Atti linguistici

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John Searle

Adesso che se ne può ragionare un po’ a freddo, cerchiamo – per l’appunto – di non far sbavare il cane di Pavlov che abita dentro di noi e ragioniamo. Mi riferisco ancora all’incidente (chiamiamolo così, con neutralità) occorso in Consiglio provinciale la scorsa settimana e del quale ha parlato tutta la stampa armata di tutti i possibili cani di Pavlov disponibili nelle redazioni, senza escludere ovviamente le migliaia e anzi le centinaia di migliaia di cagnolini sguinzagliati per i social network. Bau bau bau. Sgombriamo prima di tutto il campo dal più grosso degli equivoci: in Consiglio provinciale si è dunque votato per radiare dal mondo il nome “Alto Adige”, si è cercato cioè di attentare al principale segno di autoriconoscimento della popolazione locale che abitualmente parla l’italiano? No. Il caso è scaturito da un emendamento contenuto in un documento legislativo di carattere “europeo” e non aveva – non ha – alcun potere di alterare la toponomastica ufficiale che vige dalle nostre parti. Non prendiamoci però per il culo. Chi aveva suggerito (e poi fatto votare con successo) quell’emendamento è una persona che effettivamente VORREBBE togliere dalla circolazione il nome “Alto Adige”, ma che – non potendolo fare – si contenta di combinare qualche scherzetto confidando nella distrazione/superficialità/dabbenaggine (e mettiamoci anche un po’ di complicità) di chi dovrebbe invece presiedere ad un solerte controllo di quanto si va deliberando. Una volta constatato che l’incidente stava causando un mezzo caso diplomatico (con tanto di minaccia d’impugnatura da parte del Ministro degli Affari Regionali), ecco che si sono avute le dovute precisazioni, le attese rassicurazioni. Si è trattato di uno “sbaglio” – così il Landeshauptmann Arno Kompatscher – e in particolare di uno sbaglio di correttezza nella traduzione: se infatti nella versione tedesca compariva il termine Südtirol, la cancellazione del corrispettivo “Alto Adige” ha partorito l’uso di quel burocraticissimo “Provincia autonoma di Bolzano” al quale potrebbe essere affiancato soltanto l’altrettanto burocratico “Autonome Provinz Bozen”. Se avesse prevalso questo sobrio burocratese, adesso nessuno direbbe niente. Di fatto basterà ripristinare “Alto Adige” accanto a “Südtirol” (o porre “Autonome Provinz Bozen” accanto a “Provincia autonoma di Bolzano”) per riveder fiorire il sorriso sugli aulenti prati della convivenza. Tutto bene, quindi? Nemmeno per idea. In un paese in cui tutti parlano di lingue, di significanti e di significati non c’è un cane (stavolta non di Pavlov, ma un semplice cane) che conosca la teoria degli atti linguistici di John Austin e John Searle. Cosa dice questa teoria? In pratica e in modo stringatissimo questo: qualsiasi parola o frase prodotta in un certo contesto non deve essere presa solo in “astratto”, ma esaminata alla luce del particolare INFLUSSO che essa (parola o frase) eserciterà sul mondo circostante. Una parola o una frase sono quindi “azioni”, proprio come un’azione è uno schiaffo o una carezza. Quando parliamo o scriviamo dobbiamo stare attenti, dobbiamo immaginarci l’effetto di ciò che stiamo “facendo”, le conseguenze che il nostro “atto linguistico” avrà su chi ci ascolta o ci legge. Se io dico, per esempio, “Sudtirolo” in un certo contesto, compio un atto linguistico potenzialmente diverso rispetto all’atto linguistico concretizzato dal nome “Alto Adige”o anche da “Provincia automoma di Bolzano”. Solo uno sprovveduto (come ad esempio il consigliere leghista Carlo Vettori) potrebbe pensare che si tratti di banali “sinonimi”. Chi ha proposto la modifica del nome, invece, sapeva benissimo cosa stava facendo. E il presidente della Provincia avrebbe dovuto accorgersene per tempo. Serva da lezione per la prossima volta, perché sicuramente ci sarà una prossima volta, nel nostro amato Sudtirolo Ideale Eterno in cui una bocca aperta equivale a una carabina puntata.

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Merda etnica

Salò

Io sono tra quelli che di preferenza dice e scrive “Sudtirolo”. Non ricordo bene quando ho cominciato a usare questo nome – nome che non gode di alcuna ufficialità, ma è solo un modo forse ingenuamente gentile di adattarsi alla sensibilità della maggior parte dei parlanti di madrelingua tedesca del Südtirol, ai quali la dizione “Alto Adige” non è mai andata giù anche per comprensibili motivi. Il mio uso di “Sudtirolo”, comunque, non è qualcosa di indubitabilmente politico, non contiene una “dichiarazione di appartenenza ideologica” che esclude a priori altre possibili scelte. Diciamo che tutto sommato a me va bene tutto: Sudtirolo, Südtirol, Provincia autonoma di Bolzano, e anche Alto Adige. L’importante è che – dopo aver nominato il luogo ognuno alla sua maniera – si passi poi subito a parlare di cose più sostanziose e non ci si incagli in queste stupide discussioni sul modo di chiamare il posto in cui si risiede. Per dire, quando non pochi turisti – anche per indicare il territorio a Nord di Salorno e a Sud del Brennero – parlano di “Trentino”, non è che io stia lì a cagare il cazzo. Se dicono “Trentino” a me va benissimo, non blocco il discorso sulla correttezza o meno di questa denominazione. Ti piace “Trentino”? Sei abituato così? Fai come ti pare. Ma forse io sono un po’ troppo tollerante. Di scarsissima tolleranza, invece, ha dato prova il Consiglio provinciale del Südtirol (o Sudtirolo, o della Provincia autonoma di Bolzano o dell’Alto Adige) che con una votazione della quale nessuno sentiva la mancanza avrebbe cancellato dalla documentazione “europea” il toponimo “Alto Adige”. Siccome chi siede in quel consesso, pur non brillando per particolare acume, non è neppure completamente deficiente, è da escludere che votando per l’abolizione di “Alto Adige” non sapesse di calpestare la solita merda etnica (mi dispiace essere così crudo, ma se si tratta di una “merda etnica” bisogna dirlo, non posso dire che si tratti di un “escremento autonomo del deretano di Bolzano”, per dire). Dunque la “merda etnica” è stata calpestata scientemente, e ora sono tutti lì a cercare di pulirsi le scarpe ai pantaloni degli altri. Non è un bello spettacolo, ne converrete. Dobbiamo in ogni caso mettere le mani avanti e rassicurare i più agitati: “Alto Adige” – per fortuna – resterà al suo posto, anche sui documenti ufficiali, e dopo un paio di manfrine alle quali siamo tutti abituatissimi la situazione tornerà ad essere quella di prima, cioè “non risolta” e “contraddittoria”, visto che sulla “non soluzione” e la “contraddittorietà” di tali stronzate (la “merda etnica” non può che produrre “stronzate”) qui vengono addirittura costruite lunghissime e inutilissime (dal punto di vista del bene comune), ancorché remuneratissime carriere politiche. Resta da suggerire una via d’uscita, bisogna cioè rispondere alla domanda: come si affronta, ogni volta che ci finiamo dentro, la “merda etnica”? Non parlarne, chiudere la bocca sarebbe la cosa migliore: capire cioè che questo dibattito è solo il solito triste circo di poveracci e non fa neppure più ridere. L’altra cosa – ed è quello che sto cercando di fare con questa mia breve nota – è richiamare i nostri rappresentanti ad un comportamento meno deludente, che evidentemente non è quello di calarsi ogni volta i pantaloni per mostrare a tutti le loro deiezioni, adducendo magari la scusa che alla maggioranza dei südtiroler, sudtirolesi, abitanti della provincia autonoma di Bolzano o altoatesini la coprofilia etnica è sempre parsa una specialità di cui andare fieri.

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Lotta generazionale

Greta Thunberg

Ho seguito, sto seguendo il fenomeno Greta Thunberg da una distanza che potrei chiamare di sicurezza. Ne parlo quindi attivando una prudenza che lambisce il ritegno più assoluto, quello che potrebbe sfociare in un programmatico non parlarne. Mi contento di essere, di stare con modesta curiosità al margine delle discussioni che si scatenano ogni volta, dopo che la suddetta arriva ad occupare il centro dell’informazione (e il fatto che questa occupazione riesca, comunque, è senz’altro degno di nota). Alcune cose, francamente, non mi interessano. Il suo aspetto fisico, il suo disturbo mentale, il modo drammatico con il quale dice ciò che dice (“How dare you”), l’eventualità che sia mossa da qualcuno che starebbe dietro di lei, come se insomma fosse animata da forze o da poteri che – secondo il vieto assunto complottistico – la trascenderebbero per farne la rappresentante del contrario di ciò che davvero rappresenta. Tutto questo, il “personaggio Greta”, non mi interessa. Piuttosto, mi piacerebbe approfondire il nocciolo critico del suo ambientalismo, capire a fondo la ragione del grido di dolore che si leva in difesa della terra e come è possibile corrispondere in modo serio e circostanziato alla sua richiesta, moltiplicata da centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi come lei, vale a dire quelli che riempiono le vie e le piazze nei famosi fridays for future. La cosa che vorrei soprattutto capire, ecco il punto, è se si tratta realmente di un movimento generazionale, di un’onda di protesta che ha a che fare con un modo d’essere determinato dall’età e dunque dalla contrapposizione a un altro modo d’essere, di vivere e di pensare che resterebbe così confinato in una precisa zona del paesaggio anagrafico. Mi impressiona, nel modo con cui Greta Thunberg e i ragazzi che a lei si ispirano rivendicano l’attenzione del mondo, questo insistere sul concetto di “furto del futuro” perpetrato dalle vecchie generazioni a danno delle nuove. Se le cose stessero davvero in questi termini basterebbe attendere il ricambio generazionale per stare tranquilli. “Loro”, quelli che adesso protestano, non faranno di certo gli sbagli che abbiamo fatto “noi”. Se la terra avrà una speranza di salvezza questa coinciderà con un ambiente non solo depurato dalla plastica e dai veleni che lo soffocano, ma dai “vecchi”, cioè da chi ha prodotto tutta quella plastica e tutti quei veleni. Su questo mi permetto di avanzare il mio scetticismo da vecchio. Piuttosto, vedrei più favorevolmente un appello a considerarci tutti corresponsabili (senza stare a scovare fotografie di Greta che la mostrano mentre beve acqua da una bottiglietta di plastica) e a cercare un’alleanza intergenerazionale per risolvere i problemi che sono, evidentemente, problemi di tutti. Se è vero che “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”, è vero anche che la lotta di classe non può ridursi ad essere solo una lotta tra generazioni.

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L’abisso della cronaca

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Le notizie di cronaca non sono mai un sipario che si tira e dietro ci troviamo il fatto, anzi il mostro (perché spesso il fatto è solo una collana di eventi che noi vogliamo appendere al collo del mostro, così da impiccarlo subito). Generalmente le notizie di cronaca, quelle che vengono strillate dai giornali per farsi comprare, vogliono suscitare solo un brivido di agnizione in chi le legge, un brivido però subito spento dalla scarsa conoscenza che è possibile farsi delle circostanze alle quali, pure, si è pensato di poter dedicare un po’ della propria attenzione, sempre così distratta. La reazione, quindi, ridotta all’osso: ah in che tempi viviamo, ah come vanno male le cose, sempre peggio, davvero sempre peggio, qui ci vorrebbe, qui bisognerebbe, qui io farei, qui bisognerebbe fare e così via. Ma la cronaca, dicevo, non è mai solo un sipario che possiamo alzare a piacimento e – una volta deposte le nostre quattro banalità al margine – poi richiudere come se niente fosse. La cronaca è un abisso, un crepaccio, e occorre calarcisi dentro seguendo tutte le precauzioni del caso. Noi pensiamo di aver a che fare con persone e cose immediatamente riconoscibili, identificabili, disponibili a confermare il nostro consueto giudizio sul mondo, sugli affari del mondo, invece le persone e le cose non sono mai come sembrano, la faccia che mostrano non è mai la faccia che hanno, la loro voce è un’altra e dice esattamente il contrario di ciò che noi sulle prime intendiamo, o almeno, se non è proprio il contrario, è comunque diverso – ed è una differenza sulla quale occorrerebbe indugiare a lungo. Prendiamo quanto successo a Lana, la storia della cittadina rumena arrivata da poco in Italia per la raccolta delle mele e ora finita in carcere perché accusata di aver ucciso il proprio bambino, subito dopo averlo partorito. Cosa si nasconde dietro a una storia così, qual è la trama abissale lungo la quale va a comporsi un fatto terribile e insondabile come questo, o meglio sondabile, ma solo usando tutta la prudenza possibile, tutto il tatto necessario, tutto il rispetto di cui dovremmo essere capaci, e soprattutto tutto il silenzio del quale, invece, non siamo davvero quasi mai capaci? A questa domanda non c’è risposta, perché essa suscita la eco di una domanda ancora più vasta. Sant’Agostino, commentando il Salmo 41, l’ha formulata così: “Chi mai potrà comprendere che cosa l’uomo reca nell’intimo, che cosa può, che cosa sa, di che cosa dispone, che cosa vuole, che cosa non vuole?”. Troppo misticismo? Una predica inutile? Non abbiamo bisogno di domande, ma solo di risposte? Non abbiamo bisogno di porte aperte, ma di chiudere subito la porta, anzi tutte le porte, tutte le celle, e di buttare via la chiave, anzi tutte le chiavi? Non abbiamo bisogno di capire, ma solo di giudicare? Io penso che sia esattamente il contrario. Giudicare, sentenziare senza ascoltare, riflettere e capire è come inchiodare una tavola marcia sulla bocca di un pozzo, e saltarci sopra, pensando stupidamente che regga.

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