Quel cane di D’Annunzio

D'Annnunzio statua

Poteva andare persino peggio. Potevano raffigurarlo a cavallo, oppure su un aeroplano. Invece hanno scelto questa versione abbacchiata, un vecchietto pelato, di color marroncino, che legge un libro su una panchina. Pare un pensionato qualunque, non il Principe di Montenevoso, non il Vate autore di libri notissimi e non più aperti da almeno quattro generazioni. Per uno dall’ego smisurato come Gabriele D’Annunzio, ha giustamente commentato qualcuno, più una punizione che un omaggio.

A Trieste, città letteraria in cui vado sempre volentieri, le statue di scrittori non mancano. C’è quella famosa di Joyce, sul Ponte Rosso che attraversa il Canal Grande, quella di Saba, quella di Svevo, tutta gente che comunque una relazione con la città l’ha avuta. Se citiamo D’Annunzio, però, non ci viene subito in mente Trieste, pensiamo piuttosto a Fiume, cioè a Rijeka. E infatti a Zagabria i croati, memori della celebre conquista della loro città nel 1919 da parte dei legionari guidati dal poeta abruzzese, non l’hanno presa benissimo. Quanto meno, ci hanno fatto sapere, potevate inaugurarla un altro giorno, non proprio l’undici settembre, che puzza di provocazione lontano un miglio. Adesso si temono rapporti diplomatici guastati. Una bella grana per il nuovo ministro degli esteri, Luigi Di Maio, che forse la Croazia la conosce come destinazione vacanziera, ma di tutta quella lontana storia di confini cambiati, di lotte per conculcare o rianimare i popoli e le loro identità, saprà quanto sapeva della esatta collocazione geografica di Matera.

Ma no, non succederà niente. Non ci sarà alcuna crisi diplomatica. Cari croati, perché prendervela per quella statuina marrone collocata in piazza della Borsa a Trieste? Passato il clamore dell’inaugurazione e della commemorazione fiumana, vedrete, nessuno ci baderà più. Certo, magari qualcuno vorrà farsi un selfie col morto. Ma poca roba. I più tireranno via belli dritti, persi dietro i loro affari, le loro preoccupazioni. Eppure D’Annunzio non è mica un autore da buttare. Io, per esempio, sono molto legato ad una sua poesia “terminale” (l’aggettivo indica sia il tema che il tempo in cui fu scritta), quasi un canto funebre per i suoi cani. È del 1935, una delle sue ultime. Sentite com’è bella.

Qui giacciono i miei cani

gli inutili miei cani,

stupidi ed impudichi,

novi sempre et antichi,

fedeli et infedeli

all’Ozio lor signore,

non a me uom da nulla.

Rosicchiano sotterra

nel buio senza fine

rodon gli ossi i lor ossi,

non cessano di rodere i lor ossi

vuotati di medulla

et io potrei farne

la fistola di Pan

come di sette canne

i’ potrei senza cera e senza lino

farne il flauto di Pan

se Pan è il tutto e

se la morte è il tutto.

Ogni uomo nella culla

succia e sbava il suo dito,

ogni uomo seppellito

è il cane del suo nulla.

Ecco, chissà, forse se lo scultore e l’amministrazione di Trieste si fossero ispirati a questi versi immortali – proprio perché così mortali e decomposti – avrebbero fatto un’opera migliore, oppure avrebbero addirittura lasciato perdere. Anche D’Annunzio, come tutti, alla fine fu il cane del suo nulla. Buon per lui che, almeno in extremis, lo capì.

#maltrattamenti

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