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Silenzio

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Il disagio dei tedeschi

Roland Lang

Tradizionalmente l’estate è una stagione fertile per le polemiche a sfondo etnico. Basta aspettare un po’ e queste fanno già capolino tra un articolo di cronaca e l’altro, sfruttando il calo fisiologico dell’attualità politica e la noia dei cosiddetti tempi morti. Quest’anno non abbiamo avuto – per fortuna – nessuna accesa diatriba sui cartelli di montagna, sui monumenti d’impronta fascista o sul tema dell’autodeterminazione. Dal cilindro è però rispuntato, quasi in extremis, il vecchio tema della doppia cittadinanza. Ritenendo le attuali garanzie troppo labili, alcuni esponenti patriottici dei partiti di lingua tedesca (inclusa Maria Hochgruber Kuenzer, della Svp) hanno bussato nuovamente alla porta del Parlamento austriaco, sollecitandolo a sbrigare la pratica che sta loro così a cuore.

Affrontare un argomento del genere c’induce a scavare nella percezione d’insicurezza manifestata, per chiarire da cosa si origini il bisogno di porvi un rattoppo istituzionale. Qui si annunciano due fenomeni: il primo, palese, riguarda la sfiducia che l’appartenenza statuale della quale già disponiamo, inclusa l’autonomia, sia in grado di bastare a se stessa; il secondo, più profondo, ci rimanda al bisogno psicologico di identificarsi anche simbolicamente, anzi soprattutto simbolicamente, con una matrice fatta di scrittura.

I patrioti sudtirolesi non lo sanno, ma il loro “disagio” poggia su un’ipertrofica attitudine a considerare ogni tipo di oggetto sociale (e dunque anche se stessi) il mero risultato di un “atto iscritto”, secondo i presupposti dell’ontologia della documentalità messa in luce dal filosofo italiano Maurizio Ferraris. Senza iscrivere se stessi in un ulteriore registro che ne certifichi la presenza, ritengono che sarebbero consegnati a quella fluttuante sensazione di spaesamento conosciuta, con ben altra drammaticità e dolorosa legittimazione, dalle migliaia di sans papier respinti alle frontiere.

Neppure cento passaporti, a ben vedere, potrebbero placare un simile, smisurato bisogno di sicurezza. Tanto meno essendo posseduti da un demone che Thomas Bernhard, uno dei massimi autori austriaci, definiva: “un carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano”. Ma per l’appunto, Bernhard era solo un grande scrittore austriaco e dunque poteva permettersi di “sputare nel piatto in cui mangiava”. Chi adesso aspira alla doppia cittadinanza, di piatti, pensa di non averne ancora ricevuti abbastanza.     

Corriere dell’Alto Adige, 27 agosto 2015

#addioabolzano (1) Radici

Radici

Fuori dalla porta di casa mia c’è un giardino niente male. Quando presi in affitto il monolocale in cui abito, ricavato al pianterreno di una villa affacciata su una delle più nobili strade di Bolzano, una di quelle segnalate come zona residenziale di prima categoria, l’amministratore fu chiaro: il giardino lo puoi vedere ma è riservato, non ci puoi mettere una sedia per leggere, non ci puoi portare a giocare i tuoi figli, non ci puoi fare un picnic neppure se piove. Avevo bisogno di entrare il più presto possibile e quindi non protestai. Del resto, a parziale risarcimento, mi era consentito avere il posto macchina, e secondo me il posto macchina, se te lo danno, lo devi prendere.

In mezzo al giardino c’è questo albero (non saprei dire che albero sia, non mi intendo di alberi). Un albero con le radici piuttosto contorte. A Bolzano, e in generale in tutta la sua provincia, la questione delle radici, quelle degli uomini, non quelle degli alberi, è molto sentita. Io ho sempre pensato che fosse troppo sentita. Ma quel che a uno sembra troppo, per un altro può anche sembrare troppo poco. Su questo punto non è facile capirsi e se vi mettete a discutere non ne venite fuori. A me piace discutere, quindi lo dico per esperienza, e vi prego di credermi: alla fine, anche impegnandovi molto, non ne venite fuori. Chi crede alla forza delle radici vi dirà che senza una storia comune, senza l’aggancio a certe tradizioni, la vostra vita è destinata a fluttuare senza mai poter ripiegare in un luogo sicuro. Rischiate di non avere la Heimat, come dicono qui. Per gli amanti delle radici, evidentemente, non c’è nulla di peggio che essere heimatlos.

Non so. Secondo me al peggio non c’è mai fine, tanto per dire le cose come stanno, e non avere radici, essere un po’ déraciné, ha anche i suoi vantaggi. Non avessi coltivato negli anni la mia modesta sradicatezza, se fossi sempre rimasto dove sono nato, probabilmente adesso sarei disoccupato, non avrei collezionato esperienze interessanti e non me ne starei insomma davanti a quest’albero che posso almeno vedere, anche se non lo posso toccare, né salirci sopra.

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Fuessli

“All our language is composed of brief little dreams; and the wonderful thing is that we sometimes make of them strangely accurate and marvelously reasonable thoughts. What should we be without the help of that which does not exist? Very little. And our unoccupied minds would languish if fables, mistaken notions, abstractions, beliefs, and monsters, hypotheses, and the so-called problems of metaphysics did not people with beings and objectless images our natural depths and darkness. Myths are the souls of our actions and our loves. We cannot act without moving towards a phantom. We can love only what we create.” (Paul Valéry)

Il Ferragosto di Franz Thaler

franz-thaler

Tra gli avvenimenti storici più rilevanti del Ferragosto 1945 contiamo: l’Imperatore Hirohito annuncia la resa incondizionata del Giappone, ponendo fine alla seconda guerra mondiale; la Corea viene liberata dopo che il governo dell’Impero giapponese ha accettato i termini di resa dettati dagli alleati; l’Indonesia proclama l’indipendenza dai Paesi Bassi e Achmad Sukarno ne diventa il primo Presidente. Esiste però anche una storia minuta che merita ugualmente di essere ricordata. L’ha fatto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, indirizzando al sudtirolese Franz Thaler un biglietto di auguri per il giorno – si tratta proprio del 15 agosto 1945 – in cui egli tornò nella sua Val Sarentino dopo la terribile prigionia nei campi di sterminio nazisti.

Franz Thaler è molto noto in Sudtirolo ma il gesto di Mattarella, si spera, potrebbe contribuire a risvegliare qualche coscienza assopita a sud di Salorno. La sua vicenda si legge in un piccolo libro – intitolato “Unvergessen” in lingua tedesca, quindi tradotto da Raetia con “Dimenticare mai” – da lui stesso scritto dopo il suo fortunato rimpatrio. Ecco le scarne note che lo presentano: “Perdonare sì, dimenticare mai. Ispirato da questa massima Franz Thaler, classe 1925, racconta gli anni più bui della sua vita. Nel 1939, durante le Opzioni in Alto Adige, il padre di Thaler decide di rimanere in Italia invece di emigrare nel Terzo Reich. Da un giorno all’altro il giovane Franz si trova in balia dei maltrattamenti dei nazisti altoatesini e dei loro simpatizzanti. Pur essendo un Dableiber – un restante – e quindi un cittadino italiano, nel 1944 gli viene recapitato l’ordine di arruolamento nell’esercito di Hitler, spingendolo a fuggire sulle montagne. Solo quando il pericolo di rappresaglie contro la sua famiglia si fa concreto Thaler si costituisce. È l’inizio di una travagliata odissea che lo porterà, passando per varie carceri, fino al campo di concentramento di Dachau e, temporaneamente, nel lager satellite di Hersbruck. Tornerà a casa nell’agosto del 1945; un ventenne dal fisico martoriato e dall’animo affranto”.

Oggi quel ventenne ha già spento novanta candeline, fa parte dunque della sempre più esigua schiera dei sopravvissuti, e sicuramente avrà accolto con piacere il riconoscimento del Presidente della Repubblica, il quale gli esprime “ideale partecipazione e sincera commozione”. Una lezione anche per tutti coloro i quali, immuni dall’aver provato sulla propria pelle le devastazioni di una dittatura e l’abominio della discriminazione, ancora si baloccano con simboli e idee che non cesseranno mai di condannarle.

Corriere dell’Alto Adige, 14 agosto 2015

Pubblicato con il titolo: Mattarella omaggia Thaler, il “resistente” antinazista

La retorica del degrado


degrado

Degrado è la parola dell’estate. Formula non estiva di per sé, ma ovunque spendibile, anche dopo un temporale rinfrescante, perché ha il subdolo pregio della vaghezza, condizione indispensabile per sollevare polemiche a buon mercato.

Da Roma, finita nei titoli di tutti i quotidiani mondiali come capitale del degrado, a Bolzano: non si parla d’altro. I social network sono intasati da immagini di strade, piazze e parchi che subirebbero l’effetto di un inarrestabile degrado. I commenti danno corpo a una lamentazione collettiva, dalla grammatica semplice quanto ripetitiva. Anche la causa del degrado è individuata in modo sbrigativo, senza risalire mai a una dimensione più profonda di ciò che si vede. Si dà quindi la colpa agli stranieri che bivaccano, i famosi “clandestini”, ma è sufficiente il passaggio di chi turba l’immagine idealizzata del decoro, offeso da un paio di cartacce, ad animare la richiesta di spedizioni punitive e piani di riqualificazione urbana.

Che degrado sia un’espressione vaga, e quindi soggettivamente manipolabile, lo si può facilmente ricavare dal suo significato, che rimanda ad uno status di deterioramento, danneggiamento e in generale di peggioramento della condizione precedente. Chiunque sia testimone del degrado tende così a comparare un prima e un dopo, ma nel farlo, paradossalmente, nega al fenomeno la sua natura progressiva e complessa, leggendovi una catastrofe non avvenuta “per gradi”. Se una zona della città viene percepita come teatro d’incuria, non si reputa che ciò sia avvenuto col concorso di tutti, per slittamenti o cedimenti prolungati, ma se ne cerca il motivo in un intervento esterno, improvviso e destabilizzante. La responsabilità è sempre degli altri: solo rimuovendone la presenza sarà perciò possibile tornare alla situazione che ancora non conosceva il cambiamento in peggio.

Le soluzioni proposte tradiscono “coerentemente” il rifiuto della responsabilità mediante il ricorso a un’azione anch’essa di natura esterna. Ci si aspetta la salvezza da politiche repressive, oppure impiantando nel tessuto urbano protesi immunizzanti di piccolo e grandissimo taglio, per esempio telecamere o centri commerciali in grado di cambiare il volto ad interi quartieri. In questo modo il supposto problema del degrado è chiuso definitivamente nella sua bolla estetica e cosmetica, senza affrontare minimamente i nodi sociali che potrebbero arrivare al pettine con un’indagine non pregiudiziale o, peggio, meramente retorica del fenomeno.

Corriere dell’Alto Adige, 1 agosto 2015