Islam, visibilità e fiducia

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Domenica 11 agosto, presso la fiera di Bolzano, l’intera comunità islamica si riunirà per onorare la festa del sacrificio, nota anche come festa dello sgozzamento, la cui istituzione rimanda al gesto imposto a Dio da Abramo, quindi di chiara ascendenza sincretista. Sono attese quasi mille persone.

Non è ovviamente questo il luogo per discutere il senso religioso di tale “sottomissione”, ampiamente opinabile per chi non fa professione di fede, ma è la sua valenza civile, che qui deve essere sottolineata. Il motivo è semplice. Dopo anni di avversione all’immagine di un Islam percepito come minaccioso, ma polverizzato e frammentato in comunità che vivono tra di noi operando senza coordinamento, avere la possibilità di individuare un interlocutore singolo potrebbe consentire un confronto più aperto, e quindi anche un controllo maggiore.

È proprio questo, del resto, l’intento dichiarato dagli esponenti del “Comitato islamico di Bolzano”, in origine – cioè 8 anni fa – fondato per gestire il campo di sepoltura in via Maso della pieve. L’esigenza non è quindi solo quella di raccogliersi occasionalmente in preghiera, per sopperire ad un problema logistico, ma di offrire alle istituzioni cittadine (alla cerimonia sono stati invitati il sindaco Renzo Caramaschi, il vescovo Muser e rappresentanti delle altre fedi religiose) una prospettiva di dialogo non disseminata nei mille rivoli confessionali che sfumature etniche molto diversificate rischierebbero di fare evaporare.

Il capitale su cui puntare, in ogni situazione di compresenza di più culture, è sempre quello della fiducia. La fiducia, però, si nutre di conoscenza e la conoscenza implica visibilità. Per molto tempo il nostro rapporto con l’Islam, e con i problemi derivanti dalla sua estremizzazione politica, è stato schiacciato tra l’incudine generalizzante di una demonizzazione priva di residui e il martello di un’accettazione supina dei suoi precetti, in nome del multiculturalismo relativista. Così si sono perse molte sfumature di questo fenomeno e si è rimandato l’appuntamento ineludibile con una vera integrazione delle sue componenti già presenti sul nostro territorio.

Sia chiaro, non basterà una festa, seppur unita, a dissolvere per incanto tutta la diffidenza e il senso di estraneità che sorge inevitabilmente al cospetto di una religione che ha dentro di sé impulsi contraddittori: spiritualismo e vocazione temporale, teocratica. Ma già la mediazione tra istanze diverse e, come detto, una maggiore visibilità ci mettono sull’unica strada che dobbiamo percorrere: quella di una sempre più forte laicizzazione dello stato, che sappia ridurre il potenziale conflittuale portato da chi oppone una religione all’altra.

Corriere dell’Alto Adige, 9 agosto 2019

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