Oltre

Non so bene come spiegarlo, ma a me sembra che ormai siamo “oltre”. Oltre la possibilità di immaginarci qualcosa di positivo connesso alla sua sparizione (mi auguro politica ancor prima che fisica). Tutti sono più o meno convinti che ormai siamo giunti alla fine, che non tarderà molto il momento in cui questa penosa stagione si chiuderà per sempre. Il momento in cui, soprattutto, all’ingombro della sua presenza comincerà a sostituirsi l’ingombro del suo ricordo (qui penso a una digestione particolarmente lenta e faticosa). Eppure, nonostante questa convinzione, prevale la sensazione che dopo non sarà meglio. Tutti i problemi non risolti, incancrenitisi fino al livello di una evidente necrosi, continueranno a non essere risolti, a opprimerci per anni, forse per decenni. E a chi li dovrebbe risolvere, questa la cosa più dolorosa, rimarrà appiccicato addosso persino l’odore nauseante appreso da questi anni, lunghissimi anni, maturati in un infruttuoso, triste, disperante accanimento contro di lui. Occorrerebbe una svolta logicamente impossibile. Che qualcuno o qualcosa potesse compiere il miracolo di riuscire a farlo non essere stato.

Chiusa, città aperta

Klausen-Chiusa, il piccolo centro della Valle Isarco famoso per il monastero di Sabiona e per l’incisione di Albrecht Dürer intitolata “Nemesis”, non è fortunatamente fedele al suo nome che potrebbe suggerire un luogo di ristrette vedute. Da qualche tempo, infatti, un’intelligente amministrazione, basata sul principio dell’accoglienza e del riconoscimento dei nuovi cittadini d’origine straniera che vi risiedono o vi lavorano, l’ha reso teatro d’iniziative culturali alle quali può rivolgersi con simpatia e fiducia chiunque non si accontenti di seguire a distanza gli astratti dibattiti su integrazione e multiculturalismo, ma voglia conoscere chi sono questi nuovi concittadini venuti da posti lontani, incontrarli realmente e guardarli negli occhi.

Se in questi giorni capiterete da quelle parti, allora, non perdete l’occasione di visitare il Museo Civico. Là, fino all’inizio di novembre, è possibile ammirare la mostra fotografica di Giovanni Melillo Kostner e dell’antropologa Martha Jiménez Rosano. Troverete una galleria di bellissimi ritratti che lasciano affiorare mediante la forza poetica di chi li ha compiuti ciò che si sottrae alla casualità di una semplice serie di scatti. Le figure occupano tutte uno spazio concreto, le vie e le piazze di Chiusa non risultano così un semplice sfondo, ma offrono la collocazione necessaria e per così dire la scena privilegiata di un racconto che interpreta la città nel suo ruolo di ambiente disponibile a prendere forma in base a chi desidera abitarlo. In questo senso anche il museo si trasforma con consapevolezza programmatica in uno spazio aperto, dando vita a un’azione di sollecitazione e d’intersezione tra dimensioni che solitamente (ed erroneamente) riteniamo in contrasto: dentro e fuori, tradizione e innovazione, indigeno e straniero.

Qualche giorno fa, partecipando a un incontro organizzato a Bressanone per discutere della relazione tra arte e sviluppo urbano, Antonio Lampis, il direttore della ripartizione cultura italiana della Provincia, aveva opportunamente richiamato l’attenzione sul rischio connaturato ad ogni iniziativa basata sulla promozione delle “bellezze locali”: quello di puntare in modo poco avvertito a imprigionarne il carattere e le possibilità di fruizione nella loro immagine stereotipata e da cartolina. È l’errore compiuto da moltissime e celebratissime “città d’arte” italiane, trasformate in asettici contenitori di sensazioni prefabbricate e invariabili, fino a staccarle quasi irrimediabilmente dal flusso vitale che le aveva plasmate nel tempo rendendole uniche. Chiusa sembra aver compreso la portata immiserente di un tale processo e la mostra della quale ho parlato è un tangibile segno di resistenza: sia etica sia estetica.

Corriere dell’Alto Adige, 29 settembre 2011 (Una resistenza estetica ma anche etica)

A caval Donato

Beh, stavolta mi risulta difficile non sorridere compiaciuto per l’azione di Donato (Donatone) Seppi, il consigliere provinciale di Unitalia (insomma, un fascistone doc), noto al pubblico della politica locale per le sue azioni a favore del mantenimento di tutti i simboli del ventennio e per altre amenità connesse alla (molto presunta) difesa del gruppo linguistico italiano che vive in provincia.

Bene. Ma dunque cos’ha fatto stavolta (ed eccezionalmente) Donatone di buono? Mentre da qualche giorno qui quasi tutti si affannano a festeggiare Durnwalder con regali uno più ridicolo dell’altro (abbiamo già parlato dell’intitolazione della biblioteca universitaria, leggo adesso del progetto di una statua…), lui ha avuto l’idea di donare al presidente un cavallino di legno. Un cavallino a dondolo, per la precisizione, di quelli che in genere si regalano ai bambini (come noto Durnwalder è anche diventato da poco padre). Vale la pena riportare la lettera che accompagna questo insolito regalo:

Carissimo presidente, in attesa che tu possa essere gratificato dai posteri dalla realizzazione di una tua “immagine equestre”, atta a tramandare nei secoli la tua gloriosa storia, ti porgo questo omaggio in occasione del tuo settantesimo compleanno. Auspicando che nel frattempo, giocando con la tua stupenda bambina, tu possa mitigare la tua innegabile gelosia nei confronti dei bassorilievi che ritraggono, sempre su “cavalli ambiziosi”, altri importanti personaggi del nostro passato.

Eja, Eja, Eja, Alalà!

Tuo, Donato.

 

Fare ancora / Weiter machen (Nota del traduttore)

 

Mercoledì prossimo, a Bolzano (Piazza Walther, ore 18:00), sarà presentato il libro (edizioni alphabeta) su Alexander Langer che raccoglie alcune testimonianze di chi l’ha conosciuto, seguito o anche semplicemente eletto a figura guida per costruire un Sudtirolo diverso (L’impegno per un altro Sudtirolo è il titolo dell’introduzione al libro, curata da Carlo Romeo e Poldi Steurer). Io ho avuto l’onore di curare la traduzione del suo ABC Südtirol (altrimenti noto come Offenes Werk) che non era ancora apparso in lingua italiana. Di seguito pubblico qui la mia personale “Nota del traduttore”.

***

Ogni traduzione di un testo di Alexander Langer da una delle sue due lingue nell’altra lingua (lingua che dunque definiamo “altra” non per lui) pone sulle spalle di qualsiasi traduttore un peso in più. Non ci s’immagina infatti solo che egli l’avrebbe fatto meglio, è del tutto evidente che sia così, ma si percepisce anche distintamente la mancanza incolmabile di una versione pensata magari in modo diverso (quindi mai semplicemente “traducibile”) e proprio per questo del tutto “fedele” all’originale.

Del resto, a rendere la cosa ancora più difficile e delicata, occorre poi citare la particolare responsabilità nel dover tradurre le parole di un “traduttore”, cioè di una persona da sempre (e per sempre) calata all’interno di un’attitudine non solo estemporanea o casuale nei confronti di questo “mestiere” (e s’intenda qui la parola “mestiere” al modo di Cesare Pavese, cioè in un senso profondamente esistenziale, come se nel caso di Langer, insomma, il “mestiere di tradurre” fosse tutt’uno con il “mestiere di vivere”): “Ho avuto la fortuna di svolgere, nel corso del tempo, attività e mestieri abbastanza diversi, e di non identificarmi con alcuni di essi al punto da assumere il ruolo e di dover pensare di continuarlo per sempre. E sono contento di possedere una carta di riserva che già varie volte mi è tornata utile anche per campare: traduco (volentieri), il che non è altro che un aspetto di quell’attività di ponte tra mondo tedesco e italiano cui non potrò più sfuggire”[1]. Sono parole di grande speranza e fiducia, queste. Parole che potremmo e anzi dovremmo sempre contrapporre a quelle di Robert Musil, scritte in un articolo pubblicato col titolo Heilige Zeit nella Soldaten-Zeitung del 31 dicembre 1916: “La diversità delle lingue è il muro alto e massiccio attraverso il quale solo pochi varchi portano da popolo a popolo. Gli uni non vedono ciò che succede dall’altra parte, e se in tempi normali non sospettano subito il peggio, in un momento di emozione si lasciano facilmente convincere che di là si mangiano i bambini”[2]. Chi, più di Langer, ha contribuito ad aprire e riaprire varchi tra popolo e popolo anche nei momenti di più alta emozione conflittuale? Chi, più di lui, ha cercato di permettere a chi si trovava confinato al di qua o al di là di quel muro alto e massiccio di vedere quello che accadeva dall’altra parte?

Tesa come un ponte tra mondo tedesco e italiano (quindi tra il “proprio” e l’“estraneo” di una relazione irriducibile a una di queste due “sponde”) l’attività del Langer “traduttore” esemplifica così con un gesto molto più largo la sua disposizione a farsi inesausto animatore di un colloquio (Zwiesprache) che, con le parole di Walter Benjamin, steht (…) mitten zwischen Dichtung und Lehre, sta a metà fra poesia e dottrina[3]. Senza ovviamente tralasciare la quotidianità di un Tun, cioè di un fare, di un operare all’interno di un concreto spazio d’incontro. Imprescindibile e riassuntiva, a questo proposito, l’immagine del San Cristoforo, il patrono dei traghettatori, da Langer forse anche visto come colui che invita a tradurre noi stessi (übersetzen, nella duplicità di questo movimento, a seconda che l’accento cada sul prefisso “über” o sul verbo “setzen”) in una nuova e plurale dimensione di senso[4].

 * * *

Il testo tedesco di Südtirol ABC è comparso per la prima volta in versione integrale nel volume antologico di Alexander Langer, a cura di Siegfried Baur e Riccardo Dello Sbarba, intitolato Aufsätze zu Südtirol / Scritti sul Sudtirolo 1978-1995 (Alpha & Beta, Merano 1996, pp. 305-355). I curatori lo presentarono così: “Cominciato come una bozza di capitolo da inserire nel libro sulle opzioni del 1939 di Reinhold Messner (uscito poi presso la Piper Verlag sotto il titolo “Option 1939”), questo Südtirol ABC è rimasto fino ad oggi un frammento mai pubblicato. Alexander Langer ci ha lavorato intensamente fino all’agosto del 1988, poi lo ha più volte ripreso e rimaneggiato, ma mai terminato”. Delle 134 voci progettate, la stesura conclusiva ne presenta 43. Alcune evidenziano una trattazione più articolata, altre possono essere considerate come un semplice schizzo, anche se dai contorni ben definiti. Ogni voce è poi seguita da un rinnovato elenco di termini chiave che il testo precedente ha contribuito ad evidenziare in vista dell’elaborazione successiva. Possiamo perciò dire che Südtirol ABC sia stato concepito alla maniera di un ipertesto, vale a dire come una rete orientata all’approfondimento di nodi tematici sempre ulteriori. Il suo carattere di opera “non finita” è programmatico, la sua incompiutezza “voluta”. Non è forse un caso allora che l’ultima voce scritta da Langer sia Jugend (“giovani”). A loro, come a qualcuno destinato ancora a crescere e mutare, sembrano rivolte in particolare queste poche ma preziose pagine.

La presente traduzione costituisce la prima versione completa di questo “frammento” (altrimenti definito come Offenes Werk, Opera Aperta) in lingua italiana. Nel congedarla ringrazio di cuore Valentino Liberto, autore anche delle note esplicative in margine al testo, e Gianluca Trotta per gli indispensabili suggerimenti che mi hanno dato durante il “colloquio” che ha accompagnato la sua stesura. 


[1] Cfr.: http://www.alexanderlanger.org/it/75/55. Su Langer “traduttore” si veda anche il capitolo “Übersetzen” nel volume di Florian Kronbichler Was gut war. Ein Alexander-Langer-Abc, Raetia, Bolzano 2005, pp. 121-126.

[2] R. Musil, La guerra parallela, Nicolodi, Rovereto, Trento 2003, pp. 74-75.

[3] W. Benjamin, Die Aufgabe des Übersetzers, ora in: W. Benjamin, Gesammelte Schriften, Band IV, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1972, p. 17. Sul tema del tradurre come particolare problema filosofico e sulla rilevanza del termine “Zwiesprache” per lo statuto della traduzione, cfr.: Gino Giometti, Martin Heidegger. Filosofia della traduzione, Quodlibet,  Macerata 1995.

[4] Ho cercato di esplicitare l’immagine del San Cristoforo langeriano in relazione all’attività della traduzione in un intervento pubblico tenuto a Bolzano il 2 luglio 2011 nell’ambito della manifestazione “Sulle orme di Ulisse” organizzata dal Teatro Cristallo. [link