Indicare una strada

Spagnolli si prepara a formare la Giunta

Un costume ormai consolidato mette di solito in bocca al borgomastro di una città appena eletto la frase «sarò il sindaco di tutti». Gigi Spagnolli non l’ha pronunciata probabilmente perché sarebbe risultata poco credibile. Il risultato del ballottaggio, soprattutto alla luce di un’astensione di proporzioni inaudite, ha dimostrato infatti che una percentuale scarsissima di bolzanini si è espressa direttamente per il prolungamento del suo mandato. I numeri, salvo ulteriori riconteggi, parlano chiaro: al primo turno la coalizione che appoggiava Spagnolli è stata scelta 17.985 volte; due settimane dopo il gruzzolo del consenso è addirittura calato, totalizzando appena 17.630 voti.

A fronte di un tale riscontro, un pizzico di autocritica non guasterebbe. Le prime affermazioni del sindaco hanno invece subito fatto capire che lui la vede diversamente: «È la bella vittoria della saggezza e della stabilità». E poi: «Per me la politica non è il luogo delle chiacchiere, ma dell’impegno». L’idea che tutto questo impegno — ben dieci anni di lavoro — non sia stato in primo luogo riconosciuto da chi lo doveva valutare, cioè gli elettori, è però tutt’altro che una vuota chiacchiera. Sarebbe perciò bene che adesso, accingendosi a trovare in Consiglio comunale una maggioranza capace di sostenerlo, Spagnolli non si facesse guidare soltanto dalla volontà di evitare a ogni costo nuove elezioni autunnali, bensì dalla ricerca di una base programmatica in grado di rifondare il patto di fiducia tra elettori ed eletti. In caso contrario è auspicabile che l’agonia di trattative estenuanti e la fissazione di improbabili punti di equilibrio venga troncata prima di veder crescere ancora di più la disaffezione pronta a trasformare il disincanto in manifesta ostilità.

Non essendosi laureato «sindaco di tutti», insomma, Spagnolli ha adesso l’arduo compito di essere il «sindaco di qualcosa», ossia di un progetto. In campagna elettorale è mancata soprattutto una visione futura della città, l’idea di un suo possibile sviluppo oltre le logiche consuete. Simbolo involontario — proprio nel giorno del ballottaggio — le bandiere a mezz’asta per ripensare a una guerra cominciata cento anni fa e ancora oggetto di sterili polemiche. Una comunità che continui a procedere con lo sguardo costantemente puntato nello specchietto retrovisore è destinata a non saper dove andare, rischiando prima o poi anche di uscire di strada. Bolzano ha bisogno finalmente di qualcuno che guardi e la porti in avanti.

Corriere dell’Alto Adige, 27 maggio 2015

P.S. L’immagine è tratta dal profilo facebook del sindaco ed è stata originariamente corredata da questa didascalia: “Sono pronto alle trattative per la formazione della giunta. Tutti continuano a ripetere che sarà durissima. Perciò mi sono preparato in tempo”.

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Il soccorso della poesia

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Il testo ministeriale è laconico: “La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha disposto che il 24 maggio 2015, in occasione del centesimo anniversario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, la bandiera nazionale ed europea siano esposte sugli edifici pubblici”. Non sussistono richiami di tipo celebrativo – sarebbero peraltro suonati assurdi – e neppure indicazioni precise sulla modalità con la quale esporre tali vessilli. Eppure la polemica non ha tardato a divampare, soprattutto nella nostra regione.

Per ridurne la portata, basta leggere in sequenza i comunicati stampa dei due Presidenti delle province autonome di Bolzano e Trento, subito diramati in risposta alla circolare. Per Arno Kompatscher “l’indicazione di Roma di ricordare in questo modo l’inizio del conflitto è incomprensibile e sbagliata. Avremmo invece volentieri seguito un eventuale invito a mettere la bandiera a mezz’asta, che sarebbe stato il modo giusto per ricordare le vittime di questa tragedia”. Ed ecco quanto affermato da Ugo Rossi: “Le bandiere dell’Italia e dell’Europa il 24 maggio le esporremo, ma a mezz’asta, perché l’inizio di quella guerra, come di tutte le guerre, è già di per sé una sconfitta per l’umanità e per chi crede nell’ideale della convivenza pacifica. Sono certo che l’invito della presidenza del Consiglio non nasca con intento nazionalistico, ma per ricordare che non devono più accadere eventi che hanno devastato l’Europa e con essa la nostra terra”. Senza contraddire la riflessione critica di Kompatscher, condividendone anzi per intero l’assunto di fondo, mi sembra che dall’interpretazione di Rossi discenda l’atteggiamento migliore da tenere anche in Sudtirolo.

Ridotta ai minimi termini la polemica, è utile soffermarsi ancora brevemente sul significato che il ricordo del 24 maggio può avere per noi oggi, a un secolo esatto dal compiersi del tragico evento bellico. Gli atti istituzionali, purtroppo, non aiutano a trovare il tono giusto per farlo. Meglio così affidarsi al linguaggio più denso della poesia. Anche in questo caso, però, si tratta di saper scegliere. “Fa che una primavera rossa di sangue e di martirio sorga da questa vecchia terra, e che la vita sia come una fiamma. Viva la guerra!” (Corrado Govoni); “Invecchiamo di cent’anni, e accadde in un’ora soltanto: l’estate breve già finiva, e fumava il corpo delle pianure arate. Coprendomi il volto supplicavo Dio di uccidermi prima del primo scontro” (Anna Achmatova). L’anniversario del 24 maggio può essere inteso solo come un’invocazione affinché nulla del genere possa ripetersi.

Corriere dell’Alto Adige, 22 maggio 2015

La leadership da rilanciare

SpagnolliCommentando il deludente risultato elettorale, Gigi Spagnolli è ricorso a una formula altrettanto deludente: “In verità ho detto che non ha vinto nessuno, a partire da me. Non ho perso, perché nessuno mi ha battuto”. Certo, “perdere” significa anche essere battuti, ma tra le possibili sfumature del verbo rientra anche quella di non riuscire a conseguire un risultato che si credeva a portata di mano. Ecco dunque spiegato in che senso il sindaco di Bolzano farebbe meglio a considerare se l’esito delle urne, una volta commisurato alle attese, non valga davvero come una sconfitta, seppur di parziale entità e senz’altro rimediabile.

Se non chiarissimo però le ragioni della parziale sconfitta il discorso rimarrebbe vago. A mio avviso i motivi sono da ricercare in due direzioni: da un lato la presupposizione che uno spostamento dell’orientamento elettorale al centro sopperisse di per sé al mancato appoggio della coalizione di sinistra; dall’altro non aver posto nessun argine all’erosione complessiva della partecipazione, ossia non aver percepito che per convincere i cittadini a rinnovare la loro fiducia non sarebbe bastato puntare sulla mera ipotesi della continuità del proprio mandato. Soprattutto a proposito di quest’ultimo punto, Spagnolli ha dato segnali di inequivocabile stanchezza e appannamento, non essendo in definitiva capace di prospettare un’idea credibile e condivisa di sviluppo della città e prestando così il fianco alle accuse di chi sosteneva (non importa se a torto o a ragione) che, durante gli ultimi dieci anni, la qualità della vita a Bolzano si sia ridotta in modo cospicuo.

Due settimane sembrano poche per correggere tali difetti. Il vero problema di Spagnolli però non è neppure costituito dall’appuntamento ravvicinato del ballottaggio, traguardo alla sua portata soprattutto in considerazione della debolezza di un fronte avversario ben lontano dal potersi dichiarare compatto. La sfida, come hanno notato vari osservatori, è quella di trovare poi la chiave necessaria a formare una maggioranza di governo fondata su un programma non di corto respiro e armonicamente sostenuto da tutti coloro che se ne vorranno far carico. Qui torna in gioco il limite emerso durante la campagna elettorale: esiste una comune idea di città attorno alla quale aggregare un numero sufficiente di forze? Spagnolli può essere davvero colui il quale ne sa ancora interpretare il ruolo di guida? Il tramonto di una leadership può verificarsi anche nella forma di un lento declino, per estenuazione o nella lunga attesa di un cambio della guardia. A prescindere dal vincitore, speriamo che ciò non accada.

Corriere dell’Alto Adige, 13 maggio 2015

Gli equilibri da difendere

PresentazioneAnche il più distratto tra i fruitori di notizie sa che l’Alto Adige-Südtirol è stato teatro, negli ultimi anni, di un clamoroso caso politico-giudiziario: il cosiddetto “caso SEL”. Lo scandalo, più propriamente, è consistito in un conglomerato di maneggi legati all’assegnazione di una dozzina di concessioni per le grandi centrali idroelettriche della provincia e ha coinvolto in primo luogo i responsabili politici e manageriali del settore energetico locale. I processi si sono chiusi con la condanna dei colpevoli.

Proprio in queste ultime settimane si è poi pervenuti a una soluzione complessiva che, considerata in modo superficiale, potrebbe dare però un’impressione sbagliata: “Dopo un riesame di dieci concessioni di grandi centrali assegnate a SEL nella gara manipolata, la giunta provinciale delibera che nove delle dieci concessioni rimarranno a SEL. La motivazione: dalla documentazione originale emerge che SEL avrebbe vinto comunque i bandi, anche senza imbrogli”. Come se, insomma, nel frattempo non fosse accaduto qualcosa di molto grave.

Le parole citate tra virgolette sigillano la monografia dedicata dal giornalista Christoph Franceschini allo scandalo (SELfservice, uno scandalo altoatesino, Edizioni Raetia). Si tratta di una pubblicazione importante, uscita in lingua tedesca circa un anno fa – ne sono già stata vendute più di settemila copie – e adesso finalmente disponibile anche in italiano per l’eccellente traduzione di Silvia Fabbi, cronista del Corriere dell’Alto Adige. Leggendo pagina dopo pagina è possibile ripercorrere così tutta la vicenda e comprendere in quale senso sia sbagliata l’impressione data dalla soluzione finale del caso. Con le parole dell’autore: al centro del caso c’è infatti “la più grande truffa mai divenuta di dominio pubblico nella storia dell’Alto Adige”, oltre un miliardo di euro in ballo, e la rivelazione di un consistente problema di conflitto d’interessi del quale, prima che le indagini lo rivelassero a tutti, i responsabili neppure fingevano di accorgersi.

Dal libro emerge alla fine con molta chiarezza un dato. Uno scandalo di tali proporzioni può affiorare e avere le conseguenze che ha avuto solo grazie alla contemporanea presenza di alcuni fattori favorevoli: completa indipendenza del potere giudiziario, opposizione politica degna di questo nome, stampa non compiacente e, non ultimi, cittadini che desiderino essere informati. Sembrano banalità. Sono invece i fragilissimi equilibri dai quali dipende il buon funzionamento di una società democratica.

Corriere dell’Alto Adige, 8 maggio 2015