Monumenti: cogliere l’occasione

di Francesco Palermo

Negli anni ’70 Indro Montanelli invitava gli italiani a turarsi il naso e a votare DC. Col senno di poi, e visto quel che è venuto dopo, la corrotta DC di allora appare come un modello di buona amministrazione e senso delle istituzioni. Oggi agli italiani dell’Alto Adige conviene turarsi il naso e farsi piacere l’accordo tra la SVP e il governo nazionale sulla questione dei monumenti di epoca fascista. Perché fra trent’anni potremmo rimpiangerlo. Puzza, come puzzava la DC di allora, ma è il meno peggio tra quanto disponibile sulla piazza.

La delusione di chi vede questioni delicatissime come i simboli in un territorio ipersensibile come questo svendute per una banale sfiducia ad un banale ministro e risolte con banale e cinico semplicismo anziché col dialogo è comprensibile e condivisibile. Ma se proviamo ad alzare lo sguardo dalle miserie della politica politicante forse ci rendiamo conto che è (anche) un colpo di fortuna. Che conviene sfruttare fino in fondo.

Sono molti i motivi che dovrebbero indurre gli italiani dell’Alto Adige a non stracciarsi le vesti per questo accordo. Il primo è di natura pratica. Qualcuno ha tolto agli altoatesini le castagne dal fuoco facendo il lavoro sporco che nessuno, localmente, avrebbe avuto il coraggio di fare: la destra per la sua eredità ideologica, la sinistra per non essere accusata di calare le braghe davanti alla Volkspartei. Tanto che sono decenni che si discute di percorso condiviso, si compiono passi timidi (e talvolta goffi, vedi il referendum su Piazza Vittoria), si cerca il dialogo, ma non si arriva a nulla. Il problema non è della SVP, ma dei rappresentanti italiani. La SVP ha sempre coerentemente perseguito una strada, sbagliata ma chiara: eliminare e, dove questo è impossibile, storicizzare. Da parte italiana cosa è emerso? Tante parole, nessun progetto condiviso e l’irritante cul de sac ideologico in cui ci si è fatti spingere, per cui identità italiana, monumenti fascisti, ideologia fascista finivano tutti nello stesso indifferenziato calderone. Al punto che l’identità italiana diventava sinonimo di nostalgia fascista. Un’equazione sbagliata, sgradevole e perdente. Ora, sia pure in modo brutale, qualcuno ha strappato il cerotto. Fa male, ma molto meno che strapparlo lentamente, soffrendo ad ogni millimetro di superficie che si stacca.

Il secondo motivo è di natura procedurale e di metodo. Ciò che fa arrabbiare dell’accordo, più del suo contenuto, è il fatto di essere stato raggiunto sopra la testa degli italiani dell’Alto Adige, indipendentemente dal colore politico, con uno dei tanti blitz romani della SVP. Giusto rammaricarsi che non si sia seguito un percorso più cooperativo – anche se questo avrebbe significato finire alle calende greche. Ma non si può dimenticare che la competenza in materia di (quei) monumenti è dello Stato. Con chi altri avrebbe dovuto trattare la SVP (meglio se l’avesse fatto la Provincia, ma da tempo si sa che partito e istituzione sono purtroppo la stessa cosa) se non con il Governo? Certo, presentare un accordo condiviso localmente sarebbe stato preferibile, ma alla fine la trattativa non poteva che essere bilaterale, ed escludere chi non aveva alcuna competenza. Ciò che è politicamente meschino non sempre è giuridicamente scorretto. Il problema su cui riflettere, semmai, è quello della rappresentanza. E anche qui c’è molto da pensare per gli italiani: la sindrome da maggioranza trasformata in minoranza ha sempre fatto guardare con troppe aspettative al rapporto privilegiato con i livelli di governo in cui gli italiani sono maggioranza: in primis il governo romano, e fino a qualche tempo fa anche la Regione (ora finalmente perfino i trentini sembrano aver capito che devono arrangiarsi da soli). Ma il governo romano si è sempre comportato come Bondi. Magari con più dignità, ma la sostanza è sempre stata quella. Anche quando governava la sinistra. Anche prima quando c’erano i democristiani. Non possiamo sopravvalutare il peso di poco più di centomila italofoni dell’Alto Adige rispetto alle dinamiche nazionali, non possiamo pensare di essere l’ombelico del mondo. E soprattutto non possiamo illuderci che a Roma la rappresentanza sia vista in un’ottica sofisticata di pluralismo: se Roma tratta, tratta con la Provincia e/o con la Volkspartei. Cioè con le maggioranze. Esattamente come fa la SVP. Esattamente come fanno i trentini, che se ne strafregano degli italiani dell’Alto Adige. Perché non sono loro che comandano. Punto. Come ha scritto ottimamente Paolo Campostrini su questo giornale, “ora sappiamo di essere soli (…) E’ finito il tempo delle urla, anche perché nessuno ci ascolta”.

Ed ecco il terzo motivo. Se questo accordo ci aiuterà a capire e interiorizzare questa grande verità, forse saremo capaci di trarne le conseguenze pratiche. Smettendo di fare dei (presunti) rapporti privilegiati con Roma un elemento della campagna elettorale, come ha fatto il PDL ma anche, quando toccava a loro, il PD. Questo darebbe spessore alla rappresentanza e alla capacità politica degli italiani dell’Alto Adige. Sapere che se affoghi nessuno ti salva aiuta ad imparare a nuotare. E questa comunità ne ha disperatamente bisogno.

Il quarto motivo è nuovamente di carattere procedurale – e come si sa, la procedura è sostanza. Il contenuto dell’accordo, pur nella sua genericità, sembra voler trasferire le decisioni in tema di monumenti alla Provincia. Resta da vedere come il flaccido linguaggio della lettera del Ministro si tradurrà in solide norme giuridiche, ma se questo è il senso, allora si apre finalmente uno spiraglio per gli italiani di qui. Perché avrebbero finalmente, come parte sia pur minoritaria di questa Provincia, una competenza o almeno una voce in capitolo che prima non avevano perché la materia si riduceva al dialogo tra Provincia (SVP) e Stato. Insomma, da dialogo paritario tra Provincia e Stato si passa al dialogo (non più paritario) tra le componenti etnico-linguistiche della Provincia. Dove c’è pur sempre il comune maggiore e più direttamente interessato che è a maggioranza italiana, ma dove si spera che si possa iniziare a ragionare al di fuori di ottiche strettamente numeriche. Altrimenti si finisce – nella migliore delle ipotesi – come con Piazza della Vittoria. Nella peggiore come in Bosnia. Insomma, adesso che lo Stato si spoglierà della materia, finalmente gli italiani dell’Alto Adige potranno essere coinvolti. E’ adesso il banco di prova del dialogo, non prima.

Infine, questo accordo pone davanti a un bivio. Si può ricadere nel nazionalismo da entrambe le parti, con una spirale che non conviene a nessuno (nemmeno alla SVP oggi apparentemente trionfante). Oppure si può inaugurare la stagione della complessità, alla quale anche i politici devono abituarsi, smettendola con gli slogan e le banalità per accontentare le pance dei cittadini (di entrambi i gruppi linguistici) e aiutando anzi la società a vivere gioiosamente la sua complessità. Che è sinonimo di pace e prosperità, mentre i messaggi semplici portano sempre alla rovina. Insomma, siamo di fronte a un regalo inatteso, anche se certo non richiesto. I partiti italiani ne approfittino. Forse chi ha più da preoccuparsi in tutta questa storia sono coloro che sono rappresentati dalla SVP per il cinismo dei loro esponenti. Un cinismo per ora vincente, ma che ne fa un partito italianissimo. Come la DC degli anni ’70.

Alto Adige, 30 gennaio 2011

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Senza Duce

Talvolta la ragione non basta. Occorre il caso, per far progredire la storia. La vicenda del fregio mussoliniano che dagli anni cinquanta campeggia sul frontone del palazzo delle finanze di Bolzano – finito nel paniere delle richieste scaltramente sottoposto dalla Svp al pericolante ministro Sandro Bondi – sta lì a dimostrarlo.

Per quanti anni s’è discusso inutilmente sulla sua conservazione o sulla sua rimozione? Al pari degli altri simboli dell’epoca fascista, l’ingombrante opera di Hans Piffrader ha rappresentato, fin dal giorno della sua inopportuna collocazione, una delle testimonianze più tangibili dello spaesamento storico e culturale del gruppo linguistico italiano in questa terra, rendendolo con ciò un facile e inevitabile bersaglio del nazionalismo di marca tedesca. Una sobria e razionale analisi del suo evidente significato avrebbe consigliato di provvedere per tempo al suo smantellamento o al suo trasferimento in un contesto museale. E questo avrebbe dovuto avvenire indipendentemente dalle ovvie pressioni esercitate dai suoi detrattori. Invece si è sempre preferito tergiversare, confondendone il valore documentale con la difesa di una dubbiosa trincea identitaria. Finché, per l’appunto, soltanto il caso avrebbe potuto sbloccare la situazione.

Certo, la messa in discussione di questo e degli altri “relitti fascisti” è avvenuta con un metodo a dir poco piratesco, sfruttando l’affanno di un ministro disorientato e confuso, disposto quindi a firmare qualsiasi cosa, pur di salvarsi. Circostanza imbarazzante. Di più: un modo di procedere censurabile che, comprensibilmente, è ritenuto inaccettabile anche da chi non ha mai manifestato l’intenzione di difendere quei monumenti. Ma chi esprime solo rammarico e pensa che le cose sarebbero potute maturare ugualmente, magari intessendo trattative e argomenti alla ricerca di una soluzione più “condivisa”, farebbe meglio a interrogarsi sulle proprie responsabilità e sul proprio ritardo.

Per quanto sia difficile, comunque, soprassediamo un istante sulla pessima gestione del caso da parte del ministro e proviamo a ragionare sul risultato. Senza il suo duce a cavallo, posto che le promesse estorte a Bondi vengano mantenute, Bolzano non diventerà meno “italiana” (o più “tedesca”). Diventerà solo migliore. Liberata dai suoi fantasmi di pietra, potremmo davvero cominciare a proiettare la città verso il futuro, oltre le secche di un’epoca che qui da noi è durata fin troppo.

Siamo infine consapevoli che l’eventuale scomparsa del duce non risolverà come d’incanto problemi legati ai rapporti tra i gruppi linguistici. Essi troveranno forse altre forme per rinascere. Ma anche se la convivenza non sarà mai un risultato acquisito per sempre, cioè privo di contrasti residui, è necessario cogliere ogni occasione per renderla almeno più probabile e duratura.

Corriere dell’Alto Adige, 28 gennaio 2011

Giorgio al bivio

Stamani un formidabile Giorgio Delle Donne sull’Alto Adige. Commentava il colpaccio della Svp ai danni del povero Bondi. Dopo alcune righe di sobria e anche condivisibile analisi, a un certo punto s’è trovato davanti al solito bivio. Avrebbe potuto scrivere che rinunciare ai simboli fascisti, dopo tutto, potrebbe rivelarsi una cosa vantaggiosa per tutti. Ha invece preferito franare dentro ai soliti luoghi comuni sugli italiani più buoni dei tedeschi, sul fascismo non così male come il nazismo e sul regime totalitario che strangola la provincia di Bolzano.

Lezioni morali (come avere più credibilità)

Dunque l’elasticità della Svp riguardo al mantenimento della posizione affermata lo scorso 14 dicembre – quando, grazie anche all’astensione dei deputati sudtirolesi, il governo riuscì a spuntarla e a evitare la crisi – si misurerà attraverso il voto di fiducia richiesto al Parlamento sull’operato del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi. Da allora il dibattito politico è stato “arricchito” dal putiferio scoppiato intorno al premier in seguito alle nuove inchieste della procura di Milano sui suoi possibili reati di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile (il cosiddetto “caso Ruby”). Un dibattito peraltro non limitato ai fatti più recenti, ma che ha riportato rumorosamente al centro dell’attenzione tutti i temi storicamente più controversi della lunga “era berlusconiana”: conflitto tra i poteri dello Stato, cancellazione del confine tra sfera pubblica e privata, ruolo dell’informazione e influenza dei media, questione morale.

Tornando alla Svp, potremmo chiederci a questo proposito perché sia proprio l’eventuale sfiducia nei confronti di Sandro Bondi a risolvere l’indecisione tra un giudizio negativo espresso sulla condotta libertina del premier e quello invece più sfumato (se non addirittura positivo) concernente l’operato generale del governo e il rapporto, definito “costruttivo”, con i ministri Fitto e Calderoli. Michaela Biancofiore – intervistata domenica dal Corriere dell’Alto Adige – ha già messo le mani avanti parlando della solita strategia per “alzare il prezzo”. Ma davvero la polemica sui fondi destinati al restauro del Monumento alla Vittoria – cioè quello che i politici della Svp farebbero adesso pesare contro Bondi e indirettamente contro Berlusconi – sarebbe soltanto l’ennesima operazione strumentale compiuta da chi non avrebbe il diritto d’impartire “lezioni morali”?

Prima di dare una risposta su questo punto, riterrei più opportuno e soprattutto più serio che ci facessimo altre domande. Cosa sarebbe successo e succederebbe se, molto banalmente, anziché fornire continui spunti di riprovazione e maldicenza, l’Italia potesse contare su un capo del governo meno ingombrante e comunque non così ricattabile a causa della sua condotta privata? Cosa sarebbe successo e succederebbe se, sempre molto banalmente, la politica locale avesse trovato una soluzione coraggiosa all’annoso problema della storicizzazione dei reperti – dei quali il Monumento alla Vittoria rappresenta solo il più celebre e vistoso – ereditati dal fascismo? Impedire che siano gli altri a darci lezioni morali risulterebbe magari molto più facile se qualche volta i nostri comportamenti e le nostre scelte ne scongiurassero in anticipo l’eventualità.

Corriere dell’Alto Adige, 25 gennaio 2011

Party Girl

“I know a girl, a girl called Party, Party Girl”, cantavano una volta gli U2 alla stregua di Apicella irlandesi. Parliamo dunque di feste. Mi chiedo: ma perché Silvio Berlusconi, alle sue feste, non invita donne come Roberta De Monticelli? Roberta De Monticelli, filosofo, docente presso l’Università-Vita-Salute San Raffaele di Milano, quella fondata da Don Verzé – amicone di Berlusconi – e con sede (ma tu guarda un po’ le coincidenze…) in via Olgettina 58. Con Roberta De Monticelli il premier non correrebbe certo il rischio di essere spiato, né i suoi ospiti quello di essere intercettati. E nemmeno Emilio Fede. O Lele Mora. Ce lo vedete voi Lele Mora che parla con Roberta De Monticelli di San Tommaso?

Comunque. Ecco quello che scrive Roberta De Monticelli nel suo ultimo libro, La questione morale (Raffaello Cortina Editore):

La discesa in campo politico dell’interesse affaristico che si fa partito e prostituisce il nome di “libertà” a indicare il disprezzo di ogni regola che possa frenare o limitare la libido di un “potere enorme” – letteralmente e-norme, sottratto a ogni forma di civiltà e diritto. La legislazione ridotta per troppi anni a frabbrica di decreti fatti per favorire interessi particolari, o addirittura a ritagliare la giustizia penale a misura di impunità dei prepotenti. E infine una sorprendente maggioranza degli italiani che approva, sostiene e nutre questa impresa, e collabora passivamente e attivamente a dissipare, insieme, la migliore eredità morale e civile e il patrimonio di bellezza e cultura del nostro Paese.

Peccato davvero che Berlusconi non inviti mai la De Monticelli alle sue feste…