Usciamo dalla tiepida prigione

Non so se è mai stata fatta un’indagine a tal proposito. Non credo però si sbagli di molto se affermiamo che in Sudtirolo una delle parole più usate (e quindi inevitabilmente abusate) sia Heimat. Heimat, una parola composta da sei lettere, numero sufficiente per disporle in cerchio e formare l’immagine di un ombelico. H-e-i-m-a-t dunque: ci si gira attorno, s’improvvisa una danza (che sa di tribale), ci si sprofonda dentro. Heimat è poi una parola notoriamente intraducibile. Per spiegarla (e spiegarsela) in italiano dobbiamo ricorrere ad alcune perifrasi, con la conseguenza di smarrirne l’immediatezza che tocca la sfera affettiva (Heimat è un sentimento, più che un luogo).

Nelle ultime settimane si è riparlato molto di Heimat prendendo spunto da un libro esemplare per comprendere tutte le implicazioni di questa parola e di questo concetto. Die Walsche, piccolo romanzo dello scrittore Joseph Zoderer pubblicato quasi trent’anni fa e da poco tornato anche in una versione teatrale molto apprezzata. Considerando retrospettivamente la sua Wirkungsgeschichte (la storia delle sue interpretazioni) il punto focale della riflessione sulla Heimat si è allargato. Non è più la storia di Olga e Silvano, il piccolo e concreto dramma privato della loro incomunicabilità proiettato sul fondale delle tensioni etniche del passato, che occupa il posto principale. Emerge sempre di più la cifra astratta e per così dire universale di una dialettica tra ciò che ci è prossimo, intimo, che vogliamo dunque proteggere, e qualcosa che irrompe dall’esterno, sottoponendo il perimetro della Heimat a nuove sollecitazioni e dunque, se intendiamo quest’ultime come domande, spingendoci a dare nuove risposte.

Vorrei attirare l’attenzione su un aspetto decisivo. Finora abbiamo compreso la dimensione della Heimat sempre a partire dalla critica del suo rovescio, ovvero stigmatizzando quel senso di estraneità (Fremdsein) che si vorrebbe interamente ridurre, come se insomma esso costituisse non solo l’elemento negativo rispetto alla familiarità dei nostri riferimenti essenziali, ma una sorta di negativo assoluto, di male in sé e per sé. Forse si tratta di un approccio sbagliato. Una Heimat che non conservi, che non dia spazio alla possibilità di ospitare l’estraneo lasciandolo sussistere in quanto tale si trasforma presto in una tiepida prigione. Alleggerire invece il bisogno di conquistare o difendere a ogni costo la propria Heimat, smorzare la sua nevrotica definizione, troppo legata alla logica tagliente e priva di sfumature dell’inclusione e dell’esclusione, non potrebbe alla fine rivelarsi una scelta più lungimirante?

Corriere dell’Alto Adige, 27 marzo 2010

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