richiesto. La versione del mio testo destinata (e cestinata) dall'”ff” la potete leggere [QUI]. Di seguito, invece, la versione italiana, leggermente difforme dal testo tedesco, ma ugualmente fedele al mio pensiero.

L’arrocco: gli italiani e la Selbstbestimmung

 

I limiti del nostro modello di convivenza. Solo fino a qualche anno fa proporre un collegamento tra questi due termini – italiani e Selbstbestimmung – sarebbe stato impensabile. Gli italiani avrebbero scosso il capo, ritenendo inopportuna, fastidiosa o persino pericolosa ogni riflessione al riguardo. I tedeschi avrebbero ripetuto che mantenere in vita il ricorso all’autodeterminazione è imprescindibile proprio per difendersi dall’ingerenza degli italiani nel governo di un’autonomia vista sempre come una Zwischenlösung, una soluzione provvisoria. Un simile scetticismo indica forse nel modo più nitido la radice della persistente diffidenza tra i gruppi linguistici e la mancanza di nuove “visioni” della politica locale. Per dirlo con una formula: in Sudtirolo si è riusciti a stabilire e perfezionare un modello di convivenza basato sulla reciproca sopportazione, piuttosto che su una felice integrazione.

 

Brennerbasisdemokratie. Se volessimo cercare un luogo, all’interno del discorso pubblico sudtirolese, nel quale trovi espressione un mutamento radicale di questo paradigma, un luogo cioè nel quale italiani e tedeschi abbiano ragionato e ragionino “insieme” sul nostro modello di convivenza – facendolo in modo critico, e non temendo di discutere anche dell’autodeterminazione come prospettiva di sviluppo per questa terra – dovremmo rivolgerci a un blog, una piccola piattaforma “on line” reperibile all’indirizzo www.brennerbasisdemokratie.eu. Qui, un gruppo di persone curiose di sperimentare nuove forme di dialogo (non a caso questa piattaforma è stata definita una “Diskussionsgemeinschaft” e rappresenta uno dei rarissimi spazi nei quali i partecipanti si esprimono in diverse lingue) ha cercato di mettere fuori gioco il richiamo agli opposti nazionalismi ancora largamente dominanti all’interno dei rispettivi gruppi d’appartenenza. Si è così ipotizzata la costruzione di un’identità “condivisa” e “indivisa”, per la quale il contributo degli italiani e dei tedeschi risultasse parimenti imprescindibile. Il tema esplicito degli interventi del blog ruota attorno all’idea di un Sudtirolo indipendente e post-etnico, e questo proprio al fine di superare – con una mossa che nel linguaggio scacchistico potremmo definire arrocco – un duplice impasse: il ruolo marginale assunto dagli italiani all’interno dell’autonomia e, in modo corrispondente, l’incapacità dei tedeschi di pensare al di fuori di schemi prevalentemente legati al bisogno di proteggere la propria specificità di minoranza “imprigionata” in uno Stato “straniero”.

Contro l’autodeterminazione di “destra”. Per illustrare il punto di vista innovativo di questa piattaforma è utile osservare il modo con il quale gli autori del blog hanno cercato di distinguere la loro proposta da quella degli autodeterministi classici, secondo i quali – com’è noto – l’unica cosa che conta resta il distacco dall’Italia, non curandosi affatto della ricaduta che a livello culturale e sociale una simile rottura comporterebbe. In un post intitolato “Dreh- und Angelpunkt” si legge: “I partiti della destra tedesca, che puntano all’indipendenza del Sudtirolo, non hanno compreso che una simile richiesta non può costituire, di per sé, un tema politico, ma ha bisogno di essere sviluppata e sostenuta mediante un progetto capace d’investire la nostra società nel suo complesso. In altre parole, non solo è sconveniente che i fautori di questo progetto si rivolgano contro una parte della popolazione qui residente, ma non possono permettersi neppure di postulare in linea di principio la sua esclusione. Proprio gli italiani rappresentano invece il punto di svolta e il centro di questo processo. Il distacco dallo Stato italiano potrebbe avere un senso solo se si riuscisse ad ottenere una pacificazione interna. Per questo motivo l’impegno profuso dai partiti della destra tedesca non è soltanto privo di prospettive, ma è addirittura controproducente. Ogni tentativo che non preveda esplicitamente il coinvolgimento di tutta la società, ogni progetto che non si preoccupi in primo luogo di eliminare le divergenze esistenti (divergenze che si danno o si darebbero allorché qualcuno si sentisse escluso o persino messo in discussione dagli altri) ci allontana dal fine che potremmo proporci: vivere insieme, disponendo di una pace duratura e della libertà di decidere il nostro destino.  L’indipendenza non si raggiunge pensando di riparare un torto, ma dando vita a qualcosa di completamente nuovo…”.

Confini interni e confini esterni. Ovviamente riproporre il tema dell’autodeterminazione (seppur seguendo un’impostazione innovativa e spiazzante come questa) implica anche una riflessione approfondita sulla questione dei confini, un passaggio davanti al quale proprio gli italiani hanno sempre avanzato le maggiori riserve. Eppure, la proposta della Brennerbasisdemokratie ci invita a pensare con nuove categorie anche questo ambito. Finora, infatti, il mantenimento dei confini “esterni” (nazionali) ha portato (nella nostra provincia) a un innalzamento dei confini “interni”, tra i gruppi linguistici. Volendo però rimuovere questi, non rimane che cercare di rendere più porosi o di ridefinire gli altri. In un altro contributo del blog si afferma: “Un Sudtirolo indipendente dagli stati nazionali (…) con un confine amministrativo nuovo e non ispirato alle logiche etniche o nazionali, ci permetterebbe di trovare le soluzioni ai problemi che abbiamo qui, in una terra plurilingue, così difficilmente governabile da Roma o da Vienna. Un confine debole, permeabile alle idee ed alle persone. Un confine dell’Unione, poi, che dia sicurezza a chi cerca rifugio, e che accolga chi si trova in difficoltà. E, soprattutto, una sovrapposizione di confini diversi, che non combacino mai, tra quelli statali, linguistici, culturali o di collaborazioni transfrontaliere sempre nuove. Un concetto elastico di confine, un suo sfocamento. Per raggiungere questo traguardo, non serve riposarsi sugli allori dell’autonomia, e nemmeno sperare nella scomparsa dei confini in generale, che sicuramente non potrà avvenire nei prossimi secoli. Sembra invece molto più utile partecipare attivamente alla loro ridefinizione, un ruolo al quale il Sudtirolo può ambire. E l’emancipazione dagli stati nazionali non può che essere il primo passo”.

Parole coraggiose. Proporre il tema dell’autodeterminazione agli italiani, come ho detto all’inizio, è sembrato finora un tentativo votato allo scacco. Ma è un fatto che nessuno aveva mai cercato di coinvolgerli sul serio e in modo costruttivo. Quando ciò accade, ci si può sorprendere di vedere avanzare riflessioni più ardite. Recentemente, è stato l’ex presidente del Consiglio Provinciale Riccardo Dello Sbarba (di solito sempre molto prudente e realista) a indicare, in una serie d’interventi pubblicati sul suo blog (http://riccardodellosbarba.wordpress.com), quali sarebbero i punti discriminanti per rendere plausibile un riesame della questione autodeterministica:

“1. L’idea di una regione europea aperta e plurilingue di diverse culture, esperienze, storie tutte dotate di uguale dignità e diritti; 2. La promessa dell’abolizione di ogni logica e misura di separazione etnica: un unico sistema scolastico plurilingue, la fine dei partiti etnici, il principio della cittadinanza universale e uguale; 3. Il riconoscimento di un Heimatrecht uguale per tutte le persone che vivono sul territorio di questo “Stato libero”. Ciò vuol dire che la terra non appartiene a nessuno, ma a tutti (a Dio, dicevano i medioevali), che non ci sono primi arrivati e ultimi arrivati, che non ci sono proprietari e ospiti. Ciò vuol dire che ogni decisione politica su questa strada la prendono tutti e tutte, senza sbarramenti dovuti alla anzianità di residenza; 4. Rinuncia alla violenza e alla glorificazione della violenza; 5. Immediata cessazione di ogni provocazione. La strada per l’autodeterminazione, se questa vuol convincere gli italiani, non può passare per le marce e la richiesta di abbattere i monumenti, ma per il rispetto della storia e dell’esperienza di ciascuno, che va contestualizzata, resa testimonianza di una educazione alla democrazia, ma non rasa al suolo”.

 Come si vede, si tratta di parole coraggiose, che meriterebbero almeno una discussione più ampia. E soprattutto sono parole di un “italiano”, in grado di rendere l’autodeterminazione un modo per coinvolgere tutti i gruppi linguistici in un progetto che necessariamente è (o può essere) solo comune.