Sillabario: Agosto e gli altri

dolcevita

Il giorno di ferragosto dell’anno 1938 un bambino di otto anni, di “ottima famiglia”, con la testa molto rotonda ma fragile si aggirava nei pressi della capanna sulla spiaggia del Grand Hôtel Des Bains al Lido di Venezia verso le due di pomeriggio.

Nel suo Sillabari, pubblicati originariamente tra il 1972 e il 1982, Goffredo Parise non dedica esplicitamente nessun racconto al mese di Agosto. L’incipit che avete letto, pertinente alla lettera A, parla però di un lontano Ferragosto del 1938 incorniciato dal titolo “Altri”. È la storia di un incontro particolare, tra il bambino citato e una strana figura – “Chi era? Un ladro, un ex carcerato, un povero, un ricco diventato povero (avrebbe potuto accadere anche a lui, da grande, una cosa simile?), un ammalato, e com’era possibile che non avesse mai visto il mare?” – capace di provocare ad un tempo commozione e repulsione. Grazie a questo incontro il bambino prende coscienza dell’esistenza degli “altri”, rivelati nel modo ambiguo di un’esperienza perturbante, e dunque costitutivamente ambivalente.

Si tratta di una scheggia di mondo che manda in frantumi i punti di riferimento consueti, che dunque non si limita ad introdurre una contrapposizione tra il cerchio protetto dell’io e ciò che lo circonda, ma che apre una fenditura propria all’interno dell’io, corrompendone l’ingenua presupposizione di compiutezza e compattezza (“avrebbe potuto accadere anche a lui, da grande, una cosa simile?”). Si potrebbe qui tracciare così una linea che porta da Freud a Mark Fisher, utilizzando proprio questo piccolo frammento narrativo di sapore manniano (l’ambientazione del Des Bains veneziano ci ricorda, oltre al racconto dello scrittore tedesco, anche la trasposizione cinematografica di Luchino Visconti, con l’orrenda irruzione pestilenziale dei musicanti napoletani sulla terrazza in cui si estenua il décor dell’aristocrazia fin de siécle).

Così, ad Agosto, particolarmente a Ferragosto – questa giornata ricolma di luce nera, piena di angeli e fantasmi neri – la memoria va sempre a due immagini di perturbante spiazzamento nell’ordine ingenuo che attribuiamo alle cose: il volto del ragazzino, alla fine de “ Il Sorpasso” di Dino Risi, mentre saluta Trintignan in corsa verso la morte, e il pesce mostruoso spiaggiato sul lido romano che fissa Mastroianni nell’ultima sequenza de “La dolce vita”.

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