Un museo contro le fazioni simmetriche

Nel supplemento culturale “La lettura” del Corriere di domenica scorsa si poteva leggere un titolo eloquente: “Serve un museo sul fascismo (senza apologia)”. A tutt’oggi, rilevava Dino Messina nell’articolo, bisogna registrare il fatto che su quest’epoca cruciale della storia novecentesca italiana non si sia ancora provveduto a creare un’istituzione museale nella quale raccogliere fotografie, opere d’arte, documenti filmati e altri reperti in modo da offrire ai potenziali visitatori un’immagine a tutto tondo di ciò che il fascismo ha “oggettivamente” rappresentato.

Non è detto però che le note restino dolenti. Messina accennava poi a Marco Pizzo, direttore del Museo del Risorgimento di Roma, il quale ha recentemente espresso più volte l’idea di dar vita a un progetto analogo a quanto compiuto in Germania, precisamente a Bonn, dove l’anno scorso fu allestita una mostra di grande successo su Hitler all’interno del Museo di Storia nazionale.

Sarebbe bene che ciò potesse realizzarsi senza troppe difficoltà burocratiche. Soprattutto senza alzare il solito polverone di natura ideologica. Comunque, almeno per una volta, potremmo proprio essere noi, qui a Bolzano, a porre la prima pietra di un simile percorso della memoria. Proprio noi, occorre specificare, così a lungo bloccati da inibizioni e reticenze ostinate, tanto da rendere anche i più ottimisti parecchio scettici sulla possibilità di liberarci dalle polemiche alle quali ci siamo purtroppo persino assuefatti.

Se, come pare, il restauro della cripta del Monumento alla Vittoria andrà in porto, consentendo di alloggiarvi la documentazione necessaria alla sua interpretazione e contestualizzazione, la situazione potrebbe evolversi. Penso in particolare diventerà finalmente concreta la speranza, finora sempre delusa, di mettere a tacere le fazioni che hanno cercato di trarre il massimo profitto dalla sopravvivenza delle velenose contrapposizioni risalenti alla loro diversa ma speculare impostazione nazionalistica.

A tale proposito occorre essere molto chiari. In tutti questi anni ha sparso veleno sia chi si è adoperato al fine di cancellare ogni traccia delle opere d’ispirazione fascista edificate in provincia di Bolzano (spesso in nome di un antifascismo di maniera e pretestuoso), sia chi ha affermato che non si può toccare niente, che la storicizzazione consiste semplicemente nel tempo che passa e che nessun intervento dovrebbe quindi alterare quanto ci è stato tramandato (manifestando così la propria incapacità di prendere le distanze da ciò che quell’ingombrante reperto rappresenta).

Sì, l’apertura di un Museo del fascismo, necessaria in Italia, a Bolzano è addirittura indispensabile. E direi anche non più rimandabile.

Corriere dell’Alto Adige, 23 dicembre 2011

Quello che resta

Se dovesse stabilirsi definitivamente sulla Luna, quale aspetto della civiltà terrestre rimarrebbe più vivo nella sua memoria e stimolerebbe di più la sua nostalgia? Quale invece abbandonerebbe senza rimpianti?

Rivedrei con accorato rimpianto l’aspetto fisico delle terre, delle campagne lavorate, delle selve, dell’acque, delle dighe, dei canali, dei ponti e strade, e dei porti e dei moli e dei fari, serbando nel cuore l’idea di tutti i beni acquisiti, di tutti i ragionevoli propositi ed atti di cui la società umana ha pur voluto assistere la mia disperata esistenza. Non sentirei la mancanza di certe architetture, pitture e musiche troppo superiori alle mie facoltà d’intenderle e apprezzarle pienamente.

C. E. Gadda

Accettare la pluralità e i contrasti

In una terra contrassegnata dalla frammentazione etnica, il tema della condivisione dei punti di vista finora discordanti esercita sempre una forte attrazione. Si tratta però di un’attrazione e di un’aspettativa viziate da una forte ipoteca se gli eventi trascorsi si dispongono all’interno di un flusso temporale orientato in modo univoco. Anche se la strategia che si vorrebbe perseguire punta alla finalità seducente della conciliazione, infatti, il rischio è che venga messa a tacere la memoria di contrasti non compresi nelle loro perduranti conseguenze.

A questo tipo di atteggiamento si oppone la consapevolezza – certamente più disincantata, ma forse più opportuna – di chi invece accetta e persino favorisce la pluralità dei punti di vista, proponendosi di farli dialogare tra loro senza voler eliminare a tutti i costi le differenze residue o quelle colature affettive che appartengono al sentire degli esseri umani. A tal proposito, lo strumento migliore, perché strutturalmente polifonico e aperto, non è il trattato scientifico ma la letteratura, in particolare la sua declinazione più ampia, cioè il romanzo. La letteratura – ha scritto Alain Finkielkraut – è infatti una “forma di mediazione che non offre garanzie, ma senza la quale ci sarebbe per sempre preclusa la grazia di un cuore intelligente”.

Il battito di un cuore intelligente nelle vene di una storia non condivisa: ecco la formula per riassumere le pagine molto belle di un romanzo di grande successo, uscito da qualche mese in lingua tedesca (Sabine Gruber, Stillbach oder die Sehnsucht, Monaco 2011) e purtroppo ancora in attesa di venire tradotto. Si tratta di una storia che ci riguarda da vicino, tutta intessuta di vicende e riflessioni che costituiscono lo sfondo del nostro lacerato passato, e per questo essenziali anche per capire non poche contraddizioni del presente. Il fatto che un libro così importante non sia già nelle mani di una casa editrice italiana costituisce un deplorevole ritardo della nostra industria culturale e dovremmo cercare di porvi al più presto rimedio.

In Sudtirolo c’è ancora bisogno di restringere il campo tensivo generato da un atteggiamento troppo ansioso nei confronti della nostra complessa identità e dei problemi legati al plurilinguismo (già, malauguratamente tendiamo sempre a dire “problemi”, non “opportunità”). Un maggior numero di traduzioni letterarie, magari redatte da una concreta comunità di artigiani formatisi proprio in questa terra, contribuirebbe senza dubbio a suscitare prospettive migliori di quelle promesse da vaghi sogni di utopistica condivisione.

Corriere dell’Alto Adige, 14 dicembre 2011

Il ricordo che salva (a Samb Modou e Diop Mor, in memoriam)

Qualche anno fa scrissi una cosa che non ho mai pubblicato. Lo faccio ora pensando con molta sofferenza e rabbia a quello che è accaduto oggi a Firenze. Ognuno di noi, in qualsiasi modo, deve contribuire ad arginare questa disgustosa deriva.

Sono tornato dalle vacanze con un indirizzo, annotato dietro la copertina di un saggio di Alessandro Dal Lago (“Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale”) che mi ero illuso di poter leggere al mare. Non esattamente una lettura da spiaggia, infatti, anche se purtroppo una lettura molto attuale, e in un certo senso doverosa, parlando di spiagge, di “ultime spiagge”, pensando a tutte quelle persone (tra le quali donne e molti bambini) morte di fame e di stenti durante la traversata della disperazione per arrivare in Italia. Sono comunque tornato dalla mia spiaggia con un indirizzo, dicevo. Un indirizzo da scrivere su una cartolina o una lettera, al ritorno, insieme ad alcune parole. Parole non facili da trovare, per ragioni, oltre l’evidenza di un comprensibile pudore, che forse risulteranno più chiare alla fine di queste considerazioni un po’ rapsodiche.

Per cominciare, il tema è quello del ricordo. O meglio, la scommessa di salvezza che noi leghiamo al ricordo e dunque alla scrittura (si scrive, anche, per ricordare, per salvare qualcosa o qualcuno, magari noi stessi, dall’oblio). Una delle testimonianze più alte di questa relazione tra la memoria, la scrittura e la salvazione si trova in una lirica di Giuseppe Ungaretti, intitolata per l’appunto “Memoria”, dedicata ad un amico emigrato con lui in Francia dall’Egitto e suicidatosi nel 1913. Tra la prima e l’ultima strofa (“Si chiamava Moamed Sceab…. E forse io solo so ancora che visse”) il poeta immerge gli scarni cenni della vita dell’amico nella luce di questo ricordo che salva, un ricordo che deve essere visto perciò come un vero e proprio supplemento di vita (è vita, è ancora vita, quel saper “che visse”). Ovviamente il ricordo vale sempre tanto per chi è ricordato che per chi ricorda e, parlando di Moamed Sceab, del suo duplice esilio (straniero nella terra d’origine e straniero in Francia), Ungaretti ci parla del suo stesso essere senza radici (déraciné), del non avere una patria, se non quella patria vicaria che è la poesia, come quella scritta per un amico altrettanto (e ben più drammaticamente) “sradicato”.

Il tema del ricordo si intreccia così inevitabilmente con quello dello straniero. Anche i ricordi, in fondo, sono stranieri difficili da riconoscere, da assimilare. Nel libro che ho citato all’inizio, e che io cercavo di leggere inutilmente sulla spiaggia, Dal Lago utilizza alcune parole di Franz Kafka per focalizzare la condizione dei migranti: “Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è uno straniero (ein Fremder), uno che è sempre di troppo e sempre fra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi, che vi costringe a sloggiare le fantesche, che non si sa quali intenzioni abbia…”. In modo probabilmente non molto diverso da quelli praticati da Moamed Sceab e da Ungaretti, l’agrimensore K. è giunto una sera d’inverno come uno straniero e chiede di entrare nel Castello, chiede che i signori del Castello “ricordino” il motivo della sua venuta, il lavoro per il quale è stato convocato. Chiede che venga insomma riconosciuto. Ma i signori non ricordano o fingono di non ricordare. Senza un esplicito permesso di soggiorno, come si direbbe con il linguaggio burocratico di oggi, egli è costretto a cercare un riparo di fortuna, riducendosi a spiare l’interno del Castello “dal buco della serratura” e a vivere da “clandestino”.

La costrizione dell’umano, di ogni “essere umano”, nella sua parvenza di rappresentante nazionale  (e dunque di “straniero”) è indisgiungibile dalla riduzione stessa della sua umanità e ne rappresenta spesso una terribile mutilazione (in primo luogo percettiva, riflettendosi negativamente sulla società che ricorre a simili generalizzazioni). Ciò capita anche quando non siamo capaci di pronunciare un nome proprio, per esempio Moamed Sceab, e ricorriamo all’aggettivo “egiziano”, apparentemente neutro. Ma l’umanità trova la sua espressione più essenziale e più vera (i filosofi direbbero “ontologica”) proprio nell’“essere straniero” e chiede di essere preservata (vale a dire salvata) mediante una pratica e una politica dell’accoglienza che forse comincia col ricordo di un nome proprio. “Si chiamava Moamed Sceab”: il ricordo si nutre di riconoscimento e di riconoscenza, il cammino della salvazione che possiamo intraprendere (salvazione nostra ed altrui, nostra in quanto altrui) richiede una capacità “pentecostale” di parlare la lingua dell’altro, di indirizzarsi all’altro. Soltanto in questo modo possiamo sciogliere la persona da un indistinto riferimento collettivo (razziale, etnico o anche semplicemente linguistico) che lo imprigiona e lo annulla, liberando lo straniero dalla sua estraneità.

La mia cartolina, dunque.  La persona alla quale la invierò si chiama Diop M. (sono costretto ad usare le iniziali del cognome, ho imparato a mie spese che se talvolta possiamo ridurre la distanza che ci divide da uno straniero chiamandolo, in privato, per nome, questo stesso nome, reso pubblico, può diventare una minaccia). Diop viene dal Senegal e al pari di molti suoi connazionali percorre tutto il giorno le spiagge della costa, disseminate di bagnanti. Cammina adagio, oppresso da due enormi borse nelle quali tiene raccolte le cose che vende (vestiti, cappelli, asciugamani, ma anche piccoli spruzzatori di plastica, le tipiche collanine colorate e un’infinità di nastrini). La sua comunicazione è ripetitiva, essenziale. Chi gli compra qualcosa talvolta è gentile, talvolta gioca ad abbassare il prezzo. La sua pazienza sembra non avere limiti. Ed è commovente la leggerezza con la quale si lascia scivolare di dosso l’indifferenza di chi vede in lui soltanto l’ennesimo venditore ambulante (altra identificazione indebita: quella che imprigiona la persona nel suo lavoro). Da qualche anno io e lui abbiamo stretto un’amicizia imbarazzata, fatta di chiarimenti linguistici e di piccoli regali. Sembrava insomma una simpatia destinata a non lasciare tracce visibili. Ma prima che finissero le mie vacanze gli ho chiesto l’indirizzo, per scrivergli. Adesso devo trovare solo le parole.

Passaggi

Siamo passati del tutto improvvisamente da un versante che dava su un paesaggio fatto di aule di tribunale, toghe grondanti sangue e sperma, scalpicciare di avvocati avvinti a prostitute travestite da suore nello scolorare di un fandango, a quest’altro tutto pieno di banchieri e finanzieri che bisbigliano cifre e sigle incomprensibili dentro palazzi di vetro e acciaio in un mondo deformato dalla lente di Standard & Poor’s. Non si sa cosa pensare. Mi piacerebbe che qualcuno avesse scattato la fotografia di quel passaggio, magari solo per dire: “ecco, questo è il momento in cui…”. Capire com’è fatto, come si è originato, quel momento. E sperare che ne venga presto un altro.

I miei animali

È uno dei rari momenti in cui penso al mio rapporto con gli animali. Rapporto direi del tutto inesistente, o comunque sostanzialmente mancato, anzi limitato progressivamente nel tempo, dal tempo in cui, ricordo, venni letteralmente issato da mio padre in groppa a un cucciolo d’elefante di un circo, avrò avuto cinque anni, e presi paura nell’avvertire che era “vivo”, cioè così stranamente vivo rispetto a quanto me l’ero figurato poco prima di salirci sopra. Poi ci saranno stati cani e gatti, però mai miei. L’inevitabile balzo di un gatto su un divano o su un letto, sempre avvertito con fastidio se non proprio con ripugnanza. E altre cose così (se il discorso si allargasse a comprendere anche gli insetti potrei raccontare di più).

Ma adesso ripenso a quando incontriamo per la prima volta un cane nell’appartamento di un amico. Quel suo fiutare invasivo, condito da approcci amichevolmente aggressivi (e l’inevitabile “guarda che non fa niente, gioca…”). Allora si spera sempre di emanare un buon odore, l’odore “familiare”, si finge tranquillità e indifferenza (ma col corpo già un po’ voltato verso l’uscita), si tende la mano, azzardando persino una carezza che esprime invece tutta la paura di essere morsi; soprattutto si spera di essere conosciuti in fretta e quindi già subito riconosciuti e accettati non per quel che si è, ma per quel che si è appena diventati. Come se insomma dipendesse adesso dal cane e dal suo frenetico esame la percezione di far parte stabilmente del mondo.  

Carbone per Staffler

Quando ero piccolo anch’io ho creduto alla befana. La storia di una vecchina in volo su una scopa conservava un tratto inquietante, addolcito dall’esito benefico della sua apparizione segreta: un surplus di doni e di golosità da trovare sotto l’albero prima che finissero le vacanze natalizie. Con gli occhi un po’ stretti della memoria scorgo adesso anche mia nonna (ma era davvero lei?) mentre la sera, un fazzoletto in testa e una buona dose di autoironia, trafficava sul terrazzo con alcuni pacchi colorati. Il giorno dopo – il fatidico 6 gennaio – ci si alzava velocemente dal letto e si correva a vedere se la befana era passata davvero. Il regalo più emozionante fu un libro intitolato “Come parlano gli animali”. Oggi direi che “parlano” spesso con più sensatezza di certi uomini.

Hartmuth Staffler, consigliere comunale di Bressanone per il movimento Süd-Tiroler Freiheit, ha altri ricordi e pochi dubbi. Sarà anche vero che la befana – ha scritto in un comunicato – è un’antica figura leggendaria italiana che porta i regali ai bambini, ma nel 1926 questa tradizione fu ufficializzata come befana fascista, quindi non ha più alcuna legittimità. Pensare che a Bressanone, culla della tradizione tirolese, se ne consenta e addirittura se ne finanzi la celebrazione, prevista tra le edicole del mercatino già ricolmo di ogni paccottiglia scarsamente tradizionale, per lui è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Soprattutto quello del ridicolo, talvolta così difficile da arginare.

È un ridicolo che dura comunque poco. Nell’ipotesi malaugurata che simili personaggi ottengano davvero ciò che con animo rancoroso si propongono di realizzare (l’indipendenza del Sudtirolo dall’Italia), questo farebbe parte del conto: una negazione aperta e violenta di ogni traccia di cultura “altra”. A pochissimo valgono le rassicurazioni che di tanto in tanto qualcuno di loro si lascia sfuggire, anche se controvoglia. Il progetto di un Sudtirolo liberato dall’influenza culturale italiana ancora presente (seppur ormai recessiva e innocua) è l’unico obiettivo capace di soddisfare una brama di purezza molto pericolosa.

Tornando alla nostra befana, una volta cacciata fuori a pedate, nella migliore delle ipotesi ci verrebbe proposto come surrogato il culto alpino di Perchta, la “Signora delle Bestie” che è parente, secondo Jacob Grimm e Lotte Motz, della più nordica Holda. Signora e bestie certamente poco inclini a favorire l’eclettismo culturale che noi ingenui continuiamo a considerare e difendere come il vero marchio di qualità di questa terra. 

Di merda ne abbiamo avuta abbastanza

 

Filologico fino in fondo, anzi fino al fondo, il Benigni che, affiancato dal nazional-popolare Fiorello, come raccontano le cronache ha raschiato il barile di una sua lunga carriera anti-berlusconiana sfortunatamente non chiusa a sipario calato sulla vicenda eponima. Parecchio deludente, confessiamolo, anche se al “Paese di Merda” (Berlusconi dixit) l’inno del corpo sciolto sicuramente meglio s’addice dell’ormai sanremesco (semper Benigni docet) “Fratelli d’Italia”.

Possiamo allora ridere? No, non mi pare proprio. Perché c’è, in questo ridere, tutto il vizio di uno sberleffare fin troppo consolatorio, che fa rima con assolutorio, per giunta, e quindi diffonde una fetida allegria di naufragio basata su un fraintendimento: la merda non è cioccolata, anche se qualcuno, nel segreto dell’urna, ha ripetutamente avuto difficoltà ad accorgersene.

Certo, non si può chiedere a un comico di restituirci la serietà perduta (lasciamo che siano i seguaci di Grillo, adepti del culto neo-babbeo, a pensarlo). Ma almeno smettere di ridere di quello che non fa più ridere (se mai l’abbia fatto) forse sì. Mancano gli argomenti? Si prenda una salutare pausa di riflessione. Si consultino gli amici e si tenti di cambiare copione. O dobbiamo per forza già subire così a caro prezzo gli effetti anticipati del mancato pensionamento di chi, a naso (dato l’argomento…), avrebbe invece maturato ad abundantiam la sua quota di tempo? Di merda ne abbiamo avuta abbastanza.

Il solito stronzo?

Se gli sfuggisse anche solo un sospiro, se gli scivolasse un piede, se gli scappasse una mezza parola, se si facesse vedere una sola volta a “Porta a Porta”, mezza Italia si darebbe di gomito e concluderebbe con mestizia trionfante: vedi, anche Lui. Entrato ingloriosamente nella categoria dei soliti stronzi. Con Bruno Vespa che sarebbe capace di chiedergli un’opinione sul lambrusco di Sorbara o su Ibrahimovic.

E. Berselli, Venerati Maestri, Mondadori 2006, pag. 63

Oltre la nebbia degli stereotipi

Negli ultimi giorni, su diversi quotidiani e più in generale in molti luoghi preposti alla diffusione dell’opinione pubblica italiana, sta tornando a galla il vecchio sospetto, e in alcuni casi pesino il risentimento, verso la Germania e i tedeschi.

Nell’editoriale pubblicato domenica scorsa sul Corriere della Sera, Sergio Romano ha per esempio tracciato un quadro storico della “questione tedesca” in relazione all’attuale crisi economica e finanziaria, addebitando al dogmatismo di alcune istituzioni “teutoniche” (in primis la Bundesbank) la responsabilità di non recepire la gravità del momento in una prospettiva autenticamente europea. In una lettera al quotidiano Libero, l’ex presidente del Senato Marcello Pera ha addirittura parlato di Anschluss – vale a dire di annessione, ricordando in modo brutale quanto avvenne all’indomani dell’8 settembre 1943 – sostenendo in pratica l’esistenza di un progetto egemonico reso ancora una volta possibile dalla sospensione della sovranità nazionale e dall’umiliante fallimento del nostro ceto politico. Citando infine un giudizio di Beniamino Andreatta sulla capacità germanica di riunificare il proprio Paese (e dunque sull’incapacità italiana di risolvere la propria “questione meridionale”), anche il direttore del Sole 24 ore, Roberto Napoletano, ha sottolineato in un articolo recente la diversità per certi versi irriducibile dei rispettivi profili nazionali al fine di spiegare i “calcoli elettorali” della signora Merkel, l’euro sotto attacco e dunque la rinascita della diffidenza italo-tedesca.

È chiaro che noi, abitanti di un territorio nel quale il contrasto italo-tedesco si è prodotto con particolare virulenza, davanti a simili discorsi non possiamo restare indifferenti. Ma l’indifferenza non si cura mediante una rinnovata adesione ai rispettivi fronti pregiudiziali, anche se purtroppo è quello che generalmente succede. L’indifferenza si cura piuttosto con la voglia di capire, di approfondire e limitare il potere dei pregiudizi, in modo da ridisegnare pazientemente, senza tuttavia confonderli, quei punti di contatto tra le parti che la polemica e le emozioni tendono invece ad annullare.

Da questo punto di vista, è proprio quando il quadro complessivo minaccia nuovamente di sgretolarsi che, sfruttando i vantaggi di una zona di confine come la nostra, occorre attivarsi per tornare a tematizzare apertamente anche i nodi più dolorosi della nostra storia. E bisogna farlo con quella varietà di accenti e di piani interpretativi altrove più difficili da cogliere perché sempre suscettibili di finire dispersi nella nebbia degli stereotipi. 

Corriere dell’Alto Adige, 2 dicembre 2011