Pigri da un occhio

fuocoammare

Con una certa mia sorpresa, segno che la vittoria dell’Orso d’oro è un buon veicolo pubblicitario, il Film Club di Bolzano era pieno, oggi pomeriggio, per la proiezione dell’ultimo film di Gianfranco Rosi: Fucoammare.

Il regista continua dunque a stendere con successo il proprio linguaggio peculiare, già apprezzato con il precedente Sacro Gra, mescolando tecnica documentaristica e narrazione. Anche in questo caso la “trama” è disegnata infatti sull’ossatura di alcuni ritratti, personaggi che bucano la propria sorte individuale assurgendo alla statura di emblemi. Nel Sacro Gra era il botanico che constatava il lavoro distruttivo delle termiti sulle palme in disfacimento intorno al centro di Roma; qui un medico di frontiera alle prese con il salvataggio di migliaia di migranti giunti in condizioni disperate sulle coste di Lampedusa.

Il vero protagonista di Fuocoammare è però un bambino, Samuele, che seguiamo nelle sue scorribande alla ricerca di uccelli da colpire con la fionda o nel tentativo di dominare il mal di mare. Samuele ha un “occhio pigro” (questa la diagnosi del medico già nominato, il quale evidentemente non si prende solo cura dei migranti, ma di chiunque, sull’isola, ne abbia bisogno). Significa che il suo cervello non percepisce il mondo con entrambi gli occhi e si limita a sfruttare le possibilità di un apparato visivo dimezzato. La metafora (posto che sia una metafora) è chiara. Anche i lampedusani percepiscono la realtà in cui sono immersi “a metà”. Della tragedia che si sta compiendo intorno a loro, a pochissima distanza, loro si accorgono perlopiù dai notiziari radiofonici, ribaditi da emittenti che continuano a fare come nulla fosse, mentre si programmano canzoni provviste di dedica (e una di queste è anche quella che dà il titolo al film). Pur senza essere esplicitamente condannata, la società ritratta continua così a svolgere la propria vita tenendo a distanza l’orrore delle innumerevoli morti, delle condizioni disumane con le quali i migranti cercano di fuggire dai loro paesi martoriati. Accadesse il contrario, si può intuire, la vita di ogni giorno non sarebbe neppure più possibile, non sarebbe tollerabile. (A parziale smentita di questa mia interpretazione, le parole dello stesso regista, che “collega” l’occhio cieco e quello vedente, anche se lui non mette in evidenza questo particolare, mediante il senso di apprensione, somatizzato da una difficoltà a respirare, in una pressione al cuore, denunciata da Samuele al medico in una scena davvero straordinaria).

Ma alla visione dell’intollerabile si accede per l’appunto riaprendo l’occhio atrofizzato della conoscenza. Rosi ha filmato i cadaveri rinvenuti nelle stive delle barche soccorse in alto mare, è salito con la cinepresa sulle scialuppe piene di uomini quasi completamente disidratati, tremanti, strappati letteralmente alla morte in virtù del caso (se l’avvistamento delle loro imbarcazioni fosse avvenuto mezz’ora più tardi, se le condizioni del mare non l’avessero consentito, non ci sarebbe stata alcuna speranza).

Con grande sobrietà e con un linguaggio asciutto, ossia asciugato da ogni tentazione retorica, Fuocoammare mostra sia ciò che “è”, sia il meccanismo di rimozione mediante il quale stiamo coprendo, ormai da anni, una delle più grandi tragedie della nostra storia recente. Un film necessario, che dovrebbe essere visto soprattutto da tutti quelli che, in modo vergognoso, parlano a vanvera di “respingimenti” senza sapere di cosa, e soprattutto di chi, stanno parlando.

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La bulimia del ricordo

Bombenjahre

Adottando la prospettiva di Friedrich Nietzsche aperta nella seconda delle sue considerazioni inattuali, è fuori discussione che in Sudtirolo la felicità, parliamo di quella pubblica, non è praticamente possibile. Scriveva il filosofo tedesco (Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben): “È sempre una cosa sola quella per cui la felicità diventa felicità: il poter dimenticare o, con espressione più dotta, la capacità di sentire, mentre essa dura, in modo non storico. Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigine e paura come una dea della vittoria, non saprà mai cos’è la felicità, e ancor peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri”.

In Sudtirolo l’incapacità di stare ritti sul punto del presente, senza provare vertigine o paura, è talmente diffusa da non consentire varchi sufficienti verso l’ignoto. L’ultimo esempio di quella che può essere a buon diritto considerata una vera patologia della memoria, devastante bulimia del ricordo coltivata con forsennata dedizione, ci è dato dallo spettacolo in programmazione al Teatro Comunale di Bolzano, fino a domani, dedicato agli anni delle bombe, della violenza separatista e della repressione da parte dello Stato.

La critica che sto esprimendo non riguarda in particolare gli aspetti formali della rappresentazione, le scelte del regista in rapporto alla messa in scena del soggetto trattato. A destare un senso di spossatezza, di noia, persino di nausea, è la stessa esigenza di scavare ancora in un terreno perlustrato infinite volte, ruminando su quegli anni ormai fortunatamente lontani come se fosse veramente possibile cavarvi qualcosa di decisivo per la nostra vita attuale. Si obietterà: ma non sarebbe peggio dimenticare, obliare il passato e consegnarci così a un avvenire inconsapevole delle proprie radici? Praticare la memoria dei nostri sbagli non è il modo più efficace per non ripeterli? Certo, la cura dei ricordi è essenziale e può rappresentare un’ottima terapia preventiva. Ma se poi quei ricordi vengono continuamente ripresi, soppesati, rivoltati e quindi ammassati davanti alla porta del futuro, è inevitabile che non riusciremo mai a fare un passo in avanti.

Se c’è una cosa di cui abbiamo urgente bisogno, nella nostra provincia, è ritrovare lo slancio per guardare oltre i nostri confini, interessandoci ad altre storie che non siano sempre e solo la nostra. Ogni tanto una piccola vacanza, in senso non solo spaziale, eviterebbe almeno il rischio di soffocare.

Corriere dell’Alto Adige, 23 febbraio 2016

Se rinascono le frontiere

Brennero migrante

Purtroppo non è andata come molti di noi speravano. Prima data in modo confuso, contraddittorio, allarmato e allarmante, adesso la notizia è che al Brennero, com’è già accaduto a Spielfeld, il piccolo comune al confine tra Austria e Slovenia, verrà allestita una barriera per contenere il flusso dei profughi. Si tratta della rivelazione che straccia un’illusione cullata a lungo. Recuperandone la nobile espressione originaria, risalente al testo del Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli, parliamo ovviamente della “definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. A ben guardare un processo sempre e solo annunciato, quindi regolarmente smentito soprattutto allorché ci è parso scontato.

In uno dei libri più belli usciti l’anno scorso, dedicato in modo esplicito a capire l’essenza del tempo drammatico che stiamo vivendo, Alessandro Leogrande ha scritto: “Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincide con la possibilità di finire da una parte o rimanere dall’altra” (La frontiera, Feltrinelli, pag. 40). Questa mobile serie di punti può ondeggiare, avanzare e ritrarsi sul mare davanti a un’isola del Mediterraneo, condannando a morte di migliaia di persone, oppure concentrarsi in una sbarra che torna a calare lungo un confine sbiadito – ma forse sarebbe meglio dire “rimosso”, in senso freudiano – da tempo. Un confine che, se davvero tornerà a chiudersi, riaprirà qui in Sudtirolo anche una ferita mai rimarginata del tutto. L’importante sarebbe comprendere perché ciò accada sempre di nuovo.

In realtà è il pensiero stesso, oggettivandosi, a tracciare differenze che pongono limiti. Essi possono poi essere visti come passaggi o confini, secondo gradi diversi di porosità, ma l’attività stessa del delimitare è sempre alla ricerca di nuovi bastioni. Una politica sagace tenderà ovviamente a rendere una tale dinamica sfumata, mai definitiva e perciò razionale. Chi invece adotterà come criterio del proprio agire il sentimento della paura, della diffidenza o persino del rancore inclinerà alla chiusura e all’esclusione. Interrogato dal quotidiano Dolomiten su quanto sta avvenendo, Elmar Thaler (comandante degli Schützen sudtirolesi) ha risposto: “Se il Tirolo potesse agire di comune accordo, lo steccato lo potremmo mettere ad Ala”. Conservando alte barriere dentro la propria testa, il problema si riduce a dove piazzarle nel mondo.

Corriere dell’Alto Adige, 13 febbraio 2016

Le cellule del fare

Tiepolo

Da un po’ di tempo a Bolzano si respira un’atmosfera strana, una sorta di lieto abbandono ai piaceri della post-politica. E già fioriscono aneddoti. Uno me l’ha raccontato un consigliere provinciale e riguarda per l’appunto il protagonista di questa nuova stagione: il commissario Michele Penta. “Passeggiavo per il centro – mi ha detto quel consigliere – quando ho visto il commissario chinarsi a raccogliere un sampietrino scalzato e rimetterlo a posto con un gesto di semplice ma efficace significato civile”. Se il gesto fosse stato filmato sarebbe diventato sicuramente “virale”, per citare il gergo in uso tra i frequentatori dei social network.

La disponibilità fattiva con la quale Penta sta conquistando il favore dei bolzanini è comprensibile solo sullo sfondo di una delusione generalizzata. Non solo nei confronti del cosiddetto mondo della politica, senz’altro incrostato da consuetudini respingenti, ma della stessa elementare voglia di farla. Non bisogna perciò rallegrarsene troppo. Allorché la politica viene percepita come stanco e infruttuoso dibattere, e le assemblee preposte all’esercizio del potere legislativo appaiono “sorde” e “grigie”, è logico che riemerga il periodico desiderio di vedere in azione qualcuno operante al di sopra della mischia, magari per discendere là in basso un minuto dopo, a tumulto placato, riparando finalmente il manto della strada o promettendo un referendum per decidere su ciò che pareva indecidibile o in tutt’altro modo deciso.

Più che a questa falsa aria di primavera, è allora agli sparuti gruppi di cittadini ancora capaci di organizzarsi, trovarsi e discutere di un futuro comune che bisognerebbe guardare per dissolvere la piacevole, ma anche del tutto ingannevole tendenza post-politica poc’anzi descritta. Se infatti è purtroppo vero che i partiti hanno quasi completamente smarrito la capacità di alimentare il tessuto partecipativo che rappresenta l’habitat della “democrazia”, la rigenerazione di tale tessuto è affidata a qualsiasi iniziativa capace di trasformare la sterile chiacchiera modulata quasi sempre in commenti lamentosi in autentiche cellule di azioni possibili.

Sarà possibile osservare istanze di questo tipo prima dei prossimi appuntamenti elettorali? Dobbiamo sperarlo con tutto il cuore. Essenziale, comunque, è approfittare di ogni occasione di discussione, magari spegnendo il pc e uscendo di casa per stabilire contatti e vincoli altrimenti destinati a evaporare con la facilità di un clic.

Corriere dell’Alto Adige, 2 febbraio 2016