A mente (semi)fredda

Vorrei tracciare in modo un po’ sciolto un piccolo consuntivo della discussione che si è originata questa settimana sul tema dell’autodeterminazione “di sinistra”. Stendo cioè una serie di appunti (e di spunti) che riprenderò magari con calma nei prossimi giorni.

1. Giovedì mattina, sul settimanale ff e sulla Tageszeitung due articoli hanno attirato l’attenzione. Il primo (Titelgeschichte dell’ff) era l’articolo di Norbert Dall’Ò costruito a partire dal mio contributo (non pubblicato) su BBD. Il secondo (intervista a Michi Hitthaler) presentava la richiesta disponibilità a parlare di autodeterminazione da parte degli Young Greens. Dal punto di vista mediatico l’inaspettata posizione dei “giovani verdi” ha suscitato molto clamore. E il clamore, purtroppo, tende a non rendere chiare le cose.

2. Un ruolo meritatamente centrale, in tutta questa vicenda, è stato assunto da Valentino Liberto, il quale ricopre diverse funzioni: è giovane (tanto da poter passare per uno degli young greens), è membro del Grüner Rat (quindi particolarmente vicino agli umori dei consiglieri provinciali e dei portavoce del partito), è un membro storico di BBD (e ne conosce dunque benissimo storia e risvolti, assieme a me e a Simon Constantini). Questa è – in prospettiva – una buona cosa.

3. Come detto, l’attenzione mediatica si è concentrata maggiormente sulle vicende interne dei Verdi (qualcuno ha parlato di conflitto generazionale). Ciò ha messo in ombra gli spunti più articolati che potevano essere desunti dall’analisi delle varie posizioni riportate dall’articolo di Norbert Dall’Ò. In particolare, sono alcune dichiarazioni di Francesco Palermo e di Karl Zeller a costituire il centro di un tema che dovrà essere sviluppato. E questo si riassume nella formula: l’autonomia dinamica è morta.

4. Abbastanza chiaramente è emerso il profilo di un “autodeterminismo” in profondo dissidio con quello classico (dirò à la Klotz, per capirci). Il fatto che la stessa Klotz si sia dimostrata esultante per quanto stava accadendo non deve colpirci più di tanto. È caratteristico dei gruppi appartenenti alla destra tedesca anteporre il fine ai mezzi. Basta cioè che qualcuno parli di “autodeterminazione” per farli felici. Ma il senso della proposta di BBD e degli young greens (sebbene questi ultimi non abbiamo mai prodotto una riflessione convincente a sostegno delle tesi ultimamente enunciate) di distacca in modo radicale da quella di Eva Klotz & co. Se la signora trecciuta lo capisse il suo entusiasmo sarebbe certamente più contenuto.

5. Un altro tema evidenziato con grande chiarezza è il ruolo degli italiani. Soltanto coinvolgendo ATTIVAMENTE gli italiani è possibile tornare a parlare di autodeterminazione. Questo il messaggio di BBD. Dalle dichiarazioni di Zeller pare di capire che non si tratti di un’impostazione velleitaria. Ma Zeller dovrà dimostrare in futuro di non ricorrere a questi argomenti in modo del tutto strumentale. Su questo punto io rimango un po’ scettico e pessimista.

6. Dal blog di Markus Lobis riprendo un articoletto di G. Heidegger che la dice lunga su quanta strada dovrà fare il gruppo linguistico tedesco (e il suo gruppo dirigente) per accettare un discorso autodeterminista interetnico e inclusivo. [Leggi]. In altre parole: chi pensa che siano solo gli italiani ad aver bisogno di convincersi, sottovaluta molto l’arretratezza dei tedeschi. Riflettere in modo innovativo sull’autodeterminazione implica la trasformazione di mentalità molto sedimentate e calcificate. In tutti i gruppi linguistici.

7. Torno sulla relazione mezzi/fini. Chi sostiene la plausibilità del modello autodeterministico secondo i principi di BBD deve essere consapevole che in questo caso sono i mezzi a giustificare il fine (e mai viceversa). In altre parole: la priorità assoluta NON È la secessione dall’Italia, ma la creazione di un CONSENSO tra i gruppi linguistici e l’evoluzione di forme di convivenza che possano maturare (verosimilmente sul lungo periodo) una scelta istituzionale più radicale di quella che implicitamente ogni giorno facciamo testimoniando il nostro apprezzamento per l’autonomia. In questo senso anche la discussione sul “Libero Stato” è solo un punto di fuga (uno tra i tanti) che può servire a tenere aperto il dibattito. Personalmente non escludo altre soluzioni (come ad esempio la creazione di un’unità regionale allargata al territorio del Tirolo storico).

8. A parte il fondo di Visentini (molto critico) mi pare che i giornali italiani abbiano completamente ignorato quanto sta accadendo. Una spiegazione c’è. L’articolo di Dall’Ò è lungo, quindi Carlo/Karl Berger sta facendo un po’ di fatica a tradurlo. Se tiene duro tra un mesetto si scatenerà un putiferio. (No! C’è un aggiornamento su questo fronte. Dalle parti del blog nazionalbolzanino qualcuno sta lentamente cominciando a capire… “C’è chi politicamente sta già lavorando per un coinvolgimento attivo del gruppo italiano per poter parlare di autodeterminazione dell’Alto Adige. Il comportamento messo in atto ultimamente da parte di Roma nei confronti dell’Ato Adige, non fa che accentuare il malcontento generale e trasversale a tutti i gruppi etnici”).

9. Tanto per smentire quel che ho appena scritto (e cioè che qualcuno stia realmente cominciando a capire…), è indubbio che il nostro prossimo lavoro sarà quello di cercare di rimettere la discussione sull’autodeterminazione sui giusti binari (tanto per fare un esempio concreto: gli argomenti A FAVORE dell’autodeterminazione non derivano o non devono derivare da un confronto con la situazione nazionale, non devono essere scambiati come argomenti anti-berlusconiani…). Simon Constantini bringt es auf den Punkt: “Am Gefährlichsten überhaupt finde ich jedoch diese plötzliche Selbstbestimmungshysterie, die auf uns zukommt, und die fast ausschließlich mit der desaströsen Politik der römischen Regierung begründet wird. Berlusconi kann zwar ein hervorragender Katalysator für eine Debatte um die Loslösung von diesem Staat sein. Doch ich fände es bedenklich, wenn er und seine Mannschaft der einzige oder der Hauptgrund für unsere Ziele wären. Wenn unser Antrieb von außerhalb kommt, und nicht vom Wunsch ausgeht, die festgefahrene Situation in unserem Lande zu verändern, indem wir eine mehrsprachige, postethnische und selbstbestimmte Zukunft anpeilen, dann befinden wir uns nach meinem Dafürhalten auf dem Holzweg. Genauso desaströs wäre es im Übrigen — gesellschaftlich wie politisch — bei einem eventuellen Wahlsieg von Mittelinks wieder von diesen Bestrebungen abzulassen. Doch genau dahin führt uns die zur Zeit vorherrschende Haltung”.

Se l’autonomia dinamica è morta

 

Nel suo editoriale pubblicato oggi sul Corriere dell’Alto Adige, Toni Visentini si è espresso in modo piuttosto perentorio sull’intero dibattito a sfondo autodeterminista che da qualche tempo ha ripreso vigore da molteplici punti di vista. Rifiutando però di assecondare questo trend (e dunque rifiutando di discutere in dettaglio il contenuto delle diverse opzioni messe sul tappeto di questa “Selbstbestimmungsrenaissance”), Visentini è costretto a dare ragione a chi pensa che la nostra autonomia sia perfezionabile con interventi solo cosmetici, senza metterne in discussione l’impianto o gli assunti di fondo. Un riconoscimento di validità senz’altro realistico, rispettabilissimo, ma forse insufficiente a comprendere che le preoccupazioni sulla tenuta dell’autonomia non dipendono tanto da alcuni “avventurieri”, “idealisti”, “opportunisti” o “sognatori”, ma si alimentano anche alla luce di contraddizioni molto concrete, interne ed esterne a questo sistema.

 

Nel lungo articolo del settimanale “ff” dedicato al “Sogno di uno Stato libero” (articolo all’origine della presa di posizione di Visentini), spiccava una frase attribuita a Karl Zeller: “l’autonomia dinamica è morta”. Questa frase si potrebbe anche parafrasare così: la dinamica autonomistica si è fermata, è giunta a un punto di stasi e potrebbe persino rischiare un’involuzione. Quindi – proseguiva il ragionamento del deputato Svp – c’è bisogno di un suo rilancio su basi innovative, magari proprio coinvolgendo in una fase di profondo ripensamento istituzionale anche gli italiani, finora sempre tenuti al margine o comunque relegati ad interpretare un ruolo secondario. Come si può capire si tratta di dichiarazioni molto interessanti, perché alludere a un maggiore coinvolgimento degli italiani (italiani che nel linguaggio autonomistico, non scordiamolo, rappresentano pur sempre lo “Staatsvolk” dal quale ci si deve difendere) significa veramente aprire le porte a un radicale mutamento dello status quo. Magari proprio tornando a riflettere sul senso di un’opzione (quella autodeterministica) che finora aveva costituito lo sterile repertorio della destra tedesca più anacronistica e nostalgica.

 

Ora, pensare di apportare modifiche radicali allo status quo deve necessariamente essere opera di “avventurieri”, di “idealisti”, “opportunisti” o “sognatori”? Davvero l’autonomia (questa autonomia) rappresenta l’unica soluzione in grado di corrispondere al carattere e alle aspirazioni delle popolazioni locali e va mantenuta a ogni costo, anche se la sua dinamica sembra interrotta? Perché non provare invece a reagire in modo creativo alle istanze che all’apparenza ci sembrano estreme, discutendone e saggiandone in modo sereno e disinibito l’orizzonte di possibilità? Morta o viva che sia, se la nostra autonomia è davvero la soluzione migliore, per non dire l’unica praticabile, saprà dimostrarlo.