Traduzione e anarchia

Mariani

Im Anfang war das Wort. Non dobbiamo necessariamente pensare al famoso prologo cosmico-storico del Vangelo secondo Giovanni. In questo caso citiamo più modestamente un verso incastonato nella poesia “Die Sprachelegie” di Günther Anders. La sfoglio nella traduzione che il bolzanino Giancarlo Mariani mi mostra, togliendola da un libro intitolato “Poesia dell’Esilio. Antologia della lirica antinazista tedesca” ed edito nel 1987 presso l’editore Piovan di Abano Terme. Il contesto serve ad illuminare un paesaggio che vale la pena descrivere più accuratamente: “Per mille colori esiste un’unica parola. / Ahimè, per un colore. Perché l’occhio / obbedisce alla bocca. Era in principio / la parola”. Se in principio vi sia stata un’unica parola (per meglio dire un unico logos) oppure già mille parole, come sono i mille i colori, è però questione che può porsi il filologo, ma non il traduttore, dato che per chi traduce la molteplicità è un presupposto non superabile. E lo sapeva, lo sa Mariani, che ora siede davanti a me nel fumoir dell’Hotel Laurin di Bolzano, portando sornione alla bocca la pipa spenta o passandola da una mano all’altra

Il Sud Tirolo è una terra prodiga di traduttori misconosciuti, perché qui la funzione del tradurre è data purtroppo per scontata: una necessità burocratica. Si cresce con negli occhi le insegne e i cartelli stampati quasi tutti in due lingue (sulle poche eccezioni ci si accapiglia nelle commissioni paritetiche, mentre sull’inglese, intanto sempre più frequente, si sorvola). Persino le comunicazioni più banali, purché pubblicamente affisse, ricevono il medesimo trattamento politically correct, ma svuotato di anima. Cosa accade invece per chi – grazie al destino e soprattutto alla passione – ha tradotto versi su versi, e poi ne ha composti anche di propri, memore di una coesistenza tra codici differenti persino all’interno della propria bocca (evidentemente più capiente di quella immaginata da Günther Anders)?

La storia di Mariani, traduttore di Anders, Paul Celan, Tucholsky, Hasn Arp, ma anche di Norbert Conrad Kaser e Wilhelm Busch, comincia nel 1942, a Merano, grazie al precedente incontro di un padre spoletino e una madre della Val d’Ultimo. “Fino a tre anni – ricorda – non ho parlato però una parola d’italiano, perché mio padre fu fatto prigioniero in Libia, quindi è tornato a casa solo tre anni dopo, avendo salva la vita ma sconosciuta la primissima infanzia di suo figlio”. “Per fortuna non è tornato in divisa”, aggiunge poi, abbozzando l’antipatia incancellabile per il mondo delle uniformi (ma anche del mondo uniformato) che portava il piccolo Giancarlo a diffidare persino del postino. Una famiglia “mistilingue” forse non comune per quei tempi in cui le divisioni etniche ancora pesavano, e avrebbero comunque continuato a pesare per anni, imponendo scelte nette, in alcuni casi ipocrite.

All’inizio degli anni Cinquanta i Mariani (con Giancarlo poi anche la sorella e due gemelli, uno dei quali si chiama Marco e sarà in seguito il noto ex preside del Liceo Carducci) si trasferiscono a Bolzano, in via Zancani. Affiorano ricordi color seppia, impolverati. “Era un posto meraviglioso, molto diverso da quello di adesso. Via Orazio non era ancora asfaltata, via Amba Alagi non esisteva. Intorno c’erano solo vigneti e qualche volta siamo stati rincorsi dai contadini, perché gli rubavamo i grappoli d’uva. Ci chiamavamo la banda delle quattro case, per distinguerci dalla gente venuta dopo”. Aumentano infatti di molto, le case, nella Bolzano della ricostruzione e quindi del “boom” economico, che però da queste parti è anche onomatopeico per via degli attentati. Mentre con fatica vengono gettate le basi per la normativa che troverà formulazione nel secondo statuto d’autonomia, Mariani colleziona esperienze di liceale e va a studiare Filosofia a Firenze, dove sceglierà di sottolineare il suo carattere antidogmatico e anarchico (sarà proprio lui, assieme a pochissimi sodali, ad aprire la prima sede della FAI a Bolzano) specializzandosi in epistemologia. Tra i molti ricordi, quello di un viaggio compiuto assieme ad Alexander Langer: “Eravamo molto amici, Langer mi volle accompagnare a dare un esame e siamo partiti da Bolzano in motorino. Sì, proprio in motorino, ovviamente facendo strade secondarie. Ci abbiamo messo quattro o cinque giorni”.

Il seguito sono gli anni dell’insegnamento, la vena del ribelle che ammalia i suoi studenti rinunciando a compilare burocraticamente il registro e sostituisce i libri di testo (pesanti e costosi) con mirate fotocopie, e la casa di viale Venezia trasformata in “un porto di mare” per scrittori e artisti, come racconta la figlia Chiara, da qualche tempo impegnata a raccogliere e sistemare la montagna di carte, pubblicazioni e contributi di un uomo che è sempre stato beatamente irregolare: “C’erano dei mesi in cui lui era tranquillo, si occupava di noi, uscivamo e insomma facevamo la vita di una famiglia normale, e poi quei periodi in cui si chiudeva nella sua stanza e stava giorno e notte a scrivere con la sua Olivetti elettrica. Si immergeva in una specie di trance creativa e produceva”.

Da vero filosofo, Mariani non ricama inutilmente sul senso più profondo della propria attività di traduttore o scrittore. Afferma di aver sempre avuto il piacere di tramare parole, fin da quando era un adolescente. Scrivere come respirare, tradurre perché intorno ciò che udiva era sempre lo specchio di altro. Una persona bilingue pensa naturalmente in due modi diversi, senza la sofferenza che incrina la fronte di quelli che arrivano solo con grande sforzo a immaginare come sarebbe possibile rendere diversamente un’espressione lontana dal proprio vocabolario familiare. In principio non è la parola, ma le parole, molteplici, opache, perché noi diciamo sempre quasi la stessa cosa, ma è sull’oscillazione di quel “quasi” che si decide tutto. Mariani sorride, adesso è stanco. Mi saluta recitando una filastrocca di Max und Moritz, prima in tedesco poi in toscano. Senza la traduzione – ha scritto una volta George Steiner – abiteremmo province confinanti con il silenzio.

ff – Ausgabe 14/2019

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...