Serata Musil (materiali e testi VII)

5. Quarto paragrafo: ironia e statistiche

“Anche la signora e il suo compagno s’erano avvicinati e al di sopra delle teste e delle schiene curve avevano osservato il giacente. Poi si trassero indietro esitanti. La signora provava una sensazione sgradevole nella regione cardiaco-epigastrica, che prese a buon diritto per compassione; era un sentimento indeciso, paralizzante. Dopo un silenzio il signore le disse: – In questi autocarri pesanti che usano qui da noi il freno ha la corsa troppo lunga -. La signora ne ebbe un senso di sollievo e lo ringraziò con un’occhiata attenta. Aveva già sentito talvolta quell’espressione ma non sapeva che cosa fosse la corsa del freno e non desiderava saperlo; le bastava che con ciò l’orribile incidente fosse in qualche modo sistemato e diventasse un problema tecnico che non la riguardava più da vicino. E in quel momento si udì anche il fischio dell’autoambulanza, e la prontezza del suo arrivo riempì di soddisfazione tutti gli astanti. Sono ammirevoli queste istituzioni sociali! L’infortunato fu messo su una barella e introdotto con questa nella vettura. Alcuni uomini indossanti una specie di uniforme si affaccendarono intorno a lui, e l’interno dell’ambulanza, per quel che si poteva scorgere, era nitido e ordinato come una corsia d’ospedale. Si aveva quasi la legittima impressione d’aver assististito a un episodio legale e regolamentare.

-Secondo le statistiche americane, -osservò il signore, -negli Stati Uniti centonovantamila persone all’anno rimangono uccise e quattrocentocinquantamila ferite in incidenti automobilistici.

-Crede che sia morto?- chiese la sua compagna, e aveva ancor sempre l’ingiustificata sensazione di aver vissuto una vicenda eccezionale.

-Spero di no,- rispose il signore. -Quando l’hanno messo nella vettura sembrava proprio vivo”.

Il capitolo, dopo quel che abbiamo letto finora, si chiude in maniera prevedibile: Arnheim e Ermelinda Tuzzi, che sono loro ma non sono loro, non sono in grado di dirci con sicurezza se la vittima dell’incidente sia viva o morta. L’incertezza finale va ad aggiungersi alle indeterminatezze dei paragrafi precedenti, ma anche in questo caso lo fa al termine di un percorso tutt’altro che privo di interesse. Abbiamo visto: osservando la vittima dell’incidente, la  signora prova “una sensazione sgradevole localizzata nella regione cardiaco-epigastrica che prende a buon diritto per compassione”.  A questo punto interviene il signore, che addomestica  il fatto singolo, in questo caso l’incidente stradale, fornendo una generica spiegazione tecnica (“In questi autocarri pesanti che usano qui da noi il freno ha la corsa troppo lunga”) . La signora   non capisce nulla, ma si sente rassicurata: ora che “l’orribile incidente”  è diventato un problema tecnico la faccenda per lei è sistemata, diventa improvvisamente distante, emotivamente neutra. Questo tentativo di neutralizzare l’evento orribile inserendolo in un ordine generale tranquillizzante (De Angelis) viene ripetuto poco più avanti, quando il signore butta lì dei dati statistici che hanno tutta l’aria di essere falsi. Infatti, “150.000 morti e 450.000 feriti l’anno per incidenti automobilistici sono un po’ troppi per l’America del 1913” (De Angelis). L’attualità di questo passaggio è di un’evidenza solare: per molti di noi  non è importante che  una spiegazione tecnica o una statistica siano vere, ma che siano rassicuranti, che siano in grado di addomesticare un evento. La stessa funzione pare avere per Musil  il “soccorso più efficace e autorizzato della Sanità”: molto spesso, osservando un’operazione di primo intervento, non si è in grado di giudicare con sicurezza l’operato degli infermieri (“alcuni uomini con indosso una specie di uniforme”), eppure, ogni volta, “si ha quasi la legittima impressione d’aver assististito a un episodio legale e regolamentare”.

Per chiudere, vi rileggo una frase di questo paragrafo che mi pare esemplare per capire l’ironia musiliana. La frase è questa: “La signora provava una sensazione sgradevole nella regione cardiaco-epigastrica, che prese a buon diritto per compassione”. Non vi spiegherò in che senso questa frase sia ironica. L’ha già fatto  Musil, indirettamente, in un testo brevissimo del 1938: “Ironia è: presentare un clericale in maniera da colpire, oltre a lui, anche un bolscevico; presentare uno scemo in maniera tale che l’autore improvvisamente senta: ma questo in parte sono io. Questa specie di ironia, l’ironia costruttiva, nella Germania odierna è abbastanza sconosciuta. È dal nesso delle cose che essa spunta fuori senza veli”.

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Serata Musil (materiali e testi VI)

4. Seconda parte del terzo paragrafo: l’evento

“I nostri si fermarono all’improvviso vedendo davanti a sé un assembramento. Giá un attimo prima qualcosa era uscito dalle file con una svolta brusca, aveva girato su se stesso, s’era messo di sghembo; era un pesante autocarro frenato di colpo, ora lo si vedeva, inchiodato lì con una ruota sul marciapiede. Come api attorno al buco dell’arnia la gente si era accalcata lasciando un vuoto nel mezzo. E lì stava il camionista sceso dalla cabina, grigio come carta da pacchi, e descriveva con rozzi gesti l’accaduto. Gli sguardi dei sopraggiungenti si posavano su di lui e poi calavano guardinghi verso terra, dove un uomo che giaceva come morto era stato adagiato sull’orlo del marciapiede. A vicenda alcuni si inginocchiarono vicino a lui per fargli qualcosa; gli sbottonarono la giacca e gliela riabbottonarono, cercarono di metterlo in piedi e poi lo ricoricarono; in fondo tutti volevano semplicemente occupare il tempo in attesa del soccorso più efficace e autorizzato della Sanità“.

Abbiamo visto: la grande apertura del capitolo, quella sul tempo, conduce a un  buco di senso, la descrizione dello spazio del secondo paragrafo si risolve in un buco di senso, l’identità dei personaggi finisce in un buco di senso. E adesso? Ora qualcosa accade, un evento irrompe finalmente nello spazio del romanzo, ma è un evento narrativo che scivola rapidamente in un buco di senso. Lo stesso buco di senso, la stessa indeterminatezza cui eravamo arrivati solo implicitamente nelle pagine precedenti riappare qui, ma riappare esplicitamente, sotto forma di immagine. Rileggo: “Come api attorno al buco dell’arnia la gente si era accalcata lasciando un vuoto nel mezzo”. Quel vuoto nel mezzo è l’evento narrativo, un incidente stradale di cui non si sa quasi nulla. Si sa solo che, in seguito all’incidente, “un uomo che giaceva come morto era stato adagiato sull’orlo del marciapiede”. Musil non ci dice che cosa è successo, non ci mostra un fatto. Si limita a raccontarci che cosa diventa quel fatto nelle reazioni degli osservatori: ecco allora i rozzi gesti del camionista e gli sguardi dei sopraggiungenti. Ed ecco infine gli strani comportamenti con i quali i presenti occupano “il tempo in attesa del soccorso più efficace e autorizzato della Sanità”:  alcuni di loro cercano di alzare l’incidentato e poi lo ricoricano, altri gli sbottonano la giacca per poi riabbottonargliela. Fanno qualcosa e immediatamente annullano ciò che hanno appena fatto. Un po’ come la Penelope del mito, tessono una tela e poi la disfano in attesa che arrivi Ulisse.  Questa mobilità vana degli astanti, questa forma particolare di immobilismo in movimento, questo  sbottonare e riabbottonare, é forse una figura del “fortwursteln”. Ma che cos’è il “fortwursteln”, il “tirare a campare”? Franz Werfel, in un passo famosissimo di Aus der Dämmerung einer Welt, ci dice che esso fu uno dei più importanti elementi di coesione dell’impero absburgico: “Una statica saggia e grandiosa, che si manifestò in una magistrale abilità di procrastinare le soluzioni, di scansare e lasciar sbriciolare i conflitti. Questa statica nell’irriverente vocabolario dell’Austriaco fu caratterizzata col concetto classico di fortwursteln”. Naturalmente, ci avverte Claudio Magris, queste parole di Werfel si collocano in pieno “mito absburgico: “Il retrogrado immobilismo viene rivestito di un profondo significato, (…). La lenta impotenza diviene cioé statica grandiosa, si trasforma da causa in rimedio”. Insomma: Werfel tesse un filamento del mito absburgico e Magris lo disfa, Werfel costruisce e Magris decostruisce. Werfel vede una “statica grandiosa” e Magris ci dice che in realtà quella statica grandiosa fu un “retrogrado immobilismo”. E Musil? Che cosa c’entra Musil con tutto questo? Musil c’entra tantissimo, perché si ha l’impressione che nella sua scrittura il punto di vista di Franz Werfel e quello di Claudio Magris convivano senza escludersi. Musil in questo paragrafo ci dà probabilmente un’immagine del “fortwursteln” ma non la mette a fuoco. Egli decostruisce un senso ma alla fine della lettura non si è sicuri se non sia per caso la decostruzione ad avere torto. A volte sembra quasi che la decostruzione abbia meno senso del senso che  intende decostruire. Viene da dire: i gesti degli astanti sono senz’altro ridicoli e non servono all’incidentato, d’accordo, ma in un caso del genere è davvero sbagliato attendere “il soccorso più efficace e autorizzato della Sanità?”.

De Angelis 187: „Di cose finissime di questo e altro genere, è costiuito il romanzo, che enuncia qualcosa come se dovesse essere smentito, lasciando però che sia la smentita ad avere torto“.

Serata Musil (materiali e testi V)

3. Prima parte del terzo paragrafo: i personaggi

„Non diamo dunque particolare importanza al nome della città. Come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose ed eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi; e nell’insieme somigliava a una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche. Le due persone che in essa percorrevano una strada larga e animata non avevano naturalmente questa impressione. Si vedeva che appartenevano a una classe sociale privilegiata, erano signorili nel vestiario, nel contegno e nel modo di conversare, portavano le iniziali del proprio nome significativamente ricamate sulla biancheria; e similmente, cioè non in modo visibile dall’esterno ma nella raffinata biancheria della loro coscienza, essi sapevano chi erano, e sapevano che una città capitale e residenziale era appunto il posto adatto per loro. Supposto che si chiamassero Arnheim e Ermelinda Tuzzi, cosa non vera perché in agosto la signora Tuzzi era ancora ai bagni di Aussee col marito, e il dottor Arnheim a Costantinopoli, resta da risolvere il problema della loro identità. La gente di immaginazione fervida si propone spesso per istrada simili indovinelli, che si sciolgono in un modo curioso, e cioè dimenticandoli; a meno che entro cinquanta passi non ci si ricordi dove si sian già visti quei due”.

Quel che è accaduto nel primo e nel secondo paragrafo con il tempo e con lo spazio, si ripete anche qui con i personaggi. Nella prima parte del terzo paragrafo Musil crea la solita  tensione, una certa attesa, ma questa attesa viene frustrata, delusa. La realtà verso la quale Musil tende la mano per afferrarla riesce sempre a spostarsi un attimo prima che lui la raggiunga. Che cosa succede in concreto? La sua scrittura prepara l’entrata in scena dei personaggi. I personaggi fanno effettivamente il loro ingresso nello spazio del racconto, ma senza „risolvere il problema della loro identità“. Sono loro ma non sono loro. Anzi: potrebbero essere loro ma non è possibile, perché in quel momento non sono lì.

Anche in questo caso siamo in presenza di una tensione che dovrebbe coagularsi in una definizione precisa (l’identità dei personaggi), ma questa definizione si disfa proprio mentre viene tentata. “Il tempo, lo spazio e i personaggi”, sembra suggerirci Musil fin qui, “sono intercambiabili”. Il romanzo nel quale stiamo entrando é un ambiente di parole che sembrano sempre sul punto di organizzarsi in un senso compiuto, ma quel senso non si organizza mai. Quello che qui si racconta accade in una bella giornata di agosto del 1913, ma non sappiamo quale. Sicuramente ci troviamo a Vienna, residenza della Corte, ma potremmo anche trovarci da un’altra parte. I personaggi che animano questo tempo e questo spazio, anche se non sono loro, potrebbero essere Arnheim e Ermelinda Tuzzi. Sicuramente è troppo presto per dirlo, ma la ripetizione insistita di questo movimento può far pensare che il senso della scrittura di Musil sia proprio la perpetuazione della domanda sul senso. Quando accade ciò di cui si sta parlando? Dove ci troviamo? E i personaggi chi sono? Una domanda che viene continuamente frustrata, ma instancabilmente riproposta.

A questo proposito, mi torna in mente un passaggio dell’intervista rilasciata da Musil a Maurus Fontana nel 1926 e pubblicata successivamente nella rivista „Die Literarische Welt“. Lo butto lì senza approfondirlo, perché forse servirà a Andrea in fase di commento. Musil, parlando del romanzo che di lì a pochi anni diventerà L’uomo senza qualità, ma che allora si intitolava ancora La sorella gemella, dice: „(Quello che sto scrivendo) non è un romanzo storico. La spiegazione reale dell’accadere non mi interessa. La mia memoria è cattiva. I fatti per di più sono sempre scambiabili. A me interessa ciò che è spiritualmente tipico, vorrei addirittura dire: la dimensione spettrale dell’accadere“.

Serata Musil (materiali e testi IV)

2. Secondo paragrafo: lo spazio

„Le automobili sbucavano da vie anguste e profonde nelle secche delle piazze luminose. Il nereggiar dei pedoni disegnava cordoni sfioccati. Nei punti dove più intense linee di velocità intersecavano la loro corsa sparpagliata i cordoni si ingrossavano, poi scorrevano più in fretta e dopo qualche oscillazione riprendevano il ritmo regolare. Centinaia di suoni erano attorcigliati in un groviglio metallico di frastuono da cui ora sporgevano ora si ritraevano punte acuminate e spigoli taglienti, e limpide note si staccavano e volavano via. A quel frastuono, senza che se ne possano tuttavia descrivere le caratteristiche, chiunque si fosse trovato lì ad occhi chiusi dopo una lunghissima assenza avrebbe capito di essere nella città capitale di Vienna, residenza della Corte. Le città si riconoscono al passo, come gli uomini. Aprendo gli occhi egli ne avrebbe avuto la conferma dal ritmo del traffico stradale, ancor prima di scoprire qualche particolare significativo. E anche se si fosse sbagliato, poco male. L’importanza esagerata che si dà al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro risale all’età delle orde di nomadi, quando bisognava tener bene a mente dov’erano i terreni da pascolo. Sarebbe interessante sapere perché davanti a un naso rosso ci si contenta di constatare approssimativamente che è rosso, e non si indaga mai di quale rosso si tratti, quantunque lo si possa esprimere esattamente fino al micromillimetro mediante la lunghezza d’onda; mentre in questioni assai più complesse, come quella della città in cui si vive, si vorrebbe sempre sapere precisamente qual è questa città. E ciò distrae l’attenzione dalle cose essenziali“.

Qui si ripete il movimento che abbiamo già individuato nel primo paragrafo. Mi pare peró che questo movimento venga ulteriormente complicato e approfondito. Musil, quasi impercettibilmente, sposta il punto di vista frase dopo frase impedendoci di afferrare il senso generale di quello che dice. Il suo è un punto di vista dall’alto, mobile, panoramico, che si muove di continuo senza preavviso e senza dare troppo nell’occhio. Capiamo i singoli passaggi del paragrafo ma ci sfugge l’insieme. Il rapporto tra le parti non sembra essere di tipo causale, ma di pretestuosità reciproca.

Come avrete notato, in questo paragrafo Musil adotta un registro stilistico squisitamente letterario. Questo  registro e il registro scientifico del primo paragrafo convivono sulla stessa pagina, ma senza contrastare eccessivamente, tenuti assieme, verrebbe da dire „cuciti assieme“, da uno stile molto vigile. All’inizio del paragrafo Musil descrive il traffico delle automobili e quello pedonale. Poi ci parla di un „groviglio metallico di frastuono“ composto di elementi quasi minacciosi nella loro concretezza („punte acuminate“, „spigoli taglienti“) e di elementi più dolci, più aerei („limpide note che si staccano e volano via“). Quindi ci dice che di questo frastuono non è possibile descrivere le catteristiche specifiche, ma che, ciononostante, chiunque lo senta capisce di trovarsi a Vienna. Poi, in tono perentorio, definitivo, quasi da sentenza, ci dice che „le città si riconoscono al passo, come gli uomini“. Ma subito dopo svuota la sentenza appena pronunciata del suo tono perentorio, affermando che è anche possibile sbagliarsi e che confondere una città con un’altra non è poi così grave, perché „al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro si dà un’importanza esagerata“. A questo punto arriva l’esempio dei terreni da pascolo e dei nomadi, che ha tutto l’aspetto di una critica non troppo velata a certi atteggiamenti nazionalistici che anche noi ben conosciamo. Il bello peró deve ancora venire, perché subito dopo Musil si chiede  perché non si indaghi mai che tipo di rosso sia il rosso del nostro naso, che in fondo sarebbe positivamente misurabile fino al micromillimetro, mentre si vuole sempre sapere con esattezza in quale città ci troviamo.  E la sua conclusione è a dir poco spiazzante. Musil scrive: „E ciò distrae l’attenzione dalle cose essenziali“. Bene. Ma quali sono, mi chiedo e vi chiedo, le cose essenziali? Sapere che tipo di rosso è il rosso del mio naso o in quale città mi trovo? Di fronte a questo interrogativo sono confuso, perché l’importanza del luogo è già stata depotenziata prima, mentre il naso rosso ha tutta l’aria di essere un esempio per assurdo. E allora? Quali sono le cose essenziali di cui parla Musil? Forse proprio la complessità, la mobilità del  punto di vista dall’alto, la sua capacità, almeno in linea di principio, di comprendere tutto. Non so. Per ora mi limito a constatare che la cosa essenziale è il mio senso di spaesamento di fronte a una domanda essenzialista alla quale non sono in grado di rispondere.

Serata Musil (materiali e testi III)

DAL QUALE, ECCEZIONALMENTE, NON SI RICAVA NULLA

(Woraus bemerkenswerter Weise nichts hervorgeht)

1. Primo paragrafo: il tempo

„Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913“.

Una volta, dopo una cena particolarmente riuscita, mi è capitato di parlare dell’Uomo senza qualità con un amico appassionato di letteratura. Questo amico è un fanatico degli inizi, degli incipit. Ritiene che dall’inizio di un romanzo, se è un romanzo ben fatto, si possano ricavare molte informazioni sul libro intero, sullo stile dell’autore, sul respiro della sua scrittura. Non so se il mio amico abbia ragione e non so se un criterio del genere si possa applicare all’Uomo senza qualità, anche perché non l’ho letto tutto e di quel poco che ho letto molti sono i passaggi che ancora non capisco. So solo che le prime sedici righe del romanzo maggiore di Musil (che sono le prime sedici almeno nell’edizione di Repubblica e L’Espresso che ho adesso tra le mani) parlano del tempo. Non del tempo metafisicamente inteso, ma proprio del tempo atmosferico del quale discorriamo ogni giorno con le persone che incontriamo fuggevolmente per la strada. Si parla del tempo, ma, come avrete capito, se ne parla in un modo molto particolare. Entrando nel testo, cioè, ci immergiamo nel campo semantico della metereologia, in un sapere metereologico che sembra quasi, almeno per quanto riguarda la tensione narrativa, condensarsi tutto nelle prime tredici righe. Si ha l’impressione che  i tratti significativi della metereologia vengano dislocati in uno spazio testuale troppo piccolo per contenerli tutti. Questa tensione crea nel lettore, o almeno l’ha creata in me e in Andrea, un’attesa enorme su quel che dovrà accadere di lì a poco. Siamo portati a credere che il sovraffollamento di tratti che ci troviamo davanti,  il nugolio di qualità che baluginano sulla pagina, si condenseranno in una definizione. Ma, come abbiamo visto, quella definizione non arriva. Ci aspettiamo che le righe successive alla tredicesima ci rivelino qualcosa di straordinario, tipo un’espolsione inaspettata o il tempo che si ferma improvvisamente nell’ora meridiana paralizzando l’Europa. Invece no. Le tre righe che chiudono il primo paragrafo dell’Uomo senza qualità dicono questo: „Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata di agosto del 1913“. È un po’ come se ci arrampicassimo su un monte scosceso, in questo caso la montagna del sapere metereologico, con la speranza di vedere, una volta in cima, un bellissimo panorama. Noi saliamo, saliamo e saliamo ancora. Poi, una volta arrivati in vetta, non vediamo nulla o vediamo qualcosa di indeterminato, di troppo vago. Ci troviamo dinanzi a una data senza l’indicazione del giorno preciso. Vediamo un’indeterminatezza, un paesaggio di nulla. La concentrazione che caratterizza le prime tredici righe del romanzo conduce a una vaghezza, alla frase banale delle tre righe successive, o come dice Andrea, a un “buco di senso”.

Ed ecco che dopo aver letto questo primo paragrafo possiamo forse azzardare un tentativo di soluzione dell’enigma del titolo del capitolo. Anzi no: per ora possiamo dire qualcosa soltanto sulle poche righe che abbiamo letto: il primo paragrafo dell’Uomo senza qualità è „un paragrafo dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla“. O meglio: è un paragrafo che non ci dice nulla, ma questo nulla ce lo dice, per l’appunto, eccezionalmente.

Serata Musil (materiali e testi II)

Presentazione

Buonasera. (…) La settimana scorsa ho chiamato Gabriele e gli ho spiegato che cosa avrei voluto fare durante questa serata di lettura. Gli ho detto: vorrei leggere e commentare qualche pagina dell’Uomo senza qualità di Robert Musil insieme a Andrea Bovo. Gabriele a quel punto ha sollevato dei dubbi della dimensione di diversi elefanti. Mi ha chiesto: che motivo di interesse può avere la lettura di qualche pagina di Musil per le persone che parteciperanno alla serata? Dove volete andare a parare? Che rapporto esiste tra quello che leggerete e “Vivere qui”, che è il tema generale di questa serie di letture? In che modo pensate di destare l’interesse in chi vi ascolterà? Naturalmente Gabriele aveva ragione. Io allora ho cercato i possibili motivi di interesse di questa serata. Tra i tanti che ho trovato, ve ne dico tre:

-Primo motivo di interesse: due signori italiani (io e Andrea) e una signora tedesca (Ilse) leggono e commentano alcune pagine di uno scrittore austriaco (Musil) per un pubblico linguisticamente misto (voi).

-Secondo motivo di interesse. Qui bisognerebbe rispondere alla domanda: perché proprio Musil? E perché proprio i primi capitoli dell’Uomo senza qualità? La ragione più importante è questa: la lettura dei primi capitoli del romanzo di Musil mi è stata utile per capire il senso del mio “vivere qui”, che è anche il tema generale di queste serate di lettura. Qualche anno fa mi capitava di chiedermi: chi sono io in relazione a questa terra? Sono un italiano dell’Alto Adige/Südtirol? Sono un sudtirolese di lingua italiana? Sono un altoatesino che vive in Alto Adige ma non conosce il Südtirol? Sono semplicemente un italiano? Sono semplicemente un sudtirolese? Sono un italiano che sta per essere assimilato dai sudtirolesi? Sono un italiano che sta per essere assimilato dagli altoatesini? Sono un individuo sballottato di qua e di là da una logica etnica del tutto estranea? Sono un sudtirolese indiviso? Sono una persona alla quale di certe questioni non importa nulla? Sono un io etnicamente diviso? Sono un relitto fascista mio malgrado? Sono un italiano di qui integrato nella realtà autonomistica? Sono spaesato? Sono definitivamente disintegrato? E il mio carattere nazionale, di per sè così complesso, che rapporti intrattiene con gli altri caratteri che compongono la mia identità? La risposta a tutte queste domande non ve la darò subito, anzi non ve la darò proprio, perché dovrebbe risultare chiara alla fine della serata, quando Andrea avrà commentato l’ultima pagina dell’ottavo capitolo dell’Uomo senza qualità.

-Terzo motivo di interesse: io e Andrea abbiamo letto i primi capitoli del romanzo maggiore di Musil nella cantina del mio negozio, occupando le fessure temporali che si aprivano di volta in volta tra gli impegni scolastici di Andrea e i suoi piacevolissimi obblighi familiari. Oggi rileggiamo le stesse pagine a pianterreno con lo stesso paio d’occhi che abbiamo usato in cantina: io sarò l’occhio estetico e Andrea l’occhio etico. Io leggerò i quattro paragrafi che compongono il primo capitolo, e di ognuno di essi scatterò un’istantanea, spero non troppo imprecisa. Andrea prenderà questi miei scatti e cercherà di trasformarli in un film. Tutto questo ci servirà per arrivare non del tutto impreparati alla lettura dell’ultima pagina dell’ottavo capitolo, che costituisce per noi il centro tematico della serata.

Seguendo una logica causale non molto musiliana, non è escluso che fra qualche anno ci ritroveremo in soffitta a rileggere di nuovo le stesse pagine, purché si tratti di una soffitta pericolante, semibuia e giustamente polverosa.

Prima di cedere la parola ad Andrea posso solo augurarmi, absburgicamente, che questa serata sia divertente ma non troppo, seria ma non abbastanza da essere presa sul serio, corretta ma non pedante, né troppo lunga né troppo breve. Questa lettura avrà senso per me se tutti noi, uscendo dal Cafè Dom per tornarcene a casa, penseremo in silenzio lo stesso pensiero: “Quella di stasera è stata una lettura dalla quale, eccezionalmente, non ho ricavato nulla”.