Perché qui il passato non passa

Alcuni commentatori si sono di recente chiesti: ma che senso ha continuare a discutere di monumenti, di relitti fascisti, di ossari e di tutte le altri questioni che sembrano pietrificare la memoria di pochi, quando i problemi reali, le cose concrete sulle quali riflettere sono ben altre? Hanno ragione. Eppure, se volessimo capire un po’ meglio perché il discorso pubblico sudtirolese non è ancora riuscito a digerire queste tematiche – che il Filippo Ottonieri di Giacomo Leopardi magari definirebbe “oziose e disutili” – occorrerebbe forse scavare più in profondità nel terreno dal quale esse traggono un così persistente alimento.

Per compiere un’operazione del genere dobbiamo rischiare di rovesciare un assunto che in modo superficiale tendiamo a dare per scontato: al contrario di quanto generalmente si afferma, l’autonomia della quale godiamo non è ancora compresa e condivisa da tutti.  Ora, se è indubbiamente vero che la cornice di norme che regolano la convivenza dei diversi gruppi linguistici in Alto Adige-Südtirol è riuscita ad assicurare un apprezzabile benessere (al quale nessuno vorrebbe rinunciare), è vero anche che il fondamento storico e culturale sul quale essa poggia risente tuttavia delle condizioni negative (e conflittuali) a partire dalle quali essa si è evoluta. Per dirlo in modo ancora più semplice, è un po’ come se tutto il bene che è stato prodotto mediante la scelta di adottare una soluzione di compromesso (la nostra provincia è rimasta entro i confini dello Stato italiano, ma alle minoranze è garantita una larga forma di autogoverno) non possa venir giudicato positivamente se non riproponendo di continuo la rappresentazione delle lacerazioni che l’hanno preceduto. E per far questo (per poter cioè rappresentare e ripresentare questo stato di cose) è chiaro che nulla si presta meglio di una disputa orchestrata attorno a quei documenti d’epoca capaci di polarizzare e dividere i loro fruitori.

Non coltiviamo dunque troppe illusioni. Finché questa nostra autonomia custodirà nel suo nucleo la contraddizione della propria origine, o almeno il suo ricordo, non sarà possibile aspettarsi una diminuzione del potenziale conflittuale di certe opere. Ma siccome è altresì evidente che un’eliminazione definitiva e completa di tale contraddizione è parimenti impensabile (in caso contrario non avremmo più “questo tipo” di autonomia), ritengo che dobbiamo anche rassegnarci a convivere con la periodica fermentazione di umori contrastanti. L’unica cosa da fare, quindi, è impegnarci in modo da sottrarre queste dispute all’automatismo della polemica sterile, irriguardosa della sensibilità altrui e incapace di trovare possibili, ancorché mai definitivi, punti di mediazione.

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