La malattia autoimmune che mette a rischio l’Europa

Profughi in Europa

Martedì una notizia, rivelatasi poi per fortuna imprecisa, ha scosso un’opinione pubblica sempre ipersensibile quando si parla di migranti e confini da difendere. Ecco il testo dell’agenzia piovuto nelle redazioni dei giornali poco prima di mezzogiorno: “Sono stati già portati al Brennero 4 mezzi corazzati Pandur delle Forze armate austriache che potrebbero essere impiegati nelle operazioni di controllo sull’immigrazione annunciate dal ministro della difesa Hans Peter Doskozil”. In unintervista rilasciata al quotidiano Kronenzeitung, lo stesso ministro aveva in precedenza dichiarato che l’intervento dell’esercito (rappresentato da 750 militari mobilitati) poteva essere considerato “zeitnah”, vale a dire “imminente”. Solo a fatica, grazie soprattutto al sopralluogo dei giornalisti che non si sono accontentati di prendere per buono un simile annuncio, si è riusciti a ristabilire le giuste proporzioni: martedì, al Brennero, non c’era alcun mezzo blindato, le pattuglie preposte ai controlli erano le stesse di sempre e l’allarme poteva dunque attenuarsi.

 Se il lancio di agenzia è stato quantomeno incauto, è indubbio però che il cocktail di dichiarazioni e mosse politiche che l’hanno reso possibile rappresenta un grosso problema. Dobbiamo insomma chiederci perché, nell’imminenza del Consiglio Affari Interni che si terrà in Estonia, i rappresentanti del governo austriaco abbiano deciso di lanciare segnali tutt’altro che distensivi all’indirizzo del nostro Paese. Una spiegazione è stata data dal sindaco del Brennero, Franz Kompatscher, (peraltro riecheggiato subito dal Landeshauptmann, suo omonimo, Arno Kompatscher): “Mancano pochi mesi alle elezioni in Austria, è chiaro che adesso qualcuno cominci a mostrare i muscoli”. Evidentemente il rischio che il Partito della Libertà (Fpö), nazionalista e di estrema destra, possa guadagnare sempre più terreno sta spingendo anche i cartelli tradizionali, a cominciare dai Popolari del neoeletto leader e ministro degli esteri Sebastian Kurz, a cercare di pescare voti nel medesimo bacino elettorale. L’interesse nazionale prima di tutto, quindi, con buona pace di chi continua a pensare alla costruzione di uno spazio europeo comune e solidale.

Quanto accaduto, malgrado il dietrofront di Kern, non è che l’ultimo sintomo di quella malattia autoimmune per la quale i maldestri tentativi di curarla – vale a dire istituendo o restaurando barriere e frontiere – si sono finora rivelati solo come concause del suo scatenamento.

Corriere dell’Alto Adige, 6 luglio 2017 – Pubblicato con il titolo “Blindati viennesi, prova muscolare”

Molto cuore e poco futuro

Durni e compagnia

Quando pensiamo all’Austria e al Sudtirolo ci viene in mente sempre una parola: Herzensanliegen, o anche Herzensache. Faccenda di cuore, insomma, con tutto ciò che ne consegue.

I parlamentari austriaci hanno dedicato alla questione cardiaca le ultime sedute prima della pausa estiva. L’occasione era data dalla celebrazione del venticinquesimo anniversario della quietanza liberatoria (da noi ampiamente festeggiata a Merano). Gli interventi che si sono succeduti, con le inevitabili sfumature dovute all’ispirazione dei diversi partiti politici, hanno perlopiù sparso abbondante miele sulla ferita storica. Con l’inevitabile amarognolo ricordatoci dai Freiheitlichen di Strache e Neubauer, i quali ovviamente hanno parlato di «unità tirolese», da intendere sempre come secessione dall’Italia. Quello che però c’è da chiedersi è se, oltre al miele e all’amarognolo, è possibile cavare da un simile effluvio di parole rituali anche qualcosa di più sostanzioso. Per farlo il cuore serve a poco (tanto quello batte comunque) e occorrerebbe in effetti l’organo posizionato nella scatola cranica. Il cervello, diversamente dal cuore, non si muove da solo, ma quando pensa produce uno sforzo d’intensità variabile a seconda degli stimoli che riceve.

Commentiamo allora la fotografia che mostrava i nostri Knoll, Atz e Durnwalder intenti a seguire gli oratori. Il trio è significativo, perché traccia una linea di relativa continuità tra due diversi tipi di passato affacciati sul medesimo vuoto di futuro. Leggere il pensiero dei primi due, esponenti di Süd-Tiroler Freiheit, non è difficile. Per loro il futuro coincide esattamente con il passato, e la chiusura della questione sudtirolese non è che una variazione sul tema della sua inesausta riproposizione. L’anno da rivivere costantemente è il 1918, un anno congelato con orrore nella memoria patriottica e al quale vorrebbero costantemente tornare, come se tutto ciò che l’ha seguito non avesse portato anche qualcosa di buono. Ma neppure l’ex Landeshauptmann è messo meglio, a ben vedere. Le cronache delle sedute della Convenzione per la riforma dell’autonomia, nelle quali si è reso protagonista, ce l’hanno mostrato come nostalgico emulo di Magnago sul podio di Castel Firmiano, anche lui congelato nel grido «Los von Trient!».

Se a Vienna batte il cuore, si potrebbe sintetizzare, a Bolzano a volte il cervello pare offuscato in perpetue rivisitazioni del passato che non passa.

Corriere dell’Alto Adige, 1 luglio 2017