Oltre

Non so bene come spiegarlo, ma a me sembra che ormai siamo “oltre”. Oltre la possibilità di immaginarci qualcosa di positivo connesso alla sua sparizione (mi auguro politica ancor prima che fisica). Tutti sono più o meno convinti che ormai siamo giunti alla fine, che non tarderà molto il momento in cui questa penosa stagione si chiuderà per sempre. Il momento in cui, soprattutto, all’ingombro della sua presenza comincerà a sostituirsi l’ingombro del suo ricordo (qui penso a una digestione particolarmente lenta e faticosa). Eppure, nonostante questa convinzione, prevale la sensazione che dopo non sarà meglio. Tutti i problemi non risolti, incancrenitisi fino al livello di una evidente necrosi, continueranno a non essere risolti, a opprimerci per anni, forse per decenni. E a chi li dovrebbe risolvere, questa la cosa più dolorosa, rimarrà appiccicato addosso persino l’odore nauseante appreso da questi anni, lunghissimi anni, maturati in un infruttuoso, triste, disperante accanimento contro di lui. Occorrerebbe una svolta logicamente impossibile. Che qualcuno o qualcosa potesse compiere il miracolo di riuscire a farlo non essere stato.

Chiusa, città aperta

Klausen-Chiusa, il piccolo centro della Valle Isarco famoso per il monastero di Sabiona e per l’incisione di Albrecht Dürer intitolata “Nemesis”, non è fortunatamente fedele al suo nome che potrebbe suggerire un luogo di ristrette vedute. Da qualche tempo, infatti, un’intelligente amministrazione, basata sul principio dell’accoglienza e del riconoscimento dei nuovi cittadini d’origine straniera che vi risiedono o vi lavorano, l’ha reso teatro d’iniziative culturali alle quali può rivolgersi con simpatia e fiducia chiunque non si accontenti di seguire a distanza gli astratti dibattiti su integrazione e multiculturalismo, ma voglia conoscere chi sono questi nuovi concittadini venuti da posti lontani, incontrarli realmente e guardarli negli occhi.

Se in questi giorni capiterete da quelle parti, allora, non perdete l’occasione di visitare il Museo Civico. Là, fino all’inizio di novembre, è possibile ammirare la mostra fotografica di Giovanni Melillo Kostner e dell’antropologa Martha Jiménez Rosano. Troverete una galleria di bellissimi ritratti che lasciano affiorare mediante la forza poetica di chi li ha compiuti ciò che si sottrae alla casualità di una semplice serie di scatti. Le figure occupano tutte uno spazio concreto, le vie e le piazze di Chiusa non risultano così un semplice sfondo, ma offrono la collocazione necessaria e per così dire la scena privilegiata di un racconto che interpreta la città nel suo ruolo di ambiente disponibile a prendere forma in base a chi desidera abitarlo. In questo senso anche il museo si trasforma con consapevolezza programmatica in uno spazio aperto, dando vita a un’azione di sollecitazione e d’intersezione tra dimensioni che solitamente (ed erroneamente) riteniamo in contrasto: dentro e fuori, tradizione e innovazione, indigeno e straniero.

Qualche giorno fa, partecipando a un incontro organizzato a Bressanone per discutere della relazione tra arte e sviluppo urbano, Antonio Lampis, il direttore della ripartizione cultura italiana della Provincia, aveva opportunamente richiamato l’attenzione sul rischio connaturato ad ogni iniziativa basata sulla promozione delle “bellezze locali”: quello di puntare in modo poco avvertito a imprigionarne il carattere e le possibilità di fruizione nella loro immagine stereotipata e da cartolina. È l’errore compiuto da moltissime e celebratissime “città d’arte” italiane, trasformate in asettici contenitori di sensazioni prefabbricate e invariabili, fino a staccarle quasi irrimediabilmente dal flusso vitale che le aveva plasmate nel tempo rendendole uniche. Chiusa sembra aver compreso la portata immiserente di un tale processo e la mostra della quale ho parlato è un tangibile segno di resistenza: sia etica sia estetica.

Corriere dell’Alto Adige, 29 settembre 2011 (Una resistenza estetica ma anche etica)

A caval Donato

Beh, stavolta mi risulta difficile non sorridere compiaciuto per l’azione di Donato (Donatone) Seppi, il consigliere provinciale di Unitalia (insomma, un fascistone doc), noto al pubblico della politica locale per le sue azioni a favore del mantenimento di tutti i simboli del ventennio e per altre amenità connesse alla (molto presunta) difesa del gruppo linguistico italiano che vive in provincia.

Bene. Ma dunque cos’ha fatto stavolta (ed eccezionalmente) Donatone di buono? Mentre da qualche giorno qui quasi tutti si affannano a festeggiare Durnwalder con regali uno più ridicolo dell’altro (abbiamo già parlato dell’intitolazione della biblioteca universitaria, leggo adesso del progetto di una statua…), lui ha avuto l’idea di donare al presidente un cavallino di legno. Un cavallino a dondolo, per la precisizione, di quelli che in genere si regalano ai bambini (come noto Durnwalder è anche diventato da poco padre). Vale la pena riportare la lettera che accompagna questo insolito regalo:

Carissimo presidente, in attesa che tu possa essere gratificato dai posteri dalla realizzazione di una tua “immagine equestre”, atta a tramandare nei secoli la tua gloriosa storia, ti porgo questo omaggio in occasione del tuo settantesimo compleanno. Auspicando che nel frattempo, giocando con la tua stupenda bambina, tu possa mitigare la tua innegabile gelosia nei confronti dei bassorilievi che ritraggono, sempre su “cavalli ambiziosi”, altri importanti personaggi del nostro passato.

Eja, Eja, Eja, Alalà!

Tuo, Donato.

 

Fare ancora / Weiter machen (Nota del traduttore)

 

Mercoledì prossimo, a Bolzano (Piazza Walther, ore 18:00), sarà presentato il libro (edizioni alphabeta) su Alexander Langer che raccoglie alcune testimonianze di chi l’ha conosciuto, seguito o anche semplicemente eletto a figura guida per costruire un Sudtirolo diverso (L’impegno per un altro Sudtirolo è il titolo dell’introduzione al libro, curata da Carlo Romeo e Poldi Steurer). Io ho avuto l’onore di curare la traduzione del suo ABC Südtirol (altrimenti noto come Offenes Werk) che non era ancora apparso in lingua italiana. Di seguito pubblico qui la mia personale “Nota del traduttore”.

***

Ogni traduzione di un testo di Alexander Langer da una delle sue due lingue nell’altra lingua (lingua che dunque definiamo “altra” non per lui) pone sulle spalle di qualsiasi traduttore un peso in più. Non ci s’immagina infatti solo che egli l’avrebbe fatto meglio, è del tutto evidente che sia così, ma si percepisce anche distintamente la mancanza incolmabile di una versione pensata magari in modo diverso (quindi mai semplicemente “traducibile”) e proprio per questo del tutto “fedele” all’originale.

Del resto, a rendere la cosa ancora più difficile e delicata, occorre poi citare la particolare responsabilità nel dover tradurre le parole di un “traduttore”, cioè di una persona da sempre (e per sempre) calata all’interno di un’attitudine non solo estemporanea o casuale nei confronti di questo “mestiere” (e s’intenda qui la parola “mestiere” al modo di Cesare Pavese, cioè in un senso profondamente esistenziale, come se nel caso di Langer, insomma, il “mestiere di tradurre” fosse tutt’uno con il “mestiere di vivere”): “Ho avuto la fortuna di svolgere, nel corso del tempo, attività e mestieri abbastanza diversi, e di non identificarmi con alcuni di essi al punto da assumere il ruolo e di dover pensare di continuarlo per sempre. E sono contento di possedere una carta di riserva che già varie volte mi è tornata utile anche per campare: traduco (volentieri), il che non è altro che un aspetto di quell’attività di ponte tra mondo tedesco e italiano cui non potrò più sfuggire”[1]. Sono parole di grande speranza e fiducia, queste. Parole che potremmo e anzi dovremmo sempre contrapporre a quelle di Robert Musil, scritte in un articolo pubblicato col titolo Heilige Zeit nella Soldaten-Zeitung del 31 dicembre 1916: “La diversità delle lingue è il muro alto e massiccio attraverso il quale solo pochi varchi portano da popolo a popolo. Gli uni non vedono ciò che succede dall’altra parte, e se in tempi normali non sospettano subito il peggio, in un momento di emozione si lasciano facilmente convincere che di là si mangiano i bambini”[2]. Chi, più di Langer, ha contribuito ad aprire e riaprire varchi tra popolo e popolo anche nei momenti di più alta emozione conflittuale? Chi, più di lui, ha cercato di permettere a chi si trovava confinato al di qua o al di là di quel muro alto e massiccio di vedere quello che accadeva dall’altra parte?

Tesa come un ponte tra mondo tedesco e italiano (quindi tra il “proprio” e l’“estraneo” di una relazione irriducibile a una di queste due “sponde”) l’attività del Langer “traduttore” esemplifica così con un gesto molto più largo la sua disposizione a farsi inesausto animatore di un colloquio (Zwiesprache) che, con le parole di Walter Benjamin, steht (…) mitten zwischen Dichtung und Lehre, sta a metà fra poesia e dottrina[3]. Senza ovviamente tralasciare la quotidianità di un Tun, cioè di un fare, di un operare all’interno di un concreto spazio d’incontro. Imprescindibile e riassuntiva, a questo proposito, l’immagine del San Cristoforo, il patrono dei traghettatori, da Langer forse anche visto come colui che invita a tradurre noi stessi (übersetzen, nella duplicità di questo movimento, a seconda che l’accento cada sul prefisso “über” o sul verbo “setzen”) in una nuova e plurale dimensione di senso[4].

 * * *

Il testo tedesco di Südtirol ABC è comparso per la prima volta in versione integrale nel volume antologico di Alexander Langer, a cura di Siegfried Baur e Riccardo Dello Sbarba, intitolato Aufsätze zu Südtirol / Scritti sul Sudtirolo 1978-1995 (Alpha & Beta, Merano 1996, pp. 305-355). I curatori lo presentarono così: “Cominciato come una bozza di capitolo da inserire nel libro sulle opzioni del 1939 di Reinhold Messner (uscito poi presso la Piper Verlag sotto il titolo “Option 1939”), questo Südtirol ABC è rimasto fino ad oggi un frammento mai pubblicato. Alexander Langer ci ha lavorato intensamente fino all’agosto del 1988, poi lo ha più volte ripreso e rimaneggiato, ma mai terminato”. Delle 134 voci progettate, la stesura conclusiva ne presenta 43. Alcune evidenziano una trattazione più articolata, altre possono essere considerate come un semplice schizzo, anche se dai contorni ben definiti. Ogni voce è poi seguita da un rinnovato elenco di termini chiave che il testo precedente ha contribuito ad evidenziare in vista dell’elaborazione successiva. Possiamo perciò dire che Südtirol ABC sia stato concepito alla maniera di un ipertesto, vale a dire come una rete orientata all’approfondimento di nodi tematici sempre ulteriori. Il suo carattere di opera “non finita” è programmatico, la sua incompiutezza “voluta”. Non è forse un caso allora che l’ultima voce scritta da Langer sia Jugend (“giovani”). A loro, come a qualcuno destinato ancora a crescere e mutare, sembrano rivolte in particolare queste poche ma preziose pagine.

La presente traduzione costituisce la prima versione completa di questo “frammento” (altrimenti definito come Offenes Werk, Opera Aperta) in lingua italiana. Nel congedarla ringrazio di cuore Valentino Liberto, autore anche delle note esplicative in margine al testo, e Gianluca Trotta per gli indispensabili suggerimenti che mi hanno dato durante il “colloquio” che ha accompagnato la sua stesura. 


[1] Cfr.: http://www.alexanderlanger.org/it/75/55. Su Langer “traduttore” si veda anche il capitolo “Übersetzen” nel volume di Florian Kronbichler Was gut war. Ein Alexander-Langer-Abc, Raetia, Bolzano 2005, pp. 121-126.

[2] R. Musil, La guerra parallela, Nicolodi, Rovereto, Trento 2003, pp. 74-75.

[3] W. Benjamin, Die Aufgabe des Übersetzers, ora in: W. Benjamin, Gesammelte Schriften, Band IV, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1972, p. 17. Sul tema del tradurre come particolare problema filosofico e sulla rilevanza del termine “Zwiesprache” per lo statuto della traduzione, cfr.: Gino Giometti, Martin Heidegger. Filosofia della traduzione, Quodlibet,  Macerata 1995.

[4] Ho cercato di esplicitare l’immagine del San Cristoforo langeriano in relazione all’attività della traduzione in un intervento pubblico tenuto a Bolzano il 2 luglio 2011 nell’ambito della manifestazione “Sulle orme di Ulisse” organizzata dal Teatro Cristallo. [link

Santo subito

A quanto pare in Sudtirolo i processi di canonizzazione sono rapidissimi. Luis Durwalder compie settant’anni e alle molte iniziative annunciate per festeggiarlo (cosa comprensibile e legittima) se ne aggiungono anche altre per beatificarlo da vivo (cosa molto meno comprensibile e a mio avviso inopportuna). Rientra tra quest’ultime la decisione di intitolare a suo nome la biblioteca dell’università bolzanina, ratificata all’unanimità dai membri del consiglio dell’ateneo con una procedura che lascia francamente stupiti (tanto che in un primo momento ho addirittura pensato si trattasse di uno scherzo).

Certamente in una biblioteca provvista di cotanto nome adesso non stonerà il volume in uscita per i tipi della casa editrice Styriabooks, curato da Peter Plaikner, ex direttore della Tiroler Tageszeitung, e pomposamente dedicato a Luis Durnwalder: Der Südtiroler und Europäer. “Da un lato – si legge nelle note di presentazione del libro – il Landeshauptmann incarna il successo del modello autonomistico in quanto punto di congiunzione tra il mondo di cultura e lingua tedesca e quello italiano, dall’altro egli rappresenta in modo esemplare la rapidissima apertura della società che è avvenuta nella terra posta tra l’Isarco e l’Adige”. Sono toni che ricordano quasi uno Hegel redivivo alle prese con un secondo Napoleone (come noto, il filosofo parlava dell’imperatore francese nei termini di un individuo “cosmico-storico”). Dubito però che, anche qui, si riesca ad avvertirne la sfumatura involontariamente comica.

Mi sono sempre chiesto se chi viene reso oggetto di ammirazione così plateale riesca ad accorgersi di ciò che questo comporta. Che riesca insomma a non smarrire in una nuvola d’incenso la cognizione della (innanzitutto propria) misura. Attenzione, non sto parlando di una attestazione di stima causata da un apprezzamento circostanziato e sincero. Ma proprio della sistematica e dunque costruita attitudine adulatoria, quella che tende a presentare fatti ed eventi riguardanti un personaggio pubblico in modo eccessivamente benevolo. L’eventualità che si proceda a un confronto appena più rigoroso tra la realtà e la eco di una esaltazione così spropositata rischia di risultare controproducente persino in termini di semplice propaganda.

Ha scritto una volta Giuseppe Pontiggia a proposito della figura del maître à penser, il maestro di saggezza e di vita che qui da noi, mancando un po’ gli uomini di pensiero, potremmo mutuare nella forma del Landesvater (padre della patria): “Genio troppo compreso per meritare di essere capito”. Non sarà che la celebrazione di alcuni politici – per giunta ancora vivi e vegeti – sia il modo più efficace per evitare di capirli?

Il Corriere dell’Alto Adige, 20. 09. 2011 [Un rapido processo di santificazione]

 

Ci tocca riscoprire la politica etnica

Di fronte alle accuse di “buonismo” che ci vengono tranquillamente rivolte dai sedicenti “cattivisti” – in realtà si tratta di emerite teste di cazzo, tutte molto “di classe”, e le riconosci già all’edicola perché hanno un foulard legato al collo e comprano o IL GIORNALE o LIBERO o LA PADANIA – finisce che ci tocca riscoprire il razzismo e tutta quella vecchia politica etnica contro la quale ci siamo incautamente schierati da quando abbiamo deciso d’impegnarci “nel sociale”. Ma non s’inventa mai nulla e basta citare quella famosa e cogitante pagina di Alberto Arbasino (Paesaggi italiani con zombi, Milano 1998, pag. 379):

Rifiutare ogni contatto contaminante con tutti i propri connazionali “storici” insostenibili e intollerabili, e dunque solidarizzare con qualunque nuovo arrivato malgrado i costumi alieni e le religioni inconciliabili?

Salvare qualcosa

salvazióne s. f. [dal lat. tardo salvatio -onis, der. di salvare «salvare»], letter. – Il salvare, il salvarsi, quasi esclusivam. con riferimento alla salvezza dell’anima: Andovvi poi lo Vas d’elezïone, Per recarne conforto a quella fede Ch’è principio alla via di s. (Dante); la grazia che chiedo per me al Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell’anima, è che mi faccia tornar con voi (Manzoni); pregare per la propria s., per la s. eterna; luogo di s., il purgatorio, il paradiso. [Fonte]

Salvare qualcosa perché semplicemente non è possibile salvare tutto. Ma salvare qualcosa anche perché sarebbe un peccato non salvare almeno qualcosa. Peccato più per colui che vorrebbe salvare qualcosa, certo, ma anche un po’ per coloro i quali, alla fine, potrebbero forse approfittare di questa piccola opera di salvazione. 

Arrivano i nostri

Quando eravamo piccoli a un certo punto arrivavano i “nostri”. Li annunciava una nuvola di polvere, là in fondo. E poi lo scalpicciare degli zoccoli, in crescendo. Ma dove sono, chi sono oggi i “nostri”? La sensazione è che siano andati ad abitare definitivamente da un’altra parte. Parecchio lontano da qui. Forse sconfitti, forse dispersi, forse addirittura ignoti a sé stessi. E per sempre. Dobbiamo arrenderci all’idea che non verranno più. 

La versione di Terry

Secondo me è istruttivo ascoltarsi bene i ragionamenti di questa prostituta moderna. Terry De Nicolò, una delle molte giovani donne che negli ultimi anni hanno partecipato a frotte alle cosiddette cene “eleganti” del premier (in realtà volgari riunioni organizzate da personaggi squallidi per sollazzare un povero vecchio miliardario dipendente dal sesso e dunque, come lo definì correttamente la ex moglie, malato). È interessante, dicevo, perché qui, senza tanti fronzoli e con una lucidità superiore a quella, poniamo, di un Sandro Bondi (l’imbelle addetto alla “filosofia dei valori” del Pdl), viene espressa molto bene la filosofia elementare ed esaustiva della cosiddetta “destra di governo” (vero, anche quella di molti esponenti di sinistra alla prova dei fatti non si discosterebbe troppo da questa, a parte la disponibilità di mezzi economici a sostegno, fatto citato anche in modo preciso da Terry De Nicolò). In cosa consiste dunque questo modo di pensare, questa filosofia? Prima di tutto nella divisione del mondo in due categorie: da un lato i furbi, i forti, i “leoni”, che possono, anzi devono con ogni mezzo affermarsi, anche agendo fuori dalle regole, anzi inevitabilmente agendo fuori dalle regole (altrimenti si resta “piccoli”); dall’altro i coglioni, i deboli, le “pecore”, quelli che magari a causa di troppi scrupoli morali o per manifesta inettitudine sono destinati a vivere con 2000 euro al mese e a non godere della vita. Declinata secondo la differenza di genere (che una come Terry De Nicolò riporta con orgoglio a una condizione di “natura immutabile”), colpisce poi il ruolo attribuito alle donne: chi è racchia stia a casa e non rompa i coglioni (ma già Berlusconi, quando citava Rosy Bindi, in fin dei conti ha sempre detto le stesse cose). Finito. Il messaggio è tutto qua. Occorre forse scandalizzarsi?

No. Tutt’altro. Le affermazioni di Terry De Nicolò sono in realtà delle noiose banalità. Non c’è neppure bisogno di scomodare il vecchio darwinismo sociale, ovvero il concetto di “lotta per la vita” che qui verrebbe ridotto a misura di “mignotta” e “mignottaro”. E la bellezza come arma per la supremazia bio-estetica, poi. Con l’avallo teorico del solito Sgarbi, il critico d’arte più citato dagli analfabeti di arte. Ma dove sta allora tutto l’interesse di cui parlavo? Sta esattamente qui (ascoltate bene quello che dice Sallusti, in coda al filmato): Terry De Nicolò ha enunciato con grande precisione tutto quello che c’è da sapere su questi agghiaccianti 17 anni berlusconiani che finalmente ci stiamo lasciando alle spalle. Non è vero, come dice Sallusti, che Berlusconi non è solo questo, che c’è dell’altro, che bisognerebbe fare un’inchiesta per mostrare tutto quell’altro che c’è (certo, all’orrido non c’è limite, e basta immaginarsi un programma televisivo o un articolo di giornale, anzi de IL GIORNALE, dedicati all’elenco dei destinatari della beneficienza di Berlusconi per sudare freddo ed essere aggrediti dai conati di vomito). Purtoppo per lui (ma anche per noi), il fenomeno Berlusconi, il suo stile, il suo mondo, la sua cultura politica e imprenditoriale, insomma tutto ciò che lo riguarda si risolve interamente e coincide esattamente con quanto affermato da questa poverina. Senza nessuno, ma proprio nessuno scarto. E questo è anche il motivo del suo grande successo. Solo questo. Nient’altro che questo. Uscirne fuori sarà tutt’altro che semplice.

 

I fondati timori degli immigrati

Il consigliere provinciale dei Freiheitlichen Sigmar Stocker ha fatto a mio avviso una pessima figura, ieri l’altro, inveendo contro un piccolo gruppo di concittadini “stranieri” (anzi, in prevalenza di concittadine, visto che si trattava di sette donne e un solo uomo) riunitosi a dimostrare pacificamente contro la proposta di legge sull’immigrazione attualmente in discussione a palazzo Widmann. “Siete solo capaci di lamentarvi, in giro ci sono tanti sudtirolesi che hanno problemi più gravi dei vostri, ma loro non vengono qui a manifestare perché sono persone educate”, questo il disarmante contenuto delle sue esternazioni. “Sputano nel piatto in cui mangiano”, la deleteria conclusione. Purtroppo non si tratta di parole dette senza riflettere, sulle quali si potrebbe eventualmente sorvolare. Esse corrispondono a un pensiero assai strutturato e tenace, temo addirittura molto diffuso, ed è dunque necessario spendere un paio di considerazioni al riguardo.

 Il motto che informa lo spirito della legge intitolata all’integrazione degli stranieri suona “promuovere ed esigere”. Nella sua relazione di minoranza, letta in Consiglio e poi pubblicata sul suo blog personale, Riccardo Dello Sbarba ha parlato però di “Fordern und Fördern”, pretendere e sostenere, significativamente messi in quest’ultimo ordine di precedenza. Qui si sente fortemente la mancanza di un terzo concetto. Quello di “Anerkennen”, riconoscere. Riconoscere è un verbo più sfuggente di quel che sembra a prima vista e contiene parecchie sfumature, tutte importanti per il discorso che stiamo facendo. Quelle che c’interessano di più sono rese così dal vocabolario on line della Treccani: “Conoscere una persona o cosa quale è realmente, nella sua essenza o in una sua qualità”; ma anche: “Dichiarare di conoscere, considerare valido e operante, accettare o ammettere ufficialmente o apertamente”; infine, adottando la forma riflessiva: “Sentirsi partecipe, consenziente”. Riconoscere significa insomma ammettere il contributo fondamentale di ciò che stiamo “riconoscendo”, è un gesto di apertura e di fiducia preliminare, indispensabile per collocare in un più giusto contesto qualsiasi “promozione” ed “esigenza” che potremmo adottare in seguito (e solo in seguito).

 Chi invece approva l’impostazione secondo la quale “gli stranieri sputano nel piatto in cui mangiano” non è disposto a riconoscere alcunché, ma al contrario si aspetta una forma di “riconoscenza” a fondo perduto. In questo caso però non si può dare alcuna effettiva partecipazione o un reale consenso: solo passiva accettazione dell’esistente e alle condizioni poste dall’esistente. “Senza di noi niente di noi”: lo slogan scelto da quei manifestanti ha dimostrato che i loro timori erano purtroppo più che fondati.

Corriere dell’Alto Adige, 17 settembre 2011

Il peggio di noi

Non bisogna stupirsi se, tentando di salvare il meglio di “noi”, poi si finisce per dare il peggio di “noi”. È così che torna di moda la vecchia pena del contrappasso. Prendiamo Pius Leitner, il patriottico leader dei Freiheitlichen locali. Ecco una sua dichiarazione recente: “Lo stesso impero romano cadde a causa dell’immigrazione e del fatto che si era persa la volontà di lottare per la propria cultura”. Accipicchia. E chi saranno mai stati questi “immigrati” cattivoni che hanno condannato alla rovina l’impero romano? Due ipotesi, entrambe abbastanza divertenti, si affacciano alla memoria. Saranno mica i progenitori di quei “tedeschi”, che i romani chiamavano senza tanti complimenti barbari (proprio barbari: non ceterus), dai quali lo stesso Leitner in un certo senso pensa di provenire? O saranno invece quegli ebrei che si misero a predicare il cristianesimo, cioè la religione che probabilmente Leitner ritiene essere un fondamento del modello di civiltà che egli vorrebbe adesso conservare e difendere dai nuovi intrusi? Ci rifletta, il Leitner: senza quegli “stranieri” capaci allora di affossare Roma, adesso non avremmo neppure un tedesco cattolico al di qua delle Alpi. Un tedesco cattolico come lui, insomma. E non sto affatto dicendo che sarebbe necessariamente un male.

Ma come ha fatto?

Che poi, sapete, il problema non è più nemmeno tanto quello di capire come hanno fatto a credergli, a votarlo, a sostenerlo fino al limite e persino oltre ogni limite dell’umana e disumana decenza. Adesso il vero problema è stabilire cosa ne faremo, di loro, quando cominceranno –  e lo stanno già facendo, uno dopo l’altro – a sfilarsi di dosso la vecchia uniforme e a inveire contro di lui con la stessa identica bava alla bocca che prima riservavano ai suoi nemici. Hai voglia di dire che ERA LUI, il problema. LUI passa. LORO, in gran parte, restano.