Monumenti: cogliere l’occasione

di Francesco Palermo

Negli anni ’70 Indro Montanelli invitava gli italiani a turarsi il naso e a votare DC. Col senno di poi, e visto quel che è venuto dopo, la corrotta DC di allora appare come un modello di buona amministrazione e senso delle istituzioni. Oggi agli italiani dell’Alto Adige conviene turarsi il naso e farsi piacere l’accordo tra la SVP e il governo nazionale sulla questione dei monumenti di epoca fascista. Perché fra trent’anni potremmo rimpiangerlo. Puzza, come puzzava la DC di allora, ma è il meno peggio tra quanto disponibile sulla piazza.

La delusione di chi vede questioni delicatissime come i simboli in un territorio ipersensibile come questo svendute per una banale sfiducia ad un banale ministro e risolte con banale e cinico semplicismo anziché col dialogo è comprensibile e condivisibile. Ma se proviamo ad alzare lo sguardo dalle miserie della politica politicante forse ci rendiamo conto che è (anche) un colpo di fortuna. Che conviene sfruttare fino in fondo.

Sono molti i motivi che dovrebbero indurre gli italiani dell’Alto Adige a non stracciarsi le vesti per questo accordo. Il primo è di natura pratica. Qualcuno ha tolto agli altoatesini le castagne dal fuoco facendo il lavoro sporco che nessuno, localmente, avrebbe avuto il coraggio di fare: la destra per la sua eredità ideologica, la sinistra per non essere accusata di calare le braghe davanti alla Volkspartei. Tanto che sono decenni che si discute di percorso condiviso, si compiono passi timidi (e talvolta goffi, vedi il referendum su Piazza Vittoria), si cerca il dialogo, ma non si arriva a nulla. Il problema non è della SVP, ma dei rappresentanti italiani. La SVP ha sempre coerentemente perseguito una strada, sbagliata ma chiara: eliminare e, dove questo è impossibile, storicizzare. Da parte italiana cosa è emerso? Tante parole, nessun progetto condiviso e l’irritante cul de sac ideologico in cui ci si è fatti spingere, per cui identità italiana, monumenti fascisti, ideologia fascista finivano tutti nello stesso indifferenziato calderone. Al punto che l’identità italiana diventava sinonimo di nostalgia fascista. Un’equazione sbagliata, sgradevole e perdente. Ora, sia pure in modo brutale, qualcuno ha strappato il cerotto. Fa male, ma molto meno che strapparlo lentamente, soffrendo ad ogni millimetro di superficie che si stacca.

Il secondo motivo è di natura procedurale e di metodo. Ciò che fa arrabbiare dell’accordo, più del suo contenuto, è il fatto di essere stato raggiunto sopra la testa degli italiani dell’Alto Adige, indipendentemente dal colore politico, con uno dei tanti blitz romani della SVP. Giusto rammaricarsi che non si sia seguito un percorso più cooperativo – anche se questo avrebbe significato finire alle calende greche. Ma non si può dimenticare che la competenza in materia di (quei) monumenti è dello Stato. Con chi altri avrebbe dovuto trattare la SVP (meglio se l’avesse fatto la Provincia, ma da tempo si sa che partito e istituzione sono purtroppo la stessa cosa) se non con il Governo? Certo, presentare un accordo condiviso localmente sarebbe stato preferibile, ma alla fine la trattativa non poteva che essere bilaterale, ed escludere chi non aveva alcuna competenza. Ciò che è politicamente meschino non sempre è giuridicamente scorretto. Il problema su cui riflettere, semmai, è quello della rappresentanza. E anche qui c’è molto da pensare per gli italiani: la sindrome da maggioranza trasformata in minoranza ha sempre fatto guardare con troppe aspettative al rapporto privilegiato con i livelli di governo in cui gli italiani sono maggioranza: in primis il governo romano, e fino a qualche tempo fa anche la Regione (ora finalmente perfino i trentini sembrano aver capito che devono arrangiarsi da soli). Ma il governo romano si è sempre comportato come Bondi. Magari con più dignità, ma la sostanza è sempre stata quella. Anche quando governava la sinistra. Anche prima quando c’erano i democristiani. Non possiamo sopravvalutare il peso di poco più di centomila italofoni dell’Alto Adige rispetto alle dinamiche nazionali, non possiamo pensare di essere l’ombelico del mondo. E soprattutto non possiamo illuderci che a Roma la rappresentanza sia vista in un’ottica sofisticata di pluralismo: se Roma tratta, tratta con la Provincia e/o con la Volkspartei. Cioè con le maggioranze. Esattamente come fa la SVP. Esattamente come fanno i trentini, che se ne strafregano degli italiani dell’Alto Adige. Perché non sono loro che comandano. Punto. Come ha scritto ottimamente Paolo Campostrini su questo giornale, “ora sappiamo di essere soli (…) E’ finito il tempo delle urla, anche perché nessuno ci ascolta”.

Ed ecco il terzo motivo. Se questo accordo ci aiuterà a capire e interiorizzare questa grande verità, forse saremo capaci di trarne le conseguenze pratiche. Smettendo di fare dei (presunti) rapporti privilegiati con Roma un elemento della campagna elettorale, come ha fatto il PDL ma anche, quando toccava a loro, il PD. Questo darebbe spessore alla rappresentanza e alla capacità politica degli italiani dell’Alto Adige. Sapere che se affoghi nessuno ti salva aiuta ad imparare a nuotare. E questa comunità ne ha disperatamente bisogno.

Il quarto motivo è nuovamente di carattere procedurale – e come si sa, la procedura è sostanza. Il contenuto dell’accordo, pur nella sua genericità, sembra voler trasferire le decisioni in tema di monumenti alla Provincia. Resta da vedere come il flaccido linguaggio della lettera del Ministro si tradurrà in solide norme giuridiche, ma se questo è il senso, allora si apre finalmente uno spiraglio per gli italiani di qui. Perché avrebbero finalmente, come parte sia pur minoritaria di questa Provincia, una competenza o almeno una voce in capitolo che prima non avevano perché la materia si riduceva al dialogo tra Provincia (SVP) e Stato. Insomma, da dialogo paritario tra Provincia e Stato si passa al dialogo (non più paritario) tra le componenti etnico-linguistiche della Provincia. Dove c’è pur sempre il comune maggiore e più direttamente interessato che è a maggioranza italiana, ma dove si spera che si possa iniziare a ragionare al di fuori di ottiche strettamente numeriche. Altrimenti si finisce – nella migliore delle ipotesi – come con Piazza della Vittoria. Nella peggiore come in Bosnia. Insomma, adesso che lo Stato si spoglierà della materia, finalmente gli italiani dell’Alto Adige potranno essere coinvolti. E’ adesso il banco di prova del dialogo, non prima.

Infine, questo accordo pone davanti a un bivio. Si può ricadere nel nazionalismo da entrambe le parti, con una spirale che non conviene a nessuno (nemmeno alla SVP oggi apparentemente trionfante). Oppure si può inaugurare la stagione della complessità, alla quale anche i politici devono abituarsi, smettendola con gli slogan e le banalità per accontentare le pance dei cittadini (di entrambi i gruppi linguistici) e aiutando anzi la società a vivere gioiosamente la sua complessità. Che è sinonimo di pace e prosperità, mentre i messaggi semplici portano sempre alla rovina. Insomma, siamo di fronte a un regalo inatteso, anche se certo non richiesto. I partiti italiani ne approfittino. Forse chi ha più da preoccuparsi in tutta questa storia sono coloro che sono rappresentati dalla SVP per il cinismo dei loro esponenti. Un cinismo per ora vincente, ma che ne fa un partito italianissimo. Come la DC degli anni ’70.

Alto Adige, 30 gennaio 2011

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Combattente del diritto

Il commento di F. Palermo, sull’Alto Adige di oggi, che espone con un altro stile il contenuto del mio.

di Francesco Palermo

Capita spesso che i destini indissolubilmente intrecciati di due persone si incrocino anche nell’ultimo passo. La scomparsa di Alfons Benedikter pochi mesi dopo la morte di Magnago fornisce una rappresentazione fortemente simbolica ed evocativa della consegna alla storia della prima fase dell’autonomia, con l’uscita di scena quasi contemporanea dei suoi due artefici principali: il politico e il giurista.

In questi tempi di confusione di ruoli, la cristallina divisione di funzioni tra il politico Magnago e il giurista Benedikter è esemplare. Accomunati da un ideale politico (la linea dura, l’autonomia etnica, la diffidenza verso l’Italia e verso gli italiani, un concetto ottocentesco di popolo e di nazione), non scalfito nemmeno dalla posizione diversa sul Pacchetto (favorevole Magnago, contrario Benedikter), insieme hanno costruito l’autonomia che ancora oggi ci governa, con i suoi (molti) pregi e (alcuni) difetti. E lo hanno fatto attraverso una perfetta divisione dei ruoli: motore politico l’uno, mente giuridica l’altro. Dimostrando ai posteri che il diritto, per essere efficace, richiede obiettivi chiari che possono venire solo da una politica coerente e con forti ideali, e che la politica, se non fondata su granitiche basi giuridiche, diventa arbitrio del potere.

Le posizioni radicali di Benedikter, pur tatticamente utili alla costruzione dell’autonomia, lo collocano strategicamente nel versante perdente della storia. La sua visione della purezza etnica e dei territori omogenei è travolta dalla realtà della globalizzazione, dell’ibridazione e delle identità multiple. E il suo obiettivo dell’autodeterminazione, di cui l’autonomia sarebbe dovuta essere (quasi à la Lenin) soltanto una tappa necessaria ma intermedia, è vanificato dall’integrazione europea e dalla porosità dei confini.

Per contro, il suo rigore di giurista lo rende un gigante del metodo di governo. Sulle scelte sarà la storia a giudicare, ma sul metodo il giudizio è inconfutabile. Preparatissimo, puntiglioso, controllava minuziosamente le virgole di ogni disposizione. E quando arrivava a Roma per negoziarle, travolgeva con la sua pignola competenza i faciloni funzionari ministeriali, ottenendo tutto ciò che con il politico Magnago aveva concordato e talvolta persino di più. Ci voleva un giurista di ferro per costruire un’autonomia di ferro, e Benedikter ha svolto quel ruolo alla perfezione. Suo è il merito del pregio principale dell’autonomia: essere fondata sul diritto. La iper-normativizzazione dell’autonomia ne garantisce tutti gli aspetti e – cosa ancor più importante – tutti gli attori. Ogni diritto individuale o di gruppo è dettagliatamente disciplinato e proceduralmente garantito, e tutti sanno che esiste un rimedio contro la sua violazione. Solo così è stato possibile costruire la fiducia tra i gruppi e tra i livelli di governo indispensabile al funzionamento dell’autonomia, in una fase in cui tale fiducia mancava, in primis nello stesso Benedikter. Che con intelligenza ha saputo fare del diritto il cemento dell’autonomia e della convivenza. Anche se per lui queste erano solo passaggi necessari verso un obiettivo più lontano e, nella sua mente, più nobile.

La morte gli risparmierà il dispiacere più grande. Non solo e non tanto vedere allontanarsi il sogno di un Sudtirolo hoferiano – omogeneo, reazionario e contadino – ma soprattutto osservare la sua maestosa opera di ingegneria giuridica perdere smalto per carenza di manutenzione. Lo statuto non viene riformato e il suo contenuto si allontana dalla realtà, rendendolo meno prescrittivo. Il Consiglio provinciale, il parlamento regionale più autonomo d’Italia, produce pochissime leggi nonostante le moltissime competenze. Le commissioni paritetiche, l’organo forse più importante dell’intero impianto autonomistico, sono sostanzialmente paralizzate e inattive. Nell’amministrazione non dominano più i giuristi ma i (presunti) manager, le “regole” sono viste come impacci burocratici e si intorbidano le responsabilità amministrative e politiche.

Certo, il mondo di oggi è molto diverso da quello di Benedikter. E un ritorno ai suoi tempi non è né realistico né probabilmente auspicabile. Ma è opportuno che la sua scomparsa spinga a riscoprire gli elementi più preziosi della sua eredità.

Identità e identificazione

di Francesco Palermo

Le tensioni identitarie sono una costante del nostro sistema autonomistico. Con una certa regolarità affiorano e si nascondono, come un fiume carsico, ma sono sempre lì, come un ingrediente imprescindibile di una elaborata pietanza. Che per alcuni sarebbe più gustosa senza quell’ingrediente, mentre per altri ne servirebbe di più per accentuare il sapore.

Forse conviene cercare di riflettere a mente fredda sui fattori di identificazione con questa autonomia, e sulle differenze di percezione. In entrambi i principali gruppi linguistici della Provincia – chiamiamoli così per comodità e per definizione statutaria, pur con tutte le approssimazioni del caso, data l’intrinseca eterogeneità di un “gruppo” identificato in base ad un solo criterio (la lingua o la “etnia”) trascurando tutti gli altri – si stanno registrando profondi cambi di prospettiva, ancora poco analizzati.

Tra gli italiani è sempre più palese una certa schizofrenia di gruppo: il consenso nei confronti dell’autonomia per come è, con i suoi pregi e i suoi difetti, è in forte crescita. La volontà di integrazione è fortissima, come emerge dalle pressanti richieste di luoghi di aggregazione, di più bilinguismo, di scuole miste, non a caso chieste sia da destra che da sinistra. Parimenti, cresce la frustrazione per non vedere ricompensati gli sforzi di avvicinamento all’altro gruppo: si resta fuori dal potere, le condizioni socio-economiche disaggregate per gruppi linguistici mostrano una netta gerarchia tra gli stessi, vengono continuamente rinfacciate la colpa storica del fascismo e la presenza tollerata ma non paritaria sul territorio. Nel contempo, la migrazione da altre regioni d’Italia è in costante crescita da diversi anni. Gli italiani si arrabbiano, reclamano più rispetto, ma nel contempo vogliono vivere qui a tutti i costi. Un paradosso? No, perché l’identificazione degli italiani con questa terra è legata principalmente ai servizi, alla qualità della vita, alla salute complessiva della società come luogo dove poter comunque sviluppare la propria personalità e crescere i figli.

Nel gruppo linguistico tedesco la situazione è opposta. Pur essendo maggioranza dominante in tutti i settori, non solo politico ed economico ma sempre più chiaramente anche nella implicita “gerarchia etnica”, resta forte il complesso di minoranza. Pur con l’aumento del benessere, della cultura, delle opportunità di viaggiare, la cultura dell’elite urbano-borghese, che si muove con piacere da una cultura all’altra, è recessiva. Se fino a qualche anno fa era “chic” poter essere “anche” italiani, quasi con un senso di superiorità rispetto ai nord-tirolesi che erano “solo” austriaci, oggi paradossalmente l’appartenenza all’Italia viene vista con crescente disagio. E questo soprattutto per la situazione n cui l’Italia è precipitata negli ultimi anni: la perdita di ogni prestigio internazionale ha promosso nelle minoranze alloglotte un senso di vergogna. Inoltre, l’identificazione del gruppo tedesco col territorio non è primariamente legata alla qualità dei servizi come per il gruppo italiano, ma è di tipo possessorio. Non si fa un confronto tra i buoni servizi di qui e quelli disastrosi del resto d’Italia (come fanno gli italiani), ma si dà per scontato che i servizi siano come sono – analoghi a quelli offerti in Austria – e si vedono gli aspetti negativi della perdita di prestigio legata al passaporto italiano.

Il problema di fondo resta tuttavia lo stesso: scarsa percezione dei problemi e persino delle psicosi dell’altro. Non è mancanza di comunicazione, perché quella c’è – forse insufficiente, ma molto più di un tempo. E’ mancanza di attenzione e sensibilità. Oggi i media in lingua italiana guardano in modo crescente a ciò che accade nel gruppo tedesco (riflettendo la domanda di integrazione dei loro utenti), ma raramente riflettono le relative sensibilità. I media in lingua tedesca assomigliano invece sempre più a quelli austriaci. Le notizie non solo dall’Austria ma persino dalla Germania sono in costante aumento (dalla politica allo sport), l’immagine anche grafica dei giornali e il look dei presentatori televisivi è molto più vicina ai corrispondenti media austriaci di quanto lo fosse alcuni anni fa.

Il gruppo italiano accresce il proprio strabismo vedendo con un occhio la propria condizione di inferiorità, e con l’altro i servizi e la qualità della vita confrontandoli con la situazione dei parenti a sud di Salorno. Il gruppo tedesco per contro aumenta l’unidirezionalità dello sguardo, e nonostante le maggiori opportunità è meno pluriculturale di un tempo. Quando Durnwalder parla agli “italiani” parla di Bolzano capitale europea della cultura insieme al Nord-Est, quando parla ai “tedeschi” dice basta alla Vetta d’Italia.

Se si ritiene che questo sia un problema, occorre parlare di più dei “complessi” dell’altro. Agli italiani va spiegato, ad esempio, perché la toponomastica bilingue, che a loro pare un’ovvietà, è così problematica per gli altri, e al gruppo tedesco va fatto capire che “gli italiani” non sono una massa indistinta, e che soffrono ad essere marginalizzati, anche più quando ciò accade involontariamente, per semplice indifferenza.

Parlare meno e in modo diverso dei problemi di gruppo e cercare di vedere la prospettiva del governo di un territorio che riguarda tutti potrebbe essere un primo passo. Se si decide di mantenere sette ospedali o di accorpare alcuni servizi, occorre consapevolezza del fatto che questo è letto in modo diverso nei due gruppi linguistici. Idem con l’aeroporto, con la democrazia diretta e con tante altre cose. Porsi sempre la domanda di come la vede l’altro potrebbe essere un buon esercizio da fare tutti. Magari pensando non solo ai gruppi principali ma anche ai ladini e ai diversi gruppi immigrati. Una piccola ginnastica mentale che potrebbe fare molto più di tanti proclami.

Pubblicato col titolo I “complessi” degli altri, in Alto Adige, 3 ottobre 2010

Il bilinguismo imperfetto

Pubblico l’articolo di Francesco Palermo, apparso sul quotidiano Alto Adige il 25.09.10

Nell’annunciare l’accordo sul bilinguismo nella segnaletica di montagna, il Presidente Durnwalder e il Ministro Fitto hanno ossessivamente ripetuto che la soluzione trovata non prevede né vincitori né vinti. Sperando che, come un mantra, a forza di ripeterlo si finisca per crederci. Ma si sa, excusatio non petita, accusatio manifesta: le scuse non richieste sono una sorta di confessione.

Benissimo che tutte le parti possano salvare la faccia, dire di avere vinto e soprattutto voltare pagina. Questo è il risultato più importante, e non fosse che per questo, si tratta di un buon accordo. E’ fondamentale che entrambi i principali gruppi linguistici della Provincia sostengano questo compromesso, perché così esso rappresenterà un piccolo ma importante passo in avanti sulla strada della convivenza. E’ però anche necessario che il consenso sia informato. Ossia che il sostegno all’accordo sia il frutto della consapevolezza di ciò che esso significa, e non basato sulle informazioni filtrate dai rappresentanti politici, le cui dichiarazioni opposte a seconda dell’uditorio di riferimento sono la migliore dimostrazione dell’ambiguità del testo (“addio alla Vetta d’Italia” per i tedeschi, affermazione del bilinguismo per gli italiani).

Ad un’analisi più approfondita, non vi è dubbio che l’accordo rappresenti una vittoria schiacciante della SVP e, al suo interno, di Durnwalder. In primo luogo, l’accordo è il frutto di una forzatura, sapientemente condotta negli anni dall’Alpenverein attraverso la graduale diluzione del bilinguismo nella segnaletica. Secondo, viene sancito e messo nero su bianco che l’obbligo di bilinguismo nella toponomastica previsto dallo statuto di autonomia non è di tipo assoluto, e può incontrare deroghe. Intendiamoci, è sempre stato così, ma ora a questo dato di fatto viene fornita copertura giuridica con l’avallo del governo nazionale, per cui non si potrà più invocare un’interpretazione “purista” del principio bel bilinguismo e si incrina quella che fino ad ora era la presunzione, fino a prova contraria, di un territorio bilingue. Ora la prova contraria è arrivata. Terzo, l’accordo parla in modo sibillino delle denominazioni diffusamente utilizzate – quale criterio per l’obbligo di cartelli bilingui – anche in riferimento ai comuni. Significa forse che se la denominazione di un comune o di una sua frazione dovesse essere ritenuta “non diffusamente utilizzata” si potrebbe usare, nei cartelli di montagna, la dizione monolingue? Ciò sarebbe in contraddizione con diverse norme statali, norme di attuazione, leggi regionali e provinciali, e andrebbe oltre quanto previsto dallo stesso disegno di legge SVP sulla toponomastica. Un atto amministrativo, qual è un protocollo d’intesa, non può intervenire sulla denominazione ufficiale dei comuni, ma nemmeno su come essi vengono indicati nei cartelli di montagna, eppure il testo non sembrerebbe escluderlo. Quarto, l’accordo afferma espressamente che i nomi “storici” sono solo quelli in lingua tedesca e ladina. Ovviamente, data la storia di questa terra, nella quasi totalità dei casi questo è assolutamente vero, ma scrivendolo in quel modo si introduce il principio per cui la storia è unidirezionale, che qui c’erano (da sempre, quasi per diritto divino) solo tedeschi e ladini e ad un certo punto sono arrivati gli italiani, i cui diritti sono certo rispettati ma non possono accampare alcuna pretesa di carattere “storico”. Insomma, una previsione condivisibile sotto il profilo del contenuto, ma molto sfortunata nella formulazione (se involontaria) o molto astuta se voluta. Perché in questo modo si forma una presunzione giuridica in base alla quale il nome storico è solo in tedesco, così introducendo una gerarchia tra lingue e gruppi che le parlano. Ancora, l’accordo non risolve i problemi aperti, rinviando ad una commissione senza reali poteri o, in caso di disaccordo, alle sedi politiche. Infine, se fortunatamente l’accordo evita qualunque distinzione tra suolo pubblico o privato, che è una sciocchezza giuridica perché i cartelli svolgono una funzione pubblica indipendentemente da dove sono piantati, esso si applica solo ai cartelli apposti con contributo pubblico. Il che è giuridicamente corretto, in quanto in via di principio non si possono porre limitazioni alle scelte private senza un interesse pubblico legittimo, ma rischia di divenire nei fatti una norma facile da aggirare e difficile da attuare: come si fa nella prassi a controllare se ogni singolo cartello abbia avuto un contributo pubblico? E se i cartelli invece che dell’Alpenverein fossero di proprietà privata, l’interesse pubblico verrebbe meno?

Insomma, l’intesa crea più dubbi di quanti ne risolva, e se l’obiettivo di una parte era il ripristino del bilinguismo, questa parte ne esce sconfitta. Non a caso questo obiettivo, sbandierato in estate,

non viene mai menzionato nel testo, che invece parla di necessità di giungere a una “soluzione condivisa del problema”, dopo avere implicitamente ammesso che il “problema” non è tale, ma è il semplice frutto dell’apposizione di cartelli illegittimi.

Detto questo, a beneficio del consenso informato, è giusto ed opportuno sostenere questo accordo. Non fingendo di credere alle favole, ma nella consapevolezza della necessità di fare un passo indietro nel superiore interesse della convivenza.

Il metodo con cui si è creato il problema (sapendo che lo spirito dello statuto impone comunque un accordo anche su vicende originate da atti di prepotenza) ed ora anche i contenuti dell’intesa lasciano molte perplessità, anche perché potrebbero rappresentare uno sgradevole precedente in altri settori. Ma contrastare l’accordo avrebbe il solo effetto di riaprire il discorso, senza ragionevoli prospettive di poter “tornare indietro”, e peggiorando soltanto il clima. Il consenso della comunità italiana sia nei confronti di ciò che l’accordo rappresenta. Sia il consenso alla convivenza e al buon senso, e sia frutto della forza che la dignità conferisce agli sconfitti. Sia un convinto segnale di voler guardare avanti, tutti insieme, porgendo l’altra guancia se necessario. La convivenza val bene un “nome storico”.

Quando due bambini litigano, è quello più maturo a lasciare il giocattolo all’altro. Sia questa allora la parte di vittoria della comunità italiana: sfruttare l’occasione per ribadire che il progetto dell’autonomia e della convivenza vale molto di più dei cartelli e forse anche della toponomastica, anche se con meno bilinguismo l’autonomia e la convivenza sono meno belle. Fingere di credere a ciò che questo accordo non è, o opporvisi sbraitando quando è troppo tardi, farebbe solo passare, oltre che da perdenti, anche da stupidi. Meglio volare più alto e guardare avanti con dignità. Magari sfruttando il credito acquisito in una prossima occasione.

Condannati al dialogo

di Francesco Palermo

L’incontro tra il Presidente Durnwalder e il Ministro degli affari regionali sui cartelli bilingui in montagna è il primo tassello della composizione di una vertenza, quella sulla toponomastica, che si preannuncia ancora lunga e irta di insidie. Durnwalder sapeva di dover fare marcia indietro sui cartelli. Il punto però non era spuntarla su questo, ma riuscire a dare legittimazione politica – mettendola sul tavolo del Ministro – all’intenzione della SVP di proseguire sulla via di una nuova regolamentazione della toponomastica in Provincia di Bolzano. In tal senso, ogni minima incrinatura del criterio del bilinguismo assoluto – senza se e senza ma – di tutto ciò che ha una valenza pubblica, anche indiretta, è una vittoria della SVP, che vi si baserà per presentare un disegno di legge dopo l’estate.

Sia chiaro, l’intenzione di disciplinare la toponomastica con legge provinciale è di per sé una buona notizia. La Provincia, com’è noto, ha competenza primaria in materia (“fermo restando l’obbligo della bilinguità”, art. 8 statuto), ed è bene per lo sviluppo dell’autonomia che le competenze vengano esercitate. Il problema è il contenuto dell’annunciato disegno di legge. Da anticipazioni di stampa sembra che si intenda introdurre la distinzione, giuridicamente problematica, tra macro- e micro toponomastica e l’ancor più dubbio criterio delle rilevazioni statistiche per determinare l’uso effettivo di un toponimo per i casi incerti. Se questo sarà il contenuto della legge proposta, si tratterà di una forzatura dello statuto, destinata quasi certamente ad incorrere in una censura di incostituzionalità da parte della Corte costituzionale. In altre parole, una legge siffatta avrebbe vita brevissima.

Allora si pongono due domande fondamentali. Primo: a chi giova una forzatura dei delicati equilibri della convivenza, tanto più sapendo che la legge, anche se approvata, non sopravvivrà al vaglio della Corte costituzionale? Potrebbe trattarsi di una deliberata “strategia della tensione”, volta a rimettere in discussione i pilastri dell’autonomia come disegnata dallo statuto, ma non converrebbe a nessuno, a partire dalla SVP, che non è certo così sprovveduta da voler compiere un passo del genere. Oppure si tratta di un’ingenuità giuridica colossale, ma è impensabile che il partito non abbia acquisito le necessarie informazioni e possa incorrere in simili errori di valutazione. Resta una terza ipotesi, la più probabile: che si tratti di una pedina su uno scacchiere più ampio, da sacrificare al momento opportuno in cambio di altro. Quando sarà il momento, la proposta sarà ritirata, e ciò sarà presentato come un doloroso passo indietro che giustifica la richiesta di qualcosa di ragionevolmente ottenibile. Magari la flessibilità sui tempi del ripristino della segnaletica bilingue sui sentieri. Sarebbe una strategia ardita, ma comunque comprensibile, mentre le altre ipotesi semplicemente sono irrealistiche.

Secondo: cosa insegna questa vicenda? E cosa dice davvero lo statuto? Si è parlato molto della competenza primaria della Provincia in tema di toponomastica, ma poco delle ramificazioni di questa competenza. Per esempio, è bene ricordare che il gruppo linguistico italiano in Consiglio provinciale può bloccare la legge prima che venga approvata, senza bisogno di aspettare che sia Roma a sollevare il ricorso. Ma soprattutto, la vicenda mostra un aspetto essenziale, che palesa sia la forza che la debolezza del sistema autonomistico. La convivenza dettata dallo statuto prevede innumerevoli meccanismi che obbligano al dialogo. Il dialogo è il metodo di governo della convivenza, e lo è per qualsiasi aspetto, anche per quelli che contraddicono lo statuto stesso e il suo spirito. Il metodo concertativo previsto dallo statuto consente dunque che si discuta anche su problemi inventati come quello della toponomastica, su cui la regola statutaria è talmente chiara che non dovrebbe ammettere discussioni. In altre parole, la vicenda mostra un paradosso dello statuto: anche se un problema è artificiale, inventato, perfino inammissibile ai sensi dello statuto, è lo stesso statuto a rendere necessario un dialogo. Il metodo, dunque, prevale sulla sostanza. Se qualcuno decide che il bilinguismo totale della toponomastica è un problema, di questo problema si deve discutere, anche se non ci sarebbe nulla da dire. Per questo siamo fortunatamente condannati al dialogo anche quando non ci piace. E per questo il sistema si regge solo in quanto la classe politica sia complessivamente responsabile ed eviti di inventare troppi problemi, specie laddove non ci sono. Perché lo statuto ci obbliga a prenderli comunque sul serio.

Alto Adige, 11 luglio 2010

Patentino e residenza: sbagliato estremizzare

di Francesco Palermo

L’invio di una richiesta da parte della Commissione europea per porre fine alla discriminazione originata dall’attuale sistema di certificazione delle conoscenze linguistiche in Provincia di Bolzano e dal criterio di preferenza per i residenti nell’accesso al pubblico impiego è un passaggio formale che non va sottovalutato ma nemmeno enfatizzato. Si tratta di un atto tecnico, per quanto di indubbia valenza politica. Una valenza che va colta nel suo significato reale, e non letta in base a posizioni preconcette.

Sono passati dieci anni dalla sentenza con cui la Corte di Giustizia ha ritenuto incompatibile col diritto comunitario il ricorso al solo patentino come attestazione della conoscenza delle due lingue. Perché siccome il patentino è rilasciato solo in Provincia di Bolzano, i cittadini di altri Paesi che non risiedano in Alto Adige si trovano di fatto svantaggiati rispetto ai locali non avendo la medesima possibilità di ottenere questo documento. E questo rappresenta, in termini comunitari, una discriminazione basata sulla nazionalità – in termini comunitari perché la discriminazione può essere invocata da chi vive in Tirolo ma non da chi vive in Sicilia, in quanto l’UE si occupa solo degli effetti discriminatori transnazionali ma non di quelli puramente interni ad uno Stato.

Per dieci anni non vi è stato alcun adeguamento alla sentenza, fino all’approvazione della norma di attuazione lo scorso aprile. Una norma di attuazione al ribasso, che riconosce altre certificazioni linguistiche così venendo incontro ai rilievi della Corte, ma si premura di salvaguardare il primato del patentino. L’ormai prossima entrata in vigore della norma dovrebbe comunque attenuare i rilievi.

La richiesta di Bruxelles sembra estendersi ora anche al correlato criterio della preferenza per i residenti nell’accesso al pubblico impiego, contenuto nello statuto di autonomia ma sostanzialmente disapplicato da tempo proprio per non incorrere in palesi violazioni del diritto comunitario. L’articolo 10 dello statuto prevede infatti che “i cittadini residenti nella provincia di Bolzano hanno diritto alla precedenza nel collocamento al lavoro nel territorio della provincia”, una norma figlia del suo tempo e palesemente in contrasto col sistema comunitario, ma che, almeno direttamente, non opera più. Esiste tuttavia, secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia, un obbligo di rimozione della normativa interna contraria al diritto comunitario, anche se disapplicata. Solo se la Commissione dovesse ritenere che la discriminazione persiste potrà aprire una procedura di infrazione che porterebbe il caso davanti alla Corte di Giustizia.

In un territorio eccessivamente sensibile come l’Alto Adige, in cui ogni cosa (e purtroppo ogni norma) viene letta in chiave etnica (“è per noi o contro di noi?”) e con un’ampia dose di provincialismo, c’è il rischio che si formino due schieramenti, entrambi arroccati su posizioni sbagliate. Ci sarà chi riterrà la richiesta della Commissione un affronto alla sovranità provinciale e un attacco alla tutela delle minoranze da parte dell’Unione europea, lontana, burocratica ed insensibile alle specificità locali. E chi vorrà vedervi l’intervento riparatore di Bruxelles contro l’ingiustizia di un sistema basato sulla segregazione etnica, supplendo all’ignavia di Roma che tollera questo affronto alla nazione in quanto serva della SVP. Sarebbero reazioni non solo miopi e provinciali, ma anche pericolose. Perché getterebbero ulteriore benzina sul fuoco di un conflitto etnico che sembra non volersi mai spegnere. E che trova scuse sempre più ridicole per manifestarsi, dalla toponomastica alla formazione delle giunte comunali.

Il problema, semmai, è quello di cogliere le reali conseguenze dell’intervento comunitario. Perché due sono i messaggi importanti in chiave sistemica.

Il primo è che l’autonomia non è di proprietà esclusiva di un solo soggetto (sia esso il partito, la Provincia, secondo alcuni lo Stato, secondo altri un solo gruppo linguistico), ma è necessariamente un progetto condiviso, al quale concorrono tanti attori con legittimazioni diverse, compresi i giudici e i funzionari comunitari, e che evolve in maniera naturale anche attraverso lettere della Commissione europea. Un’ovvietà, che tuttavia sembra non essere ancora penetrata nelle coscienze, come dimostra la vicenda della toponomastica.

Il secondo è che lo statuto ha bisogno di una profonda revisione. Non per alterare i delicati equilibri che regola, ma per rafforzarli ammodernandoli. Ricordiamo che lo statuto non menziona mai l’appartenenza dell’Alto Adige al sistema comunitario, né la collaborazione transfrontaliera, non attribuisce alla Provincia competenze che ora le spettano in base alla riforma della costituzione del 2001 e contiene disposizioni in materia finanziaria ampiamente superate (a tutto vantaggio della Provincia). Quanto potrà durare uno statuto non al passo coi tempi?

Bruxelles non è l’angelo sterminatore della specialità, né rappresenta la liberazione dall’oppressione dell’etnocrazia. L’autonomia sarà finalmente matura quando saprà utilizzare gli spunti esterni come occasione di riflessione di crescita, per migliorarsi ulteriormente. Fino ad allora, basterà una lettera da Bruxelles per incendiare gli animi.

Alto Adige, 25 giugno 2010

Ripartire dal fallimento

di Francesco Palermo

Il fallimento della sperimentazione trilingue al Liceo Carducci rappresenta un’occasione straordinaria per affrontare finalmente alcuni aspetti finora ipocritamente ignorati nella complessa vicenda del sistema scolastico in questa Provincia.

Primo: il metodo. Nell’ultimo decennio c’è stato un tacito patto di non belligeranza tra le élites politiche, in base al quale le scuole (nei fatti essenzialmente quelle di lingua italiana) in tanto potevano sperimentare nuove forme di apprendimento linguistico della seconda lingua in quanto le sperimentazioni fossero condotte sottotraccia, in silenzio, quasi di nascosto. Per questo le accuse alla politica di avere abbandonato l’importante progetto portato avanti al Carducci sono almeno in parte ingenerose, perché il mancato sostegno politico all’iniziativa era in qualche modo il prezzo da pagare per poterla far partire.

Ora questa fase si è inevitabilmente conclusa, ed è giunto il momento di una nuova strategia. Il patto del silenzio sulle sperimentazioni ha fatto il suo tempo: è stata una fase realpolitica ma importante, e forse l’unica via possibile per iniziare a smuovere le acque. Ma proprio per questo occorre essere consapevoli che si è trattato di una fase transitoria, che ora è giunta al suo termine naturale. La società è pronta ad un salto di qualità e di coraggio per affermare la necessità di un percorso volto a formare cittadini plurilingui a partire da subito, sapendo che gli effetti si vedranno tra diversi anni, quando ormai sarà forse già troppo tardi? Che il gruppo italiano lo sia appare ormai chiaro per ovvie ragioni legate alla necessità di integrazione nella (nuova) società. La sensazione è che lo sia abbondantemente anche il gruppo tedesco, ormai libero dalla sindrome minoritaria e pronto a giocare un ruolo molto più ambizioso di quanto ritenga la classe politica che lo rappresenta, che ancora pensa di avere a che fare con un gruppo minacciato, debole, inadeguato alla competizione globale e bisognoso di protezione paternalistica, così finendo per limitare le opportunità che per questo gruppo la stessa classe politica è riuscita a creare in passato.

Secondo: le conseguenze. Il “patto del silenzio” è stato una scelta saggia e forse obbligata un decennio fa, ma pensare di rinnovarlo oggi sarebbe un grave errore e sintomo di debolezza. Sia da parte italiana che da parte tedesca. Perché la conseguenza di questa politica sta diventando sempre più un travisamento della funzione stessa della scuola, trasformata progressivamente da veicolo di istruzione culturale e civica a mero strumento di apprendimento delle lingue. La scelta di molti genitori italiani di iscrivere i figli alle scuole tedesche a Bolzano (e di alcuni genitori tedeschi di fare il contrario in altre parti del territorio provinciale) è spesso dettata non da una precisa e lodevole scelta culturale volta a formare nuove generazioni che sappiano muoversi tra le culture, ma dalla semplice mancanza di un’offerta bilingue soddisfacente. In questo modo la scuola di minoranza finisce per perdere la sua funzione originaria, e per diventare di fatto quella scuola bilingue che si continua a negare. È dunque proprio chi vuole mantenere la scuola in lingua tedesca come scuola primariamente della minoranza che dovrebbe avere il maggiore interesse a consentire non solo ampie e sperimentazioni alla luce del sole, ma anche l’inizio di un percorso verso una scuola trilingue.

Terzo: come rilanciare un nuovo patto socio-politico sulla scuola? La mancanza di docenti qualificati per insegnare in più lingue è un problema reale. Su questo c’è indubbiamente un percorso da fare. Tuttavia sarebbe un errore pensare che si parta da zero. Esistono molte, moltissime persone trilingui in questa Provincia (o di questa Provincia che vivono altrove e sarebbero felici di tornare), che magari non vorranno fare gli insegnanti, ma sono pronti a svolgere un ruolo importante per lo sviluppo in senso trilingue di questo territorio. La politica tende ad ingigantire il problema della scarsa qualificazione perché purtroppo è essa stessa ad essere linguisticamente poco qualificata. Quanti sono i politici pienamente trilingui in questa Provincia? Al di là degli indubbi meriti politici di Spagnolli, è triste che si sia tanto esaltata la sua buona conoscenza del tedesco: la piena padronanza dell’altra lingua provinciale e almeno dell’inglese dovrebbe essere una condizione elementare, scontata per qualunque politico. E lo è in ampi strati della società, in entrambi i gruppi linguistici. La politica invece, abituata a guardare troppo a se stessa, finisce spesso per dimenticare le forze vive, qualificate, trainanti della società.

La triste vicenda delle sperimentazioni al Liceo Carducci può e deve diventare l’occasione per riparlare di multilinguismo nella scuola e nella società in modo nuovo e libero da antichi paradigmi. Per non trovarci ad essere una società magari ancora ricca ma culturalmente nella periferia d’Europa.

Alto Adige, 20 giugno 2010