Memorie dall’oltretomba

L’autonomia della politica è una cosa seria, non si difende consentendo comportamenti indecenti. Su questo garantisco, a nome mio personale e della squadra che entrò in politica nel 1994 per cambiare l’Italia, un impegno di risanamento senza incertezze. Occorre un forte rinnovamento – ha concluso – per tornare alla politica come servizio e non come fonte di guadagno per i singoli.

Silvio Berlusconi

Forza Gnocca-Minetti

È almeno da quando nel Pdl – questa accozzaglia di gnomi orfani del Padre che è ormai diventato il Pdl – si è affacciata alla ribalta una tiepida corrente moralizzatrice, è da allora che io faccio il tifo per la bella e furba Nicole Minetti. Del resto, basterebbe solo guardarla per preferirla – e di gran lunga! – a tutte le befane rivestite di strass (da Daniela Santanchè in giù) e agli gnomi orfani del Padre (tra i quali ovviamente spicca Angelino Alfano, un geco tenuto stretto per il collo) che adesso, dopo l’evidente e alquanto mesta fine di una stagione, vorrebbero limitare gli eccessi e le sfrenatezze fino a poco tempo fa spacciate per disinvolta e vincente joie de vivre. Tra le macerie del partito di plastica, l’unica creatura capace d’incarnare (in senso turgido-erotico) la quintessenza del berlusconismo è infatti proprio lei, la Nicole Minetti, giustamente intenzionata a non mollare il suo posto di Consigliere regionale in Lombardia e soprattutto a non stendere sul proprio stile di vita gaudente e scollacciato un velo d’ipocrita “professionalità politica”, come i suddetti gnomi vorrebbero che si facesse (ma questi, essendo dei veri gnomi, non si accontentano mica di un velo: hanno persino avuto l’ardire di chiedere alla Nicole le dimissioni che nessuno di loro avrebbe mai il coraggio di dare).

Forza Nicole, dunque. Forza Gnocca-Minetti. Una donna capace d’interpretare al meglio e senza inutili complessi d’inferiorità la filosofia di Terry. Forza Minetti, conficca le tue unghie laccate sui braccioli della poltrona consiliare, sprofonda bene il tuo meraviglioso deretano colà dove più è utile a magnificare le sue rotondità, e soprattutto fottitene, fottitene altamente dei cadaveri ambulanti del tuo partito fantoccio, del quale tu fai fieramente parte soltanto per un ovvio tornaconto personale, per gridare ai quattro venti che la fortuna, l’unica fortuna possibile, sta in mezzo alle gambe e tutto il resto è noia.

Ladri o Froci?

Si sprecano le più sottili analisi per dirimire l’ardua questione: meglio ladri o meglio froci? Da Roma – dove è stata posta in modo tutt’altro che accademico e, possiamo ben dire, ai massimi livelli istituzionali – arriva la risposta che un intero popolo smarrito attendeva con ansia: meglio ladri, e che stamo a scherzaaa’?

(Intanto, un po’ più a nord di Roma, comincia il sensibile smottamento degli orfanelli dell’arcoriade – quelli che non si vergogneranno mai di aver pestato per anni una merda e non penseranno mai, come invece dovrebbero, a sprofondare per almeno dieci anni nel silenzio – verso destinazioni di ripiego. L’arcoriade medesimo, intervistato dal suo servo giornalista, ha peraltro indicato nel simpatico e preparato Renzi un approdo non disdicevole. Ne vedremo delle belle)

Ampie garanzie

«Noi abbiamo gradito anche se non era quello lo scopo dell’incontro. Il nostro obiettivo, e per questo che abbiamo accolto il suo invito, era parlare di politica. Gli abbiamo detto che occorre fare una riflessione seria su come far tornare a vincere il centrodestra e su questo abbiamo ricevuto ampie garanzie». [Ignazio La Russa]

Luci e ombre del compromesso necessario

Talvolta In Alto Adige-Südtirol è semplice giudicare la qualità di un provvedimento legislativo: se la sua introduzione scatena contemporaneamente i malumori delle destre italiane e tedesche, vuol dire che si è fatto qualcosa di buono sul piano della convivenza. La legge provinciale sulla toponomastica votata allo scoccare della mezzanotte di venerdì potrebbe confermare questa regola.

Sulla materia, che come ognuno sa è molto spinosa, ci si è accapigliati per decenni senza mai cavare il ragno dal buco. Il campo era costantemente occupato da due teorie contrapposte: pugili suonati e barcollanti, eppure difficili da mandare al tappeto proprio perché ostinati e capaci di sostenersi a vicenda. Da una parte i difensori della toponomastica italiana, a dir poco restii a denunciarne la derivazione fascista, oltre che insensibili alla differenza tra “bilinguismo” e “binomismo” tanto cara ai loro critici; dall’altra i paladini di una supposta esattezza scientifica, per i quali cioè un nome o è “cresciuto storicamente” oppure è solo una falsificazione, e dunque intenzionati a fare piazza pulita di un grandissimo numero di toponimi italiani confinandone l’uso in una sfera esclusivamente privata.

Per oltrepassare uno stallo del genere, costruendo un percorso che mantenesse la giusta distanza tra questi estremi, era necessario far nascere un compromesso in grado sia di erodere il principio della traducibilità di ogni nome, anche a costo di scalfire il principio dell’intangibilità dell’intera toponomastica istituita da Ettore Tolomei, sia di accettare l’avvenuta storicizzazione di molti toponimi (o per meglio dire microtoponimi) italiani, ormai entrati nell’uso e dunque da legittimare mediante una normativa scritta finalmente con inchiostro provinciale. Almeno da questo punto di vista, è possibile salutare con benevolenza il risultato raggiunto.

Certo, permangono dei problemi. Senza contare l’incognita dell’ennesima commissione (paritetica, per fortuna, ma di nomina politica), l’ombra più minacciosa si addensa sulla modalità scelta per giungere a circoscrivere il repertorio dei toponimi da ufficializzare. Le Comunità comprensoriali, investite a sorpresa del compito di selezionare le varie denominazioni in base al famoso ma vago criterio dell’uso, non paiono idonee a svolgere questo ruolo e soprattutto non scongiurano il rischio che la litigiosità, l’inconcludenza e l’istinto prevaricatore possano tornare a manifestarsi. Speriamo non accada, perché di toponomastica davvero vorremmo non sentirne parlare più per un po’. Purtroppo certe frettolose dichiarazioni di Durnwalder (pronunciate solo in tedesco) non aiutano a essere ottimisti.

Corriere dell’Alto Adige, 18 settembre 2012

Le condizioni per la convivenza

Prima di scrivere qualcosa sulla nuova legge riguardante la toponomastica locale,  vorrei svolgere qualche breve, anzi brevissima considerazione su un meccanismo di pensiero bene esplicitato da questo commento:

Die tolomeischen und post-tolomeischen Erfindungen stehen für mich erst gar nicht zur Diskussion. Diese Namen wurden erfunden, um der Welt (und auch den Italienern) ein falsches Bild von unserer Heimat vorzutäuschen. Da reicht es nicht die echten Namen wieder amtlich zu machen. Die Lügen müssen ihre Amtlichkeit verlieren. Erst ab dem Zeitpunkt sind auch die zugewanderten Italiener in Südtirol angekommen. Da fängt für mich das friedliche Zusammenleben erst an. Zuerst ist die Geschichte aufzuarbeiten und dann kann man gemeinsam nach vorne blicken, eine gemeinsame Zukunft aufbauen. Wenn eine Seite an Geschichtsfälschungen festhält wird das nie gelingen.

Da questo commento dunque rileviamo sinteticamente che:

1) Una discussione sulla conservazione dei nomi creati da Tolomei (e anche quelli creati successivamente in lingua italiana) non si pone.

2) Quei nomi furono inventati allo scopo di falsificare l’immagine di questa terra.

3) In quanto falsi, questi nomi non possono ambire a nessuna ufficializzazione.

4) Soltanto quando questi nomi saranno cancellati, solo allora per gli italiani sarà possibile pensare di essere “arrivati” in questo territorio e si potrà cominciare a “convivere”.

5) Solo dopo aver rielaborato la storia (il che, in questo caso, significa cancellarne alcune tracce) sarà possibile guardare avanti.

Un commento di questo tenore – pubblicato, lo vorrei precisare, non su un sito di fanatici estremisti, ma su quello dei cosiddetti secessionisti post-etnici – parla un linguaggio chiaro, ma forse non così chiaro da evitare di poter essere a sua volta commentato come segue:

1) Chi non accetta di discutere anche e soprattutto di questi temi evita la strada del confronto e sceglie quella del conflitto.

2) I nomi inventati da Tolomei non furono inventati (ma parlare di “invenzioni” è una semplificazione: alcuni furono semplicemente riattualizzati) allo scopo di “falsificare”, ma di ristabilire la “verità” (ovviamente ciò che agli occhi di Tolomei era la verità). Che si tratti di una verità discutibilissima e persino abietta non deve farci perdere di vista il problema più essenziale (che dunque propongo in forma di domanda): sono esclusivamente certi nomi a determinare la verità di un  luogo e la varietà dei modi con i quali essi possono venir percepiti?

3) Questi nomi “falsi” sono stati per lungo tempo gli unici nomi “ufficiali”. Dunque l’ambizione di ufficialità è stata soddisfatta per anni. Penso non sia difficile da capire che un conto sarebbe non consentire l’ufficializzazione a dei nomi che non l’hanno mai avuta, un altro togliere ufficialità a dei nomi che quell’ufficialità la possedevano e la possiedono.

4) La formulazione può essere tradotta così: soltanto rinunciando alla propria identità (che sciaguratamente è anche legata e concretata in quella manciata di nomi compromessi con una certa storia), per gli italiani sarà possibile assumere la forma d’individui pienamente forgiati dai criteri identitari messi loro a disposizione dalla popolazione di lingua tedesca del Südtirol. E solo dopo che sarà avvenuta questa “conformazione” si potrà parlare di “convivenza”.

5) La parola rielaborazione qui significa in realtà “giudicare”. Soltanto chi è in grado di “giudicare” il passato può avere futuro. E questo passato può essere giudicato soltanto assumendo l’unico punto di vista possibile dell’unico possibile giudicante: la popolazione di lingua tedesca del Südtirol.

Ogni tanto ci ripenso

Ogni tanto ripenso a Berlusconi. Per vie indirette, magari, eppure ci ripenso. Ma più di lui – del quale per fortuna ormai non abbiamo quasi più notizie, giusto un trafiletto di sfuggita, anche se comunque quel che veniamo a sapere è sempre troppo rispetto a quello che varrebbe la pena sapere -, più di lui, dicevo, m’interessano quelli che lo votavano, che lo blandivano, che lo acclamavano; quelli che incontravi sempre in qualche forum o blog, subito pronti a dare battaglia e a difendere l’indifendibile, scalando specchi alti come grattacieli, esibendo la loro incapacità di provare vergogna come la conquista di una nuova razza immorale. Dove sono finiti, tutti costoro? Un tempo così gagliardi e rumorosi, adesso flebili, pallidi, poco appariscenti (fatta salva qualche inevitabile e laida eccezione). Il punto è che non sono morti. Non sono veramente spariti dalla circolazione. A parte quelli che sono stati spediti in Parlamento a votare le leggi del Padrone, ne esistono intere falangi infrattate nei Consigli regionali, provinciali, comunali, di quartiere. Nessuno saprebbe dire che cosa facciano, privati del loro unico e solo punto di riferimento, orbati della stella polare che un tempo li guidava spediti allo sfascio del Paese. Adesso stanno lì, occupano senza la minima dignità posizioni di un potere reso inutile dalla loro stessa inettitudine. Forse meditano. Ma cosa meditano? Mai stati capaci di esprimere un pensiero che fosse “proprio”, l’unica cosa che possono fare è attendere. Attendere la comparsa di qualcosa/qualcuno che si avvicini anche solo vagamente all’obbrobrio al quale sono e ci hanno abituati. E una volta individuatolo, lo sosterranno, lo sospingeranno, lo eleggeranno. Maledetti.