A Silvius

Magnago

Una delle cose più belle viste recentemente è lo sketch di Corrado Guzzanti sulle poesie di Leopardi, anzi sulla poesia “A Silvia”, che un adulto “Lorenzo” recita mescolando citazioni errate e riferimenti impropri per culminare con l’esilarante richiesta di procedere finalmente ad una raccolta di liriche del recanatese che, sempre secondo il personaggio, non sarebbe ancora disponibile sul mercato (e a nulla valgono i richiami del figlio Luco, le mani raccolte a megafono intorno alla bocca, che gli grida “a papààààà… ce sta giàààà!!!”). A parte la bravura del comico, le ragioni per ridere qui stanno nella satira rivolta non tanto al poeta – la cui gloria non risulta minimamente scalfita o messa in questione –, ma al rimbambimento generale di una cultura che, proprio cercando di riuscire celebrativa, affonda in una melassa di stereotipi triti e ritriti (“Leopardi morì di gobba”), di informazioni liofilizzate e ruminate, di ricordi ossessivi e quindi ormai del tutto imprecisi. Il rimbambimento di una cultura, ecco, sfibrata e consunta perché eccessivamente focalizzata, egemonizzata da rituali stantii (la recita fatta da bambini invecchiati di qualcosa che non si conosce più, la salmodia di un canto protratto senza più attenzione per il contesto, mandato giù a forza e risputato in poltiglia). Si ride di quello, e fa bene farlo. Anche dalle nostre parti, a ben vedere, esisterebbe un soggetto buono ad essere ironizzato in quel modo. La poesia, in questo caso, dovrebbe però intitolarsi “A Silvius”, e l’autore collettivo lo scorgiamo a partire da tutte quelle bocche che – a dieci anni di distanza dalla sua morte – stanno ancora lì a intessere le lodi per il vecchio leader della Svp, il Mosè della Nazione Sudtirolese, l’eroe insostituibile nella narrazione che lo accredita come figura di agiografico richiamo: “Silvius, rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / e tu, lieto e pensoso, il limitare / di autonomia salivi?”. Anche su Silvius Magnago il libro “ce sta già”, eppure i suoi scrivani lo ricompongono sempre di nuovo, avendo cura di non omettere (quasi) niente, finendo solo per imbastire una tiritera pronta all’uso e funzionante come promemoria nello sgretolamento mnemonico circostante: il ragazzo cresciuto a Merano, trasferito a Bolzano, la laurea in giurisprudenza (si laureò nel 1940, a Bologna, ma si omette che il titolo della tesi era I reati contro la razza ed il patrimonio biologico ereditario nella legislazione nazional-socialista, indicata come raro – anzi, a quel tempo “unico” – esempio di “attenzione scientifico-accademica alla normativa razziale tedesca”), l’opzione per il Reich tedesco, la perdita della gamba sul fronte russo, la conquista del potere, l’omelia del Los von Trient recitata a Castel Firmiano, il convegno del partito a Merano, quello dell’approvazione del Pacchetto nel 1969 (per i sudtirolesi evento più importante del contemporaneo allunaggio), e poi la mummificazione in vita, fino alla statua di legno nel foyer della sede di via Brennero e l’intitolazione della piazza del Potere fatta al grido di “Santo subito!”. Chi oserebbe ironizzare su Magnago? Nessuno. La genuflessione di massa non ammette eccezioni, la critica (ma anche una storiografia appena più dissacrante) non trova nessuno spazio per affermarsi. Un ipotetico Luco si sgolerebbe per nulla. “Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvius mio!”: la recita andrà avanti, senza variazioni apparenti, probabilmente per sempre.

#maltrattamenti

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