Ma dov’è la gioia?

Sardine Papeete

Alla fine Bonaccini ce l’ha fatta, il governo è salvo (lo sarebbe stato comunque), l’Italia anche. Il Centrosinista – questo cavallino stanco, che gira in tondo, sempre più deriso dal pubblico del circo elettorale – è passato nel cerchio di fuoco, non ha inciampato, poi ha nitrito di gioia. Almeno in Emilia-Romagna, ché in Calabria ha vinto il clown, l’eterno clown di Arcore, capace come sempre di trasformare la politica in un Bagaglino, con le battute grevi e sessiste, la maschera, il mascherone atteggiato in un riso al contempo ebete e furbo. Questo è l’anno di Federico Fellini, del resto, ognuno lo celebra a suo modo, lo ricorda dimenticandolo, dimenticandosene. Nell’ultimo film del maestro di Rimini, La voce della Luna, c’è una scena meravigliosamente amara. Il nostro satellite è stato catturato, ha perso la sua lucentezza celeste, è legato in un angolo, mentre il paese celebra quella grottesca cattura con una specie di festa triste, una conferenza stampa mentre crepitano i flash dei paparazzi. A un certo punto il caos, lo scompiglio. Tutti si alzano, buttano giù le sedie, fuggono in ogni direzione. Qualcuno viene calpestato. Una voce fuori campo recita un richiamo che è piuttosto un lamento: “Ma dove andate, cosa fate… ancora una volta ci tocca constatare che siamo veramente un popolo di stronzi”. Siamo un paese di stronzi, indubbiamente. L’uomo del Papeete, poi uomo del citofono, ha provato a dare una spallata in agosto (“voglio pieni poteri”), poi ci ha riprovato domenica. Non c’è riuscito, per fortuna, ma non ha certo gettato la spugna. In conferenza stampa, fingendo buon umore, ha promesso che raddoppierà il suo impegno. Se prima faceva tre comizi al giorno bisogna temere che adesso ne faccia sei. Lo show è sempre il solito, con il pubblico ad aspettarlo, i fedelissimi schierati alle sue spalle, le battutacce, gli sberleffi, le minacce e poi il rosario di selfie. E chi lo ammazza, quello? Ha dalla sua l’anagrafe e la dabbenaggine della maggioranza. Il popolo. Il popolaccio. Quello che comunque bisogna ascoltare, vezzeggiare, dargli le sue ragioni. Gran merito della battuta d’arresto del Capitano, si dice, va ascritto alle Sardine. Quei bravi ragazzi di Bologna che hanno riempito le piazze e cantato “Bella ciao”. Ci si accontenta anche così, qui non si butta via nulla. A conclusione della loro campagna elettorale (anche se non erano candidati da nessuna parte, guai a sventolare una bandiera di troppo), hanno fatto, anche loro, una cosa un po’ felliniana. Sono andati a prendersi un bagno invernale nell’Adriatico. Un Papeete in tono minore, crepuscolare. Il mare è lo stesso dei “Vitelloni”, del gran Federico. La sabbia sporca, il cielo velato. “Ragazzi, andiamo a vedere Giudizio che pesca”! Una risata, il vento, il nulla. Il grande nulla che siamo. Solo Emanuele Severino, beato lui, pensava che il Nulla, essendo nulla, non potesse esistere. La follia dell’Occidente, lo sguardo fisso su un Essere rotondo come lo Sfero dei filosofi venuti prima di Socrate. Sicuramente Severino non sarebbe andato a vedere Giudizio che pesca. Sarebbe rimasto lì, sulla spiaggia di bronzo, e avrebbe scritto sulla sabbia che ogni istante, ogni creatura è eterna. Siamo destinati alla gioia, avrebbe detto. A largo, laggiù, le quattro Sardine si spruzzano addosso l’acqua salata. Saranno loro, la nostra Gioia?

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Asfissiati dalla Heimat

Tammerle Knoll

Ho seguito la conferenza stampa di Myriam Atz Tammerle e Sven Knoll, il duo che guida in Consiglio provinciale il movimento Süd-Tiroler Freiheit. Si lamentavano, come al solito, perché a dir loro in Alto Adige la lingua tedesca sarebbe gravemente minacciata. La minaccia, stavolta, non proviene dai medici che sanno solo l’italiano, ma dai bambini “stranieri”: nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie di lingua tedesca ce ne sarebbero troppi. Da qui tutta una serie di problemi. Quindi bisognerebbe fare qualcosa per diminuirne il numero. Altrimenti – ecco la vera sostanza del lamento – la salvaguardia del diritto ad avere scuole nella madrelingua sarebbe adulterata, addirittura vanificata.

Ma esistono riscontri oggettivi che suffragano tale preoccupazione? In realtà no. I dirigenti scolastici interessati non segnalano problemi particolari, il tutto si riduce quindi a timori in gran parte strumentali, per giunta espressi da persone che non hanno neppure sensibilità, competenza ed esperienza didattica. I difensori del tedesco che si ispirano ai valori patriottici intendono perciò difendere il tedesco in astratto, ideologicamente, interpretando quella lingua alla stregua di uno strumento che non è fatto per apprendere o comunicare contenuti innovativi, bensì per ruminare all’infinito l’unico striminzito codice identitario nel quale essi si riconoscono.

Ma vediamolo meglio, questo codice identitario propugnato dai patrioti. Per esaminarlo possiamo forse imbatterci in scritti, opere, discorsi nei quali essi ci rivelano qualcosa di diverso o di più interessante del semplice e bieco fatto di essere composti in tedesco? Macché. Tutto quello che i patrioti possono dirci si riduce a una penosa variazione di un’unica parola: Heimat. Oltre all’inesausta ripetizione di questo vocabolo, rivoltato in ogni possibile sua sfumatura, non esiste un solo testo patriottico che si stacchi dalla cantilena della Heimat: Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat. Eccolo qui tutto il tedesco del quale i difensori tedeschi della Heimat tedesca hanno tedescamente bisogno per soddisfare in modo tedesco il loro bisogno tedesco di tutela della cultura tedesca.

Ora, è forse un caso che nessun scrittore tedesco nato in Südtirol, nessun intellettuale locale si sognerebbe di impiccare la difesa della lingua tedesca al palo della celebrazione della Heimat? Infatti, nessuno di loro si fa portavoce di una battaglia a difesa della lingua tedesca basata sull’esclusione di bambini di altra lingua o sull’introduzione di quote di “stranieri” nelle scuole di lingua tedesca. Perché sono forse insensibili al problema? No, semplicemente perché il loro uso del tedesco, la loro stessa concezione del tedesco è inserita in un contesto più ampio di quello circoscritto al perimetro angusto della Heimat sudtirolese. O molto più semplicemente: perché quegli scrittori o quegli intellettuali non legano l’uso del tedesco alla paura di perdere il tedesco, visto che mentre loro hanno qualcosa di interessante da raccontare, gli altri, cioè i patrioti, sono inchiodati nel loro stracco vaniloquio sulla Heimat.

Per salvaguardare il tedesco sarebbe opportuno che i patrioti sudtirolesi lasciassero in pace i bambini, smettessero di fingersi esperti di questioni scolastiche, e soprattutto imparassero a dire qualche parola in più di “Heimat”. Sono infatti loro la prima e più micidiale minaccia alla salvaguardia della cultura tedesca; cultura che non solo non sanno difendere, ma che condannano all’asfissia e alla necrosi. Gli “stranieri”, invece, contribuiscono a rinvigorire il tedesco, l’italiano (giacché queste mie considerazioni potrebbero essere rivolte anche ai nazionalisti o ai sovranisti italiani) e in generale la vita culturale di questa terra: la fecondano, la ampliano, la fanno respirare. Ce ne vorrebbero molti di più.

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La memoria e l’analisi

Craxi-Raphael

Le ricorrenze servono a ricordare, servono a compiere quel necessario processo di manutenzione della memoria senza la quale noi non potremmo sapere da dove veniamo (e quindi, è sottinteso, neppure a capire dove stiamo andando). Una memoria che però non offra anche un altrettanto necessario sforzo di analisi ci sottopone al rischio di isolare e sovrastimare alcuni particolari, alcune vicende, alcune immagini che potrebbero rivelarsi parziali. In via preliminare potremmo quindi affermare che un paese nel quale la memoria è rivendicata come preponderante sull’analisi è anche un paese in cui è più difficile capire come sono andate le cose, e ciò avviene proprio mentre crediamo di occuparcene, mentre siamo intenti a restaurare il loro profilo. Ebbene, davanti al recentissimo fiorire di interviste, rimembranze, libri e film sulla vicenda umana, politica e giudiziaria di Bettino Craxi, quello che si nota di più è proprio questo: una lotta accanita tra memorie diverse (cioè tra detrattori e riabilitatori) a tutto discapito di una più utile (perché meno emotiva) disamina di quanto accaduto. Io stesso, che ho vissuto in modo cosciente il declino del leader socialista (quando morì, nel 2000, avevo più di trent’anni), conservo una memoria parziale della sua figura, e istintivamente potrei schierarmi tra i suoi detrattori. Occorresse un simbolo ricorrerei senz’altro alla notissima scena di lui che esce dall’Hotel Raphael di Roma, mentre una folla inferocita agitava banconote da mille lire e gli lanciava delle monetine. Una sorta di Piazzale Loreto della Prima Repubblica, che ha preceduto la sua fuga in Tunisia e il decesso da esule (o da latitante) gravemente malato. Oggi è sicuramente giunto il momento di chiedersi quanto quella scena riassumesse davvero la stagione del “craxismo” e quanto sia giusto ignorare le argomentazioni di chi, sul fronte opposto, invita invece a spostare l’attenzione sulla storia che la precede, magari al fine di rovesciare l’interpretazione di quel simbolo (a vergognarsi non doveva essere Craxi, ma i lanciatori di monetine e persino la magistratura). Occorrerebbe l’analisi, appunto. In questi giorni ho letto due libri sospesi tra la memoria e l’analisi. Il primo, di Claudio Martelli, per anni suo intimo sodale, porta un titolo semplicistico e deludente: “L’antipatico” (La nave di Teseo). Il secondo, del giornalista Marcello Sorgi, è ancora più esplicito nella sua tesi di fondo: “Presunto colpevole” (Einaudi). Eppure, dopo averli letti, non potrei dire che lo sforzo riabilitativo riesca a portare quelle prove di cui un colpevolista avrebbe davvero bisogno per rivedere in profondità il suo giudizio. Nel volume di Martelli, per esempio, si afferma che in Italia, negli anni che vanno dal 1992 al 1994, non c’era più lo “stato di diritto”. Sacrosanta la sua fuga in Tunisia, quindi, e la delegittimazione del Pool di Mani Pulite. Similmente, Marcello Sorgi accosta la fine di Craxi a quella di Aldo Moro, sostenendo che in entrambi i casi una aberrante “ragion di stato” abbia stritolato quella umanitaria, tanto da rendere insomma il loro destino simile a quello di Josef K. nel “Processo” di Kafka (“La legge è sì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”). (Sia detto per inciso: anche Gianni Amelio, nel film “Hammamet”, suggerisce un accostamento tra Craxi e Moro, citando una frase tratta da una delle lettere dello statista pugliese scritte, quasi in punto di morte, dalla prigione delle BR: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo”). Personalmente non ho difficoltà a ritenere che molti dei tratti connessi all’epilogo della vita di Craxi (a cominciare dall’episodio delle monetine) siano stati deplorevoli. Al sopraggiungere dell’analisi, però, non può accompagnarsi l’accoglimento della tesi “martiriologica”, secondo la quale il riesame del cupo finale fa apparire tutto più luminoso. Craxi non fu un “martire”, non fu neppure l’unico a pagare per le vicende di Tangentopoli, e nessuno, neppure lui stesso, avrebbe mai potuto adottare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nel suo “L’affaire Moro”: “il meno implicato di tutti”. Che poi altri, altrettanto “implicati”, siano riusciti a farla franca, resta verissimo e dovrà essere compito di ulteriori analisi renderne minuzioso conto.

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Il pozzo del “riconoscimento”

Bacon ritratto

Penso sia giunto il momento di dedicare qualche riflessione a un fenomeno sociale che va sotto il nome di “riconoscimento”. Lo faccio spinto da un libro di Axel Honeth che s’intitola proprio così: Anerkennung. Eine europäische Ideengeschichte. Dirò subito che il mio intento non sarà molto ambizioso, perché più che di Europa parlerò di Sudtirolo, anzi di Südtirol, e lo farò prendendo di mira qualcuno di molto preciso, anche se non ne dirò il nome, sperando comunque che si riconosca (del resto sarebbe sconveniente parlare di “riconoscimento” impedendo a chi si deve riconoscere di riconoscersi). Tizio è un tipo simpatico, lo si incontra spesso in giro con l’aria soddisfatta. La sua posizione nel mondo è sicura, ama il luogo in cui è nato, con le sue belle montagne, le sue belle tradizioni e tutto quello che fa di questo posto il posto che è: bellissimo e inconfondibile. C’è stato un tempo, molto remoto, in cui però non era così. Tizio allora non era affatto certo di trovarsi nel posto più adatto per lui. E questo perché il “riconoscimento” del quale aveva bisogno non proveniva dalla parte che lui riteneva essere la più giusta. Era insomma come se quelle montagne, quelle tradizioni che oggi, a suo dire, lo guardano con grande benevolenza, non lo vedessero, non lo considerassero. A quel tempo Tizio frequentava persone che non amavano quelle montagne e quelle tradizioni. Erano persone che giudicavano quelle montagne e quelle tradizioni alla stregua di cancelli invalicabili, come se fossero le barriere che li dividevano dalla proprietà degli “altri”, in un certo senso i veri padroni del luogo. Una delle chiavi per aprire quei cancelli, pensava Tizio, e pensavano, o almeno dicevano di pensare i veri padroni del luogo, era infatti la lingua. Tizio, per sua involontaria disgrazia, parlava una lingua che i veri padroni del luogo giudicavano inappropriata a far parte veramente di quel luogo. Fu dunque necessario che prima di tutto Tizio cominciasse a progredire in quella lingua, l’unica che poteva aprire i cancelli. Poi però si accorse che neppure la lingua era sufficiente. Certo, era già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognava non solo sapere quella lingua, ma anche dire le stesse cose che dicevano quelli che la parlavano. Era necessario, insomma, imitare non solo i significanti, ma anche i significati veicolati da quella lingua, e poi anche i sensi reconditi, le sfumature di quei significati. Solo così, infatti, sarebbe scattato il “riconoscimento” al quale Tizio non avrebbe più voluto, o addirittura saputo mancare. Decise di andare oltre. Fu la volta di una trasformazione parossistica a determinare l’evoluzione della storia. Se, per esempio, l’obbligo ormai introiettato a percepirsi esclusivamente grazie al codice di “riconoscimento” dettato dagli altri implicava che si apprezzasse l’autonomia speciale, Tizio cominciò a dire che questa autonomia speciale non si limitava ad essere buona, o valida, o perfettamente funzionante. No. Tizio diceva che questa autonomia speciale era la sua ragione di vita e, a ben guardare, era anche la migliore autonomia speciale del mondo e persino dell’interno universo. Un’autonomia speciale così, si affannava a testimoniare Tizio, neppure su Marte ce l’hanno. E lo stesso atteggiamento di vera e propria idolatria veniva poi esteso a ogni altro particolare: le nostre montagne sono le più belle e speciali del mondo, le nostre tradizioni sono le più tradizionali e speciali dell’universo, e via di questo passo. Oggi Tizio sembra felice perché crede che gli “altri”, finalmente, lo riconoscano come uno dei “loro”, eppure la sua integrazione, tendente al completo mimetismo, è tutt’altro che compiuta. In realtà un “riconoscimento” privo di reciprocità è come un pozzo nel quale si cade senza mai toccarne il fondo. Un pozzo nel quale chi vi scompare risulta invisibile e insignificante molto più di quando il processo del “riconoscimento” era agli inizi, quando cioè vigeva almeno la resistenza di un’alterità inassimilabile. Speriamo che Tizio, ormai da anni disperso nel pozzo, non se ne accorga.

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Sauf-Tirol

Lutago

Ho appeso qui nella mia stanza un aforisma del filosofo Niklas Luhmann che rimastico spesso. “Man kann nicht sehen, dass man nicht sieht, was man nicht sieht”. Lo traduco con una perifrasi che ne illustra il senso (peraltro non particolarmente nascosto): quando vediamo qualcosa inevitabilmente non vediamo qualcos’altro, però non possiamo accorgerci che questo qualcos’altro ci sfugge. Nel caso del terribile incidente di Lutago in Valle Aurina – che è costato la vita a sei ragazzi, ventenni, ed ha provocato il ferimento di altre 11 persone – ciò che ci sfugge, tuttavia, non è certo la percezione della condizione di possibilità, vale a dire dell’altissimo rischio che porta a provocare tragedie del genere se, come è stato subito provato, ci si mette alla guida di un’auto in stato di ubriachezza. L’aforisma di Luhmann, dunque, può essere riformulato così: non si può vedere ciò che, pur vedendolo, abbiamo deciso di non vedere. Che cosa non si voglia vedere è chiarissimo. In Alto Adige-Südtirol esiste un colossale problema legato al consumo di alcol. Talmente colossale che, pur sguazzandoci dentro, abbiamo in un certo senso deciso che dev’essere preso con fatalistica accettazione. È così, è una cosa che accade, che ci volete fare? Le strategie per attutire e vaporizzare la percezione del rischio diventano immediatamente attive. Si dirà che eventi del genere sono rarissimi, si dirà che accadono anche altrove, si dirà che la responsabilità individuale, alla fine, è l’unica àncora di salvezza, una dotazione simile alla fortuna: o ce l’hai, o non ce l’hai. Ho un figlio di diciannove anni, neopatentato. I suoi racconti non differiscono da quello che si sente e che si vede in giro. Saufen, bere, fino a sfondarsi, è considerata una pratica quasi ovvia, buona per accedere anche ad un riconoscimento sociale che puzza di mefitico patriottismo da quattro soldi. “Se non bevi non sei un vero sudtirolese”. La ridicola prova del fuoco, l’iniziazione stantia a un rito comunitario in cui i valori sono rovesciati: più sei coglione e più vali. Per carità, nulla di nuovo e, come detto, neppure a denominazione d’origine controllata (semmai: incontrollata). Qualcuno avanza soluzioni impotenti: se questi ragazzi sapessero cosa fare, se avessero più cose da fare, non cercherebbero inutili prove di forza ad alto tasso alcolico. Chissà. Si ubriacano anche quelli che hanno altro da fare, perché la sera il tempo di svenire sotto un tavolo si trova sempre. Poi se “ci scappa” il morto, se ci scappano molti morti, se ci scappa addirittura una strage basta stare in silenzio un giorno, osservare ipocritamente il lutto. Peraltro, non è vero che i morti scappino. I morti restano lì, stesi e stecchiti. Intanto, il crocifisso nella Stube ti guarda. L’oste è in prima fila al funerale. Il sindaco di Valle Aurina, Helmut Klammer ha detto: “Ein Unfall, so tragisch er auch ist, kann passieren. Es ist eine ganz schlimme Situation für die ganze Talschaft. Ich hoffe, dass dieser Unfall keine großen Schatten für die Zukunft auf unsere Talschaft wirft” [link]. Ecco. Un incidente. Succede. Speriamo solo che non getti un’ombra sul futuro turistico della nostra valle. Amen. Da domani si può ricominciare a bere come niente fosse. Das Leben ist doch schön in Sauf-Tirol.

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Coraggio e avanti

Capodanno 2020

Per me il Capodanno non è né una ricorrenza detestabile, né una ricorrenza eccitante, né una ricorrenza indifferente. In questi giorni ho letto un articolo che mi ha fatto pensare. Parlava di Antonio Gramsci e citava un suo scritto sul Capodanno. Ecco il passaggio cruciale: “Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni eccetera, dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati”. Ad una sequenza di date indifferenti, così Gramsci, dovremmo opporre un rivolgimento profondo della nostra stessa idea del tempo, qualcosa che per così dire ci stacchi dalla sua infingarda progressione e ci ponga su un nuovo asse storico. L’autore del pezzo – che a differenza di Gramsci non aspetta il socialismo – difendeva invece il Capodanno banale, quello convenzionale, spiritualmente “travettistico” e fondato (citando il Gadda de “Il tempo e le opere”) su “l’assiduità pertinace alle incombenze del giorno”. Un Capodanno che, insomma, esprima fiducia nell’immediato domani, suggerendo l’idea che se lavoreremo bene, se saremo assennati, le cose andranno un pochino meglio di ieri, meglio dell’anno passato. Anch’io, devo dire, ho più simpatia per questo Capodanno riformistico e in chiave minore, mentre coltivo parecchio scetticismo nei confronti del Capodanno rivoluzionario. Poco importa se è una simpatia dal respiro corto, che scelgo solo per non imboccare la strada che mi porterebbe d’istinto, per indole e per affinità elettiva, ad abbracciare il Leopardi de “Il venditore di Almanacchi”. “Nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza – scriveva il 1 luglio 1827 il grande Recanatese –, tutti abbiamo provato più male che bene; e se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti”. Qualcosa di bene l’abbiamo pur vissuto, suvvia, ed è legittimo attendersi che potremmo averne ancora un po’, di quel bene (o persino di altro). La vita va avanti e riserva di certo qualche sorpresa, anche se la fine giungerà magari improvvisa e ogni lieta attesa sarà incenerita. Intanto siamo ancora qui, non affrettiamo le cose, cerchiamo di procedere con dignità sul cammino tracciato. Non coltiviamo soverchie illusioni, ma neppure sterminiamole tutte. Mia nonna, nella sua istintiva saggezza, ripeteva sempre: “coraggio e avanti”.

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Un vento di follia

Osvaldo Licini Angelo ribelle su fondo blu

Mi accorgo che sempre più spesso cerco di sfuggire a quello che viene mostrato, a ciò che, per così dire, è posto in evidenza. Mi piacerebbe capire se si tratta anche di una sottrazione di me a me stesso, una sorta di rinculo nelle zone più appartate e quindi impervie della mia essenza, altrimenti dispersa e consumata in giri estenuanti. Scegliendo un punto di osservazione laterale, di sbieco e in ombra, non si riesce forse ad ascoltare meglio ciò che siamo? Per farlo non occorre un luogo particolare, è un’esperienza che può essere compiuta ovunque, anche se è meglio, come accennavo, utilizzare una superficie di contrasto. Prendiamo tutte queste luci che adornano adesso le città. Per sfuggire al sovrabbondare degli impulsi entriamo in una chiesa, anche se non siamo credenti, soprattutto se non siamo credenti. A me piacciono le chiese dimenticate, quelle che faticano a sopravvivere. Quelle con pochi fedeli. Basta addentrarsi in certe periferie. Riscopriamo così il buio, talvolta anche il freddo, perché la variazione della temperatura tra fuori e dentro non sarà così pronunciata. Ripenso all’odore delle candele. Mi ha sempre commosso l’immagine di quei candelabri votivi in cui si ergono candele accese e spente, alcune ancora integre, altre quasi consumate del tutto. Canne d’organo, mozziconi di candele. Alla loro base la cera cola, si deposita, crea formazioni di accumulo spontaneo, materia su materia, strato su strato, e viene voglia di toccarla, di staccarne un pezzo: “Sono spinto a credere che le cose corporee si conoscano meglio di quelle spirituali; in realtà è più facile la conoscenza di me come cosa pensante. Lo dimostra l’esempio del pezzo di cera: anche se esso cambia forma e si scioglie continuo a chiamarlo cera. Non mi baso sulle sue caratteristiche fisiche per dire questo (infatti la cera sciolta ha delle caratteristiche fisiche molto diverse dalla cera solida); mi baso invece sull’idea o concetto della cera che c’è nella mia mente. Quindi l’idea o concetto, ovvero ciò che appartiene al pensiero o spirito, si conosce più chiaramente e distintamente delle cose materiali” (Descartes). Ma è davvero così? Io vorrei sapere tutto, essere tutto assieme a questo pezzo di cera, e poi di colpo non saperne più niente, non essere più niente. Pensare significa riuscire a non pensare quando non c’è bisogno di farlo. In questa aspirazione alla mancanza, alla sottrazione, si aprono forse spazi più pieni del vuoto che li occupa. Lavorare il pieno fino a svuotarlo, lasciare che sia, sospendendo l’atto, osservarlo disintegrare le sue possibilità concretizzate, conservandole tali. Nel buio raccolto di una chiesa nella quale si è entrati per caso, senza cercare nient’altro che il puro cercare, senza trovare niente che non sia lo stesso cercare, noi non troviamo niente, noi custodiamo il niente come custodiamo la cera che rinunciamo a staccare, accarezzandola con gli occhi, chiudendo gli occhi, come il grande angelo di Osvaldo Licini che chiude gli occhi sollevato da un vento di follia totale, cessando di respirare, vivendo nel punto in cui la vita coincide con la semplice gratuità di un esistere che è la massima contrazione possibile di qualcosa di impredicibile. Finché dura, finché durerà.

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