Il mare d’inverno

Confesso che faccio un po’ fatica a mettere sulla copertina del mio blog la faccia dell’attuale (speriamo ancora per poco) ministro degli esteri italiano. Ma era davvero troppo divertente vederlo stasera alle prese con Lilli Gruber (nel programma Otto e Mezzo) negare che la videoconferenza di Obama, Sarkozy, Merkel e Cameron non abbia costituito uno smacco per l’Italia. Voglio dire: si fosse trattato di un convegno studi, di un summit, di una qualsiasi altra rimpatriata tra capi di governo…  Ma una VIDEOCONFERENZA! Come direbbe Enrico Ruggeri, una videoconferenza senza Berlusconi è come il mare d’inverno, un concetto che la mente non considera…

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Cosa significa essere un maestro?

Sono molti anni che ritorno a leggere un pensiero di Wittgenstein datato 1946. Lo trovo a pag. 109 dell’edizione italiana del libro “Pensieri diversi” (Adelphi). Eccolo:

Mostro ai miei allievi ritagli di un paesaggio smisurato, dove per loro è impossibile orientarsi.

Di sei anni prima è un pensiero (anche questo contenuto in quel libro, a pag. 79) che in un certo senso può fornirne una chiave interpretativa:

Per essere un buon maestro non basta ottenere dei risultati buoni, o addirittura soprendenti, durante l’insegnamento. Perché è possibile che un maestro elevi i suoi scolari ad un’altezza per loro innaturale quando essi si trovano sotto il loro influsso diretto, ma non sia capace di guidare il loro sviluppo portandolo sino a quell’altezza; così che essi precipitano appena il maestro abbandona l’aula. Questo vale forse per me: ci ho pensato. (Le esecuzioni didattiche di Mahler erano splendide quando dirigeva lui; ma l’orchestra sembrava crollare appena lui stesso smetteva di dirigerla).

Torno alla prima immagine, quella del paesaggio smisurato (anzi, dei ritagli di un paesaggio smisurato). Per orientarsi, mi sembra di capire, occorrerebbe che il paesaggio non fosse “smisurato”, ma fosse ritagliato sulle possibilità di comprensione degli allievi. Occorrerebbe, in altre parole, che gli elementi che compongono quel paesaggio fossero almeno parzialmente riconoscibili, in modo da poter essere utilizzati come i pioli di una scala (qui alludo alla metafora dell’altezza messa a fuoco dal secondo pensiero) sulla quale si può salire, ma anche aggrapparsi per non cadere. Vista così, effettivamente, possiamo dire che l’insegnamento filosofico di Wittgenstein (non un buon maestro, secondo la definizione convenzionale da lui adottata in quei due pensieri) consista nel comporre una progressione di passi programmati per annientare ogni precedente acquisizione e proiettarci in una dimensione smisurata (facendoci letteralmente perdere l’orientamento e cadere nel vuoto):

Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare via la scala dopo che vi è salito). Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo.

L’eredità da salvare

Forse non è ancora il momento di fare un consuntivo, ma appena girata la boa del 17 marzo è comunque utile dire qualcosa su come stiamo vivendo nella nostra provincia il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Al di là dell’occasione specifica, è proprio in corrispondenza di questi momenti a maggiore densità simbolica che risulta possibile accertare lo stato di salute del nostro convivere (anzi: della rappresentazione del nostro convivere). Quello che ancora non funziona appare così congiunto alla speranza di poterlo migliorare. E da migliorare c’è sicuramente parecchio.

Per capire a che punto siamo si potrebbe fare così. Proiettare nella nostra immaginazione un quadro vicino all’ideale (quello che sarebbe potuto accadere nella migliore delle ipotesi) e sovrapporci quanto realmente accaduto. Nella migliore delle ipotesi avremmo dunque avuto una festa preparata per tempo (e non col fiatone, correndo dietro ai Bersaglieri), interpretata in modo acconcio dalle istituzioni, mediante attività di grande rilievo pubblico, caratterizzate da momenti di riflessione e approfondimento più che dalla retorica o dal richiamo al folclore, possibilmente frequentate da cittadini di ogni lingua. Sarebbero state certamente possibili defezioni da parte di chi non può sentirsi “italiano”, ma basate su argomentazioni comprensibili, senza lasciare trasparire arroganza o menefreghismo. I dissidenti avrebbero potuto esprimere critiche nelle sedi opportune, in modo rispettoso, magari cogliendo l’occasione per illustrare i lati oscuri o gli aspetti non risolti di una vicenda non priva di contraddizioni. Gli italiani, soprattutto, non si sarebbero divisi, avrebbero lasciato da parte le tradizionali polemiche provando a cercare quel denominatore comune in grado d’evidenziare un aspetto essenziale: il contributo dato dalla Costituzione alla prosperità di una provincia che proprio da uno degli articoli più importanti della carta fondamentale (il sesto) trae la maggiore garanzia della sua autonomia.

Si sa, le occasioni perdute non tornano più. Eppure, cercare di comprendere perché le abbiamo perdute non è un lavoro del tutto disprezzabile. Sempre meglio che passare il tempo che ci rimane a recriminare e a prolungare il nostro malcontento. Certo, ci vorrebbe un’idea, un filo conduttore da riprendere e sviluppare. Proporrei questo: che proprio qui, parlando di unità, si ricominci a pensare e a lavorare a quanto esposto, per esempio, nel Manifesto di Ventotene. Dalla coscienza della nazionalità alla formazione degli Stati Uniti d’Europa, del resto, era la visionaria prospettiva indicata da Giuseppe Mazzini. Si tratta senz’altro dell’eredità risorgimentale che merita di essere salvata in quest’anno di celebrazioni partite col piede sbagliato. Anche in Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 22 marzo 2011

Verschiedenes zur Einheit Italiens

Questo è il terzo contributo che pubblico a margine (e come documentazione) della manifestazione che abbiamo fatto sull’Unità d’Italia. L’autore è il giornalista e consigliere comunale (Bressanone) di Süd-Tiroler Freiheit Harthmuth Staffler.  

Es ist behauptet worden, dass die Einigung Italiens vom Volk ausgegangen sei, die zehn Jahre später erfolgte Einigung Deutschlands hingegen von oben herab diktiert wurde. Das stimmt nicht. In Italien hat eine Schicht von Intellektuellen die Einigung vollkommen unterschiedlicher Gebieten erzwungen; an den Abstimmungen durften sich nur knapp zwei Prozent der Bevölkerung beteiligen, weil die Masse nicht wahlberechtigt war und nicht einmal lesen und schreiben konnte bzw. durfte. Noch 1834 war im Königreich Piemont/Sardinien das Lesen lernen nur Vermögenden erlaubt, während es in Österreich seit 1774 für alle Pflicht war. Eine deutsche Einigung, ausgehend vom Volk, wäre beinahe 1848 zustande gekommen. Der Anstoß dazu ging vom Tiroler Freiheitskampf 1809 aus, der den deutschen Freiheitskrieg 1813 beeinflusste und auch auf die Revolution von 1848 und das Frankfurter Parlament Auswirkungen hatte, in dem sich unser Brixner Abgeordneter Jakob Phillip Fallmerayer für die deutsche Einheit einsetzte. Mit Recht dichtete Julius Mosen 1834 unter Bezug auf 1809: „…ganz Deutschland ach in Schmach und Schmerz“.

Es ist eine unglückliche Idee, den 17. März als Jahrtag der Einheit Italiens zu feiern. Am 17. März 1861, also vor 150 Jahren, ist ein Königreich Italien ausgerufen worden. Das ist ein historisches Datum wie viele andere, an die man ohne weiteres erinnern kann, ohne deswegen feiern zu müssen. Kurioserweise ist ja auch das vorherige Königreich Italien, jenes von Napoleon Bonaparte, an einem 17. März ausgerufen worden, und zwar 1805. Solche historische Jahrtage sollte man zum Anlass nehmen, um sich mit der Geschichte zu befassen und daraus zu lernen, nicht aber um sie nationalistisch auszuschlachten.

Genau das ist aber jetzt der Fall. Man begeht den 17. März nicht als ein interessantes Geschichtsdatum, sondern zweckentfremdet als „Tag der Einheit Italiens“. Die Einheit Italiens hat mit dem 17. März 1861 nicht viel zu tun. Damals wurde das Königreich Italien proklamiert, das am 2. Juni 1946 mit einem Referendum wieder abgeschafft wurde. Beide Male war Tirol nicht beteiligt. 1861 gehörten wir noch zu Österreich, 1946 durften wir nicht abstimmen, weil noch nicht geklärt war, ob wir bei diesem Staat bleiben müssen, der nicht der unsere ist, weil wir eben keine Italiener sind. Das Königreich Italien vom Jahr 1861 war noch nicht vollständig. Es fehlte noch Venetien und ein Teil des Kirchenstaates. Venetien kam dank der Hilfe Preußens 1866 hinzu, der Kirchenstaat 1870. Damit war Italien vereint und die hehren Ansprüche des Risorgimento waren erfüllt. Alles, was danach kam, hat gegen diese Grundsätze verstoßen.

Wenn Italien die Einheit des Staates in den heutigen Grenzen feiert, dann feiert es das Ergebnis von imperialistischer Aggression gegen fremde Völker und von Verrat an eigenen Landsleuten. Schon 1859 hat König Viktor Emanuel die mehrheitlich italienische Grafschaft Nizza den Franzosen überlassen, um ihre entscheidende Hilfe beim Erwerb der Lombardei zu erhalten. Nach dem Ersten Weltkrieg hat sich Italien, das den Krieg zu seinem Glück auf der Seite der Sieger beendet hatte, das zu einem großen Teil von Slowenen besiedelte österreichische Küstenland (Görz/Gradisca, Istrien und Triest) sowie den Großteil des Kronlandes Tirol angeeignet. Der südliche Teil Tirols war zwar überwiegend italienischsprachig, doch war die Bevölkerung keineswegs damit einverstanden, zu Italien zu kommen, so wie auch die italienischsprachige Bevölkerung der Schweiz kein Bedürfnis verspürt hätte, von Italien erobert zu werden. Die Annexion des deutschsprachigen Süd-Tirol war auch in Italien sehr umstritten. Im Parlament stimmten 1920 nur 170 Abgeordnete dafür, 48 waren dagegen. Für die deutsch- und ladinischsprachige Bevölkerung Süd-Tirols war die Annexion durch Italien eine Katastrophe. Von einem Vielvölkerstaat, in dem die Sprachen aller Völker respektiert wurden, war das mehrsprachige Tirol zum Nationalstaat Italien gekommen, der nur eine Sprache duldete und diese Unduldsamkeit im Prinzip bis heute gewahrt hat. Mit dem Begriff „Einheit Italiens“ wird in Südtirol daher in erster Linie die extreme Diskriminierung der einheimischen Bevölkerung verbunden, die mit der imperialistischen Expansion Italiens verbunden ist. Alle Abschwächungen dieser Diskriminierung, die in den letzten Jahren bzw. Jahrzehnten erfolgt sind, d. h. die viel gepriesene Autonomie, waren kein Entgegenkommen des Nationalstaates Italien, sondern Folgen des Druckes der Alliierten nach dem Zweiten Weltkrieg, die eine Autonomie als Ersatz für die Selbstbestimmung verlangten, sowie von zwei UN-Resolutionen, die Italien zum Verhandeln mit Österreich verpflichteten. Vor allem waren es aber die Aktivitäten der Freiheitskämpfer, die Italien zum Nachgeben zwangen.

Das Land Tirol ist 1248, also vor 763 Jahren entstanden, als die Grafen von Tirol erstmals auch Gebiete nördlich des Brenners beherrschten, von denen wir heute leider getrennt sind. Im Jahr 1282, vor 729 Jahren, ist mit dem Urteilsspruch des Bischofs Konrad von Chur, der unsere Selbstständigkeit und Unabhängigkeit vom Herzogtum Bayern bestätigte, das Land Tirol staatsrechtlich anerkannt worden. Seit 1363 hat dieses Tirol zum Herrschaftsbereich der Habsburger und damit zu Österreich gehört. Gegenüber den über 700 Jahren der Eigenstaatlichkeit und Einheit Tirols sind die 150 Jahre Italiens und die 91 Jahre unserer Zugehörigkeit zu diesem Italien unbedeutend.

Der 17. März als 150. Jahrtag der Gründung des bis 1946 bestehenden Königreiches Italien ist ein durchaus interessantes historisches Datum, das jeder nach persönlicher Einstellung feiern kann oder auch nicht. Am 17. März kann man aber auch an die Uraufführung von Friedrich Schillers Wilhelm Tell vom 17. März 1804 in Weimar denken, ein aktuelles Thema, weil ja auch wir in Bozen mit dem Siegesdenkmal eine Art überdimensionalen Gesslerhut stehen haben. Ich persönlich verbinde mit dem 17. März das Referendum, mit dem am 17. März 1992 die große Mehrheit der Weißen in Südafrika für die Abschaffung der Apartheid gestimmt hat. Die südafrikanische Apartheid hatte die vom faschistischen Italien in Äthiopien eingeführte Rassentrennung zum Vorbild.

Den 17. März als Jahrtag der italienischen Einheit könnten wir nur respektieren, wenn damit die Vollendung der Einheit Italiens nach der Eroberung des Kirchenstaates im Jahr 1870 gemeint wäre, nicht aber nach der imperialistischen Eroberung fremder Gebiete. Einen Großteil dieser eroberten fremden Gebiete hat Italien inzwischen wieder verloren; niemand wäre auf die Idee gekommen, Äthiopien oder Libyen, dessen Staatschef Muammar Gaddhafi im Jahr 1942 noch als italienischer Staatsbürger geboren wurde, zum Mitfeiern einzuladen. Italien hat sogar so viel Takt bewiesen, Österreich nicht einzuladen, so dass Bundespräsident Fischer nicht absagen musste. Von uns Südtirolern wollte man aber verlangen, dass wir mitfeiern. Man hat kein Verständnis dafür, dass wir eine  Einheit Italiens mit den heutigen Grenzen, die das  Ergebnis imperialistischer Aggression sind, niemals feiern können.  

Es würde genügen, wenn Italien den Anspruch auf das nicht italienische Süd-Tirol aufgeben und einer Grenzverschiebung zustimmen würde, die sich in vielen Teilen Europas als Mittel zur Entspannung bewährt hat. Dann würden wir den 17. März gerne feiern.

 

Vomitevole revanscismo?

Sulle dichiarazioni di Durnwalder che avevano in un certo senso aperto le polemiche inerenti i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ci pareva di aver letto tutto. Evidentemente tutto non è ancora abbastanza. Riporto e commento l’ultima presa di posizione che circola tra i miei “contatti” di facebook, firmata dall’esperto di cinema Andreas Perugini. Ecco la sua nota:

Se l’oscar del patetico va ai contestatori trentini della Festa dell’Unità d’Italia che in 4/5 sventolavano bandiere ausrtiache (millantando sguazzano nel privilegio e ancora hanno il coraggio di farsi vedere in giro!) il Satrapo delle Dolomiti e l’SVP questa festa l’anno [sic!] rovinata col loro sempreverde VOMITEVOLE REVANSCISMO.

L’art. 54 parla proprio di “fedeltà alla Repubblica” e non di buoncostume come in senso antiberlusconiano certa sinistra vorrebbe. La fedeltà alla Repubblica e alle istituzioni lui l’ha mortificata sostenendo di non rappresentare che una parte etnica della provincia (e non già tutti i cittadini) che governa e di non voler partecipare alle celebrazioni unitarie perché lui non rappresenta questo Stato ma solo la parte della povera “minoranza austrica” (cosa purtroppo per lui non vera a livello legale/istituzionale). E chi se non un governatore di una regione dovrebbe rispettare la Costituzione? In un paese serio, quale l’Italia troppo spesso non è, Kaiser Luis sarebbe stato commissariato. Se Eva Klotz brucia la bandiera, benché ancora reato, io tendo a rispettare la sua libertà di espressione (sia pur grezza e volgare) ed ho ben presente che lei rappresenta un partito di minoranza e sta all’opposizione. Mentre il presidente della Provincia, istituzionalmente, è tenuto a rispettare una certa etica che lui ovviamente ha infranto checché ne dica un certo mal riposto buonismo pronto alla sistematica genuflessione intellettuale.

Ben considerando il suddetto atteggiamento, mentre 50anni fa l’SVP ha celebrato le commemorazioni unitarie, oggi questa soffia con più vigore sul fuoco del volgare revanscismo neppure minimamente memore della larghissima autonomia di cui gode in Italia l’Alto Adige e neppure sensibile ai più elementari principi “del buon vicinato” che pure, solo l’anno scorso, le autorità italiane hanno dimostrato per le varie celebrazioni hoferiane. 

Come non sopporto più quegli italiani che provenienti da fuori provincia sostengono in modo fascistoide “qui siamo in Italia, dovete parlare italiano” altrettanto non sopporto quanti ancora oggi, di fronte a tutte le evidenze, “credono” che l’SVP sia un partito che difende la povera minoranza tedesca dal fascismo delle istituzioni e del popolo italiano. La cosa è certamente stata vera per un certo periodo. Ora, sinceramente, chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non può che verificare che qui la minoranza è un’altra e che l’SVP è un partito smaccatamente revanscista, conservatore e fondato su base etnica (cosa che per altro dovrebbe essere vietata sia dalla legge che dalle convenzioni internazionali). 

Si faccia il referendum sull’autodeterminazione: comunque vada a finire sarebbe la fine del potere SVP. (Quando lo ha seriamente proposto Cossiga, il Satrapo delle Dolomiti, ipocrita come sempre, lo ha definito una stupidaggine). Lui vuole i soldi non l’autodeterminazione. È chiaro come il sole!!!

Andiamo con ordine:

1. Rovinare la festa. La festa, secondo il Perugini, sarebbe stata magnifica se la Svp e il suo “satrapo” (qui il Perugini sfoggia conoscenze persiane: xšaθrapāvā) avessero partecipato gaudenti. Non l’hanno fatto, però, perché affetti da vomitevole revanscismo. Revanscismo? Il dizionario ci informa: “Atteggiamento collettivo di rivincita, spec. da parte di un paese sconfitto in guerra, improntato a uno spirito di rivalsa o di vendetta”. Rivalsa o vendetta sono termini decisamente impropri per caratterizzare la scarsa voglia di partecipare a una festa che non è avvertita come significativa. Forse la parola più giusta sarebbe stata indifferenza. Ma “vomitevole indifferenza”, come formula, non funziona. Quindi vada per “revanscismo” (e per di più vomitevole), anche se non si tratta di “revanscismo” (una prima spia interessante: qui gli aggettivi sono più importanti dei sostantivi).

2. Fedeltà e buoncostume. Perugini cita a sostegno della sua tesi (la Svp affetta da vomitevole revanscismo) l’articolo 54 della Costituzione. Leggiamolo: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. C’è scritto forse che tutti i cittadini hanno l’obbligo di celebrare le feste nazionali? Non mi pare. E non partecipando a una festività si contravviene forse a qualche norma legislativa? Anche qui non mi pare. Il comportamento “vomitevole”, insomma, non si sta rivelando esattamente tale.

3. Scendiamo nei particolari. Cito nuovamente per esteso: “La fedeltà alla Repubblica e alle istituzioni lui l’ha mortificata sostenendo di non rappresentare che una parte etnica della provincia (e non già tutti i cittadini) che governa e di non voler partecipare alle celebrazioni unitarie perché lui non rappresenta questo Stato ma solo la parte della povera “minoranza austrica”. Durnwalder non ha mai detto di rappresentare “una parte etnica della provincia”. Ha detto che non poteva festeggiare perché lui, appartenente di fatto alla minoranza di lingua tedesca (e quindi, nel suo caso, di “sentimento nazionale austriaco”), non poteva identificarsi con quel tipo di celebrazioni. L’errore di Durnwalder (che anche secondo me c’è stato) riguarda quel che ha detto “dopo”, quando cioè ha affermato che il suo vice (Tommasini) avrebbe potuto partecipare alle celebrazioni (come poi è effettivamente successo) non in rappresentanza della provincia. Posizione che però si è addolcita, visto che non solo Tommasini, ma anche il sindaco di Bolzano Spagnolli si sono recati a Roma in rappresentanza di Comune e Provincia.

4. Commissariamento. Davvero Durnwalder, per non aver voluto partecipare ai festeggiamenti, rischia il commissariamento? Pensate il divertimento. Siccome è il Ministro dell’Interno che promuove il commissariamento di un presidente della provincia, in questo caso Durnwalder (vergognoso revanscista) avrebbe dovuto essere commissariato dal leghista Maroni (appartenente cioè a un partito che in fatto di comportamenti vergognosi e revanscisti – per usare sempre il vocabolario caro al Perugini – sopravanza di certo quello di Durnwalder). E per fortuna che l’Italia (cito sempre Perugini) “spesso non è un paese serio” e quindi non è accaduto nulla. Altrimenti davvero si rischiava che succedesse una roba serissima tipo quella che è capitata all’allenatore del Naturno… (Perugini conosce il caso).

5. Etica. Fa sempre un po’ specie sentire la parola “etica” in bocca a uno (intendo il Perugini) che altrove si era lanciato in spericolate difese del comportamento di Berlusconi, libero – secondo il Perugini – di scoparsi tutte le prostitute che vuole (essendo l’uso della prostituzione affare privato). Comportamento gravemente lesivo dell’etica, invece, il non partecipare alle celebrazioni dell’Unità d’Italia anche se neppure sta scritto da qualche parte che ciò rientri tra i doveri istituzionali di un presidente della provincia appartenente a una minoranza etnica (etnica, non etica, caro Perugini). Ma qui ovviamente la cosa diventa spinosa, giacché il Perugini, paladino di ogni libertà, contesta stranamente la libertà di appartenere a un’etnia diversa da quella nazionalmente maggioritaria (libertà che dovrà pur mettere capo a comportamenti non esattamente identici a quelli che sono “normali” per la maggioranza).

6. Celebrazioni Hoferiane. Bene ha fatto il Perugini a citare questo episodio. Si ricorderà che Spagnolli e Tommasini (e qualcun altro praticante di “mal riposto buonismo pronto alla sistematica genuflessione intellettuale”) andarono a Innsbruck alla sfilata storica. Bene. E se non ci fossero andati imitando la maggior parte dei politici altoatesini? Cosa sarebbe successo? Qualcuno li avrebbe forse accusati di “vomitevole revanscismo”?

7. La Svp. Il Perugini ce l’ha a morte con la Svp e ovviamente l’accusa di tutto il male possibile. Ora, chi scrive non può certamente passare per un sostenitore della Svp, ma alcune precisazioni sono doverose. Dice il Perugini: “chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non può che verificare che qui la minoranza è un’altra e che l’SVP è un partito smaccatamente revanscista, conservatore e fondato su base etnica (cosa che per altro dovrebbe essere vietata sia dalla legge che dalle convenzioni internazionali)”. Partiamo dal fondo: la legge dovrebbe vietare la formazione di un partito a base etnica e così dovrebbero fare le convenzioni internazionali? Ma ciò striderebbe con il principio fondamentale affermato dalla costituzione italiana (art. 6) e con tutte le convenzioni internazionali che tutelano le minoranze residenti nel perimetro di uno stato nazionale a maggioranza “etnica” diversa. Provi, il Perugini, a comprendere storicamente quel che ha detto. C’è stato un periodo, in Italia, nel quale un tale divieto era operante? Esatto! Dal 1922 al 1943. Ma per superare i danni compiuti in quel periodo, secondo il Perugini, è possibile solo una strada: quella del vomitevole revanscismo (anche se sancito dalla Costituzione).

8. Autodeterminazione. Improvvisamente il Perugini (che vorrebbe vietare la formazione di partiti etnici) si dichiara favorevole alla formazione di stati etnici. Curioso, no? In realtà no. Non è curioso. È triste e banale. Tutto quello che ha scritto il Perugini in questa nota è triste e banale. La triste e banale espressione di un bolzanino che non ha ancora capito bene come funzionano le cose nel luogo in cui abita e che adotta l’unico stile argomentativo buono a far sì che la situazione non cambi mai. È chiaro come il sole.