Il simbolo

Se oggi c’è l’Imu bisogna accettare l’amara verità che si è abolita l’Ici senza calcolare le conseguenze, non poteva e non doveva essere abolita.

Mario Monti

Ecco, se proprio si dovesse trovare un’immagine simbolica di che cos’è stato il berlusconismo – questa piaga di caramellosa cialtroneria assurta a sistema di potere – e dei danni che ha procurato al paese, non dovremmo necessariamente esporre al pubblico ludibrio (sempre che qualcuno trovi ancora la forza di ridere) le orripilanti intercettazioni telefoniche che l’hanno già consegnato alla storia del peggiore costume italiota, basterà invece vedersi e rivedersi questi pochi secondi di propaganda elettorale, redatti quasi in forma di scherno nei confronti dei più basilari principii di responsabilità politica e civile, conditi da ammiccamenti e gestualità tipiche di un venditore di pentole, ma comunque capaci – o proprio per questo capaci – di aggrumare il consenso di una maggioranza d’imbecilli illusi e cialtroni almeno quanto lui.

Annunci

Le speranze coltivate senza riscontri

Seguo da tempo il dibattito sull’autodeterminazione che – come un basso continuo – attraversa il discorso pubblico sudtirolese. A questo proposito esistono opinioni estremamente diversificate. Ci sono quelli che considerano il tema un residuo marginale di posizioni sostenute soltanto da una minoranza di fanatici; e poi ci sono quelli che invece vi vedono il tratto saliente della politica locale futura, qualcosa insomma di cui occorre occuparsi perché tutti, alla fine, se ne occuperanno.

Personalmente tendo a pensare che in casi del genere la ragione stia in mezzo. È vero cioè che finora il dibattito sull’autodeterminazione abbia raramente valicato il confine dei circoli di pensiero popolati dai cosiddetti “professionisti dell’indipendenza”. È parimenti vero però che da quando la soluzione data storicamente alla questione sudtirolese ha ricevuto la sua conformazione attuale, non pochi hanno ricominciato a vedere in questa soluzione qualcosa di provvisorio e d’incompleto, ponendosi dunque il compito d’immaginarsi un approdo ulteriore. Si tratterebbe allora di verificare se – in base alle nuove istanze di ampliamento o radicalizzazione dell’autonomia – si è avuto nel frattempo anche un significativo spostamento dell’impianto argomentativo a favore dell’opzione autodeterministica e, soprattutto, se questo impianto potrebbe realmente consentire l’emergere di nuovi soggetti in grado di ampliare sia il repertorio degli spunti e delle prospettive che vi si connettono, sia quello dei partecipanti alla discussione.

Su quest’ultimo punto dobbiamo registrare il ricorrente appello a considerare anche gli “italiani” quali interlocutori necessari e attivi nel processo di progressivo scioglimento della dipendenza del Sudtirolo dal resto del Paese. Un coinvolgimento se vogliamo scontato (a meno di non voler riattivare monologhi dei quali abbiamo francamente poco bisogno o, peggio, conflitti ormai fortunatamente sepolti), eppure ancora assai vago per quanto riguarda il genere di contributo che gli italiani dovrebbero prestare alla causa.

Un utente di un blog esplicitamente dedicato ad impostare la questione autodeterministica secondo questo innovativo principio inclusivo (www.brennerbasisdemokratie.eu) ha scritto: “Questo nuovo, collettivo futuro dovrebbe risultare così attraente da trascinare anche il più accanito sostenitore di Donato Seppi e fargli esclamare: finalmente possiamo lasciare l’Italia!”. Ora, aspettarsi un simile entusiasmo forse è un po’ eccessivo. Limitarsi però a vagheggiare un’effettiva partecipazione senza riuscire a chiarirne anche sommariamente le condizioni di possibilità significa coltivare speranze prive di qualsiasi riscontro nella realtà.   

Corriere dell’Alto Adige, 28 aprile 2012

Nota: Non c’è bisogno di ricordare ai lettori di questo blog che – secondo i sostenitori dell’indipendenza à la BBD – il problema degli “italiani” scomparirebbe come per magia all’interno di una cornice istituzionale diversa. In questa nuova cornice, infatti, gli “italiani” sparirebbero dalla scena insieme ai “tedeschi”, ai “ladini” e in pratica a chiunque altro volesse definirsi in base a queste vetuste categorie dell’appartenenza nazionale, etnica o linguistica. Nel Sudtirolo sognato da questi ingenui avremmo solo cittadini privi di ulteriori connotazioni grazie a un semplice atto della volontà collettiva. Richiesto di fornire ulteriori spiegazioni in base alla logica che regolerebbe questo auspicato miracolo, il tenutario della piattaforma BBD ha risposto che per lui il problema è già “abgehackt”.

La saga esitante di un partigiano dimenticato

Ci piacerebbe festeggiare questo 25 aprile con un quesito. I partigiani sudtirolesi, se qualcuno di loro fosse ancora vivo, come si comporterebbero, cosa direbbero vedendo i tricolori al vento e udendo le grandi parole che celebrano la “liberazione” del territorio nazionale dall’oppressione nazifascista? Domanda insolita, e comunque eccentrica rispetto all’immagine stereotipata della resistenza che in Italia ha assunto due profili contrapposti: da un lato l’azione coraggiosa e necessaria di un gruppo di uomini (e di donne) che esprimevano un sentire collettivo; dall’altro quella di bande irregolari colpevoli di mettere a repentaglio l’incolumità dei cittadini per preparare un colpo di stato. Estremizzazioni, certo, anche se si tratta di cose che pure sono state dette molte volte. Ma i partigiani sudtirolesi? Che cosa racconterebbero in un giorno come questo, chiediamo di nuovo, e soprattutto chi erano?

Una risposta potrebbe darsi al modo di un “avvicinamento”. Avvicinarsi a qualcosa significa sondare il terreno, riconoscere la direzione, rimanendo tuttavia insicuri di cogliere in modo definitivo l’obiettivo che ci si è proposti di raggiungere. Anche se quell’obiettivo consiste magari in ciò che ci è più proprio.

La parola “Annäherung” apre un bellissimo saggio in prosa scritto da Waltraud Mittich su Hans Egarter appena arrivato nelle librerie grazie all’editore Raetia di Bolzano. Hans Egarter: prima oppositore alla propaganda per il trasferimento della popolazione locale nei territori del Reich, e poi, dopo l’otto settembre del 1943, impegnato in una delle pochissime formazioni partigiane (l’Andreas Hofer Bund) che qui cercarono di operare disgiungendo la fedeltà ai valori della Heimat dall’accettazione dell’ottusa idea di “tedeschità” propagata dai nazisti. Una storia a lungo dimenticata, la sua, perché una volta richiusa in fretta la ferita della guerra, anche la coscienza del recente passato doveva acquietarsi sgravandosi da troppi sensi di colpa (ammesso che venissero riconosciuti come tali).

Du bist immer auch das Gerede über dich (tu sei sempre anche la chiacchiera su di te, questo il titolo del libro di Mittich) prende forma in una scrittura ad un tempo fluida e spezzata, fatta di voci quasi bisbigliate e salvate dalle distorsioni accumulatesi come un muro di pietre attorno al lago nero del nostro oblio (“In den Flüssen nördlich der Zukunft werf ich das Netz aus, das du zögernd beschwerst mit von Steinen geschriebenen Schatten”: Nei fiumi a nord del futuro io lancio la rete che tu esitante aggravi con ombre scritte da pietre, ha scritto una volta Paul Celan).  E lo fa con un passo leggero di donna che evoca una “saga” appena accennata, in vista di un successivo completamento: “Erst wenn das Eigene erfunden ist, kann es die großen Erzählungen geben”.

Corriere dell’Alto Adige, 25 aprile 2012 (Pubblicato col titolo “Hans Egarter e i partigiani sudtirolesi”)

Risposta a F.K.

Sul Corriere dell’Alto Adige di ieri Florian Kronbichler ha pubblicato un articolo che, citandomi all’inizio, tratta il problema dell’unità politica su base etnica degli italiani. Lo pubblico anch’io provvisto in calce di una mia risposta.

Grido “di disperazione” ha chiamato il collega Gabriele Di Luca, ieri su questa colonna, il richiamo all’unità etnica (italiana) del sindaco Luigi Spagnolli in vista delle elezioni provinciale 2013. A tanto non ci sarei arrivato. La disperazione presuppone un minimo di sorpresa, un qualcosa di nuovo, e io questo proprio non lo vedo. La messa in guardia da troppa frantumazione tra chi la pensa in modo uguale e quindi il richiamo ad una maggiore unità del centrosinistra italiano in Provincia, sono liturgie della political corectness. Tornano puntuali a ogni elezione e puntualmente restano inesauditi. Il sindaco Spagnolli non è un principiante. Non può che ritenere quell’appello un invito gratuito, un po’ come la rituale preghiera dei cattolici “per l’unità di tutti i cristiani”. Sarà che a recitarla, Spagnolli crede che tocchi al lui, monocolo fra tanti ciechi.

Più che disperazione, io vi vedo rassegnazione. L’annuncio di “discesa in campo” all’insegna di una ricaduta. È la prova che qui la politica non si evolve, non progredisce, ma sta girando in un circolo che purtroppo è vizioso. Perché è questa la “novità” nella politica del Sudtirolo: i partiti italiani stanno scoprendo e rivendicando a sé vizi e virtù che storicamente sono dei partiti tedeschi (o meglio: del partito) e che questi ora stanno per buttare alle ortiche perché ritenuti ingombranti e per motivi svariati superati: sono l’unità etnica e il principio della proporzionale.

Visti dalla parte sudtirolese-tedesco-ladina, sono valori storicamente difendibili e pure vincenti. Visti dalla parte sudtirolese-italiana, sono invece una mera caricatura. Per buone ragioni storiche e sociali non possono avere presa, e se l’avessero, succederebbe in un modo nazionalista, indesiderabile, insomma. (vedasi l’ “onda nera”, anni 1980). Non avendo le “attenuanti” storiche del Sudtirolo tedesco-ladino, la chiamata alla compattezza etnica italiana può solo finire in una politica di destra. Una “unità etnica di centrosinistra” non è solo antistorica, è illogica.

Va riconosciuto il buon proposito del sindaco e vice-Landeshauptmann in spe: vuol superare il proselitismo partitico. Siamo quasi a più partiti che consiglieri. Ma il problema non è sudtirolese e tantomeno etnico. Riportandolo a un problema etnico, non si fa altro che rifare “in italiano” gli errori dei “tedeschi” e in più al momento meno opportuno. Unità etnica vuol inevitabilmente dire separazione etnica. Non solo la Volkspartei, ma neppure i Freiheitlichen ne sentono più un gran bisogno. C’è voglia di superarla. Fra la gente – sia tedesca che italiana – non tira affatto aria di ripicca etnica, anzi. Al momento, ad aver voglia (perché bisogno) di contarsi, quindi di dividersi, sono solo i politici.

Florian Kronbichler: Caro sindaco, l’unità etnica è al tramonto, Corriere dell’Alto Adige, 22 aprile 2012.

Florian Kronbichler ha ragione. Richiamando con il suo editoriale di domenica (Caro sindaco, l’unità etnica è al tramonto) quanto avevo scritto il giorno precedente (Gli italiani tra disperazione e speranza), egli suggerisce che il termine più appropriato per caratterizzare gli appelli all’“unità etnica” provenienti da parte italiana sia quello di “rassegnazione” e non “disperazione”. Senza voler affatto caldeggiare un indirizzo simmetrico dall’esito caricaturale nonché politicamente asfittico (e davvero mi rincresce aver dato l’impressione di farlo), mi permetto solo di mettere in dubbio la tendenza calante del monolitismo etnico tedesco e, come afferma Kronbichler, il fatto che esso ormai appaia come “ingombrante”.

Se volessimo giudicare “ingombrante” il monolitismo etnico, infatti, dovremmo avere già avvistato da tempo un orizzonte di sviluppo istituzionale per il quale il principio della divisione (che poi si traduce nella costituzione dei partiti a larga denominazione etnica) risulti davvero qualcosa non solo di poco desiderabile, ma anche di incongruo rispetto alle nuove dinamiche di potere che si vanno accennando. Che le cose non stiano così – e che dunque il meccanismo autonomistico di cui disponiamo funzioni invece ancora da deterrente rispetto alla nascita di una proposta rivolta al superamento della divisione etnica – lo dimostra a mio avviso la difficoltà persistente incontrata dall’unico movimento “interetnico” ufficialmente presente sul nostro territorio (sto parlando ovviamente dei Verdi) allorché esso – accanto ai temi della tutela dell’ambiente o della trasparenza amministrativa – di tanto in tanto decide di rispolverare con scarso successo anche la critica al nostro modello di convivenza.

Ripeto: in assenza di una cornice istituzionale radicalmente diversa rispetto a quella vigente, il principio della divisione etnica non potrà che riprodurre la sua egemonia e la dialettica tra maggioranza e minoranza verrà sempre orientata dall’appartenenza ai rispettivi gruppi linguistici. Il punto così diventa quale sia la migliore strategia da adottare se non vogliamo rassegnarci a dare per scontato che le cose non cambieranno mai o, se lo faranno, sarà comunque in peggio. Auspicare l’unità politica (non etnica!) dei partiti prevalentemente votati dagli “italiani” significa semplicemente augurarsi che un giorno avremo due cartelli (e solo due) contrapposti secondo differenze programmatiche di facile comprensione e soprattutto sempre meno ispirate da logiche o decisioni extraterritoriali. Ciò aiuterebbe, se non altro, a rendere meno acuto il problema del livello di rappresentanza in rapporto all’effettiva sussistenza del loro elettorato di riferimento. Ma su questo mi pare che anche Kronbichler concordi.     

 

Riproviamo il soliloquio?

Originariamente avevo pensato d’intitolare questo post “riproviamo il colloquio”. Ma per colloquiare bisogna essere almeno in due e qui – parlando del tema della secessione o dell’indipendenza del Sudtirolo dall’Italia che tanto scalda i cuori di alcuni miei conoscenti – devo dire che da tempo faccio fatica a trovare interlocutori degni di questo nome. Difetto che in ogni caso non sconto in solitudine. Anche chi apparentemente ha allestito piattaforme per discutere pubblicamente di questo tema, in realtà, coltiva più che altro il soliloquio: chiunque si azzarda a non recitare una parte stabilita dal solito copione viene emarginato senza troppi complimenti a furia di pollici versi oppure grazie all’esercizio di una insindacabile censura (dunque ribadiamolo: è solamente a causa di questa censura che io sono costretto a parlare qui come se fossi inserito in un colloquio che di fatto è impossibile perché a priori negato proprio dai fautori del colloquio!).

Siccome però il tema continua a rivestire una certa (ancorché ripetitiva) attrazione – ed è comunque al centro del discorso pubblico locale – ho deciso stavolta di non rassegnarmi e di assumere l’intervento di un partecipante a questa discussione come base per un ipotetico (se rimarrà tale) dialogo (ma sono ovviamente pronto a ribattere nel caso qualcuno dovesse commentare questo articolo). Intanto, se avete avuto la pazienza di leggervi quanto appena linkato, il passaggio che mi appresto a commentare è questo:

…sag mir doch bitte worin sich der wunsch nach loslösung von einer “fremden nation” von dem der beibehaltung der “eigenen nation” unterscheidet???

La tesi (immanente alla domanda) è apparentemente chiara: l’autore della citazione (si tratta un fautore dell’indipendenza del Sudtirolo) equipara la posizione di chi desidera la secessione da uno Stato avvertito come “straniero” alla posizione di chi invece vorrebbe conservare lo status quo (e dunque negare il diritto di secessione a una minoranza che si sente incapsulata in quello Stato). Il denominatore comune delle due posizioni – l’obiettivo polemico è rivestito nello specifico dai Verdi locali, giudicati incapaci di assumere un punto di vista critico nei confronti del nazionalismo italiano – sarebbe il presupposto “nazionalistico” (di marca italiana, nel primo caso, di marca “tedesca”, nel secondo) che, questo il ragionamento conclusivo, può essere di fatto superato SE E SOLO SE le due componenti nazionali fossero disposte a ridurre le proprie pretese e – ecco il passaggio chiave – a cooperare in vista della creazione di una NUOVA ENTITÀ STATUALE avvertita da tutti i suoi abitanti come qualcosa di profondamente diverso rispetto alle matrici nazionali finora considerate come eminentemente rilevanti per la narrazione identitaria degli uni e degli altri. Si tratta, come si vede, del nucleo centrale della filosofia del sito in questione e chi scrive ne conosce ovviamente in dettaglio pregi e difetti.

Siccome sui pregi di questa “visione” ho già scritto in abbondanza (quando ero co-redattore di quel sito o anche come semplice esegeta), mi concentrerò adesso nuovamente sui difetti (anche questo l’ho già fatto abbondantemente, ma evidentemente con argomenti insufficienti).

La domanda da porre è: come dobbiamo immaginarci il PERCORSO necessario a far dimagrire l’autointerpretazione identitaria di quei gruppi secondo le logiche nazionalistiche consuete e dare così vita a quel nuovo sentimento di coappartenenza (Zusammengehörigkeit) indispensabile per fondare una statualità alternativa (post-etnica e post-“nazionale”?).

Il difetto principale del sito in questione è quello di dare per scontato che un tale processo sia semplicemente in fieri solo per il fatto di essere pensato (chiamiamolo difetto di natura idealistica). Difetto per giunta aggravato dalla presupposizione che siano alla fine gli italiani quelli bisognosi di compiere un maggiore sforzo in tal senso in quanto, di fatto, l’unica “nazione” che risulta sussistente è quella italiana.

Ma consideriamo per il momento il quesito che tanto preme a quel secessionista come retorico (e dunque diamogli pure una risposta affermativa: sì, la differenza tra le due posizioni SEMBRA minima e solo ponendo in questione il nazionalismo su ENTRAMBI i fronti è possibile davvero SUPERARE il nazionalismo), le domande da fare sono due:

1. Esistono (a parte i volenterosi “teorici” di BBD) qui dei “tedeschi” attualmente operosi nei confronti di una credibile decostruzione dei loro presupposti nazionalistici? Detto altrimenti: esiste all’interno della società sudtirolese di lingua tedesca un tangibile movimento di pensiero in base al quale l’ipotesi di uno Stato autonomo sudtirolese si configurerebbe come felicemente incline a valorizzare le diversità AL DI LÀ delle consuete rivendicazioni riguardanti le identità culturali sussistenti anche – e direi soprattutto – nei termini di una revisione o un ammorbidimento (ma ci sono pure quelli che sognando o agognando lo status di nuova “minoranza” s’immaginano chissá quali privilegi…) preventivo dei loro nuovi rapporti di forza?

2. Esistono (a parte il volenteroso Fabio Rigali, l’unico sudtirolese di lingua italiana che allo stato attuale caldeggia la creazione di uno Stato indipendente) qui degli “italiani” disposti ad avallare il progetto di una secessione che sancirebbe una radicale riformulazione dei propri paradigmi identitari secondo un modello di appartenenza che – almeno alla luce dei materiali sociali e culturali disponibili – non risulterebbe determinato da loro ma dagli “altri”? 

Una volta, discutendo con Richard Theiner (l’Obmann della Svp che caldeggia un’autonomia INTEGRALE e anche lui, come ormai un po’ tutti, chiede il sostegno degli “italiani”), ho avuto modo di esprimermi così: gli “italiani” sarebbero probabilmente sensibili e persino lieti – chissà – ad avallare il progetto di una maggiore autonomia territoriale (e dunque magari anche quello di una indipendenza secondo il modello di BBD) SE E SOLO SE avessero la garanzia di poter vivere in un Sudtirolo dominato dai “tedeschi” MENO di quanto lo è adesso con l’autonomia vigente (autonomia che infatti molti di loro accettano ancora a fatica). Se potessero per esempio avere la sensazione di poter “sentire” questa terra come veramente loro, se potessero già adesso fare carriera nei partiti che contano e decidono, se potessero già esprimere una classe dirigente in grado di guidare questa provincia… 

Ovviamente si conosce la risposta di BBD: ma solo nella nuova nuova cornice istituzionale (Sudtirolo indipendente) sparirebbero per incanto le differenze legate alle precedenti appartenenze nazionali e tutti (TUTTI) si considererebbero felicemente sudtirolesi! Solo in questa nuova cornice istituzionale verrebbero cancellate le ipoteche del passato e libereremmo lo sguardo verso un comune e radioso futuro di “sudtirolesi indivisi”. E ancora più ovviamente, si tratta adesso del corollario che costituisce anche la risposta alla domanda retorica lasciata prima in sospeso, questa nuova entità statuale non dovrebbe essere considerata una “nazione” solo perché alla fine “nazione” è solo una brutta parola e possiamo tutti insieme decidere di non chiamare così quello che poi penseremo a chiamare in modo più acconcio, magari Stato Libero qualcosa o Repubblica Indipendente qualcos’altro (argomento che assomiglia molto a questo: se un giorno ti ammalassi di “cancro” non chiamarlo così, chiamalo “raffreddore”, e vedrai che ti passa con un’Aspirina).  

 

 

Gli italiani tra disperazione e speranza

Dal punto di vista politico, il problema degli italiani che vivono in Sudtirolo è scomponibile in un prisma dalle molte facce. Quelle più importanti da considerare sono almeno tre.

Innanzitutto gli italiani sono visti come un problema da chi li identifica ancora come il residuo indesiderato di un popolo figlio di una nazione “straniera”. Si dirà, a onor del vero, che anche questa è una percezione residuale, forse addirittura minoritaria tra le poche truppe marcianti di Schützen, i quali intanto hanno cominciato a scrivere comunicati in due lingue e ad auspicare l’assimilazione etnica in direzione contraria (si attendono insomma un paio d’italiani che s’innamorino delle sfilate in costume e partecipino con orgoglio alle adunate). Esito, quest’ultimo, da paventare comunque fin dalle premesse, anche perché non è certo puntando su un modello culturale quanto più omogeneo e omogeneizzante (e dunque foriero di assimilazione) che il problema degli “italiani” – qui minoranza da rendere invisibile, una volta resa formalmente tale per mezzo di una secessione – può essere affrontato in modo appena convincente.

Di ciò si sono dimostrati da qualche tempo consapevoli i Freiheitlichen. Pius Leitner e Ulli Mair ormai non si stancano di ripetercelo in ogni intervista: “senza il coinvolgimento degli italiani non è possibile parlare di Stato Libero”. Un’ovvietà a lungo neppure percepita come tale. Però la faccenda si complica poiché agli italiani adesso non solo è richiesta la consapevolezza di costituire una parte integrante di questa terra, ma addirittura d’impegnarsi per la sua completa indipendenza. Peccato che scorrendo la bozza di Costituzione commissionata dai “blu” al vecchio professore di Innsbruck, Peter Pernthaler, l’idea che se ne ricava sia quella della medesima società frammentata che la “vecchia” autonomia ha già peraltro concretizzato fin troppo bene. Vale dunque la pena chiedersi a cosa mai potrebbe portare un “gattopardismo” del genere e soprattutto per quale motivo gli italiani dovrebbero poi approvarne entusiasticamente il progetto.

Già, gli italiani. L’ultima faccia del problema riguarda proprio la loro autocoscienza. Indecisi a tutto – per citare Ennio Flaiano –, gli italiani del Sudtirolo sono da tempo alla ricerca di un ruolo sempre più difficile da trovare. Il richiamo a una loro possibile alleanza politica – come vorrebbe il sindaco di Bolzano Spagnolli per quanto riguarda tutte le forze che si riconoscono in un programma riformista – risuona come un grido di disperazione. Ma talvolta è proprio la disperazione, più che la speranza, a muovere le cose.    

Corriere dell’Alto Adige, 21 aprile 2012

Roma, per me

Qualche giorno fa sono riemerso da Roma come da un sogno che ho voluto sognare. Un sogno breve, purtroppo, senza neppure aver potuto realmente disporre della convinzione di averlo voluto davvero sognare più a lungo e – per così dire – in modo definitivo e reale.

Roma mi è apparsa come un complesso di suoni e di voci, piuttosto che come un repertorio d’immagini. Forse per questo faccio fatica a parlarne (mi sembra che la memoria acustica sia più labile di quella visiva, almeno per me).

Roma aveva una voce roca, si sarebbe detto viziata dal fumo di troppe sigarette, ma alla fine di ogni sua frase l’intonazione diveniva sgargiante e, non trovo un’altra parola, innocente. Questa è stata per me la voce di Roma.

In un giorno di nuvole parigine sono andato al cimitero acattolico della Piramide Cestia. Qualcuno lo chiama anche “cimitero degli inglesi”. È un posto magnifico, un hortus conclusus disseminato di tombe. Tra le tante, quella di John Keats e di Gramsci, che conoscevo perché raffigurata in una celebre fotografia di Pasolini. Quando ho chiesto a un passante alla stazione della metropolitana indicazioni per raggiungerlo (a me piace sempre chiedere indicazioni, anche se so dove devo andare) ho sbagliato e ho detto: “come faccio per raggiungere il giardino degli inglesi?”. Lui mi ha corretto ricordandomi che si trattava di un cimitero, non di un giardino. Ma anche il giardino, forse, era un sogno che avrei voluto sognare.

A Roma alloggiavo in una casa di via Giulio Rocco. Quartiere Garbatella, che per un romano significherà sicuramente qualcosa di ben preciso nella mappa dei luoghi da desiderare o da aborrire. Io però non ho avuto modo di addentrarmi in simili questioni di gusto. Non ho avuto la forza di staccarmi dal flusso della Ostiense che trascinava sempre via da lì.

Avevo con me alcuni libri. Prima di tutto quello di Marco Lodoli, intitolato Isole. Guida vagabonda di Roma (Einaudi), comprato alcuni anni fa e che mi pareva utile. Anch’io avrei voluto scovare queste “isole romane di bellezza e poesia: una piazza, un albero, un quadro, un bar di periferia, una strada secondaria. Isole ritagliate nel corpo della città, luoghi preziosi circondati solo dall’oceano frenetico della distrazione”. Ma poi siamo finiti ugualmente al Colosseo e a Piazza San Pietro.

Però forse un’isola, non so esattamente se nel senso indicato da Lodoli, l’ho trovata anch’io. Proprio di fronte a via Giulio Rocco, oltre le tumultuose ondate di veicoli della Ostiense, c’è un ristorante: Al biondo Tevere. Si tratta del locale in cui Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi cenarono quel cupo giorno di novembre (1975) che poi fu anche l’ultimo vissuto dal poeta di Bologna. Per curiosità ci sono andato a cena anch’io, l’ultima sera. Avverto che non sto parlando di un indirizzo presente sulla “Guida alle Osterie” di Slow Food. L’ambiente è disadorno, la cucina misera. Quella sera era anche deserto. Ma sono ovviamente le memorie a renderlo interessante. Non escludo che d’estate, grazie a una terrazza affacciata sul Tevere, l’impressione sarebbe stata e sarebbe più intensa. Così, invece, uno è costretto a rinchiudersi nell’inutile ricerca del “com’era” o del “come fu”. E allora ti assale una qual certa malinconia. Aggravata dalla qualità dei piatti.

Fuori dal ristorante il traffico non accennava a smettere, ed erano già le dieci di sera. Mi sembrava che dal mare, laggiù, s’irradiasse come un supplemento di luce, una promessa azzardata. Parlando di “Petrolio”, l’ultimo libro di Pasolini rimasto incompiuto (o compiuto nella sua costitutiva incompiutezza), Emanuele Trevi ha scritto che in quelle pagine “abbondano i rami secchi, o se preferite i sentieri interrotti. Diramazioni che non vengono sviluppate, e rimangono lì, frammenti senza futuro, monconi di trama” (Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie 2012). Un po’ come quando hai appena conosciuto una persona che ti piace, vorresti rivederla, ma poi non la vedi più.