Se il ricordo condiviso cancella la memoria

Pubblico qui la versione integrale di un “Elzeviro” uscito oggi sul Corriere dell’Alto Adige.

Il passato delle vittime e dei carnefici è e deve restare diviso.

Difficile che in un solo “giorno della memoria” si possa dar conto della parte più significativa di quel che si dovrebbe adesso e in futuro rammemorare. A non essere quasi mai incluso in questo conto è il punto di vista (inteso come unica prospettiva per l’individuazione di un comune patrimonio di ricordi) grazie al quale noi oggi accediamo alla meditazione di ciò che “è stato”. Non è assurdo, per esempio, pretendere di riferirci a un’unica memoria dei carnefici e delle vittime? E per ciò che ormai quasi esclusivamente ci riguarda, come conciliare la memoria degli eredi dei carnefici e degli eredi delle vittime? Quali condizioni di “tregua” dovranno poi essere concordate tra queste due parti divise all’origine da fatti tanto diversi? Quando Primo Levi, in quel terrificante documento rappresentato dalla poesia che apre Se questo è un uomo, impone a noi tutti il dovere di non dimenticare, le sue parole non si limitano ad ammonire chiunque coltivi la scellerata intenzione di disobbedire (“O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”) ma ci costringono necessariamente ad ampliare il raggio di una domanda che concerne l’esercizio e la finalità etica di ogni memoria: com’è potuto accadere? O anche: perché abbiamo permesso che ciò accadesse?

Negli ultimi anni si è imposta una formula di successo, secondo la quale l’obiettivo da porsi nei confronti di tutti gli accadimenti inerenti un passato altamente conflittuale sarebbe quello di coltivare una memoria “condivisa”. Penso che dobbiamo avere il coraggio di affermare che ciò non sia possibile. Di più: dobbiamo dire con ferma convinzione che dietro la mielosa retorica della “condivisione” ha spesso lavorato un tentativo subdolo di livellamento di ogni possibile differenza tra la memoria dei carnefici e quella delle vittime (i carnefici hanno quindi tentato di cancellare la memoria dei propri misfatti attraverso il formalistico tributo alla memoria delle loro vittime). E in Italia questo tentativo è stato praticato in un modo così esteso da intaccare alcuni bastioni della nostra stessa identità civile. In particolare è stato attaccato il valore dell’esperienza antifascista, sottoposta da più parti a una profonda revisione interessata a sospendere o comunque a relativizzare la condanna su molti aspetti della dittatura mussoliniana, non ultimo quello della sostanziale responsabilità di aver elaborato (sul modello nazista) una legislazione razziale ai danni della popolazione di religione ebraica nei fatti già applicata altrove e per altre popolazioni in modo “spontaneo” durante le cosiddette imprese coloniali che precedettero il 1938.   

Quali siano state le ragioni di un simile deprecabile sviluppo l’ha chiarito qualche anno fa in modo esaustivo uno storico svizzero, Aram Mattioli, autore di un libro adesso fortunatamente disponibile anche in traduzione italiana (Viva Mussolini. La guerra della memoria nell’Italia di Berlusconi, Bossi e Fini, Garzanti 2011). Si prova un salutare malessere a leggere quelle pagine. Tornano in mente le parole di Piero Calamandrei stampate nell’ottobre del 1946 sulla rivista “Il Ponte”: “Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile”. La sensibilità per quello sconcio illegalismo, per quella soffocazione quotidiana e per quella sorda e sotterranea disgregazione civile si è purtroppo molto indebolita, negli ultimi tempi, finendo per moltiplicare il numero degli “sciagurati immemori”. Ancora una volta bisogna chiedere: com’è potuto accadere? E si tratterà di trovare una risposta convincente, prima che la lotta contro questo tipo di oblio venga definitivamente condannata al fallimento.

Se il libro di Mattioli ha il merito di squarciare il recente velo dell’ipocrisia conciliatrice steso sulla nostra particolare maniera di puntare alla creazione di memorie condivise (in realtà, come abbiamo visto, contrassegnate da colpevoli dimenticanze), è importante almeno alludere anche ad altre considerazioni e ad altri studi intrapresi per cercare di rendere più trasparenti i processi stessi con i quali si è sedimentato quello spesso strato mistificatorio. Un recente articolo pubblicato sul settimanale tedesco “Der Spiegel” ha per esempio riferito di un ritrovamento di alcuni documenti, fatto dallo storico tedesco Felix Bohr nell’Archivio del Ministero degli Esteri di Berlino, dai quali si evince che alla fine degli anni cinquanta il governo italiano e quello germanico si accordarono affinché venissero cessate le ricerche volte a reperire tutti i responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. “Tra le motivazioni che portarono il governo italiano a scegliere questa strada – ha scritto Marco Clementi in un articolo pubblicato sull’ultimo domenicale del Corriere della Sera –, troviamo il timore che insistere per processare i tedeschi responsabili della strage avrebbe potuto ridare forza alle richieste d’estradizione di presunti criminali italiani presentate da Jugoslavia, Eritrea, Albania e Grecia alla fine della Seconda guerra mondiale”. C’è da chiedersi a quale prezzo operazioni del genere possano essere state compiute dal punto di vista di una seria (e questo significa sempre anche seriamente autocritica) rielaborazione del passato. In questo senso colpisce in modo positivo come alcuni intellettuali contemporanei (soprattutto in Germania o in Austria) non tralascino ormai di denunciare anche il passato oscuro di figure altrimenti apprezzabili perché comunque capaci di rigenerarsi dopo un periodo più o meno lungo di connivenza con i vecchi regimi totalitari. È questo il caso della scrittrice Sabine Gruber, la quale ha composto per il settimanale “ff” una “Würdigung” del famoso autore sudtirolese Franz Tumler in occasione del centenario della sua nascita, senza però tacerne (anzi investigandone ed esponendone tutte le tracce) gli aspetti che ce lo rivelano come convinto nazista fino alla caduta del regime di Hitler.

Scriveva ancora Calamandrei: “Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non saranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. Che tornino in libertà i torturatori e collaborazionisti e i razziatori può essere una incresciosa necessità di pacificazione che non cancella il disgusto: talvolta il perdono è una forma superiore di disprezzo. No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta, in questo riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato”. Parole per nulla sbiadite dal tempo e da recitare a voce alta nel “giorno della memoria”.

Sul fondo del mare

Si è cominciato a parlare presto di metafore e di simboli e di miti, a proposito della nave da crociera finita sugli scogli del Giglio. La grande nave riversa su un fianco, immagine-sipario su quel che un tempo fu il paese de “E la nave va”, a sua volta metafora di qualcosa d’altro, anch’esso perduto. Ma le metafore sembrano corde tese tra il sensibile che ci sfugge e l’ultrasensibile che non raggiungeremo mai. E poi sono parole. Non sempre abbiamo bisogno di parole. Invece converrebbe pensare allo sfaldarsi delle corde sotto la gigantesca chiglia squarciata, quelle corde rese ogni giorno più sottili e più esauste dalla muta e incomprensibile profondità del mare. C’è silenzio, in fondo al mare. Tutto questo silenzio.

Il vuoto di una visione collettiva

“Chi siamo noi e dove andiamo noi a mezzanotte in pieno inverno ad Alessandria…” cantava Paolo Conte in una delle sue canzoni più esistenziali e irresistibilmente blasé. Aggiornato al nostro contesto politico non meno nebbioso di quello della grigia città piemontese, potremmo chiederci: chi siamo noi e dove andremo a parare noi che abitiamo nell’inquieta provincia di Bolzano? Sembrano infatti arretrare in un indefinito e mitologico passato i tempi in cui chi amministrava la cosa pubblica era provvisto non dico di “visioni” – termine oggi sempre più evocato da chi ne è palesemente privo – ma almeno di qualche buona idea su come progettare un futuro non desolatamente schiacciato sul magro traguardo delle prossime elezioni.

Prendiamo per esempio la Svp. Una volta era il partito dell’incrollabile maggioranza assoluta. Il partito dei “tedeschi”, certo, ma votato anche perché, nelle fasi turbolente di un percorso autonomistico irto d’ ostacoli, ritenuto in possesso di una bussola più abituata a decifrare i pericoli di un naufragio. Adesso invece il richiamo alla cosiddetta Vollautonomie esprime soprattutto una sorta di placebo tranquillizzante (la definizione acuta è di Hans Heiss) che non placa il malessere originato da una profonda indecisione: l’autonomia integrale rappresenterebbe un’evoluzione dell’autonomia o un preambolo della secessione? Anche in questo caso c’è una densa, densissima nebbia. E nel nebbione già s’odono minacciosi gli ululati lupeschi di chi può permettersi il lusso di non curarsi di queste e altre simili bazzecole, e anzi punta dritto a un “tanto peggio tanto meglio” irresponsabile eppure in grado di attirare notevoli e fresche simpatie.

È un “noi” che si sta estinguendo. Una volta smarrita la diversità dell’etica etnica (scandalo Sel docet), una volta non più negabile la crisi di leadership e il contrasto generazionale complicato da contrasti d’altra natura (il dissidio tra Durnwalder e gli Ebner, per esempio), una volta svanita infine una chiara delimitazione tra ciò che è possibile concretamente ottenere e ciò che appartiene invece al mero dominio dei sogni d’irrealizzabile onnipotenza, sembra finire così inghiottito dalla nebbia anche il riferimento a quel soggetto collettivo – per l’appunto, chi siamo noi? – finora tenuto al riparo da pericolosi dubbi amletici. Se almeno al tramonto dell’antico noi albeggiasse, da qualche parte, un noi sostitutivo più ricco, più vario, più sciolto da tutti gli irrigidimenti e dalle inevitabili opposizioni di cui siamo stanchissimi eredi. Un noi senza l’ossessione demente di fondare sempre di nuovo un perimetro intorno alla propria piccola casa con porte e finestre sbarrate.  Se non è già tardi.

Corriere dell’Alto Adige, 17 gennaio 2012

Vecchio repertorio

In un paesotto del Tirolo, dove fummo per cura, c’era nella piazza al posto del solito giardinetto un piccolo cimitero senza mura. Dopo il lavoro, la sera, sotto le finestre della mia locanda, una vacca brucava fra le tombe e le croci. Un crocchio di notabili seduti sulle pietre sepolcrali accendevano con i fuochi fatui le pipe tirolesi – fumavano e conversavano alla buona costoro, mentre dietro la loro schiena, sdraiate sulle erbacce, le più casalinghe comari, in preda a un misticismo di alta montagna, stringendo fra le braccia qualche meschino villeggiante arrivato di fresco, guardavano la luna sbalorditivamente. [Bruno Barilli, Vecchio repertorio, in Il paese del melodramma, Adelphi 2000, pag. 77]

Le lingue s’incontrano nella realtà molteplice

All’inizio di un nuovo anno è tradizione formulare qualche buon proposito. Anche se poi sappiamo che molti di questi propositi andranno solo a riempire il baule già stipato delle occasioni perdute. Formulare un buon proposito per l’anno nuovo può aiutarci tuttavia a elencare anche una lista di priorità, di desideri importanti, da condividere con le persone alle quali maggiormente teniamo. E in questa chiave mi sia concesso pensare qui a chi ha a cuore letture e riflessioni su temi che ineriscono il nostro Alto Adige – Südtirol.

Parlando di libri, una volta Giuseppe Pontiggia ha scritto: “Io mi aspetto qualcosa di utile da un autore: non una prova della sua bravura, ma un frutto di cui possa appropriarmi, facendolo mio”. Traducendo questa aspettativa in proposito, occorrerebbe adesso andare alla ricerca di autori in grado di convertire in opere tangibili questa esigenza di utilità. Opere insomma scritte per accrescere la nostra conoscenza delle cose e degli uomini che ci stanno vicini, eventualmente suggerendo un mutamento di prospettiva su questioni finora affrontate in modo ripetitivo e privo di sbocchi.

Un libro di questo tipo è senz’altro “Reden. Sprechgeschichten aus Südtirol” di Toni Colleselli (uscito alla fine dell’anno scorso per i tipi di alpha beta). Come indica il titolo, si tratta di storie (diciassette per l’esattezza) raccolte e poi elaborate sul tema delle lingue e delle vicissitudini affrontate dai protagonisti per venire a capo di una certa difficoltà, caratteristica della nostra società, a considerare il rapporto tra lingue diverse come stimolo all’evoluzione personale e reciproca. Penso che ognuno di noi potrebbe riconoscersi in molti frammenti delle storie narrate da Colleselli, ma il vero contributo del testo, la sua utilità, va oltre questa mera funzione di rispecchiamento.

Si tratta, come accennavo, di un radicale mutamento di prospettiva che potremmo sintetizzare così: finora abbiamo pensato di affrontare le questioni linguistiche a partire da alcune teorie che prescindevano quasi totalmente dalle esigenze messe in campo da soggetti di estrazione diversa. Ma in questo modo ci siamo preclusi la costruzione di una più variegata atmosfera d’apprendimento, a ben vedere l’unica adatta (perché intrinsecamente molteplice!) a temperare una fenomenologia così vasta di sollecitazioni. In futuro sarà obiettivamente impossibile non tenere conto dei presupposti biografici dei singoli parlanti, queste vere e proprie fonti d’accesso e d’utilizzo all’intricata cittadella delle nostre lingue in contatto. E il libro di Colleselli ne rappresenta una brillante e utilissima mappa.   

Corriere dell’Alto Adige, 6 gennaio 2012

Un museo che non sia criptato

Non bisognava certo essere dei geni per capirlo [QUI]. Una volta apposte tutte le firme necessarie per dare il via libera all’allestimento di un piccolo museo interrato nella cripta del Monumento alla Vittoria, ad opporsi sono rimaste soltanto quelle minoranze di stolidi (sia italiani che tedeschi) contrarie a qualsiasi operazione di storicizzazione e musealizzazione perché fondamentalmente ancora prigioniere di un cono d’ombra impastato di rancore e malcelato spirito di rivalsa. Tra un anno – quando, come previsto, il museo verrà aperto al pubblico – di questi estremisti rimarranno soltanto sparute propaggini. Ma non avranno più nessuna scena sulla quale esibirsi, non avranno più un pubblico a cui rivolgersi e non godranno più dell’attenzione degli organi di stampa fin troppo a lungo lucrata. Che il museo nella cripta possa rivelarsi tutt’altro che un museo criptato, dunque. Ma un convincente e luminoso segno di un passato finalmente passato.