Un natale coi baffi

Natale

Io odio il Natale. Odio le luci, le musiche, le filastrocche del Natale (il Natale, ecco, mi è sempre sembrato una brutta filastrocca, fin da bambino). Per festeggiare il Natale (giacché si tratta di un obbligo sociale al quale non ci si può sottrarre) in modo da non soffrire troppo dei festeggiamenti del Natale, occorre sviluppare tutta una serie di strategie di difesa, mettere a distanza il Natale, non cancellarlo, giacché ogni cancellazione si risolverebbe paradossalmente in una sottolineatura del Natale, ma provocare almeno il suo depotenziamento, la sua dissimulazione disonesta (la disonestà è il contrappeso che noi apponiamo alla retorica di un onesto Natale, o alla mimesi dell’onestà che il Natale, questa casualità trasformata in valore, questo autentico sbaglio della Storia, vorrebbe imporre alla coscienza tranquillizzata di chi lo festeggia, ricomponendo l’infranto).

A Natale torna a casa persino chi non ha più una casa, e vengono in mente candele accese tra mura annerite dalle bombe, vetri rotti, odore di cenere e sangue rappreso. Ma è l’idea stessa di una casa, dell’avere una casa, per non dire quella dell’“essere a casa”, o “finalmente” a casa, come si affannano a ripetere le frotte di viaggianti indaffarati a percorrere su e giù il Paese, ovvero le moltitudini di rincasanti, è questa stessa idea che dovrebbe essere denunciata nel modo più violento e brutale possibile. Non vi aspetterà nessuno a casa, miei cari, giacché forse non troverete la porta sbarrata, anche se a dire il vero ogni tanto può capitare, ma un lugubre interno di affetti decomposti appena varcata la soglia, un baratro di circostanze spiacevoli e di contrattempi meschini, togliendovi per sempre la speranza che dal sentimento del rimpatrio possa anche lontanamente sorgere l’illusione del rimpatrio. Sarete soli nel mondo che vi siete sforzati di dimenticare, a Natale, specialmente a Natale, ghigliottina inesorabile di ogni consolazione e dannazione del sembrar vivi.

Per questo amo il Natale. Amo queste luci, queste musiche, queste filastrocche del Natale (il Natale, ecco, mi sembra una bellissima filastrocca alla quale fare i baffi, come i baffi che Marcel Duchamp fece alla Gioconda). Il Natale compone la distanza visibile tra ciò che sono e ciò che non vorrei mai essere: confondermi con il sentimento buono e giusto che ricama angioletti di trina su tutta la nostra squallida ipocrisia. Lo sa chi sta per tornare e non è ancora tornato, chi fora una gomma in autostrada (mentre intanto passa la notte di Natale al freddo), chi ha perso la coincidenza per Chissadove (e deve aspettare il giorno dopo da solo, nella sala d’attesa di una stazione nella quale non vorrebbe essere, o peggio, in un albergo grigio due isolati più in là), così come lo sanno gli ammalati negli ospedali, i vecchi, i senzatetto che dormono sui cartoni, le prostitute alle quali nessuno ha ricordato che a Natale, almeno a Natale, non vale la pena sostare sotto al solito ponte.

(Che poi io un Natale bello l’ho anche vissuto, anche se solo nel ricordo di mio padre, giovane marinaio. Un Natale degli anni Cinquanta, nel porto di Rotterdam, quando qualcuno gli disse che aveva attraccato anche la nave su cui lavorava mio nonno, e allora riuscirono a vedersi e a festeggiare il Natale insieme: ogni regola che si rispetti ha la sua eccezione, quindi esiste anche l’eccezione di un buon Natale, ma – come si vede – non per merito suo)

Sì, aveva ragione Charles Dickens: “Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto allegro Natale in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore”.

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Dividere per poter regnare

Luigi XI

Non sussistevano in realtà soverchi dubbi, ma le notizie provenienti dagli approfondimenti tematici in vista dell’ormai certo governo di “coalizione” tra Svp e Lega (spiegherò le virgolette alla fine) offrono una conferma senza residui: per quanto riguarda la politica linguistica della nostra provincia, i prossimi cinque anni saranno all’insegna della conservazione. Certo, magari si rinnoveranno le lodi formali alle straordinarie opportunità di vivere in un territorio di confine, si affermerà che le occasioni delle quali approfittare per apprendere e praticare la lingua dell’altro sono tutte a disposizione, proprio dietro l’angolo, ma in sostanza già si dice anche che l’attuale sistema formativo fondato sulla separazione è inscalfibile (ed è un bene, s’intende).

Inutile fingere troppo stupore o stracciarci ipocritamente le vesti. Il trend “separatista” – chiamiamolo così – non è frutto inedito del maturando accordo e non contraddice un’impostazione maggioritaria della società civile. Persino i Verdi, allorché si trattava di sgombrare il terreno da ipotetici ostacoli preliminari, avevano fatto sapere che la costruzione di una scuola plurilingue (ammesso e non concesso che su questo termine disponiamo della necessaria chiarezza) non era più tra le bandiere storicamente issate da quel movimento, e che, insomma, per adesso se ne poteva tranquillamente fare a meno. Tutto bene, dunque? Non proprio, perché se è vero che il sistema scolastico diviso non rappresenta la causa efficiente di un plurilinguismo ancora largamente precario (ovviamente non in assoluto, ma proprio riguardo a quelle potenzialità che ogni volta decantiamo o fingiamo di decantare), è anche vero che rinunciare, persino in linea di principio, a porre in relazione determinati fallimenti didattici con l’architettura istituzionale che li sostiene ci condanna ad abbassare di molto le pretese “politiche” di miglioramento.

Allora cosa manca? La chiave sta proprio in quella parola alla quale accennavo all’inizio – “coalizione” – in realtà quasi del tutto priva di tratti programmaticamente unificanti. Ciò che Svp e Lega allestiranno sarà infatti un’intesa basata su una precisa spartizione di campi d’interesse reciprocamente impermeabili, e le dichiarazioni inerenti la politica linguistica servono a rendere la situazione solo plasticamente più evidente, limitando al minimo indispensabile il bisogno di uno scambio. Per mutare davvero le cose occorrerebbe, al contrario, che i partner di governo si assumessero finalmente la piena responsabilità nei confronti di un territorio sentito integralmente come comune, e non spezzato in due o più tronconi per i quali essi si ritengono gli esclusivi referenti rappresentativi. Ma c’è ancora qualcuno che qui tiene all’unità, in questa provincia ormai sempre più modellata sul motto attribuito a Luigi XI di Francia: diviser pour régner?

Corriere dell’Alto Adige, 13 dicembre 2018

Il decreto del rancore

Salvini sicurezza

Il cosiddetto “decreto sicurezza” – di recente approvato in via definitiva alla Camera – assolve la funzione di rendere più difficile ai richiedenti asilo il soggiorno in Italia, li priva dello status di protezione internazionale, in particolare se hanno commesso reati e, infine, permette di risparmiare sulla gestione della loro presenza sul territorio, anche a costo di inasprirne le condizioni di vita. Questa non è una ricostruzione tendenziosamente inclinata al pessimismo, visto che si tratta di obiettivi strenuamente perseguiti dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e rivendicati con orgoglio da chi sostiene la sua opera. Quando insomma si dice che i richiedenti asilo avranno la vita più dura, c’è sul serio chi se ne rallegra e sta facendo di tutto per renderlo possibile.

Tra chi invece ha espresso dubbi e si è detto molto preoccupato troviamo Renzo Caramaschi. Al pari di altri amministratori, il sindaco di Bolzano è consapevole che riducendo l’assistenza sul territorio (ovvero eliminando lo Sprar), la conseguenza più verosimile, anzi scontata, è che un numero cospicuo di persone verrà privato delle più efficaci strutture di accoglienza, rimanendo tuttavia in città alla deriva. “Questo potrebbe diventare un problema di ordine pubblico – ha dichiarato Caramaschi –, un problema che non spetta al municipio risolvere, ma allo Stato, alle forze dell’ordine. Di sicuro non do da dormire a tutti quelli che saranno espulsi dall’accoglienza, visto che sui rimpatri non si è fatto abbastanza”. Il sindaco ha poi continuato: “Nell’Emergenza freddo c’è posto solo per i senzatetto. Appena uscirà il testo definitivo in Gazzetta ufficiale lo leggerò a fondo e chiederò un incontro a prefetto e questore per capire come intendono muoversi”.

In attesa di questo incontro, il quadro desolante è già abbozzato: un provvedimento ispirato largamente a principi restrittivi cala dall’alto non prevedendo la soluzione agli inevitabili problemi che creerà, ma al contrario riversa su altri soggetti l’onere di farsi carico delle sue contraddizioni. Siamo costretti allora a ritenere il “decreto sicurezza” l’opera di un ottuso? Niente affatto. È nota la differenza che Carlo M. Cipolla introduceva per distinguere gli ottusi da altre categorie di individui parimenti apportatori di svantaggi. Mentre i primi, infatti, causano “un danno ad altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”, i secondi danneggiano qualcun altro solo allo scopo di approfittarne in prima persona. I danni creati a richiedenti asilo e agli amministratori sono stati sintetizzati dal sindaco. I vantaggi saranno invece dalla parte di chi è abituato a ragionare nei termini del “tanto peggio, tanto meglio”, cioè di chi specula sulle disgrazie dei più deboli (stranieri e autoctoni, la debolezza è trasversale) perché sa che è un buon modo per alimentare la fonte del consenso, oggi in larga parte costituita dal rancore.

Corriere dell’Alto Adige, 7 dicembre 2018