La retorica del degrado


degrado

Degrado è la parola dell’estate. Formula non estiva di per sé, ma ovunque spendibile, anche dopo un temporale rinfrescante, perché ha il subdolo pregio della vaghezza, condizione indispensabile per sollevare polemiche a buon mercato.

Da Roma, finita nei titoli di tutti i quotidiani mondiali come capitale del degrado, a Bolzano: non si parla d’altro. I social network sono intasati da immagini di strade, piazze e parchi che subirebbero l’effetto di un inarrestabile degrado. I commenti danno corpo a una lamentazione collettiva, dalla grammatica semplice quanto ripetitiva. Anche la causa del degrado è individuata in modo sbrigativo, senza risalire mai a una dimensione più profonda di ciò che si vede. Si dà quindi la colpa agli stranieri che bivaccano, i famosi “clandestini”, ma è sufficiente il passaggio di chi turba l’immagine idealizzata del decoro, offeso da un paio di cartacce, ad animare la richiesta di spedizioni punitive e piani di riqualificazione urbana.

Che degrado sia un’espressione vaga, e quindi soggettivamente manipolabile, lo si può facilmente ricavare dal suo significato, che rimanda ad uno status di deterioramento, danneggiamento e in generale di peggioramento della condizione precedente. Chiunque sia testimone del degrado tende così a comparare un prima e un dopo, ma nel farlo, paradossalmente, nega al fenomeno la sua natura progressiva e complessa, leggendovi una catastrofe non avvenuta “per gradi”. Se una zona della città viene percepita come teatro d’incuria, non si reputa che ciò sia avvenuto col concorso di tutti, per slittamenti o cedimenti prolungati, ma se ne cerca il motivo in un intervento esterno, improvviso e destabilizzante. La responsabilità è sempre degli altri: solo rimuovendone la presenza sarà perciò possibile tornare alla situazione che ancora non conosceva il cambiamento in peggio.

Le soluzioni proposte tradiscono “coerentemente” il rifiuto della responsabilità mediante il ricorso a un’azione anch’essa di natura esterna. Ci si aspetta la salvezza da politiche repressive, oppure impiantando nel tessuto urbano protesi immunizzanti di piccolo e grandissimo taglio, per esempio telecamere o centri commerciali in grado di cambiare il volto ad interi quartieri. In questo modo il supposto problema del degrado è chiuso definitivamente nella sua bolla estetica e cosmetica, senza affrontare minimamente i nodi sociali che potrebbero arrivare al pettine con un’indagine non pregiudiziale o, peggio, meramente retorica del fenomeno.

Corriere dell’Alto Adige, 1 agosto 2015

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