Questa non è una scuola

Questa non è una scuola

Ho visto il video della brava dirigente scolastica “tedesca” che descrive com’è andato il primo giorno di “scuola” dopo la “riapertura”. Uso le virgolette – attorno alle parole tedesca, scuola e riapertura – perché qui la connotazione eccede di molto la denotazione, e bisognerebbe perciò profondersi in un ampio commento. Dietro a queste parole, infatti, si nasconde un’opposizione (forse più ideologica che pragmatica) che ci porterebbe, se non la affrontassimo con la massima delicatezza, a finire dritti dritti dove non bisognerebbe finire. Ma a Bolzano sembra impossibile non finire dove non bisognerebbe finire. La strada è sempre tracciata. E, del resto, già solo l’esistenza di scuole tedesche e scuole italiane, l’esistenza stessa di tale divisione, dico, non può che indurci a replicare il senso di un contrasto che sta “nelle teste”, prima ancora che “nelle cose”. Cosa è accaduto lo sanno tutti. In estrema sintesi: siccome qui sta riaprendo più o meno tutto, la giunta provinciale ha pensato che all’appello delle varie riaperture non potevano mancare gli istituti scolastici, almeno quelli relativi all’infanzia e di livello primario. Se i genitori tornano a lavorare, infatti, chi accudirà i bambini? Aule aperte, quindi, anche se non per tutti, anzi per pochissimi, e, soprattutto: non per fare quello che di solito si fa nelle aule. Ma a questo punto, ecco la spaccatura. I “tedeschi” (torno a usare le virgolette) dicono sì, va bene, ci adattiamo, faremo quel che possiamo. Gli “italiani” (sempre virgolettati) frenano, recalcitrano, sollevano obiezioni: non esistono condizioni di sicurezza, non possiamo permetterci di aprire un servizio che non è compatibile con le nostre competenze. Chi ha ragione? Come se ne esce? Possiamo parlare veramente di “riapertura delle scuole”, in una situazione del genere? Tornando al video dal quale ho preso le mosse: quel che si vede sono esercizi di distanziamento sociale, più che una vera e propria didattica. O meglio: la didattica, ciò che viene proposto come didattica, è solo “pedagogia emergenziale”, un modo per tenere distanti i bambini, insegnando loro a rispettare delle “regole” che non li spingano a fare a scuola ciò che normalmente si farebbe a scuola. Un paradosso, accettato nel nome della solidarietà, che quindi andrebbe percepito per ciò che è, ossia alla luce dei problemi che pone, non solo in relazione ai problemi – di natura evidentemente extra-scolastici – che magari riesce anche in parte a risolvere. Mi rendo conto di muovermi su un crinale molto scivoloso, perché le persone qui hanno sempre bisogno che venga offerto loro un giudizio definitivo (le scuole andavano riaperte oppure no? Hanno fatto bene i “tedeschi” a dichiararsi – o comunque ad apparire – come disponibili a riaprire oppure i dubbi degli “italiani” sono giustificati e bisognava attendere ancora?). Io ritengo però che la discussione avrebbe dovuto essere essenzialmente un’altra: cosa significa fare scuola in circostanze che non lo permettono? È vero, per discutere ci vorrebbe tempo, e qui di tempo non ce n’è, bisognava fare qualcosa. Ma perché non si può discutere comunque, anche mentre si sta facendo qualcosa, senza usare ciò che si sta facendo (o non facendo) per immiserire e reprimere la discussione della quale, è evidente, ci sarebbe così tanto bisogno? L’ho già scritto in un editoriale e torno a ripeterlo: tra poco ci sarà l’estate e poi tornerà settembre; per quel termine riusciremo a ritrovare il bandolo della matassa, riusciremo a capire in quali condizioni e come lavorare riportando in primo piano le vere esigenze di chi a scuola ci vive (docenti e discenti), al di là del “servizio” di supplenza verso il quale ci siamo adesso dovuti muovere e anche al di là della divisione tra “tedeschi” e “italiani”, divisione che continuiamo a mettere in campo per non pensare alla nostra – evidentemente complessiva – incapacità di affrontare problemi comuni?

#maltrattamenti

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